Clint Eastwood: i miei eroi sono veri
Enrico Deaglio , di Enrico Deaglio
Un treno per Parigi. Un jihadista con un Ak-47. Tre ragazzi americani in vacanza. Il regista racconta la strage mancata dell’agosto 2015. E, a parte il terrorista, gli autentici protagonisti della storia interpretano se stessi. Li abbiamo incontrati a Los Angeles
LOS ANGELES. Sei l’unico spettatore nel teatro n.5 degli studios della Warner Bros. Gli ultimi trenta minuti erano stati davvero mozzafiato e sui titoli di coda si vedono i tre ragazzi eroi – hanno sventato quello che poteva diventare uno dei peggiori attentati jihadisti in Europa – insigniti dal presidente francese Hollande. E ti accorgi che sono proprio uguali agli attori. Anzi, sono proprio loro! E quindi anche Hollande (ve lo ricordate? Sì, quel buffo ometto…) che gli appunta la Légion d’Honneur, è proprio lui! È tutto vero. Poi esci dal teatro e te li rivedi. Sono sempre loro, tre vecchi amici sono seduti al bar, stanno addentando un sandwich multistrato aspettando l’intervista, e il loro Maestro. Che puntualissimo arriva. Magro ed esile, gli occhi azzurri diventati grigi, i capelli ormai leggeri e bianchi, ma con le stesse movenze lente, eleganti e regali di cinquant’anni fa, quando entrava in un saloon…
LOS ANGELES. Sei l’unico spettatore nel teatro n.5 degli studios della Warner Bros. Gli ultimi trenta minuti erano stati davvero mozzafiato e sui titoli di coda si vedono i tre ragazzi eroi – hanno sventato quello che poteva diventare uno dei peggiori attentati jihadisti in Europa – insigniti dal presidente francese Hollande. E ti accorgi che sono proprio uguali agli attori. Anzi, sono proprio loro! E quindi anche Hollande (ve lo ricordate? Sì, quel buffo ometto…) che gli appunta la Légion d’Honneur, è proprio lui! È tutto vero. Poi esci dal teatro e te li rivedi. Sono sempre loro, tre vecchi amici sono seduti al bar, stanno addentando un sandwich multistrato aspettando l’intervista, e il loro Maestro. Che puntualissimo arriva. Magro ed esile, gli occhi azzurri diventati grigi, i capelli ormai leggeri e bianchi, ma con le stesse movenze lente, eleganti e regali di cinquant’anni fa, quando entrava in un saloon e ghiacciava i movimenti del barista; o di quando mormorava, succhiando il cigarillo, in uno spiazzo di Cinecittà: «Al cuore, Ramon». Clint Eastwood oggi ha 87 anni, ha ricevuto tutti i riconoscimenti possibili. Gli mancava solo questo: avere il genio di dirigere e produrre un film d’azione di materia incandescente usando come attori gli stessi protagonisti di un fatto reale, ovvero reinventando in una botta sola neorealismo e nouvelle vague.
LEGGI Eastwood: il buono, il brutto, il cattivo
In un’epoca di effetti speciali, realtà aumentata, immediata romanticizzazione degli eventi, era davvero un rischio, ma il vecchio Clint sa il suo mestiere e sa come funziona il cinema: «La cosa più difficile per un attore è entrare nella parte di un altro. È anche difficile interpretare se stessi, ma qui c’erano tre ragazzi, i protagonisti della storia, che mi facevano da consulenti, a cui dovevo chiedere solo di rifare qualcosa che avevano già fatto. Se lo hanno fatto una volta, ho pensato, lo possono fare di nuovo… Non gli provoca dolore, anzi. Hanno elaborato un meccanismo interiore. Poi, quando siamo andati a girare, abbiamo visto che le persone che erano state protagoniste – i passeggeri del treno, il personale delle ferrovie, i medici che arrivarono – volevano rivivere quell’esperienza. E dunque li abbiamo messi tutti nel film, che così è davvero diventato vero... C’è un solo attore professionista, quello che interpreta l’attentatore Ayoub El Khazzani. Peccato non aver avuto l’originale... Sono sicuro che anche lui avrebbe voluto la parte!». I ragazzi ridono, hanno un riso ingenuo, simpatico.
