Così ho ripulito Milano quando era come Roma
Claudia Arletti , di Claudia ArlettiSembra impossibile, eppure anche la capitale morale vent'anni fa era sepolta dai rifiuti. La salvò Walter Ganapini. Che adesso qui ci spiega come fece. Ma soprattutto come farebbe...
ROMA. Nell’autunno del 1995, trentamila tonnellate di immondizia si stendevano sui marciapiedi di Milano dalla Galleria del Duomo giù giù fino al Gratosoglio. Come a Roma oggi, era stata chiusa l’immensa discarica che da anni raccoglieva i rifiuti della città. Come a Roma, tra Comune e Regione non correva buon sangue. Come a Roma, il denaro in gioco era un’enormità. In questo gemellaggio malefico, la cronaca registra che a Milano ci scappò il morto; ma anche che si trovò in fretta una soluzione.
Tutti indicano in Walter Ganapini l’uomo del miracolo. Lo aveva voluto in giunta come assessore all’Ecologia il leghista Marco Formentini, appena eletto sindaco, nel luglio del 1995, con Umberto Bossi schizzinoso che lo definiva «comunista rompiballe». Ganapini, tra i fondatori di Legambiente, veniva da Bologna ed era l’unico italiano dell’Agenzia europea per l’ambiente. Oggi, dopo aver…
Tutti indicano in Walter Ganapini l’uomo del miracolo. Lo aveva voluto in giunta come assessore all’Ecologia il leghista Marco Formentini, appena eletto sindaco, nel luglio del 1995, con Umberto Bossi schizzinoso che lo definiva «comunista rompiballe». Ganapini, tra i fondatori di Legambiente, veniva da Bologna ed era l’unico italiano dell’Agenzia europea per l’ambiente. Oggi, dopo aver…
ROMA. Nell’autunno del 1995, trentamila tonnellate di immondizia si stendevano sui marciapiedi di Milano dalla Galleria del Duomo giù giù fino al Gratosoglio. Come a Roma oggi, era stata chiusa l’immensa discarica che da anni raccoglieva i rifiuti della città. Come a Roma, tra Comune e Regione non correva buon sangue. Come a Roma, il denaro in gioco era un’enormità. In questo gemellaggio malefico, la cronaca registra che a Milano ci scappò il morto; ma anche che si trovò in fretta una soluzione.
Tutti indicano in Walter Ganapini l’uomo del miracolo. Lo aveva voluto in giunta come assessore all’Ecologia il leghista Marco Formentini, appena eletto sindaco, nel luglio del 1995, con Umberto Bossi schizzinoso che lo definiva «comunista rompiballe». Ganapini, tra i fondatori di Legambiente, veniva da Bologna ed era l’unico italiano dell’Agenzia europea per l’ambiente. Oggi, dopo avere guidato Greenpeace Italia e avere lavorato ovunque ci sia stata un’emergenza rifiuti, Campania inclusa, non è più un ragazzo ma è sempre in pista. Fa il direttore generale all’Agenzia per l’ambiente umbra e si divide tra Reggio Emilia e Perugia.
Difficile oggi credere che Milano fosse davvero al disastro.
«Lo era eccome. Niente raccolta differenziata. Impianti malmessi e antiquati. La municipalizzata dominata dalle clientele. Avevamo le idee chiare, ma la situazione precipitò subito, appena ci insediammo. Sa, Formentini aveva aperto alla società civile, scontentando tanti. E la Regione, guidata da Roberto Formigoni, tentò il tutto per tutto per farlo cadere».
I giornali fecero titoli da guerra.
«Il Consiglio di Stato aveva decretato per mille motivi che la discarica di Cerro Maggiore, di proprietà di Paolo Berlusconi, dovesse chiudere. Era indispensabile attrezzarsi, ma la Regione, inopinatamente, in agosto deliberò invece che rimanesse attiva per altri due anni. Si voleva lo scontro al calor bianco in piena estate, e così fu. Gli abitanti dei dintorni, Rescaldina e Cerro, iniziarono a bloccare i camion. Presto in città i sacchi si accumularono. Sul piazzale della sede dell’Amsa, in via Olgettina, i sacchi formavano una montagna. Cosa potevamo fare? Un mattino alle 5 mi presentai in discarica. Nella tenda dei manifestanti proposi di organizzare un’assemblea pubblica. Venne tantissima gente. Alla fine accettarono di darci qualche settimana di respiro e di fare passare i camion. Ma bisognava liberare Milano dai rifiuti. E lì fu essenziale l’intesa con l’Emilia Romagna».
Sul serio? Oggi l’Emilia si sarebbe presa i rifiuti di Roma, ma è saltato tutto.
