Il metodo Pacifico a Sanremo
Valerio Millefoglie , di VALERIO MILLEFOGLIEA Parigi con l'autore cantautore che ha scritto ben tre canzoni per il Festival. E qui rivela i suoi trucchi: "Seguo le persone in segreto e metto in musica la loro anima"
PARIGI. C'è una linea della mano destra che non è della vita ma della setticemia. A tracciarla è stato il bordo affilato di un foglio di carta. Il colmo per un cantautore che ha scritto versi come "le mie parole sono sassi, precisi, aguzzi, pronti da scagliare" e che vive dando parole ad altri. Sei nell'anima di Gianna Nannini, Sospesa di Malika Ayane, Bellissime stelle di Andrea Bocelli, Imparare ad amarsi che Ornella Vanoni presenterà a Sanremo con Tony Bungaro, sono solo alcune delle canzoni scritte da Gino De Crescenzo, in arte Pacifico. Il quale solleva la giacca e mostra il polso: "Nel 2012 a causa di un taglio di un millimetro sono stato ricoverato d'urgenza. Rischiavo di perdere la mano. L'infezione aveva preso le vie linfatiche, ma sono riusciti a fermarla: superato il confine del braccio sarebbe diventata setticemia. Medioevo".
Siamo seduti a un tavolino di una birreria artigianale che affaccia sul canale Saint…
Siamo seduti a un tavolino di una birreria artigianale che affaccia sul canale Saint…
PARIGI. C'è una linea della mano destra che non è della vita ma della setticemia. A tracciarla è stato il bordo affilato di un foglio di carta. Il colmo per un cantautore che ha scritto versi come "le mie parole sono sassi, precisi, aguzzi, pronti da scagliare" e che vive dando parole ad altri. Sei nell'anima di Gianna Nannini, Sospesa di Malika Ayane, Bellissime stelle di Andrea Bocelli, Imparare ad amarsi che Ornella Vanoni presenterà a Sanremo con Tony Bungaro, sono solo alcune delle canzoni scritte da Gino De Crescenzo, in arte Pacifico. Il quale solleva la giacca e mostra il polso: "Nel 2012 a causa di un taglio di un millimetro sono stato ricoverato d'urgenza. Rischiavo di perdere la mano. L'infezione aveva preso le vie linfatiche, ma sono riusciti a fermarla: superato il confine del braccio sarebbe diventata setticemia. Medioevo".
Siamo seduti a un tavolino di una birreria artigianale che affaccia sul canale Saint-Martin di Parigi, a pochi passi dal suo studio. Di fronte c'è un altro bar, Le Pavillon. La città in cui si è trasferito sei anni fa, dopo la nascita del figlio avuto con l'attrice e musicista Cristina Marocco, è una geografia di luoghi nei quali Pacifico si siede col taccuino in mano. "Arrivo con la melodia bene in testa, sapendo già in quale modo poggia la voce il cantante per cui scrivo. A quel punto faccio una ricerca di parole, creo una specie di dispensa di termini. Poi torno nel mio studio e lavoro di precisione, ma intanto ho accumulato dettagli di personalità".
Il testo di Imparare ad amarsi per Vanoni e Bungaro, che al Festival accompagnerà al pianoforte, è nato in una brasserie a pochi passi da casa sua. "Era una domenica. Non c'era un posto libero e sentivo lo sguardo severo del cameriere puntato su di me che centellinavo un cappuccino per resistere ancora un po'. Questa pressione mi ha costretto a scrivere il testo in un paio di ore". Il giorno prima aveva parlato al telefono con Ornella. "Ho capito lo sguardo che aveva sulla sua vita, un'epoca meravigliosa, popolata di persone che hanno fatto la storia della musica e dell'arte, ma fatta anche di periodi di depressione. Mi ha detto che le arrivano tanti testi in cui ci sono o uno sconforto senza redenzione o una gioia immotivata. Così mi sono appuntato questo frase: "Gioia e tristezza sempre davanti, stanze vicine comunicanti"".
Dell'energia di Roby Facchinetti e Riccardo Fogli, per i quali ha scritto Il segreto del tempo, un altro pezzo in gara a Sanremo, dice: "Li ho visti sconfiggere l'anagrafe". Con Enzo Avitabile, anche lui a Sanremo con un suo brano, Il coraggio di ogni giorno, svela di aver avuto un approccio da investigatore: "Sono partito informandomi segretamente su di lui. Leggendo le interviste ho capito che aveva vissuto delle esperienze dolorose".