Di cosa stiamo parlando? Di un film che diventerà famoso e che il Venerdì ha visto in anteprima. Si intitola The 15:17 to Paris, diretto da Clint Eastwood, con Anthony Sadler, Spencer Stone e Alek Skarlatos nella parte di loro stessi, sarà sui nostri schermi dall’8 febbraio, con il titolo Ore 15 e 17. Attacco al treno. Racconta una storia vera, «una mancata strage», di cui probabilmente ci siamo già dimenticati. Nel pomeriggio del 21 agosto del 2015 il treno ad alta velocità Thalys 9364 diretto da Amsterdam a Parigi con 554 passeggeri a bordo ha appena attraversato il confine tra Belgio e Francia. Il passeggero Ayoub El Khazzani, 25 anni, marocchino residente in Belgio, salito a Bruxelles, si reca alla toilette e la occupa per dieci minuti. La cosa insospettisce un passeggero, il cittadino americano Mark Moogalian, che bussa alla porta. El Khazzani esce dal bagno: è a torso nudo, ma coperto da bandoliere, ha un coltello alla cintola; in una mano tiene un Kalashnikov Ak-47 e nell’altra una pistola con la quale spara a Moogalian che stramazza a terra colpito al collo.
El Khazzani ora avanza nel corridoio, c’è panico, chi può cerca di fuggire. Il terrorista cerca di azionare il fucile, che gli si inceppa. Un ragazzo americano, Spencer Stone (1,93 di altezza, cento chili di peso), gli si butta addosso e lo disarma. Segue una colluttazione violentissima, ma El Khazzani sembra avere la meglio, quasi trancia il pollice di Stone con il coltello, quando sopraggiungono i due amici con cui Spencer viaggia, Anthony e Alek, che disarmano l’aggressore, lo intontiscono di colpi in faccia con il calcio del suo fucile, lo ammanettano con l’aiuto di un altro passeggero, l’inglese Chris Norman, aprono la sua sacca, dove scoprono altri nove caricatori.
Spencer, seppure scioccato per le ferite, si dedica al passeggero colpito, che perde copiosamente sangue dal collo. Memore di un corso da infermiere, con due dita blocca la carotide lesionata e la tiene premuta fino a quando il treno si ferma nella stazione di Arras. El Khazzani (seminudo e legato alla maniera degli incaprettati) viene portato fuori; il ferito grave si salverà con un pronto intervento chirurgico, e così Spencer che ha il suo pollice riattaccato. I poliziotti francesi si inchinano di fronte al ragazzo prima di metterlo su una barella. Meno di 48 ore dopo i tre giovani, con gli stessi vestiti indosso, sono all’Eliseo dove François Hollande, con un nobile discorso sull’amicizia tra Stati Uniti e Francia e sull’esempio dei tre ragazzi – «reagire con coraggio» – appunta loro la coccarda della Legion d’Onore (fu un momento storico. Peccato che Hollande non avesse il physique du rôle).
Purtroppo, la bellissima storia dello sventato attentato al treno Thalys venne sepolta dagli avvenimenti successivi. Il terribile 2015, che era cominciato con la strage di Charlie Hebdo, terminerà con lo spaventoso novembre parigino del Bataclan che porterà Hollande a dichiarare davanti al parlamento francese «lo stato di guerra». E nel 2016 Francia, Inghilterra, Belgio, Germania saranno ancora teatro di attentati grandi e piccoli, rivendicati dall’Isis e sempre con uomini e donne comuni come vittime.
L’avventura del treno Thalys – finita senza morti – ha quindi il sapore della fiaba, l’unica di questi tempi con un lieto fine. L’unica a diventare un film. Le stragi jihadiste ci hanno consegnato per anni, ai telegiornali dell’ora di cena, le esecuzioni di inermi cittadini dai volti già morti; gli ultimi minuti di vita delle vittime narrati con sms alle madri; le fotografie delle ormai migliaia di persone comuni dalla vita normale che si trovano nelle grandi città nel momento sbagliato; i fidanzati, gli studenti dell’Erasmus, gli impiegati in gita premio, gli amanti della musica folk o rock, quelli che avevano collezionato le mille miglia, i pensionati di Nizza, le donne tedesche che festeggiavano il Natale, i compagni di scuola che si erano ritrovati, tutti insieme hanno costruito una distillata Pompei dell’Occidente, accompagnata da uno snervante appello a costruire muri, a sospettare di chiunque, a sparare prima di essere sparati, a non essere buoni né buonisti. Tutti sentono le vittime come propri parenti, tutti si torturano all’idea che potremmo essere noi. Tutti siamo andati in quei posti, conosciamo persone care che «erano passate lì giusto il giorno prima». La novità del film di Eastwood – secondo me, clamorosa proprio per la sua banalità – è che per la prima volta conosciamo gli eroi e, perbacco!, potremmo esserlo anche noi.
