Videogiochi, chat, porno online: dottore, ci aiuti a strappare la rete
Paola Zanuttini , di Paola ZanuttiniCi sono adolescenti tanto presi dal web da non uscire più di casa. Ma le nuove dipendenze non sono poi così diverse dalle vecchie. Parola di chi le cura
ROMA. «Che hai fatto oggi?». «Dottò, ho ammazzato duemila persone». Conversazione lievemente stralunata tra uno psichiatra e un ragazzino evaso nella realtà virtuale dei videogame che il dottò cerca di riacchiappare. Già, perché tra gli effetti collaterali della rivoluzione digitale c’è, inevitabile, la dipendenza: dalla playstation, dai blog, dai social, da WhatsApp e, magari più avanti negli anni, dal gioco d’azzardo o dal porno online, insomma da tutto quello che passa attraverso lo schermo di uno smartphone, di un tablet o di un vecchio pc. Ma è un po’ troppo facile parlare solo di dipendenza, di vite dilapidate su una tastiera, in stanze chiuse illuminate unicamente dal baluginio del display: «Questa è la risposta a un’angoscia più profonda; ne è, in qualche modo, la soluzione. Non bisogna fare guerra alla dipendenza, ma all’angoscia che l&rsquo…
ROMA. «Che hai fatto oggi?». «Dottò, ho ammazzato duemila persone». Conversazione lievemente stralunata tra uno psichiatra e un ragazzino evaso nella realtà virtuale dei videogame che il dottò cerca di riacchiappare. Già, perché tra gli effetti collaterali della rivoluzione digitale c’è, inevitabile, la dipendenza: dalla playstation, dai blog, dai social, da WhatsApp e, magari più avanti negli anni, dal gioco d’azzardo o dal porno online, insomma da tutto quello che passa attraverso lo schermo di uno smartphone, di un tablet o di un vecchio pc. Ma è un po’ troppo facile parlare solo di dipendenza, di vite dilapidate su una tastiera, in stanze chiuse illuminate unicamente dal baluginio del display: «Questa è la risposta a un’angoscia più profonda; ne è, in qualche modo, la soluzione. Non bisogna fare guerra alla dipendenza, ma all’angoscia che l’iperconnessione tenta di alleviare» dice Federico Tonioni, lo psichiatra (e terapeuta) di cui sopra, che dirige il Centro pediatrico interdipartimentale per la psicopatologia da web del Policlinico Gemelli, il primo in Italia ad affrontare il fenomeno. E con un approccio che si potrebbe definire olistico: dal disagio psichico ai malanni fisici di chi naviga tutto il giorno senza muoversi dalla sua cuccia.
Li chiamano hikikomori, ovvero ritirati sociali. Il termine viene dal Giappone, dove gli adolescenti scappati dalla vita reale e persi – anzi, reclusi – nella rete sono un fatto acquisito da anni e dove c’è la smania di dare un nome a ogni fenomeno che si presenta come nuovo anche se tanto nuovo non è, almeno secondo Tonioni: «Stiamo solo definendo in modi diversi antiche angosce».
Trattandosi di adolescenti (che dovrebbero essere una categoria protettissima) scatta naturalmente l’isteria mediatica che spara numeri anche un po’ a vanvera: cento, duecento, trecentomila casi in Italia, addirittura un milione in Giappone. Spuntano interviste a ragazzini spesso un po’ flaccidi e pallidissimi che raccontano le loro dissolutezze: 18 ore al giorno immersi nella rete, con le madri devastate dall’ansia che gli portano il cibo in camera perché loro non si staccano dalla postazione e quindi figurarsi se si alzano per mangiare, andare a scuola, uscire con gli amici. Da quando, nel 2009, è stato aperto l’ambulatorio, poi trasformato in centro interdipartimentale, al Gemelli son passati circa 1.500 nuclei familiari. Non tutti i casi sono così estremi, ma è sempre estrema la confusione dei genitori, spiazzati dalla trasfigurazione dei figli: hanno perso il controllo su di loro e non sanno come affrontare un gap generazionale così profondo.
