L'ultimo uomo delle caverne
Francesca De benedetti , di FRANCESCA DE BENEDETTIHa scoperto minerali, segnato sulle mappe mondiali 70 chilometri di cunicoli inesplorati e insegna agli astronauti la vita estrema. Francesco Sauro, speleologo, ci spiega come fa
BOLOGNA. Scende giù, e poi ancora giù. I metri di profondità diventano mille. Cosa prova? «Paura mista a desiderio». E quale dei due vince? «Il desiderio vince sempre». Francesco Sauro è uno degli ultimi esploratori. È uno scienziato, uno speleologo, ma soprattutto è la dimostrazione in carne e ossa che «pure nell’era di Google Earth, dei satelliti e della tecnologia più avanzata, restano all’uomo luoghi che lui, e per ora solo lui, può ancora scoprire». Per l’esattezza, esistono «circa dieci milioni di chilometri» ancora mai visti né mappati. Quei chilometri sono sotto i nostri piedi. Quando non ci sono più estensioni da conquistare, rimangono le profondità: le grotte, le cavità, «le sorgenti carsiche, che rappresentano una risorsa importantissima di acqua potabile». Noi oggi siamo seduti sopra «la punta dell’ice…
BOLOGNA. Scende giù, e poi ancora giù. I metri di profondità diventano mille. Cosa prova? «Paura mista a desiderio». E quale dei due vince? «Il desiderio vince sempre». Francesco Sauro è uno degli ultimi esploratori. È uno scienziato, uno speleologo, ma soprattutto è la dimostrazione in carne e ossa che «pure nell’era di Google Earth, dei satelliti e della tecnologia più avanzata, restano all’uomo luoghi che lui, e per ora solo lui, può ancora scoprire». Per l’esattezza, esistono «circa dieci milioni di chilometri» ancora mai visti né mappati. Quei chilometri sono sotto i nostri piedi. Quando non ci sono più estensioni da conquistare, rimangono le profondità: le grotte, le cavità, «le sorgenti carsiche, che rappresentano una risorsa importantissima di acqua potabile». Noi oggi siamo seduti sopra «la punta dell’iceberg: in quarant’anni gli speleologi hanno rintracciato solo trentamila di quei dieci milioni di chilometri».
E allora «bisogna andare ancora giù». La voce di Sauro si accende mentre racconta la discesa nell’ignoto e insiste che «è importante andar oltre la superficie». In quest’aula dell’Università di Bologna, dove è professore a contratto in geologia, né il tono pacato né il grigio del maglione e gli occhiali da prof riescono a coprire emozioni dai colori intensi. «Nelle grotte vedo tonalità sorprendenti, una gamma che va dal buio totale alle luci accecanti, cammino tra cristalli lunghi dodici metri. Scopro che c’è la vita dove non immaginavamo fosse arrivata. Quando riemergo, non mi restano trofei in mano, ma una certezza: nessuno prima di me ha visto questo».
L’uomo delle caverne, che è nato a Padova nel 1984, assieme ai compagni di spedizione ha restituito alle mappe luoghi e cunicoli che non si sapeva esistessero (tra i quali 70 chilometri tra Venezuela, Chiapas e Alpi). Ha scoperto nuove specie di batteri e minerali, utili per capire meglio la vita sotto la superficie, all’interno del nostro pianeta, forse possibile anche all’interno di Marte. Ma non è vero che non gli restino trofei: c’è il Rolex Award del 2014 e l’incoronazione della rivista Time, che nel 2016 lo ha messo tra i Next Generation Leaders. Il punto di svolta è stato il Venezuela, «l’esperienza più forte».