I tre sono amici da quando erano bambini, studenti in una tristissima scuola privata religiosa di Sacramento, California. Spencer è un ragazzino bianco obeso con i boccoli biondi, affascinato dalle armi, dalle divise, dalla vita militare. Anthony, afroamericano, è figlio di un pastore della Chiesta Battista, Alek è figlio di un immigrato greco. Si sono conosciuti perché si sono trovati parecchie volte puniti dal preside: arrivano in ritardo alle lezioni, non fanno attenzione in classe, soffrono di Add, Attention Deficit Disorder, come il preside comunica senza creanza alle loro madri inviperite. Crescono, comunque. Spencer lavora come gelataio e si arruola nell’Aviazione, anche se per entrare deve perdere venti chili di peso. Alek entra anche lui nelle Forze armate, Guardia nazionale dell’Oregon. Anthony è impiegato ai grandi magazzini Costco e frequenta un corso per diventare fisioterapista. Quando Spencer sta per coronare il suo sogno di diventare aviatore, viene bloccato dall’ultimo esame medico: deficit di visione in profondità, sarà aviere di prima classe, ma destinato solo ai servizi a terra. Alek si trova di servizio in Afghanistan per un turno di nove mesi.
I tre, che da bambini giocavano nei boschi con le tute mimetiche e i fucili di plastica, si sono separati, ma l’antica solidarietà infantile li porta a parlarsi su Skype praticamente ogni giorno, anche in Afghanistan. E così, nel 2015 ,succede che Alek ha una fidanzatina a Berlino, Anthony ha fatto un magheggio con un collega per passare le sue mille miglia sulla sua carta di credito, Spencer si piglia una licenza e decidono di trovarsi in Europa. Come degli intellettuali romantici dell’Ottocento (più o meno) passeranno un mese tra Roma, Venezia, Berlino, Amsterdam, Parigi, Barcellona: il “gran tour”.
E cosa fanno? Quello che fanno tutti i turisti americani giovani: dormono in pensioni, si fanno i selfie al Colosseo e alla Fontana di Trevi, cercano di rimorchiare a Venezia, girano Berlino in bicicletta e, soprattutto, si fanno una notte brava in una superdiscoteca pornosexy ad Amsterdam – una dritta ricevuta in un bar da uno che la sapeva lunga – che si rivela soddisfacente, ma che li lascia tramortiti dalla sbronza. Il giorno dopo, a fatica, si trascinano al treno: Alek è buffo perché indossa la maglia del calciatore Thomas Müller del Bayern Monaco, Spencer e Anthony aiutano un vecchio signore a salire e a sistemare i bagagli. Si spostano di vagone e vanno in quello fornito di wi-fi. Si siedono, passa il carrello delle bibite. Alek prende una Coca-Cola, Spencer e Anthony una bottiglietta di vino rosso. Sonnecchiano fino a quando Spencer si trova davanti El Khazzani con il “Kala” inceppato.
Chissà quante volte, in questi tre anni l’avranno raccontata la loro storia! Però è sempre bella da sentirsi e i tre sono rimasti bravi ragazzi, non si sono montati la testa. Dice Spencer: «La verità? Nessun eroismo. Ero convinto che mi ammazzasse, è stata una reazione d’istinto. Ho pensato: sto morendo e nello stesso tempo ho visto che l’arma non gli funzionava, così mi sono dato una scossa e gli sono saltato addosso!». Anthony: «Ho sentito Spencer che gridava, datemi una mano! E sono partito». Alek, che è il più adulto dei tre, con i capelli che stanno diventando grigi a 25 anni: «Io sono arrivato a cose già fatte, sono servito soprattutto a legarlo... l’avevo già fatto con altri sospetti in Afghanistan». E dunque, perché è successo? Credete nel destino? I tre ridono. «Oh, sì. Tante caselle che si sono messe a posto da sole, come si fa a non crederci?». Dio l’ha voluto? Ridono di nuovo. Anthony, che è figlio di un pastore: «Destino, Dio, qualcosa. Io penso che tutte le nostre vite siano state costruite perché trovassero compimento in quel momento».
Clint Eastwood li lascia parlare. Li guarda come un vecchio padre: «La loro storia rimane un mistero, e il mistero è il succo del cinema, non sai mai fino alla fine se il buono è veramente buono. Certo, qui la storia è ancora più grande: El Khazzani aveva con sé 300 munizioni e un Ak-47, che è il miglior fucile mitragliatore del mondo, tanto è vero che adesso lo fabbricano tutti. Se non fosse stato fermato, avrebbe probabilmente compiuto la più grande strage d’Europa. Non c’era polizia, su quel treno, non c’era nessuno uomo armato. Avrebbe potuto marciare uccidendo, vagone per vagone... Quindi, effettivamente, c’è da farsi delle domande sull’esistenza del soprannaturale».
