Ma il Grande Fratello iraniano è italiano?
Luigi Irdi, di LUIGI IRDIDue anni fa l’accordo per fornire a Teheran software targati Italtel. Ora alcune Ong avanzano gravi dubbi: il regime potrebbe usarli per controllare e reprimere
ROMA. Dual use. È la locuzione con cui si indicano quelle tecnologie meravigliose e utilissime se concepite per uso civile ma che diventano micidiali nel momento in cui, girando un interruttore, possono diventare strumento di repressione delle libertà civili, di controllo di massa delle libertà di espressione nei regimi totalitari. Ora, non è facile stabilire con esattezza in che misura l’accordo siglato a Teheran nell’aprile 2016 dai vertici dell’Italtel (importante azienda italiana nel campo delle telecomunicazioni, attiva in numerosi Paesi europei, arabi e latino-americani) nel corso di una missione guidata dall’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi, costituisca un pericolo per le libertà dei cittadini iraniani.
LEGGI Le mille e una verità dell'Iran
La Federazione Internazionale dei Diritti Umani, insieme alle Ong Redress e Justice for Iran, sospettano fortemente però che Italtel stia riforn…
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La Federazione Internazionale dei Diritti Umani, insieme alle Ong Redress e Justice for Iran, sospettano fortemente però che Italtel stia riforn…
ROMA. Dual use. È la locuzione con cui si indicano quelle tecnologie meravigliose e utilissime se concepite per uso civile ma che diventano micidiali nel momento in cui, girando un interruttore, possono diventare strumento di repressione delle libertà civili, di controllo di massa delle libertà di espressione nei regimi totalitari. Ora, non è facile stabilire con esattezza in che misura l’accordo siglato a Teheran nell’aprile 2016 dai vertici dell’Italtel (importante azienda italiana nel campo delle telecomunicazioni, attiva in numerosi Paesi europei, arabi e latino-americani) nel corso di una missione guidata dall’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi, costituisca un pericolo per le libertà dei cittadini iraniani.
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La Federazione Internazionale dei Diritti Umani, insieme alle Ong Redress e Justice for Iran, sospettano fortemente però che Italtel stia rifornendo il regime degli ayatollah di apparati e software certamente destinati all’ammodernamento delle infrastrutture di telecomunicazione del Paese ma che, con qualche accorgimento, potrebbero agevolare il governo iraniano nell’intercettazione di email, telefonate e chat, nonché nel blocco della rete internet a seconda dei capricci delle autorità di polizia. Così hanno deciso di presentare un esposto ufficiale al governo italiano, per la precisione alla sede italiana del Punto di Contatto Nazionale dell’Ocse presso il ministero dello Sviluppo economico.
Quando poco meno di due anni fa i capi dell’Italtel si sono presentati a Teheran, è stato un piacere per la controparte iraniana, la TCI (la Telecom locale), firmare un protocollo di intesa per «sviluppare e modernizzare la rete iraniana delle telecomunicazioni». Con Renzi e l’amministratore delegato di Italtel Stefano Pileri c’erano i massimi dirigenti della TCI, Seyed Asadollah Dehnad, l’amministratore delegato, e Ali Kargozar, vice e capo delle operazioni tecnico commerciali. Un ottimo business. Così buono che da quel momento, a parte il comunicato ufficiale tra brindisi e trombe, non se n’è saputo più niente e si ignora quali siano esattamente le tecnologie, gli apparati e i servizi venduti da Italtel agli iraniani.
Forse dipende dal fatto che la TCI iraniana è controllata dal 2009 dal consorzio Tose’e Etemad Mobin, di cui fanno parte una fondazione chiamata Ordine per l’Esecuzione del Volere dell’Imam Khomeini, e due società del corpo delle Guardie della rivoluzione. Più semplicemente, le Guardie della rivoluzione (ossia i pasdaran) hanno il controllo diretto della TCI, che a sua volta è il semi-monopolista del mercato iraniano degli internet provider. Ancora più semplicemente: i pasdaran, che dalla rivoluzione del 1979 sono stati lo strumento più efficace nella caccia al dissidente, hanno in mano l’infrastruttura internet del Paese e Italtel li aiuta a migliorarla e governarla fornendo loro strumenti di avanguardia. Per due volte, la Federazione Internazionale Diritti Umani ha scritto all’Italtel per chiedere qualche chiarimento sulle forniture di hardware e software all’Iran. Non c’è stata risposta.
