L’importanza di chiamarsi Lady Bird a Sacramento
Roberto Croci , di Roberto Croci
Dalla provincia rurale americana ai Golden Globe (e forse agli Oscar): è l’irresistibile ascesa di Greta Gerwig. Che qui racconta la genesi (molto personale) del suo film
TORONTO. Attrice, produttrice, scrittrice e ora anche regista: Greta Gerwig, 34 anni, è per molti versi un camaleonte mediatico. Bret Easton Ellis l’ha definita l’attrice più interessante di questa generazione, grazie a film come Frances Ha, Mistress America e 20th Century Women, mentre Woody Allen la dipinge come la nuova Diane Keaton. Ispirazione creativa culturale dei millennials newyorchesi, esponente del cosiddetto mumblecore movement insieme a Lena Dunham (storie e film sempre centrati su personaggi post-universitari), compagna del regista Noah Baumbach con cui ha mosso i primi passi da sceneggiatrice, Greta è tutt’altro che leziosa. È spigliata, combattiva, soprattutto molto sicura di quello che dice e che vuole ottenere. Insomma, una tosta.
E infatti, non a caso, tra le attrici dell’epoca d’oro del cinema cita sempre Carole Lombard e Myrna Loy, «donne forti, attrici straordinarie, che hanno saputo mettere in pie…
TORONTO. Attrice, produttrice, scrittrice e ora anche regista: Greta Gerwig, 34 anni, è per molti versi un camaleonte mediatico. Bret Easton Ellis l’ha definita l’attrice più interessante di questa generazione, grazie a film come Frances Ha, Mistress America e 20th Century Women, mentre Woody Allen la dipinge come la nuova Diane Keaton. Ispirazione creativa culturale dei millennials newyorchesi, esponente del cosiddetto mumblecore movement insieme a Lena Dunham (storie e film sempre centrati su personaggi post-universitari), compagna del regista Noah Baumbach con cui ha mosso i primi passi da sceneggiatrice, Greta è tutt’altro che leziosa. È spigliata, combattiva, soprattutto molto sicura di quello che dice e che vuole ottenere. Insomma, una tosta.
E infatti, non a caso, tra le attrici dell’epoca d’oro del cinema cita sempre Carole Lombard e Myrna Loy, «donne forti, attrici straordinarie, che hanno saputo mettere in piedi una carriera di successo in un mondo dominato da uomini, quello delle screwball comedy, gli anni Quaranta di Lubitsch, Cukor e Hawks, periodo che peraltro per me è sempre stato magico», ci ha raccontato a Toronto alla presentazione di Lady Bird. Che è, sì, il suo primo film da regista (nelle sale italiane dal primo marzo) ma è già sulla bocca di tutti avendo trionfato la settimana scorsa ai Golden Globe con due statuette (una per la migliore commedia, l’altra alla protagonista Saoirse Ronan come migliore attrice) ed essendo considerato papabile per vari premi Oscar, compreso quello per la miglior regia. La storia è quella di una ragazza che si sceglie il proprio nome – Lady Bird appunto – che detesta la propria città, Sacramento, e che invece sogna New York, scontrandosi per questo con la madre infermiera.
Lei è nata e cresciuta a Sacramento, città che spesso è al centro delle sue storie. Che cos’ha di speciale?
«Quando ho scoperto che Joan Didion, la grande scrittrice, è nata nella mia stessa città, per me è stata una vera connessione cosmica, come se fossi cresciuta a Dublino e il mio scrittore preferito fosse James Joyce. Leggendo Didion ho vissuto le mie origini attraverso gli occhi di un’altra persona: quello che descriveva riguardava il mondo in cui ero cresciuta, grazie a lei il posto in cui avevo passato parte della mia vita era diventato importante. Quando descriveva qualcuno sapevo esattamente di che tipo di persona stesse parlando, riconoscevo le loro peculiarità, i loro modi di fare. Sacramento è un luogo sconosciuto a molti, per tutti la California è Los Angeles o San Francisco. Nonostante sia la capitale dello Stato, è ancora una città rurale, la gente vive modestamente, c’è un’integrità lontana anni luce dal glamour di Hollywood o dalla tecnologia della Silicon Valley. Didion mi ha insegnato ad apprezzare tutto questo, a non vergognarmi di non essere nata in una città cosmopolita».
Lady Bird è una storia autobiografica?