Dunque, signor Eastwood, anche lei crede al destino? «No, però credo nel mistero, nell’ironia e nel sense of humour. Per esempio, Spencer era molto abbattuto per non essere stato accolto come aviatore, per un difetto visivo. Per questo era stato destinato a terra e aveva fatto corsi per il soccorso d’emergenza, che gli sono venuti utili quando ha messo due dita nella carotide del ferito salvandogli la vita». Le piace questa storia perché c’è il vero spirito americano? «Sì, questo sì. Però senza retorica. Se uno dovesse seguire la scala dei valori americani di oggi, i nostri tre avrebbero dovuto buttarsi sotto il sedile e sperare di sopravvivere. Quello che hanno fatto i tre ragazzi non è stato razionale. C’era una sproporzione di forze, chiunque sarebbe scappato... E invece, pur essendo in un Paese straniero, pur essendo con la mente sgombra, è scattato qualcosa. Qualcuno può pensare che c’è un potere più grande del nostro che ci guida nei momenti difficili, chissà». Mistero.
E mistero sono anche i film di Clint Eastwood, che maneggia pistole, violenza, patriottismo, machismo da mezzo secolo, ma poi, improvvisamente è capace di infilare dei gioielli progressisti come Gran Torino o Lettere da Iwo Jima. L’ultimo suo grande successo, sei anni fa, era stato American Sniper, storia di un cecchino infallibile che uccide centinaia di “presunti” terroristi (donne comprese) in Iraq. Protagonista era la maggiore star del momento, Bradley Cooper, in un’atmosfera di bellicismo, islamofobia e militarismo difficile da mandar giù, almeno per un europeo. Ma negli Usa era stato diverso: uscito nel 2012, al tempo della prima presidenza Obama accusata di aver svenduto l’esercito americano in Iraq, American Sniper risultò essere il primo film di guerra per incassi di tutti i tempi. Clint Eastwood era stato il testimonial (l’unico) dei repubblicani di Mitt Romney, con la peggiore performance della sua carriera, aveva portato sulla scena una sedia vuota e aveva detto: questa è oggi la Casa Bianca.
Al Venerdì, che l’aveva intervistato poco dopo, aveva tessuto le lodi di un’America bellicosa, pronta a combattere e la sua insofferenza per quegli scaldasedie di Washington. Questo suo nuovo film, in cui ci sono ragazzi a mani nude e non cecchini professionisti, vuole mandare un messaggio diverso? Clint non risponde. In realtà non ama le domande politiche e i suoi assistenti ci hanno avvertito che non parlerà di politica corrente, del movimento #MeToo e men che meno di Trump. Bisogna quindi prenderla alla larga. Ho chiesto ai ragazzi: «Dopo il presidente Hollande, voi siete anche stati ricevuti da Obama, vero?» E qui i tre esplodono in coro: «Certo! È stato bellissimo! Che uomo, che onore!». Chiedo a Clint: «Peccato non averlo messo nel film, no?». Fa un’aria di sufficienza: «Beh, avrebbe allungato i tempi...».
Ma i ragazzi continuavano. «Il presidente ci ha portati in un luogo segreto, nelle cantine, e abbiamo messo le nostre firme su un muro, dove resteranno per la Storia». «Davvero Obama ha fatto questo?», domanda Clint. «Beh, è stato carino». Ho chiesto ad Alek, che è appena tornato dall’Afghanistan («non riesco a capire come faccia la gente, lì, a sopravvivere»), se c’è qualche speranza di pace. Ha chiesto a Clint il permesso, lo ha ricevuto, e ha detto: «Not much». Clint ha commentato: «Questa è un’altra prova del fatto che non è vero che gli americani sono più bravi. In Afghanistan avevano già fallito i russi, bisognava chiedergli perché. Se avessi dovuto fare un film sull’Afghanistan, per prima cosa avrei chiesto consiglio ai russi».
The 15:17 to Paris è un’altra svolta, nella poetica di Clint Eastwood? Il vecchio cowboy, senza volerlo, sta diventando Shakespeare? Attori non attori, realtà e teatro, realtà e finzione? Certo, il film qualche indizio lo ha disseminato. C’è una scena curiosa, per esempio. I tre amici sono a Berlino, per una biciclettata turistica. La loro guida li porta in una piazza e dice: «Qui siamo in un luogo storico, proprio qui sotto c’era il bunker di Hitler, dove lui si è suicidato». Anthony alza la mano: «Ma non è vero! Hitler si suicidò nel Nido delle Aquile, perché l’esercito americano lo aveva accerchiato». La guida lo gela: «Non dica sciocchezze. Hitler si è ammazzato qui. E ad accerchiarlo non erano gli americani, ma i russi. Voi americani dovete smetterla di prendervi il merito di tutto».