Allo stesso modo, una mattina, ha seguito una madre e una figlia che incontrava ogni giorno, alla stessa ora e allo stesso posto, mentre rovistavano nella spazzatura. È nato così il verso di un brano del suo prossimo disco, il sesto, che sarà anticipato da due singoli in primavera e uscirà a ottobre: "La madre ha il passo pesante, un cappotto troppo grande che sembra vuoto". Poi, la festa in casa, madre e figlia scoprono il tesoro raccattato.
Il procedimento creativo è mettersi sulle tracce degli altri, prendendo, ad esempio, un treno per Giverny, dov'è morto Monet, e tornando a Parigi senza essere mai sceso dalla carrozza. "Ho bisogno di un moto fisico per uscire da ciò che conosco. Quando sono in studio metto sullo schermo del computer dei paesaggi in movimento, tipo Norvegia. Il viaggio ringiovanisce. Mi succede sulle navi, c'è sempre quel momento in cui ti allontani dal porto e senti che le cose possono ricominciare".
A renderlo un personaggio da romanzo è la sua seconda vita, e tutto quello che c'è stato prima. Pacifico è l'uomo del tavolino accanto che in un bar, segretamente, scrive le frasi che verranno cantate dalle star negli stadi. Eppure fino all'età di 38 anni non aveva mai scritto nulla. L'ultimo testo risaliva a un tema di quando frequentava l'istituto di ragioneria a Milano.
Cresce nell'hinterland milanese, a Corsico, vita agra operaia. Il padre Guido, napoletano di Bacoli, lavora in un'impresa di pulizie, al mattino si concede cinque minuti di riposo sul divano alla Elvis Presley negli uffici del Clan di Celentano, che pulisce di notte. Pia, la madre, è di Salerno e fa vari lavori: in una mensa, in una fabbrica di macchine per scrivere. La nonna era brasiliana, la zia si chiamava America e la leggenda narra che il nonno avesse scritto una vecchia canzone napoletana.
"I miei genitori ci tenevano molto alla lingua. Parlavano napoletano utilizzando un tono un po' forbito. Ricordo che ero affascinato dalla proprietà di linguaggio. Mi piacevano quelli che parlavano bene. Sono come un figlio d'arte, anche se mio padre era stonato e mia madre volle comprarmi un pianoforte come strumento d'elevazione sociale. M'immaginava medico, dottore in qualcosa, mentre davo feste dell'alta società, in stanze con lampadari a goccia, cocktail, conversazioni colte e alla fine suonavo anche un pezzo al pianoforte".
Poi, durante una settimana passata a letto con l'influenza, vede su un giornale la pubblicità di una chitarra e diventa il suo sogno. Il padre la compra con le cambiali. "La mia è stata una formazione musicale involontaria. Quando in una casa dove l'unico libro è l'enciclopedia arriva uno strumento è qualcosa di forte". Intanto fa il cameriere, dà lezioni di chitarra, imballa libri, vende fuori dalle edicole un settimanale femminile in promozione, offrendo in omaggio una penna. Negli anni Novanta suona la chitarra nei Rossomaltese, due album, poi lo scioglimento. "A 37 anni ero poverissimo. Non sapevo come mettere insieme il pranzo con la cena". La regista Roberta Torre lo chiama a Palermo per lavorare alla colonna sonora del musical Sud Side Stori. "Come nei film venne a mancare un musicista e mi chiese "Vuoi provare a scrivere?". Sentivo che era una cosa che avrei potuto fare". Con i soldi guadagnati compra un Mac. "Fu un rapimento, non uscivo, non mangiavo, scrivevo soltanto".
Così, luglio 2000, in una casetta in zona Isola, Milano, scrive Le mie parole. Arrivano a Samuele Bersani, che le fa sue e lo invita a duettare in tour. A quarant'anni partecipa a Sanremo con Solo un sogno: "Non avevo né la sfrontatezza dei giovani, né l'esperienza della mia età" ricorda. "Ora se per qualche giorno non scrivo penso in maniera più confusa, parlo peggio". I testi non li sa a memoria. "È come se avessi l'ansia di mettere via più parole possibili e di non fermarmi".
Giriamo per altri bar che indica con i nomi dei cantanti per i quali, lì dentro, ha scritto qualcosa, poi andiamo in studio. Diciotto metri quadri. Sopra il pianoforte i pastelli e una macchinina gialla del figlio, alle pareti Robert Mitchum, Serge Gainsbourg. Sul frigo una frase di Woody Allen, nella dispensa biscotti e la caffettiera della madre. Sul pavimento un quaderno con versi dimenticati, mai diventati canzone: "Se mi chiamerai per nome forse riconoscerai il tuo identico dolore". Ascoltiamo le canzoni di Sanremo. "Conservo l'infanzia, la pratico ancora", canta la Vanoni, riempiendo la stanza. Ascoltiamo il disco del Pacifico che verrà, registrato qui e mandato a musicisti in tutto il mondo che hanno aggiunto le loro parti. Le batterie elettroniche e le chitarre dei Blonde Redhead, il kanun, uno strumento arabo di Göksel Baktagir, pianoforti d'autore. Salto all'indietro racconta del comò dei genitori, dove sbirciava fra le calze della madre, l'orologio dorato mai indossato dal padre, un piccolo assaggio di borghesia ereditato e che vuole far aggiustare al negozio di orologi antichi sotto lo studio.