«Nessuno dei fatti raccontati nel film sono davvero accaduti, ma certo ci sono molti riferimenti alla mia infanzia e al periodo in cui ho deciso di andarmene da Sacramento. Il mio impulso iniziale era di fare un film che fosse una lettera d’amore nei confronti di una città che, solo dopo che l'avevo abbandonata, ai miei occhi è diventata importante. Ma a 16 anni ero convinta che la vita “vera” dovesse svolgersi da qualche altra parte, non certo in quel posto sperduto nel nulla».
Il nome Lady Bird ha un significato particolare?
«Sì e no. Per me il cambiamento del proprio nome è di per sé un atto creativo, un modo per scoprire la propria identità. Quando nasci nella tradizione cattolica, ti assegnano il nome di un santo, in modo da poter emulare le sue azioni. Se invece vuoi diventare una rockstar, il nome lo scegli tu, e poi diventi Madonna o David Bowie o Lady Gaga. “Lady Bird” mi è venuto in mente mentre scrivevo la storia: mi piace il modo in cui suona, è vecchio stile, ricorda altri tempi».
Lasciare Sacramento è stata una scelta davvero così importante?
«La prima scena del film che ho scritto è quella in cui qualcuno all’università chiede a Lady Bird da dove viene. Lei, mentendo, dice che è di San Francisco. Anch’io mi vergognavo di dire che ero di Sacramento, anch’io volevo essere cool e rifiutavo di accettare quella parte della mia vita. È un momento toccante perché Lady Bird in quel frangente, in qualche modo, si rende antipatica al pubblico. Però credo che questo rifiuto sia un passaggio comune a molti teenager, pochi a quella età sono contenti della vita che fanno».
Il film è basato sulla storia di una relazione, quella tra madre e figlia. Come è nata l’idea?
«Pensi che quando ho concepito il film avevo deciso di intitolarlo Mothers & Daughters: il rapporto che racconto è paragonabile a una classica storia d’amore tra due persone. Credo che Lady Bird sia il primo film sulla relazione tra madre e figlia dai tempi di Voglia di Tenerezza con Shirley MacLaine e Debra Winger. È una doppia storia: il passaggio di Lady Bird verso l’età adulta e l’accettazione del distacco da parte della madre, che lascia andare la figlia. Ero interessata a raccontare entrambi i punti di vista. Spesso i film sugli adolescenti si concentrano sul primo amore, in genere arriva il principe azzurro che risolve tutti i problemi. Ma è un aspetto tutto sommato non reale e che comunque non mi interessa raccontare. Trovo che le relazioni familiari possano essere molto più avvincenti, soprattutto durante gli anni dei grandi cambiamenti».
C’è un motivo particolare per cui il film si svolge proprio nel 2002?
«Volevo raccontare una storia ambientata dopo l’11 settembre, una data decisiva che ha cambiato le nostre vite per sempre: da un giorno all’altro abbiamo scoperto un mondo che non capivamo più. Ovviamente non volevo fare un film politico, però volevo descrivere una determinata realtà economica: quello è stato il periodo in cui è praticamente scomparso il ceto medio americano. E poi volevo a tutti i costi evitare di rendere gli ormai immancabili smartphone i protagonisti della storia, come avviene in quasi tutti i film degli ultimi anni».
Ha scritto diversi film, ma questo è il suo primo da regista. Perché?
«Sono molto lenta a scrivere, forse perché non seguo un processo lineare. Scrivo un personaggio qua e una scena là. Scrivo centinaia di pagine che poi butto via. Ma per qualche miracolo riesco sempre a trovare l’essenza di quel che voglio raccontare. Di solito non penso mai che quello che sto scrivendo diventerà un film, ma nel caso di Lady Bird quando ho finito la sceneggiatura sapevo che lo sarebbe diventato e che avrei voluto dirigerlo io: era una storia che mi toccava personalmente. A dirla tutta avrei voluto dirigere anche altri film che ho scritto, ma mi è mancato il coraggio».
Quindi pensa che dirigerà altri film?
«Sì, ora ne sono certa. Aver iniziato come attrice mi ha aiutata a diventare una regista migliore. So quali sono le cose di cui hanno bisogno gli attori: bisogna lasciar loro spazio e devono poter interagire tra di loro senza interferenze. Un bravo regista sceglie gli attori giusti e poi li lascia fare. Julianne Moore ha descritto benissimo il lavoro del regista. Dice: la gente pensa che il regista debba dirigere gli attori. Niente di più sbagliato. Il compito del regista è dirigere gli occhi dello spettatore».
Sul Venerdì del 19 gennaio 2018