«Il rischio è quello di confondere la patologia con l’evoluzione, che non è necessariamente patologica: l’iperconnessione per gli adolescenti non è un sintomo, ma un diritto» dice Tonioni. «Sono estremamente diversi dagli adulti: sono cambiati il linguaggio verbale, la concentrazione, la memorizzazione, l’idea di futuro, ma non il modo di insegnare, che rimane frontale e verbale. Quindi bisognerebbe andare più cauti con le diagnosi in continuo aumento di dislessia, disgrafia e discalculia, anche perché i ragazzini che rubano i soldi dal portafogli del padre o della madre i calcoli dimostrano di saperli fare molto bene. E spesso sono anche intelligentissimi, sebbene il quoziente dei test possa risultare basso».
Un bambino di un anno capisce che uno smartphone, ubiquo, multitasking e interattivo, è un oggetto seducente e desiderabilissimo (molto più del mazzo di chiavi tintinnanti dei bei tempi andati) e, se non lo capisse, basta l’esempio di mamma e papà che vanno in paranoia appena non lo hanno a portata di mano. Quindi gli adolescenti iperconnessi ripetono, amplificandoli, i comportamenti visti in casa. C’entrano, i genitori; c’entrano sempre. Andando molto sullo psicanalitico, Tonioni spiega che alla base di questa deriva postmoderna c’è un’emozione ancestrale, la rabbia. Rabbia repressa, contenuta, accumulata contro le figure di riferimento adulte la cui presenza è assai scaduta in termini di qualità e quantità. «Il bambino ha irrefrenabile l’istinto delle nuove esperienze, e quando gattona o cammina la prima volta si rispecchia nello sguardo della madre o di chi per lei, ma, se questo rispecchiamento non funziona, ecco la rabbia. E qualche anno dopo il Nintendo diventerà più gratificante dei genitori».
La psicopatologia da web è cosa prevalentemente da maschi, il corrispettivo femminile tra le coetanee è l’anoressia. E nelle classificazioni che il dottor Tonioni non ama tanto fare è un fenomeno più urbano che provinciale, più borghese che proletario, perché in periferia la rabbia esce ancora per strada invece di accumularsi sullo stomaco e creare somatizzazioni di ogni genere e grado. L’elemento decisivo per riconoscerla è che i ragazzi non ti guardano negli occhi. «E se riesci a incrociare il loro sguardo ci vedi la rabbia che non diventa pensiero». Non è un caso che gli hikikomori sfuggano questo temibilissimo contatto: magari non lo sanno, ma sicuramente sentono che il nervo ottico è l’unico nervo scoperto del corpo umano. Se poi mollano scuola, sport e amicizie in carne e ossa, siamo in fase conclamata.
Ci sono diversi tipi di ritirati. I “non sociali” sono i più isolati: non hanno neanche un profilo Facebook, frequentano solo i blog, non sono particolarmente aggressivi, e per loro non si può escludere un esordio schizofrenico. Poi ci sono gli “sparatutto”, quelli che riversano l’aggressività nei videogame, passibili di cyberbullismo, ma nel ruolo di vittime, non di carnefici come si potrebbe supporre. E qui lo psichiatra ricorda che in questa storia il primo bullo è il genitore assente. Ecco infine gli “evoluti”, i ragazzi del poliabuso che riescono a uscire di casa e a reagire alla rabbia: programmano gli stati emotivi ingollando anfetamine e shottini nel posto giusto, con la musica giusta, all’ora giusta per arrivare a una perdita di controllo tutta di testa, che non contempla il corpo, né il sesso, né l’amore.
Hanno paura del corpo, questi ragazzi. Del corpo che si muove e attraversa lo spazio come quella prima volta che gattonava e non ha trovato lo sguardo giusto di un adulto. Hanno paura che il corpo tradisca le emozioni, e allora meglio una webcam dove non si corre il rischio di arrossire, ma quello di fare un brutta figura planetaria sì. E la vergogna cresce proporzionalmente alla vastità della platea, che in rete può essere infinita. Anche la paranoia può essere infinita, perché la comunicazione online non è intera, le manca il corpo, e i surrogati di questa interezza sono dei simboli, dagli emoticon in su, facilmente equivocabili. Come si affronta questo intreccio esplosivo? Partendo dai genitori, spiega Tonioni. «In terapia di gruppo e, in seguito, privata, li aiutiamo ad andare in crisi, a scoprire i sensi di colpa magari remotissimi che hanno condizionato i loro comportamenti, ma anche a imporre delle regole e a chiedere scusa, quando si fa fatica a chiederla. I genitori devono ristabilire un rapporto di fiducia con i loro figli: fiducia, non controllo, né password scippate o divieti insensati. Ricordando che la fiducia ha bisogno di una certa distanza».