Chiedo ad Anthony se la scena è vera e lui mi assicura di sì. «Sul mio manuale di storia c’era scritto così». Clint sorride sornione, perché – lo dice ai ragazzi che non se ne erano accorti – nel film ha inserito un lieve bisbiglio. La guida tedesca, lasciando il gruppo dei turisti, canticchia tra i denti: Springtime for Hitler… and Deutschland… «Sì, confessa, l’ho messo io, un omaggio al film di Mel Brooks (Per favore, non toccate le vecchiette, del 1968, ndr). L’attore che faceva la parte della guida mi era sembrato un tipo spiritoso e gli ho chiesto se poteva accennare il jingle».
I ragazzi lo guardano stupiti, e lui spiega loro: è la storia di due impresari che dovendo, per maneggi finanziari, produrre uno spettacolo fallimentare, mettono in scena a Broadway un musical in onore di Hitler, che ha, invece, un enorme successo. I ragazzi ridono, anche se forse non hanno capito bene. Io ci provo: «Una situazione surreale, un po’ come adesso alla Casa Bianca». Clint mi fa un largo sorriso, e naturalmente non dice niente. Le metafore non sono il suo forte. Chiudo il taccuino, contento di aver visto un film, in tutti i sensi, unico. E molto di sinistra, se vogliamo usare ancora questi vecchi criteri, in quest’era di jihadismo, populismo e immigrati da brutti Paesi. Giudizio sul film: bello, semplice, puro. Effetti del film: gran voglia di girare l’Europa in treno.
Sul Venerdi del 26 gennaio 2018
LEGGI Eastwood: il buono, il brutto, il cattivo
In un’epoca di effetti speciali, realtà aumentata, immediata romanticizzazione degli eventi, era davvero un rischio, ma il vecchio Clint sa il suo mestiere e sa come funziona il cinema: «La cosa più difficile per un attore è entrare nella parte di un altro. È anche difficile interpretare se stessi, ma qui c’erano tre ragazzi, i protagonisti della storia, che mi facevano da consulenti, a cui dovevo chiedere solo di rifare qualcosa che avevano già fatto. Se lo hanno fatto una volta, ho pensato, lo possono fare di nuovo… Non gli provoca dolore, anzi. Hanno elaborato un meccanismo interiore. Poi, quando siamo andati a girare, abbiamo visto che le persone che erano state protagoniste – i passeggeri del treno, il personale delle ferrovie, i medici che arrivarono – volevano rivivere quell’esperienza. E dunque li abbiamo messi tutti nel film, che così è davvero diventato vero... C’è un solo attore professionista, quello che interpreta l’attentatore Ayoub El Khazzani. Peccato non aver avuto l’originale... Sono sicuro che anche lui avrebbe voluto la parte!». I ragazzi ridono, hanno un riso ingenuo, simpatico.
Di cosa stiamo parlando? Di un film che diventerà famoso e che il Venerdì ha visto in anteprima. Si intitola The 15:17 to Paris, diretto da Clint Eastwood, con Anthony Sadler, Spencer Stone e Alek Skarlatos nella parte di loro stessi, sarà sui nostri schermi dall’8 febbraio, con il titolo Ore 15 e 17. Attacco al treno. Racconta una storia vera, «una mancata strage», di cui probabilmente ci siamo già dimenticati. Nel pomeriggio del 21 agosto del 2015 il treno ad alta velocità Thalys 9364 diretto da Amsterdam a Parigi con 554 passeggeri a bordo ha appena attraversato il confine tra Belgio e Francia. Il passeggero Ayoub El Khazzani, 25 anni, marocchino residente in Belgio, salito a Bruxelles, si reca alla toilette e la occupa per dieci minuti. La cosa insospettisce un passeggero, il cittadino americano Mark Moogalian, che bussa alla porta. El Khazzani esce dal bagno: è a torso nudo, ma coperto da bandoliere, ha un coltello alla cintola; in una mano tiene un Kalashnikov Ak-47 e nell’altra una pistola con la quale spara a Moogalian che stramazza a terra colpito al collo.
El Khazzani ora avanza nel corridoio, c’è panico, chi può cerca di fuggire. Il terrorista cerca di azionare il fucile, che gli si inceppa. Un ragazzo americano, Spencer Stone (1,93 di altezza, cento chili di peso), gli si butta addosso e lo disarma. Segue una colluttazione violentissima, ma El Khazzani sembra avere la meglio, quasi trancia il pollice di Stone con il coltello, quando sopraggiungono i due amici con cui Spencer viaggia, Anthony e Alek, che disarmano l’aggressore, lo intontiscono di colpi in faccia con il calcio del suo fucile, lo ammanettano con l’aiuto di un altro passeggero, l’inglese Chris Norman, aprono la sua sacca, dove scoprono altri nove caricatori.
