Lusso per le mie orecchie
Riccardo Staglianò , dal nostro inviato Riccardo Staglianò
Jonathan Weiss progetta gli impianti hi-fi più cari al mondo. Siamo andati nel suo atelier di Brooklyn per capire come sono e chi diavolo se li compra. Tom Cruise e pochi altri, insomma il famoso 1%
NEW YORK. Lo showroom è una via di mezzo tra la caverna di Batman e un tempio buddista, con abbondanza di candele e tappeti kilim. Pochi giorni fa è passato anche Andrea Bocelli, sulle tracce del passaparola globale che ha fatto di questo posto una piccola leggenda da intenditori. «Non parlava inglese, spero che qualcosa abbia comunque capito» scherza Jonathan Weiss, il padrone di casa con camicia di jeans e gilet gessato di lana. È lui che dieci anni fa ha fondato Oswalds Mill Audio, forse i migliori, quasi sicuramente i più cari impianti stereo (definizione riduttiva) al mondo.
Sono qui per una degustazione sonora, come gli piace chiamarle. C’è un’innegabile eco pretenziosa nel termine, ma a dispetto del casermone funzionalista a pochi isolati dal ponte di Brooklyn siamo entrati in una zona finanziariamente extraterritoriale dove solo l’1 per cento, nella dicotomia resa celebre da Occupy Wall Street, ha diritto …
NEW YORK. Lo showroom è una via di mezzo tra la caverna di Batman e un tempio buddista, con abbondanza di candele e tappeti kilim. Pochi giorni fa è passato anche Andrea Bocelli, sulle tracce del passaparola globale che ha fatto di questo posto una piccola leggenda da intenditori. «Non parlava inglese, spero che qualcosa abbia comunque capito» scherza Jonathan Weiss, il padrone di casa con camicia di jeans e gilet gessato di lana. È lui che dieci anni fa ha fondato Oswalds Mill Audio, forse i migliori, quasi sicuramente i più cari impianti stereo (definizione riduttiva) al mondo.
Sono qui per una degustazione sonora, come gli piace chiamarle. C’è un’innegabile eco pretenziosa nel termine, ma a dispetto del casermone funzionalista a pochi isolati dal ponte di Brooklyn siamo entrati in una zona finanziariamente extraterritoriale dove solo l’1 per cento, nella dicotomia resa celebre da Occupy Wall Street, ha diritto di cittadinanza. Solo loro potrebbero permettersi le Imperia, questa coppia di casse alte oltre due metri, con due grossi corni di legno che ricordano ipertrofici diffusori di un grammofono, prezzate 350 mila dollari. Che, a scanso di equivoci, è il costo di un piccolo bilocale a non troppe fermate di metropolitana da qui. Ma se dal top di gamma scendiamo alle Mini, il modello base, l’etichetta dice ancora 27 mila dollari, ovvero uno o due ordini di grandezza sopra i migliori speaker attraverso i quali i comuni mortali ascoltano la musica.
Parlare di soldi è esattamente il taglio che Weiss detesta, trovandolo volgare e sbagliato: «Perché nessuno ha niente da ridire per un disegno di Basquiat da 100 mila dollari?». D’altronde, se accettiamo che l’artigianato sia arte, il valore di scambio si emancipa totalmente da quello d’uso. Eppure è proprio di questo che Weiss vuole parlare, anche a costo di addentrarsi in un ginepraio di tecnicalità.
«La potenza delle casse si calcola in watt per metro e misura quanto suono esce per ogni watt, di solito nei dintorni di 80 decibel. Ecco, le nostre sono fatte in modo che con un centesimo di energia esca un suono altrettanto potente ma molto migliore». Il lettore audiofilo potrebbe obiettare, come fanno in tanti, che dagli anni Ottanta i prezzi dei transistor (che hanno sostituito le valvole termoelettroniche) sono scesi da 20 dollari a 20 centesimi per watt e quindi chissenefrega dell’efficienza. Sbagliatissimo: «La potenza finale del suono è la stessa, ma la qualità è completamente diversa. Cambia la fisica dell’onda. Come un’utilitaria che, col motore truccato, raggiungesse la stessa velocità di una Formula 1 ma vibrando pericolosamente e minacciando di andare in pezzi».
Insomma, è un doping che inganna l’orecchio, ma fino a un certo punto. Weiss è convinto che, se non conosci cosa sia un buon suono, cercare di spiegartelo sia come «spiegare il gusto del sale». Tuttavia mi mette seduto su una poltroncina rossa davanti alle Imperia e poi sceglie dalla sua collezione di vinili una registrazione del 1964 di Muddy Waters, quanto di più vicino al Papa del blues. Dov’è nascosto l’omino alla chitarra? E dove hanno rimpiattato rullante e pianoforte? Sono tutti acquattati negli enormi corni di noce scuro, riverberati (ma senza fruscii) dalle basi di acciaio fatte a mano a pochi chilometri di distanza dal quartier generale di New Tripoli, in Pennsylvania, dove avviene tutta la produzione. Che comprende, oltre alle casse, tutta la filiera della riproduzione del suono compresi amplificatori e giradischi («D’altronde che senso avrebbe investire in queste casse per poi sentirci brani rovinati da una terribile puntina?»).