Ci sono un prima, e un dopo. Prima, Sauro ha la mania delle grotte e la smania dell’esplorazione. Sarà che il padre è speleologo, sarà che sin da piccolo i suoi occhi si abituano alle montagne «ma vogliono vedere sotto», fatto sta che «a tredici anni la passione va fuori controllo». Lui e il cugino si avventurano nella Spluga della Preta, abisso carsico nel comune di Sant’Anna di Alfaedo (Verona): «Ci siamo buttati armati di corde; quando i genitori ci hanno scoperti, hanno capito che era impossibile fermarci e ci hanno iscritti a un corso».
È nel gruppo speleologico padovano che Sauro conosce Antonio De Vivo, vincitore prima di lui (nel ‘93) di un Rolex Award per le esplorazioni in Messico e cofondatore dell’associazione La Venta. De Vivo lo coinvolge nell’associazione (oggi Sauro è vicepresidente) e nelle prime spedizioni “serie”, come quella nella grotta di Naica in Messico, con temperature infernali (50 gradi) e cristalli incredibili, lunghi metri e metri. «Mi sono accorto subito che Francesco aveva talento» racconta De Vivo: «era abile e molto lucido». Del resto «la testa è (quasi) tutto» dice spesso Sauro. «Sotto terra non si tratta solo di maneggiare corde e muscoli, ma di saper leggere in poco tempo la situazione e il luogo. Devi fare squadra, reggere la tensione e capire se la paura è un segnale». Capita, sì, di rischiare la vita: «Per esempio con le piene impreviste che chiudono i condotti».
Ma «la curiosità è più forte». Dal 2009 Francesco s’intestardisce sulle montagne venezuelane note come tepui, case degli dei: le leggende indigene dicono che laggiù ci sono grotte abitate da divinità, ma la scienza queste grotte non le ha mai viste. E i satelliti, neppure. Finalmente nel 2013 il team di Sauro scova un’imboccatura: è a questo punto che tutto cambia (il Rolex Award, la fama). È allora che il precario della ricerca italiana, che attende di anno in anno il rinnovo del contratto, trova una sua dimensione fatta di agenzie europee che se lo contendono, di sponsor, di finanziatori esteri, ed è allora che costruisce un suo equilibrio in movimento: vive a Padova con la compagna speleologa, insegna a Bologna, «che ha la biblioteca speleologica più importante al mondo», fa spedizioni ovunque. E spera «di restare in Italia». La corona del Time aiuta.
Il Venezuela gli è valso molte scoperte: un minerale nuovo (chiamato rossiantonite, in memoria del petrografo Antonio Rossi), il più ampio sistema sotterraneo di rocce in quarzo mai visto (23 chilometri esplorati finora) e un’idea. La grotta Imau Ari Yeuta, sull’Auyantepui, «è tra le più antiche: si è formata nel quarzo, duro e poco solubile» spiega. «Sono servite decine di milioni di anni». Qui la geologia s’incrocia con la biologia: «Il modo in cui i batteri interagiscono con i minerali ci dice qualcosa su come si è sviluppata la vita. Nelle grotte ne vedi gli albori». Così «possiamo ipotizzare che la vita esista anche su Marte. Sopra la superficie no: il pianeta è bombardato dalla radiazione cosmica. Ma sotto può aver proliferato». Come nel durissimo quarzo.
L’impegno di Sauro, del resto, non si ferma alla Terra: l’Agenzia spaziale europea l’ha ingaggiato per allenare gli astronauti con i programmi Caves (per abituarli con le grotte a stare in ambienti ristretti e ad alto rischio) e Pangaea (per avvicinarli alla geologia). Dalla Sardegna a Lanzarote, l’isola scelta per simulare l’esplorazione di Marte, Sauro lavora a stretto contatto con i big dello spazio, come Luca Parmitano, «un amico».
Poi c’è la dimensione temporale: in Venezuela si torna a milioni di anni fa, in Groenlandia invece, dice, «esploro grotte a brevissimo termine; si fondono nella stagione estiva, e si richiudono su se stesse. Uno dei miei obiettivi è proprio conoscere il maggior numero possibile di dinamiche del sottosuolo».