«Formentini si accordò con Pier Luigi Bersani, allora presidente della Regione, e intanto uscimmo dall’emergenza. Poi venne il bello. Commissariata l’Amsa, mettemmo su una squadra mai vista prima in una municipalizzata. Ribaltammo gli uffici senza un minuto di sciopero. Tornarono a funzionare i vecchi impianti di trattamento. E uno nuovo lo costruimmo nella sede dell’ex Maserati. Come fu possibile... Il fatto è che la società milanese reagì a tutti i livelli, gli industriali si adoperarono e trovarono i soldi. E poi la Chiesa, e quell’aria di Europa che già si percepiva... In questo clima olivettiano, nel giro di poche settimane la raccolta differenziata passò dal 3 al 35 per cento. La campagna nelle scuole, che trasformò i bambini negli sceriffi ecologisti delle famiglie, oggi la studiano alla Sorbona».
Però eravate sempre in Procura.
«Diciamo che sottoponevamo ogni decisione, spontaneamente e preventivamente, a controlli di legittimità. D’Ambrosio, Di Pietro, Greco, Gherardo Colombo... Li ho conosciuti tutti».
Sicuramente ci vollero nervi saldi.
«Più giusto dire che diventai di gomma. Il telefono di casa suonava ogni notte. A volte erano minacce; altre, solo il silenzio. Intercettavo le lettere anonime con l’aiuto della portinaia perché non le vedesse mia moglie, che era incinta».
E alla fine un morto ci fu.
«Luigi Ciapparelli, l’amministratore della discarica: nel febbraio del 1997 si sparò in testa nel suo ufficio. L’avevo incrociato qualche volta. Un guascone, sempre allegro. Le dirò, io alla storia del suicidio non ho mai creduto».
Nel 1997-98 la chiamarono a Roma. Com’era l’Ama vent’anni fa?
«Un’azienda di scarsa efficienza, in tutto e per tutto dipendente da Malagrotta, e niente in vista per la differenziata. Ciononostante in pochi mesi qualcosa facemmo. I contenitori bianchi che ancora si vedono in giro, quelli della carta, e anche quelli blu, li misi giù io. In estate, mentre i dirigenti erano in ferie».
Oggi c’è chi getta in strada i materassi e Roma sembra senza rimedio.
«Invece, in tanti anni non ho mai trovato persone che, di fronte a un servizio efficiente, si siano tirate indietro».
Ma lei che cosa farebbe?
«Me lo chiese anche Ignazio Marino. Con altri due impianti per il trattamento dell’organico, l’emergenza non ci sarebbe. Il punto è l’Ama: ha ottomila dipendenti e la metà basterebbe. Ora, non potendo certo licenziare quattromila persone, servono idee che richiedano più lavoro che investimenti. Quindi subito il porta a porta, con l’Ama articolata nei municipi, perché se lavori nella tua comunità la pausa caffè la fai durare cinque minuti. E poi allargare il mercato: l’Ama dovrebbe coprire i paesi vicini. Vero che il debito è stratosferico, ma con gli strumenti della finanza lo si può gestire».
Sembra facile.
«Già, non si può parlare di Roma senza ricordare che il clima è avvelenato e che l’asset dell’avvocato Cerroni vale 90 miliardi di euro. Un boccone appetitoso soprattutto per chi ha i soldi per approfittare della situazione. Temo che la camorra abbia rizzato le antenne. Lo dico per esperienza: l’emergenza è sempre indotta, mai casuale».
Professore, una curiosità: a casa sua come si comporta? Sarà attentissimo.
«Vengo da una famiglia di operai e di povera gente. Il mio motto è An gh’è trèst cavagn c’an vègna bòn ‘na volta l’an, non c’è tristo cesto che non venga buono una volta l’anno. È più forte di me, conserverei anche i biglietti del bus».
Sul Venerdì del 26 gennaio 2018
Tutti indicano in Walter Ganapini l’uomo del miracolo. Lo aveva voluto in giunta come assessore all’Ecologia il leghista Marco Formentini, appena eletto sindaco, nel luglio del 1995, con Umberto Bossi schizzinoso che lo definiva «comunista rompiballe». Ganapini, tra i fondatori di Legambiente, veniva da Bologna ed era l’unico italiano dell’Agenzia europea per l’ambiente. Oggi, dopo avere guidato Greenpeace Italia e avere lavorato ovunque ci sia stata un’emergenza rifiuti, Campania inclusa, non è più un ragazzo ma è sempre in pista. Fa il direttore generale all’Agenzia per l’ambiente umbra e si divide tra Reggio Emilia e Perugia.
Difficile oggi credere che Milano fosse davvero al disastro.
«Lo era eccome. Niente raccolta differenziata. Impianti malmessi e antiquati. La municipalizzata dominata dalle clientele. Avevamo le idee chiare, ma la situazione precipitò subito, appena ci insediammo. Sa, Formentini aveva aperto alla società civile, scontentando tanti. E la Regione, guidata da Roberto Formigoni, tentò il tutto per tutto per farlo cadere».
I giornali fecero titoli da guerra.