Spencer, seppure scioccato per le ferite, si dedica al passeggero colpito, che perde copiosamente sangue dal collo. Memore di un corso da infermiere, con due dita blocca la carotide lesionata e la tiene premuta fino a quando il treno si ferma nella stazione di Arras. El Khazzani (seminudo e legato alla maniera degli incaprettati) viene portato fuori; il ferito grave si salverà con un pronto intervento chirurgico, e così Spencer che ha il suo pollice riattaccato. I poliziotti francesi si inchinano di fronte al ragazzo prima di metterlo su una barella. Meno di 48 ore dopo i tre giovani, con gli stessi vestiti indosso, sono all’Eliseo dove François Hollande, con un nobile discorso sull’amicizia tra Stati Uniti e Francia e sull’esempio dei tre ragazzi – «reagire con coraggio» – appunta loro la coccarda della Legion d’Onore (fu un momento storico. Peccato che Hollande non avesse il physique du rôle).
Purtroppo, la bellissima storia dello sventato attentato al treno Thalys venne sepolta dagli avvenimenti successivi. Il terribile 2015, che era cominciato con la strage di Charlie Hebdo, terminerà con lo spaventoso novembre parigino del Bataclan che porterà Hollande a dichiarare davanti al parlamento francese «lo stato di guerra». E nel 2016 Francia, Inghilterra, Belgio, Germania saranno ancora teatro di attentati grandi e piccoli, rivendicati dall’Isis e sempre con uomini e donne comuni come vittime.
L’avventura del treno Thalys – finita senza morti – ha quindi il sapore della fiaba, l’unica di questi tempi con un lieto fine. L’unica a diventare un film. Le stragi jihadiste ci hanno consegnato per anni, ai telegiornali dell’ora di cena, le esecuzioni di inermi cittadini dai volti già morti; gli ultimi minuti di vita delle vittime narrati con sms alle madri; le fotografie delle ormai migliaia di persone comuni dalla vita normale che si trovano nelle grandi città nel momento sbagliato; i fidanzati, gli studenti dell’Erasmus, gli impiegati in gita premio, gli amanti della musica folk o rock, quelli che avevano collezionato le mille miglia, i pensionati di Nizza, le donne tedesche che festeggiavano il Natale, i compagni di scuola che si erano ritrovati, tutti insieme hanno costruito una distillata Pompei dell’Occidente, accompagnata da uno snervante appello a costruire muri, a sospettare di chiunque, a sparare prima di essere sparati, a non essere buoni né buonisti. Tutti sentono le vittime come propri parenti, tutti si torturano all’idea che potremmo essere noi. Tutti siamo andati in quei posti, conosciamo persone care che «erano passate lì giusto il giorno prima». La novità del film di Eastwood – secondo me, clamorosa proprio per la sua banalità – è che per la prima volta conosciamo gli eroi e, perbacco!, potremmo esserlo anche noi.
I tre sono amici da quando erano bambini, studenti in una tristissima scuola privata religiosa di Sacramento, California. Spencer è un ragazzino bianco obeso con i boccoli biondi, affascinato dalle armi, dalle divise, dalla vita militare. Anthony, afroamericano, è figlio di un pastore della Chiesta Battista, Alek è figlio di un immigrato greco. Si sono conosciuti perché si sono trovati parecchie volte puniti dal preside: arrivano in ritardo alle lezioni, non fanno attenzione in classe, soffrono di Add, Attention Deficit Disorder, come il preside comunica senza creanza alle loro madri inviperite. Crescono, comunque. Spencer lavora come gelataio e si arruola nell’Aviazione, anche se per entrare deve perdere venti chili di peso. Alek entra anche lui nelle Forze armate, Guardia nazionale dell’Oregon. Anthony è impiegato ai grandi magazzini Costco e frequenta un corso per diventare fisioterapista. Quando Spencer sta per coronare il suo sogno di diventare aviatore, viene bloccato dall’ultimo esame medico: deficit di visione in profondità, sarà aviere di prima classe, ma destinato solo ai servizi a terra. Alek si trova di servizio in Afghanistan per un turno di nove mesi.
I tre, che da bambini giocavano nei boschi con le tute mimetiche e i fucili di plastica, si sono separati, ma l’antica solidarietà infantile li porta a parlarsi su Skype praticamente ogni giorno, anche in Afghanistan. E così, nel 2015 ,succede che Alek ha una fidanzatina a Berlino, Anthony ha fatto un magheggio con un collega per passare le sue mille miglia sulla sua carta di credito, Spencer si piglia una licenza e decidono di trovarsi in Europa. Come degli intellettuali romantici dell’Ottocento (più o meno) passeranno un mese tra Roma, Venezia, Berlino, Amsterdam, Parigi, Barcellona: il “gran tour”.