L’ultima spedizione tra i ghiacci ha dato importanti informazioni sul fronte del cambiamento climatico: «Nelle grotte si accumulano grandi masse d’acqua e questo riduce la nostra percezione sulla velocità di fusione dei ghiacciai, che però accelera». Sotto terra, oltre al segreto della vita, e agli indizi sul riscaldamento globale, c’è pure un’infinità di risorse, di cui finora «Time si è accorto, la politica no. Solo qualche Paese, come la Slovenia, ha colto il valore delle grotte: a Postumia si fanno turismo e ricerca. La maggior parte delle regioni italiane non tutela né regolamenta le risorse sotterranee: idrogeologiche, biologiche e mineralogiche». Eppure lì c’è un mondo. Per gli indigeni venezuelani le grotte erano intoccabili, per non provocare gli dei, per noi scienziati sono incontaminabili, per non alterare gli equilibri del Pianeta». In una spedizione nessuna traccia, urine incluse, va lasciata nelle cavità. «Che sono come il labirinto di Dedalo. C’è una parte che puoi percorrere, ma devi sempre scendere a patti con l’ignoto».
Sul Venerdì del 16 febbraio
E allora «bisogna andare ancora giù». La voce di Sauro si accende mentre racconta la discesa nell’ignoto e insiste che «è importante andar oltre la superficie». In quest’aula dell’Università di Bologna, dove è professore a contratto in geologia, né il tono pacato né il grigio del maglione e gli occhiali da prof riescono a coprire emozioni dai colori intensi. «Nelle grotte vedo tonalità sorprendenti, una gamma che va dal buio totale alle luci accecanti, cammino tra cristalli lunghi dodici metri. Scopro che c’è la vita dove non immaginavamo fosse arrivata. Quando riemergo, non mi restano trofei in mano, ma una certezza: nessuno prima di me ha visto questo».
L’uomo delle caverne, che è nato a Padova nel 1984, assieme ai compagni di spedizione ha restituito alle mappe luoghi e cunicoli che non si sapeva esistessero (tra i quali 70 chilometri tra Venezuela, Chiapas e Alpi). Ha scoperto nuove specie di batteri e minerali, utili per capire meglio la vita sotto la superficie, all’interno del nostro pianeta, forse possibile anche all’interno di Marte. Ma non è vero che non gli restino trofei: c’è il Rolex Award del 2014 e l’incoronazione della rivista Time, che nel 2016 lo ha messo tra i Next Generation Leaders. Il punto di svolta è stato il Venezuela, «l’esperienza più forte».
Ci sono un prima, e un dopo. Prima, Sauro ha la mania delle grotte e la smania dell’esplorazione. Sarà che il padre è speleologo, sarà che sin da piccolo i suoi occhi si abituano alle montagne «ma vogliono vedere sotto», fatto sta che «a tredici anni la passione va fuori controllo». Lui e il cugino si avventurano nella Spluga della Preta, abisso carsico nel comune di Sant’Anna di Alfaedo (Verona): «Ci siamo buttati armati di corde; quando i genitori ci hanno scoperti, hanno capito che era impossibile fermarci e ci hanno iscritti a un corso».
È nel gruppo speleologico padovano che Sauro conosce Antonio De Vivo, vincitore prima di lui (nel ‘93) di un Rolex Award per le esplorazioni in Messico e cofondatore dell’associazione La Venta. De Vivo lo coinvolge nell’associazione (oggi Sauro è vicepresidente) e nelle prime spedizioni “serie”, come quella nella grotta di Naica in Messico, con temperature infernali (50 gradi) e cristalli incredibili, lunghi metri e metri. «Mi sono accorto subito che Francesco aveva talento» racconta De Vivo: «era abile e molto lucido». Del resto «la testa è (quasi) tutto» dice spesso Sauro. «Sotto terra non si tratta solo di maneggiare corde e muscoli, ma di saper leggere in poco tempo la situazione e il luogo. Devi fare squadra, reggere la tensione e capire se la paura è un segnale». Capita, sì, di rischiare la vita: «Per esempio con le piene impreviste che chiudono i condotti».