A sentire la TCI iraniana l’accordo con Italtel prevede la fornitura di infrastrutture piuttosto corpose come un NOC (Network Operation Center), ovvero un centro di controllo e monitoraggio della rete Internet (quindi di email, video, foto, chat etc) e un BB (BackBone) ovvero una porta di connessione tra la rete nazionale e l’internet globale, una porta controllata dallo Stato che può esser così aperta o chiusa a piacimento. Poiché l’Iran degli ayatollah non è esattamente il campione del mondo per il rispetto dei diritti civili, l’idea di un’azienda italiana che offre agli ayatollah e ai loro pasdaran la chiave della repressione interna, sebbene possa essere un ottimo business, disturba non poco. La faccenda, è ovvio, non tocca soltanto questioni di affari ma anche di sicurezza nel trasferimento di sofisticate tecnologie, nonché di rapporti di politica estera.
Qualche pensiero sospettoso è giustificato. Negli ultimi dieci anni, soprattutto dopo le manifestazioni popolari in coincidenza con le elezioni presidenziali del 2009 vinte da Mahmud Ahmadinejad, le Guardie della rivoluzione si sono dedicate a un’azione certosina di rafforzamento del controllo della rete. Secondo la Ong internazionale Articolo 19, le Guardie della rivoluzione e il ministero per l’Intelligence iraniano collaborano e addestrano tecnici nel campo degli attacchi informatici e nelle procedure di sorveglianza della rete internet. Nel rapporto presentato al ministero di Carlo Calenda sono riportati numerosi casi di attivisti, giornalisti e blogger iraniani finiti in guai molto seri (da condanne al carcere a condanne alla pena capitale) a cui sono state contestate posizioni espresse in email o chat private. Le autorità iraniane del resto non fanno alcun mistero della loro volontà di controllare le comunicazioni sulla rete. La Guida suprema ayatollah Khamenei, nel 2009 ha chiarito bene le sue posizioni: «Oggi la nostra priorità è combattere il nemico nella sua soft war».
Dal 2011 il Consiglio d’Europa, considerata la situazione dei diritti umani, ha adottato all’unanimità misure restrittive nei confronti dell’Iran, tra cui ovviamente il divieto di esportazione di materiali e tecnologie che possano aiutare il regime a comprimere le elementari libertà civili. Le tecnologie dual use sono naturalmente soggette ad autorizzazioni speciali quando si tratta di esportarle in Paesi a rischio e il trasferimento di tecnologie (hi-tech transfer) viene preventivamente valutato dai servizi di informazione. Ma non c’è, al momento, nessuna posizione ufficiale che dichiari le esportazioni dell’Italtel verso l’Iran del tutto innocue ai fini della repressione interna. E per questo anche dall’Italtel rispondono al Venerdì con parole pesate al bilancino, il cui senso è: «La storia riguarda dati tecnici assolutamente riservati. Daremo al Punto di Contatto Nazionale del ministero ogni spiegazione». Punto.
Sul Venerdì del 9 febbraio 2018
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La Federazione Internazionale dei Diritti Umani, insieme alle Ong Redress e Justice for Iran, sospettano fortemente però che Italtel stia rifornendo il regime degli ayatollah di apparati e software certamente destinati all’ammodernamento delle infrastrutture di telecomunicazione del Paese ma che, con qualche accorgimento, potrebbero agevolare il governo iraniano nell’intercettazione di email, telefonate e chat, nonché nel blocco della rete internet a seconda dei capricci delle autorità di polizia. Così hanno deciso di presentare un esposto ufficiale al governo italiano, per la precisione alla sede italiana del Punto di Contatto Nazionale dell’Ocse presso il ministero dello Sviluppo economico.
Quando poco meno di due anni fa i capi dell’Italtel si sono presentati a Teheran, è stato un piacere per la controparte iraniana, la TCI (la Telecom locale), firmare un protocollo di intesa per «sviluppare e modernizzare la rete iraniana delle telecomunicazioni». Con Renzi e l’amministratore delegato di Italtel Stefano Pileri c’erano i massimi dirigenti della TCI, Seyed Asadollah Dehnad, l’amministratore delegato, e Ali Kargozar, vice e capo delle operazioni tecnico commerciali. Un ottimo business. Così buono che da quel momento, a parte il comunicato ufficiale tra brindisi e trombe, non se n’è saputo più niente e si ignora quali siano esattamente le tecnologie, gli apparati e i servizi venduti da Italtel agli iraniani.