Qui la finestra affaccia sulla casa di fronte, dove abita una famiglia. "Tendo ad abbassare le tapparelle, come in un esilio". In un'altra canzone si parla della vecchia casa di Milano. "L'abbiamo venduta a una famiglia di senegalesi con un bambino. Ci siamo fatti scattare una foto: io, mia madre e mia sorella. Ero l'unico che provava a sorridere". Viene in mente la fine di Le mie parole, quando dice: "Sono mio padre e mia madre, un bacio a testa prima del sonno, un altro prima di partire, le parole che ho detto, e chissà quante ancora devono venire".
Sul Venerdì del 2 febbraio 2018
Siamo seduti a un tavolino di una birreria artigianale che affaccia sul canale Saint-Martin di Parigi, a pochi passi dal suo studio. Di fronte c'è un altro bar, Le Pavillon. La città in cui si è trasferito sei anni fa, dopo la nascita del figlio avuto con l'attrice e musicista Cristina Marocco, è una geografia di luoghi nei quali Pacifico si siede col taccuino in mano. "Arrivo con la melodia bene in testa, sapendo già in quale modo poggia la voce il cantante per cui scrivo. A quel punto faccio una ricerca di parole, creo una specie di dispensa di termini. Poi torno nel mio studio e lavoro di precisione, ma intanto ho accumulato dettagli di personalità".
Il testo di Imparare ad amarsi per Vanoni e Bungaro, che al Festival accompagnerà al pianoforte, è nato in una brasserie a pochi passi da casa sua. "Era una domenica. Non c'era un posto libero e sentivo lo sguardo severo del cameriere puntato su di me che centellinavo un cappuccino per resistere ancora un po'. Questa pressione mi ha costretto a scrivere il testo in un paio di ore". Il giorno prima aveva parlato al telefono con Ornella. "Ho capito lo sguardo che aveva sulla sua vita, un'epoca meravigliosa, popolata di persone che hanno fatto la storia della musica e dell'arte, ma fatta anche di periodi di depressione. Mi ha detto che le arrivano tanti testi in cui ci sono o uno sconforto senza redenzione o una gioia immotivata. Così mi sono appuntato questo frase: "Gioia e tristezza sempre davanti, stanze vicine comunicanti"".
Dell'energia di Roby Facchinetti e Riccardo Fogli, per i quali ha scritto Il segreto del tempo, un altro pezzo in gara a Sanremo, dice: "Li ho visti sconfiggere l'anagrafe". Con Enzo Avitabile, anche lui a Sanremo con un suo brano, Il coraggio di ogni giorno, svela di aver avuto un approccio da investigatore: "Sono partito informandomi segretamente su di lui. Leggendo le interviste ho capito che aveva vissuto delle esperienze dolorose".
Allo stesso modo, una mattina, ha seguito una madre e una figlia che incontrava ogni giorno, alla stessa ora e allo stesso posto, mentre rovistavano nella spazzatura. È nato così il verso di un brano del suo prossimo disco, il sesto, che sarà anticipato da due singoli in primavera e uscirà a ottobre: "La madre ha il passo pesante, un cappotto troppo grande che sembra vuoto". Poi, la festa in casa, madre e figlia scoprono il tesoro raccattato.
Il procedimento creativo è mettersi sulle tracce degli altri, prendendo, ad esempio, un treno per Giverny, dov'è morto Monet, e tornando a Parigi senza essere mai sceso dalla carrozza. "Ho bisogno di un moto fisico per uscire da ciò che conosco. Quando sono in studio metto sullo schermo del computer dei paesaggi in movimento, tipo Norvegia. Il viaggio ringiovanisce. Mi succede sulle navi, c'è sempre quel momento in cui ti allontani dal porto e senti che le cose possono ricominciare".
A renderlo un personaggio da romanzo è la sua seconda vita, e tutto quello che c'è stato prima. Pacifico è l'uomo del tavolino accanto che in un bar, segretamente, scrive le frasi che verranno cantate dalle star negli stadi. Eppure fino all'età di 38 anni non aveva mai scritto nulla. L'ultimo testo risaliva a un tema di quando frequentava l'istituto di ragioneria a Milano.