Non è sempre necessario che i ragazzi vadano al Centro, talvolta basta il lavoro con i genitori. Ma nei casi più seri possono essere necessari anche tre anni di sedute settimanali, per riscoprire le emozioni, buttar fuori la rabbia, uscire da una condizione che lo psichiatra preferisce definire di abuso più che di dipendenza. «Perché un ragazzo che si ubriaca può diventare un alcolista o un’ottima persona, non ha senso dare definizioni e diagnosi definitive. E neanche prescrivere la disintossicazione a scalare dal web». E si può anche guarire da soli, ricorrendo magari ai balsami che la rete, madre e matrigna, elargisce. «Per fortuna la mente adolescente tende in automatico a star bene. Ho conosciuto una ragazza che in fase di autolesionismo si era fatta molti tagli e aveva postato su Instagram le fotografie delle sue ferite: ha ricevuto migliaia di like, non di approvazione ma di empatia, che le hanno dato il coraggio di uscire di casa».
Sul Venerdì del 2 febbraio 2018
Li chiamano hikikomori, ovvero ritirati sociali. Il termine viene dal Giappone, dove gli adolescenti scappati dalla vita reale e persi – anzi, reclusi – nella rete sono un fatto acquisito da anni e dove c’è la smania di dare un nome a ogni fenomeno che si presenta come nuovo anche se tanto nuovo non è, almeno secondo Tonioni: «Stiamo solo definendo in modi diversi antiche angosce».
Trattandosi di adolescenti (che dovrebbero essere una categoria protettissima) scatta naturalmente l’isteria mediatica che spara numeri anche un po’ a vanvera: cento, duecento, trecentomila casi in Italia, addirittura un milione in Giappone. Spuntano interviste a ragazzini spesso un po’ flaccidi e pallidissimi che raccontano le loro dissolutezze: 18 ore al giorno immersi nella rete, con le madri devastate dall’ansia che gli portano il cibo in camera perché loro non si staccano dalla postazione e quindi figurarsi se si alzano per mangiare, andare a scuola, uscire con gli amici. Da quando, nel 2009, è stato aperto l’ambulatorio, poi trasformato in centro interdipartimentale, al Gemelli son passati circa 1.500 nuclei familiari. Non tutti i casi sono così estremi, ma è sempre estrema la confusione dei genitori, spiazzati dalla trasfigurazione dei figli: hanno perso il controllo su di loro e non sanno come affrontare un gap generazionale così profondo.
«Il rischio è quello di confondere la patologia con l’evoluzione, che non è necessariamente patologica: l’iperconnessione per gli adolescenti non è un sintomo, ma un diritto» dice Tonioni. «Sono estremamente diversi dagli adulti: sono cambiati il linguaggio verbale, la concentrazione, la memorizzazione, l’idea di futuro, ma non il modo di insegnare, che rimane frontale e verbale. Quindi bisognerebbe andare più cauti con le diagnosi in continuo aumento di dislessia, disgrafia e discalculia, anche perché i ragazzini che rubano i soldi dal portafogli del padre o della madre i calcoli dimostrano di saperli fare molto bene. E spesso sono anche intelligentissimi, sebbene il quoziente dei test possa risultare basso».
Un bambino di un anno capisce che uno smartphone, ubiquo, multitasking e interattivo, è un oggetto seducente e desiderabilissimo (molto più del mazzo di chiavi tintinnanti dei bei tempi andati) e, se non lo capisse, basta l’esempio di mamma e papà che vanno in paranoia appena non lo hanno a portata di mano. Quindi gli adolescenti iperconnessi ripetono, amplificandoli, i comportamenti visti in casa. C’entrano, i genitori; c’entrano sempre. Andando molto sullo psicanalitico, Tonioni spiega che alla base di questa deriva postmoderna c’è un’emozione ancestrale, la rabbia. Rabbia repressa, contenuta, accumulata contro le figure di riferimento adulte la cui presenza è assai scaduta in termini di qualità e quantità. «Il bambino ha irrefrenabile l’istinto delle nuove esperienze, e quando gattona o cammina la prima volta si rispecchia nello sguardo della madre o di chi per lei, ma, se questo rispecchiamento non funziona, ecco la rabbia. E qualche anno dopo il Nintendo diventerà più gratificante dei genitori».