Ma «la curiosità è più forte». Dal 2009 Francesco s’intestardisce sulle montagne venezuelane note come tepui, case degli dei: le leggende indigene dicono che laggiù ci sono grotte abitate da divinità, ma la scienza queste grotte non le ha mai viste. E i satelliti, neppure. Finalmente nel 2013 il team di Sauro scova un’imboccatura: è a questo punto che tutto cambia (il Rolex Award, la fama). È allora che il precario della ricerca italiana, che attende di anno in anno il rinnovo del contratto, trova una sua dimensione fatta di agenzie europee che se lo contendono, di sponsor, di finanziatori esteri, ed è allora che costruisce un suo equilibrio in movimento: vive a Padova con la compagna speleologa, insegna a Bologna, «che ha la biblioteca speleologica più importante al mondo», fa spedizioni ovunque. E spera «di restare in Italia». La corona del Time aiuta.
Il Venezuela gli è valso molte scoperte: un minerale nuovo (chiamato rossiantonite, in memoria del petrografo Antonio Rossi), il più ampio sistema sotterraneo di rocce in quarzo mai visto (23 chilometri esplorati finora) e un’idea. La grotta Imau Ari Yeuta, sull’Auyantepui, «è tra le più antiche: si è formata nel quarzo, duro e poco solubile» spiega. «Sono servite decine di milioni di anni». Qui la geologia s’incrocia con la biologia: «Il modo in cui i batteri interagiscono con i minerali ci dice qualcosa su come si è sviluppata la vita. Nelle grotte ne vedi gli albori». Così «possiamo ipotizzare che la vita esista anche su Marte. Sopra la superficie no: il pianeta è bombardato dalla radiazione cosmica. Ma sotto può aver proliferato». Come nel durissimo quarzo.
L’impegno di Sauro, del resto, non si ferma alla Terra: l’Agenzia spaziale europea l’ha ingaggiato per allenare gli astronauti con i programmi Caves (per abituarli con le grotte a stare in ambienti ristretti e ad alto rischio) e Pangaea (per avvicinarli alla geologia). Dalla Sardegna a Lanzarote, l’isola scelta per simulare l’esplorazione di Marte, Sauro lavora a stretto contatto con i big dello spazio, come Luca Parmitano, «un amico».
Poi c’è la dimensione temporale: in Venezuela si torna a milioni di anni fa, in Groenlandia invece, dice, «esploro grotte a brevissimo termine; si fondono nella stagione estiva, e si richiudono su se stesse. Uno dei miei obiettivi è proprio conoscere il maggior numero possibile di dinamiche del sottosuolo».
L’ultima spedizione tra i ghiacci ha dato importanti informazioni sul fronte del cambiamento climatico: «Nelle grotte si accumulano grandi masse d’acqua e questo riduce la nostra percezione sulla velocità di fusione dei ghiacciai, che però accelera». Sotto terra, oltre al segreto della vita, e agli indizi sul riscaldamento globale, c’è pure un’infinità di risorse, di cui finora «Time si è accorto, la politica no. Solo qualche Paese, come la Slovenia, ha colto il valore delle grotte: a Postumia si fanno turismo e ricerca. La maggior parte delle regioni italiane non tutela né regolamenta le risorse sotterranee: idrogeologiche, biologiche e mineralogiche». Eppure lì c’è un mondo. Per gli indigeni venezuelani le grotte erano intoccabili, per non provocare gli dei, per noi scienziati sono incontaminabili, per non alterare gli equilibri del Pianeta». In una spedizione nessuna traccia, urine incluse, va lasciata nelle cavità. «Che sono come il labirinto di Dedalo. C’è una parte che puoi percorrere, ma devi sempre scendere a patti con l’ignoto».
Sul Venerdì del 16 febbraio