E cosa fanno? Quello che fanno tutti i turisti americani giovani: dormono in pensioni, si fanno i selfie al Colosseo e alla Fontana di Trevi, cercano di rimorchiare a Venezia, girano Berlino in bicicletta e, soprattutto, si fanno una notte brava in una superdiscoteca pornosexy ad Amsterdam – una dritta ricevuta in un bar da uno che la sapeva lunga – che si rivela soddisfacente, ma che li lascia tramortiti dalla sbronza. Il giorno dopo, a fatica, si trascinano al treno: Alek è buffo perché indossa la maglia del calciatore Thomas Müller del Bayern Monaco, Spencer e Anthony aiutano un vecchio signore a salire e a sistemare i bagagli. Si spostano di vagone e vanno in quello fornito di wi-fi. Si siedono, passa il carrello delle bibite. Alek prende una Coca-Cola, Spencer e Anthony una bottiglietta di vino rosso. Sonnecchiano fino a quando Spencer si trova davanti El Khazzani con il “Kala” inceppato.
Chissà quante volte, in questi tre anni l’avranno raccontata la loro storia! Però è sempre bella da sentirsi e i tre sono rimasti bravi ragazzi, non si sono montati la testa. Dice Spencer: «La verità? Nessun eroismo. Ero convinto che mi ammazzasse, è stata una reazione d’istinto. Ho pensato: sto morendo e nello stesso tempo ho visto che l’arma non gli funzionava, così mi sono dato una scossa e gli sono saltato addosso!». Anthony: «Ho sentito Spencer che gridava, datemi una mano! E sono partito». Alek, che è il più adulto dei tre, con i capelli che stanno diventando grigi a 25 anni: «Io sono arrivato a cose già fatte, sono servito soprattutto a legarlo... l’avevo già fatto con altri sospetti in Afghanistan». E dunque, perché è successo? Credete nel destino? I tre ridono. «Oh, sì. Tante caselle che si sono messe a posto da sole, come si fa a non crederci?». Dio l’ha voluto? Ridono di nuovo. Anthony, che è figlio di un pastore: «Destino, Dio, qualcosa. Io penso che tutte le nostre vite siano state costruite perché trovassero compimento in quel momento».
Clint Eastwood li lascia parlare. Li guarda come un vecchio padre: «La loro storia rimane un mistero, e il mistero è il succo del cinema, non sai mai fino alla fine se il buono è veramente buono. Certo, qui la storia è ancora più grande: El Khazzani aveva con sé 300 munizioni e un Ak-47, che è il miglior fucile mitragliatore del mondo, tanto è vero che adesso lo fabbricano tutti. Se non fosse stato fermato, avrebbe probabilmente compiuto la più grande strage d’Europa. Non c’era polizia, su quel treno, non c’era nessuno uomo armato. Avrebbe potuto marciare uccidendo, vagone per vagone... Quindi, effettivamente, c’è da farsi delle domande sull’esistenza del soprannaturale».
Dunque, signor Eastwood, anche lei crede al destino? «No, però credo nel mistero, nell’ironia e nel sense of humour. Per esempio, Spencer era molto abbattuto per non essere stato accolto come aviatore, per un difetto visivo. Per questo era stato destinato a terra e aveva fatto corsi per il soccorso d’emergenza, che gli sono venuti utili quando ha messo due dita nella carotide del ferito salvandogli la vita». Le piace questa storia perché c’è il vero spirito americano? «Sì, questo sì. Però senza retorica. Se uno dovesse seguire la scala dei valori americani di oggi, i nostri tre avrebbero dovuto buttarsi sotto il sedile e sperare di sopravvivere. Quello che hanno fatto i tre ragazzi non è stato razionale. C’era una sproporzione di forze, chiunque sarebbe scappato... E invece, pur essendo in un Paese straniero, pur essendo con la mente sgombra, è scattato qualcosa. Qualcuno può pensare che c’è un potere più grande del nostro che ci guida nei momenti difficili, chissà». Mistero.
E mistero sono anche i film di Clint Eastwood, che maneggia pistole, violenza, patriottismo, machismo da mezzo secolo, ma poi, improvvisamente è capace di infilare dei gioielli progressisti come Gran Torino o Lettere da Iwo Jima. L’ultimo suo grande successo, sei anni fa, era stato American Sniper, storia di un cecchino infallibile che uccide centinaia di “presunti” terroristi (donne comprese) in Iraq. Protagonista era la maggiore star del momento, Bradley Cooper, in un’atmosfera di bellicismo, islamofobia e militarismo difficile da mandar giù, almeno per un europeo. Ma negli Usa era stato diverso: uscito nel 2012, al tempo della prima presidenza Obama accusata di aver svenduto l’esercito americano in Iraq, American Sniper risultò essere il primo film di guerra per incassi di tutti i tempi. Clint Eastwood era stato il testimonial (l’unico) dei repubblicani di Mitt Romney, con la peggiore performance della sua carriera, aveva portato sulla scena una sedia vuota e aveva detto: questa è oggi la Casa Bianca.