Cresce nell'hinterland milanese, a Corsico, vita agra operaia. Il padre Guido, napoletano di Bacoli, lavora in un'impresa di pulizie, al mattino si concede cinque minuti di riposo sul divano alla Elvis Presley negli uffici del Clan di Celentano, che pulisce di notte. Pia, la madre, è di Salerno e fa vari lavori: in una mensa, in una fabbrica di macchine per scrivere. La nonna era brasiliana, la zia si chiamava America e la leggenda narra che il nonno avesse scritto una vecchia canzone napoletana.
"I miei genitori ci tenevano molto alla lingua. Parlavano napoletano utilizzando un tono un po' forbito. Ricordo che ero affascinato dalla proprietà di linguaggio. Mi piacevano quelli che parlavano bene. Sono come un figlio d'arte, anche se mio padre era stonato e mia madre volle comprarmi un pianoforte come strumento d'elevazione sociale. M'immaginava medico, dottore in qualcosa, mentre davo feste dell'alta società, in stanze con lampadari a goccia, cocktail, conversazioni colte e alla fine suonavo anche un pezzo al pianoforte".
Poi, durante una settimana passata a letto con l'influenza, vede su un giornale la pubblicità di una chitarra e diventa il suo sogno. Il padre la compra con le cambiali. "La mia è stata una formazione musicale involontaria. Quando in una casa dove l'unico libro è l'enciclopedia arriva uno strumento è qualcosa di forte". Intanto fa il cameriere, dà lezioni di chitarra, imballa libri, vende fuori dalle edicole un settimanale femminile in promozione, offrendo in omaggio una penna. Negli anni Novanta suona la chitarra nei Rossomaltese, due album, poi lo scioglimento. "A 37 anni ero poverissimo. Non sapevo come mettere insieme il pranzo con la cena". La regista Roberta Torre lo chiama a Palermo per lavorare alla colonna sonora del musical Sud Side Stori. "Come nei film venne a mancare un musicista e mi chiese "Vuoi provare a scrivere?". Sentivo che era una cosa che avrei potuto fare". Con i soldi guadagnati compra un Mac. "Fu un rapimento, non uscivo, non mangiavo, scrivevo soltanto".
Così, luglio 2000, in una casetta in zona Isola, Milano, scrive Le mie parole. Arrivano a Samuele Bersani, che le fa sue e lo invita a duettare in tour. A quarant'anni partecipa a Sanremo con Solo un sogno: "Non avevo né la sfrontatezza dei giovani, né l'esperienza della mia età" ricorda. "Ora se per qualche giorno non scrivo penso in maniera più confusa, parlo peggio". I testi non li sa a memoria. "È come se avessi l'ansia di mettere via più parole possibili e di non fermarmi".
Giriamo per altri bar che indica con i nomi dei cantanti per i quali, lì dentro, ha scritto qualcosa, poi andiamo in studio. Diciotto metri quadri. Sopra il pianoforte i pastelli e una macchinina gialla del figlio, alle pareti Robert Mitchum, Serge Gainsbourg. Sul frigo una frase di Woody Allen, nella dispensa biscotti e la caffettiera della madre. Sul pavimento un quaderno con versi dimenticati, mai diventati canzone: "Se mi chiamerai per nome forse riconoscerai il tuo identico dolore". Ascoltiamo le canzoni di Sanremo. "Conservo l'infanzia, la pratico ancora", canta la Vanoni, riempiendo la stanza. Ascoltiamo il disco del Pacifico che verrà, registrato qui e mandato a musicisti in tutto il mondo che hanno aggiunto le loro parti. Le batterie elettroniche e le chitarre dei Blonde Redhead, il kanun, uno strumento arabo di Göksel Baktagir, pianoforti d'autore. Salto all'indietro racconta del comò dei genitori, dove sbirciava fra le calze della madre, l'orologio dorato mai indossato dal padre, un piccolo assaggio di borghesia ereditato e che vuole far aggiustare al negozio di orologi antichi sotto lo studio.
Qui la finestra affaccia sulla casa di fronte, dove abita una famiglia. "Tendo ad abbassare le tapparelle, come in un esilio". In un'altra canzone si parla della vecchia casa di Milano. "L'abbiamo venduta a una famiglia di senegalesi con un bambino. Ci siamo fatti scattare una foto: io, mia madre e mia sorella. Ero l'unico che provava a sorridere". Viene in mente la fine di Le mie parole, quando dice: "Sono mio padre e mia madre, un bacio a testa prima del sonno, un altro prima di partire, le parole che ho detto, e chissà quante ancora devono venire".
Sul Venerdì del 2 febbraio 2018