Uno si aspetterebbe, dalla voluttà di dettagli tecnici profusi al cronista (riassunto temerario: il suono che esce da queste casse è più profondo che largo, a differenza degli speaker normali), che il fondatore abbia una laurea in ingegneria, se non in fisica, alle spalle. Invece il newyorchese Weiss, figlio di una pittrice astratta e di un ingegnere che però lavorava nelle assicurazioni, ha studiato relazioni internazionali a Princeton per poi spostarsi alla London School of Economics per un dottorato. Con la morte improvvisa della madre, però, ha lasciato l’università e per due anni ha viaggiato per l’Asia per poi rientrare a New York, dove ha imparato tecniche di ripresa e di regia fino al suo primo e unico film, The Atrocity Exhibition, un adattamento del romanzo di J. G. Ballard (che l’ha definito un «capolavoro poetico»). Nel frattempo però coltivava anche la passione per i vecchi impianti sonori, rilevando a prezzi di realizzo quelli che erano stati usati nella grandi sale cinematografiche ante Seconda guerra mondiale. Dalla collezione al recupero al reverse engineering il passo è breve e l’autodidatta seriale diventa un’autorità della qualità audio. Soprattutto non si capacita che tutti tendano a dare per scontato un pernicioso luogo comune, ovvero che «la tecnologia possa solo migliorare». Che è «vero per le tv, i computer e i telefoni ma drammaticamente falso per gli strumenti con cui ascoltare la musica».
Nella sua cronologia il primo smottamento è dell’inizio degli anni Sessanta (l’invenzione dello stereo è del ‘58 e, per dimostrare il suo punto di vista, mi fa sentire un Duke Ellington del ‘48 che sembra provenire dalla stanza accanto) quando i tubi di vetro lasciano posto ai transistor. «Ma il vero crollo avviene negli anni Ottanta, quando si abbandona il legno e si miniaturizzano i componenti. Per non dire della digitalizzazione, prima col cd e poi, assai peggio, con gli Mp3 dove la compressione fa perdere circa il novanta per cento delle informazioni contando sul fatto che il cervello «riempie i buchi», assicurando comunque un’esperienza decente. Ma provate a immaginarvi come sarebbe un quadro in cui mancassero nove pixel su dieci: la fotocopia di una fotocopia…».
Il problema, a quanto pare, è che con le orecchie siamo più di bocca buona («C’è qualcosa di più innaturale degli auricolari? Tra l’altro avere due orecchie ci fornisce segnali importanti per localizzarci nello spazio, segnali che tappandole perdi»). Eppure «la musica è la forma d’arte che più si consuma al mondo» ed è davvero sorprendente che, mentre capacità di calcolo e risoluzione degli schermi sono migliorati migliaia di volte, la sua riproduzione abbia subìto questo drammatico, quanto scarsamente percepito, tracollo. Molto a che fare, ipotizza Weiss, con il fatto che la musica è diventata una commodity, gratuita o quasi, e questa aura low cost ha tracimato anche sui suoi mezzi di riproduzione.
«Ma i Millennials non hanno conosciuto il prima, quindi per loro è perfettamente normale così. Compreso ascoltare un brano di YouTube dalle casse rachitiche del pc. E come se uno avesse bevuto solo e soltanto Yellow-Tail (un popolare vino da tavola) e poi gli dessero…». «Un Sassicaia» finisco la frase, con un paragone che però lui trova disdicevole («Non è granché»). Corregge: «Un Romanée-Conti, piuttosto» (in media 12 mila dollari a bottiglia). Temo che non sarei in grado di cogliere la differenza e, anche se tra queste casse maestose sto bene, non potrei dire che sono centinaia di volte meglio rispetto ad altre buone da cui mi è capitato di ascoltare musica. E dunque, quali e quante persone nel mondo possono permettersi le sue creazioni? «Tom Cruise, il rapper Dr. Dre, Vice Media, che ne ha uno nel quartier generale, gente dell’industria musicale e della finanza. Parliamo di un centinaio di acquirenti all’anno, la maggior parte dall’Asia, poi dagli Stati Uniti e, distaccati, gli europei. Uno dei miei clienti più simpatici è un romano che vuole aprire un locale sulla scia di certi whisky bar in Giappone e a Londra».
Il pezzo di Muddy Waters si intitolava You Can’t Lose What You Never Had, (Non puoi perdere ciò che non hai mai avuto). Un monito che forse si applica, dal punto di vista di orecchie giovani, anche alla ricerca della qualità perduta che appassiona questo connoisseur. Resta, da un lato, una battaglia di civiltà. Dall’altro un lusso che solo un piccolo battaglione di plutocrati può permettersi. E resta la domanda: ma Bocelli prima o poi comprerà o aspetterà il modello per le masse (5.000 dollari) cui giurano di stare lavorando?
Sul Venerdì del 19 gennaio 2018