Al Venerdì, che l’aveva intervistato poco dopo, aveva tessuto le lodi di un’America bellicosa, pronta a combattere e la sua insofferenza per quegli scaldasedie di Washington. Questo suo nuovo film, in cui ci sono ragazzi a mani nude e non cecchini professionisti, vuole mandare un messaggio diverso? Clint non risponde. In realtà non ama le domande politiche e i suoi assistenti ci hanno avvertito che non parlerà di politica corrente, del movimento #MeToo e men che meno di Trump. Bisogna quindi prenderla alla larga. Ho chiesto ai ragazzi: «Dopo il presidente Hollande, voi siete anche stati ricevuti da Obama, vero?» E qui i tre esplodono in coro: «Certo! È stato bellissimo! Che uomo, che onore!». Chiedo a Clint: «Peccato non averlo messo nel film, no?». Fa un’aria di sufficienza: «Beh, avrebbe allungato i tempi...».
Ma i ragazzi continuavano. «Il presidente ci ha portati in un luogo segreto, nelle cantine, e abbiamo messo le nostre firme su un muro, dove resteranno per la Storia». «Davvero Obama ha fatto questo?», domanda Clint. «Beh, è stato carino». Ho chiesto ad Alek, che è appena tornato dall’Afghanistan («non riesco a capire come faccia la gente, lì, a sopravvivere»), se c’è qualche speranza di pace. Ha chiesto a Clint il permesso, lo ha ricevuto, e ha detto: «Not much». Clint ha commentato: «Questa è un’altra prova del fatto che non è vero che gli americani sono più bravi. In Afghanistan avevano già fallito i russi, bisognava chiedergli perché. Se avessi dovuto fare un film sull’Afghanistan, per prima cosa avrei chiesto consiglio ai russi».
The 15:17 to Paris è un’altra svolta, nella poetica di Clint Eastwood? Il vecchio cowboy, senza volerlo, sta diventando Shakespeare? Attori non attori, realtà e teatro, realtà e finzione? Certo, il film qualche indizio lo ha disseminato. C’è una scena curiosa, per esempio. I tre amici sono a Berlino, per una biciclettata turistica. La loro guida li porta in una piazza e dice: «Qui siamo in un luogo storico, proprio qui sotto c’era il bunker di Hitler, dove lui si è suicidato». Anthony alza la mano: «Ma non è vero! Hitler si suicidò nel Nido delle Aquile, perché l’esercito americano lo aveva accerchiato». La guida lo gela: «Non dica sciocchezze. Hitler si è ammazzato qui. E ad accerchiarlo non erano gli americani, ma i russi. Voi americani dovete smetterla di prendervi il merito di tutto».
Chiedo ad Anthony se la scena è vera e lui mi assicura di sì. «Sul mio manuale di storia c’era scritto così». Clint sorride sornione, perché – lo dice ai ragazzi che non se ne erano accorti – nel film ha inserito un lieve bisbiglio. La guida tedesca, lasciando il gruppo dei turisti, canticchia tra i denti: Springtime for Hitler… and Deutschland… «Sì, confessa, l’ho messo io, un omaggio al film di Mel Brooks (Per favore, non toccate le vecchiette, del 1968, ndr). L’attore che faceva la parte della guida mi era sembrato un tipo spiritoso e gli ho chiesto se poteva accennare il jingle».
I ragazzi lo guardano stupiti, e lui spiega loro: è la storia di due impresari che dovendo, per maneggi finanziari, produrre uno spettacolo fallimentare, mettono in scena a Broadway un musical in onore di Hitler, che ha, invece, un enorme successo. I ragazzi ridono, anche se forse non hanno capito bene. Io ci provo: «Una situazione surreale, un po’ come adesso alla Casa Bianca». Clint mi fa un largo sorriso, e naturalmente non dice niente. Le metafore non sono il suo forte. Chiudo il taccuino, contento di aver visto un film, in tutti i sensi, unico. E molto di sinistra, se vogliamo usare ancora questi vecchi criteri, in quest’era di jihadismo, populismo e immigrati da brutti Paesi. Giudizio sul film: bello, semplice, puro. Effetti del film: gran voglia di girare l’Europa in treno.
Sul Venerdi del 26 gennaio 2018