Forse dipende dal fatto che la TCI iraniana è controllata dal 2009 dal consorzio Tose’e Etemad Mobin, di cui fanno parte una fondazione chiamata Ordine per l’Esecuzione del Volere dell’Imam Khomeini, e due società del corpo delle Guardie della rivoluzione. Più semplicemente, le Guardie della rivoluzione (ossia i pasdaran) hanno il controllo diretto della TCI, che a sua volta è il semi-monopolista del mercato iraniano degli internet provider. Ancora più semplicemente: i pasdaran, che dalla rivoluzione del 1979 sono stati lo strumento più efficace nella caccia al dissidente, hanno in mano l’infrastruttura internet del Paese e Italtel li aiuta a migliorarla e governarla fornendo loro strumenti di avanguardia. Per due volte, la Federazione Internazionale Diritti Umani ha scritto all’Italtel per chiedere qualche chiarimento sulle forniture di hardware e software all’Iran. Non c’è stata risposta.
A sentire la TCI iraniana l’accordo con Italtel prevede la fornitura di infrastrutture piuttosto corpose come un NOC (Network Operation Center), ovvero un centro di controllo e monitoraggio della rete Internet (quindi di email, video, foto, chat etc) e un BB (BackBone) ovvero una porta di connessione tra la rete nazionale e l’internet globale, una porta controllata dallo Stato che può esser così aperta o chiusa a piacimento. Poiché l’Iran degli ayatollah non è esattamente il campione del mondo per il rispetto dei diritti civili, l’idea di un’azienda italiana che offre agli ayatollah e ai loro pasdaran la chiave della repressione interna, sebbene possa essere un ottimo business, disturba non poco. La faccenda, è ovvio, non tocca soltanto questioni di affari ma anche di sicurezza nel trasferimento di sofisticate tecnologie, nonché di rapporti di politica estera.
Qualche pensiero sospettoso è giustificato. Negli ultimi dieci anni, soprattutto dopo le manifestazioni popolari in coincidenza con le elezioni presidenziali del 2009 vinte da Mahmud Ahmadinejad, le Guardie della rivoluzione si sono dedicate a un’azione certosina di rafforzamento del controllo della rete. Secondo la Ong internazionale Articolo 19, le Guardie della rivoluzione e il ministero per l’Intelligence iraniano collaborano e addestrano tecnici nel campo degli attacchi informatici e nelle procedure di sorveglianza della rete internet. Nel rapporto presentato al ministero di Carlo Calenda sono riportati numerosi casi di attivisti, giornalisti e blogger iraniani finiti in guai molto seri (da condanne al carcere a condanne alla pena capitale) a cui sono state contestate posizioni espresse in email o chat private. Le autorità iraniane del resto non fanno alcun mistero della loro volontà di controllare le comunicazioni sulla rete. La Guida suprema ayatollah Khamenei, nel 2009 ha chiarito bene le sue posizioni: «Oggi la nostra priorità è combattere il nemico nella sua soft war».
Dal 2011 il Consiglio d’Europa, considerata la situazione dei diritti umani, ha adottato all’unanimità misure restrittive nei confronti dell’Iran, tra cui ovviamente il divieto di esportazione di materiali e tecnologie che possano aiutare il regime a comprimere le elementari libertà civili. Le tecnologie dual use sono naturalmente soggette ad autorizzazioni speciali quando si tratta di esportarle in Paesi a rischio e il trasferimento di tecnologie (hi-tech transfer) viene preventivamente valutato dai servizi di informazione. Ma non c’è, al momento, nessuna posizione ufficiale che dichiari le esportazioni dell’Italtel verso l’Iran del tutto innocue ai fini della repressione interna. E per questo anche dall’Italtel rispondono al Venerdì con parole pesate al bilancino, il cui senso è: «La storia riguarda dati tecnici assolutamente riservati. Daremo al Punto di Contatto Nazionale del ministero ogni spiegazione». Punto.
Sul Venerdì del 9 febbraio 2018