La psicopatologia da web è cosa prevalentemente da maschi, il corrispettivo femminile tra le coetanee è l’anoressia. E nelle classificazioni che il dottor Tonioni non ama tanto fare è un fenomeno più urbano che provinciale, più borghese che proletario, perché in periferia la rabbia esce ancora per strada invece di accumularsi sullo stomaco e creare somatizzazioni di ogni genere e grado. L’elemento decisivo per riconoscerla è che i ragazzi non ti guardano negli occhi. «E se riesci a incrociare il loro sguardo ci vedi la rabbia che non diventa pensiero». Non è un caso che gli hikikomori sfuggano questo temibilissimo contatto: magari non lo sanno, ma sicuramente sentono che il nervo ottico è l’unico nervo scoperto del corpo umano. Se poi mollano scuola, sport e amicizie in carne e ossa, siamo in fase conclamata.
Ci sono diversi tipi di ritirati. I “non sociali” sono i più isolati: non hanno neanche un profilo Facebook, frequentano solo i blog, non sono particolarmente aggressivi, e per loro non si può escludere un esordio schizofrenico. Poi ci sono gli “sparatutto”, quelli che riversano l’aggressività nei videogame, passibili di cyberbullismo, ma nel ruolo di vittime, non di carnefici come si potrebbe supporre. E qui lo psichiatra ricorda che in questa storia il primo bullo è il genitore assente. Ecco infine gli “evoluti”, i ragazzi del poliabuso che riescono a uscire di casa e a reagire alla rabbia: programmano gli stati emotivi ingollando anfetamine e shottini nel posto giusto, con la musica giusta, all’ora giusta per arrivare a una perdita di controllo tutta di testa, che non contempla il corpo, né il sesso, né l’amore.
Hanno paura del corpo, questi ragazzi. Del corpo che si muove e attraversa lo spazio come quella prima volta che gattonava e non ha trovato lo sguardo giusto di un adulto. Hanno paura che il corpo tradisca le emozioni, e allora meglio una webcam dove non si corre il rischio di arrossire, ma quello di fare un brutta figura planetaria sì. E la vergogna cresce proporzionalmente alla vastità della platea, che in rete può essere infinita. Anche la paranoia può essere infinita, perché la comunicazione online non è intera, le manca il corpo, e i surrogati di questa interezza sono dei simboli, dagli emoticon in su, facilmente equivocabili. Come si affronta questo intreccio esplosivo? Partendo dai genitori, spiega Tonioni. «In terapia di gruppo e, in seguito, privata, li aiutiamo ad andare in crisi, a scoprire i sensi di colpa magari remotissimi che hanno condizionato i loro comportamenti, ma anche a imporre delle regole e a chiedere scusa, quando si fa fatica a chiederla. I genitori devono ristabilire un rapporto di fiducia con i loro figli: fiducia, non controllo, né password scippate o divieti insensati. Ricordando che la fiducia ha bisogno di una certa distanza».
Non è sempre necessario che i ragazzi vadano al Centro, talvolta basta il lavoro con i genitori. Ma nei casi più seri possono essere necessari anche tre anni di sedute settimanali, per riscoprire le emozioni, buttar fuori la rabbia, uscire da una condizione che lo psichiatra preferisce definire di abuso più che di dipendenza. «Perché un ragazzo che si ubriaca può diventare un alcolista o un’ottima persona, non ha senso dare definizioni e diagnosi definitive. E neanche prescrivere la disintossicazione a scalare dal web». E si può anche guarire da soli, ricorrendo magari ai balsami che la rete, madre e matrigna, elargisce. «Per fortuna la mente adolescente tende in automatico a star bene. Ho conosciuto una ragazza che in fase di autolesionismo si era fatta molti tagli e aveva postato su Instagram le fotografie delle sue ferite: ha ricevuto migliaia di like, non di approvazione ma di empatia, che le hanno dato il coraggio di uscire di casa».
Sul Venerdì del 2 febbraio 2018