«Il Consiglio di Stato aveva decretato per mille motivi che la discarica di Cerro Maggiore, di proprietà di Paolo Berlusconi, dovesse chiudere. Era indispensabile attrezzarsi, ma la Regione, inopinatamente, in agosto deliberò invece che rimanesse attiva per altri due anni. Si voleva lo scontro al calor bianco in piena estate, e così fu. Gli abitanti dei dintorni, Rescaldina e Cerro, iniziarono a bloccare i camion. Presto in città i sacchi si accumularono. Sul piazzale della sede dell’Amsa, in via Olgettina, i sacchi formavano una montagna. Cosa potevamo fare? Un mattino alle 5 mi presentai in discarica. Nella tenda dei manifestanti proposi di organizzare un’assemblea pubblica. Venne tantissima gente. Alla fine accettarono di darci qualche settimana di respiro e di fare passare i camion. Ma bisognava liberare Milano dai rifiuti. E lì fu essenziale l’intesa con l’Emilia Romagna».
Sul serio? Oggi l’Emilia si sarebbe presa i rifiuti di Roma, ma è saltato tutto.
«Formentini si accordò con Pier Luigi Bersani, allora presidente della Regione, e intanto uscimmo dall’emergenza. Poi venne il bello. Commissariata l’Amsa, mettemmo su una squadra mai vista prima in una municipalizzata. Ribaltammo gli uffici senza un minuto di sciopero. Tornarono a funzionare i vecchi impianti di trattamento. E uno nuovo lo costruimmo nella sede dell’ex Maserati. Come fu possibile... Il fatto è che la società milanese reagì a tutti i livelli, gli industriali si adoperarono e trovarono i soldi. E poi la Chiesa, e quell’aria di Europa che già si percepiva... In questo clima olivettiano, nel giro di poche settimane la raccolta differenziata passò dal 3 al 35 per cento. La campagna nelle scuole, che trasformò i bambini negli sceriffi ecologisti delle famiglie, oggi la studiano alla Sorbona».
Però eravate sempre in Procura.
«Diciamo che sottoponevamo ogni decisione, spontaneamente e preventivamente, a controlli di legittimità. D’Ambrosio, Di Pietro, Greco, Gherardo Colombo... Li ho conosciuti tutti».
Sicuramente ci vollero nervi saldi.
«Più giusto dire che diventai di gomma. Il telefono di casa suonava ogni notte. A volte erano minacce; altre, solo il silenzio. Intercettavo le lettere anonime con l’aiuto della portinaia perché non le vedesse mia moglie, che era incinta».
E alla fine un morto ci fu.
«Luigi Ciapparelli, l’amministratore della discarica: nel febbraio del 1997 si sparò in testa nel suo ufficio. L’avevo incrociato qualche volta. Un guascone, sempre allegro. Le dirò, io alla storia del suicidio non ho mai creduto».
Nel 1997-98 la chiamarono a Roma. Com’era l’Ama vent’anni fa?
«Un’azienda di scarsa efficienza, in tutto e per tutto dipendente da Malagrotta, e niente in vista per la differenziata. Ciononostante in pochi mesi qualcosa facemmo. I contenitori bianchi che ancora si vedono in giro, quelli della carta, e anche quelli blu, li misi giù io. In estate, mentre i dirigenti erano in ferie».
Oggi c’è chi getta in strada i materassi e Roma sembra senza rimedio.
«Invece, in tanti anni non ho mai trovato persone che, di fronte a un servizio efficiente, si siano tirate indietro».
Ma lei che cosa farebbe?
«Me lo chiese anche Ignazio Marino. Con altri due impianti per il trattamento dell’organico, l’emergenza non ci sarebbe. Il punto è l’Ama: ha ottomila dipendenti e la metà basterebbe. Ora, non potendo certo licenziare quattromila persone, servono idee che richiedano più lavoro che investimenti. Quindi subito il porta a porta, con l’Ama articolata nei municipi, perché se lavori nella tua comunità la pausa caffè la fai durare cinque minuti. E poi allargare il mercato: l’Ama dovrebbe coprire i paesi vicini. Vero che il debito è stratosferico, ma con gli strumenti della finanza lo si può gestire».
Sembra facile.
«Già, non si può parlare di Roma senza ricordare che il clima è avvelenato e che l’asset dell’avvocato Cerroni vale 90 miliardi di euro. Un boccone appetitoso soprattutto per chi ha i soldi per approfittare della situazione. Temo che la camorra abbia rizzato le antenne. Lo dico per esperienza: l’emergenza è sempre indotta, mai casuale».
Professore, una curiosità: a casa sua come si comporta? Sarà attentissimo.
«Vengo da una famiglia di operai e di povera gente. Il mio motto è An gh’è trèst cavagn c’an vègna bòn ‘na volta l’an, non c’è tristo cesto che non venga buono una volta l’anno. È più forte di me, conserverei anche i biglietti del bus».
Sul Venerdì del 26 gennaio 2018