Meno male che adesso non c'è più Nerone
Filippo Ceccarelli , di FILIPPO CECCARELLIL'opera rock sul Palatino è stata un fiasco (e una vergogna), tra permessi ritirati, cachet non pagati e spettatori spariti. Ma a Roma hanno tentato di tutto: anche di tappare il Colosseo...
ROMA. Tante grazie almeno in questo al Divo Nerone: che dal sommo del suo compiuto misfatto imperiale e politico, economico e culturale, di sostanza e d’immagine, di palcoscenici monstre, di spettacoli trash, di disturbo della quiete, di artisti non pagati, di suorine scomodate per un flop, ha rivelato all’universo mondo come qui a Roma, la Città Eterna, resti opportuno diffidare ogni volta che dai pubblici poteri si consentano e anzi si promettano avventure, sogni, sfide, scommesse, suggestioni ed emozioni.
Lo si dice con amaro sarcasmo e la piena coscienza di essere da tempo diventati, senza volerlo, conservatori: non si muova più un sasso! Con il bel risultato che ogni volta che si prospetta una novità, uno show unico al mondo, un grandioso scenario da utilizzare come quinta, una qualche fantasia magari persino utile a sanare il magro bilancio delle soprintendenze o del ministero, ecco che lungi dal porre mano alla fondina, il pensiero corre a invo…
Lo si dice con amaro sarcasmo e la piena coscienza di essere da tempo diventati, senza volerlo, conservatori: non si muova più un sasso! Con il bel risultato che ogni volta che si prospetta una novità, uno show unico al mondo, un grandioso scenario da utilizzare come quinta, una qualche fantasia magari persino utile a sanare il magro bilancio delle soprintendenze o del ministero, ecco che lungi dal porre mano alla fondina, il pensiero corre a invo…
ROMA. Tante grazie almeno in questo al Divo Nerone: che dal sommo del suo compiuto misfatto imperiale e politico, economico e culturale, di sostanza e d’immagine, di palcoscenici monstre, di spettacoli trash, di disturbo della quiete, di artisti non pagati, di suorine scomodate per un flop, ha rivelato all’universo mondo come qui a Roma, la Città Eterna, resti opportuno diffidare ogni volta che dai pubblici poteri si consentano e anzi si promettano avventure, sogni, sfide, scommesse, suggestioni ed emozioni.
Lo si dice con amaro sarcasmo e la piena coscienza di essere da tempo diventati, senza volerlo, conservatori: non si muova più un sasso! Con il bel risultato che ogni volta che si prospetta una novità, uno show unico al mondo, un grandioso scenario da utilizzare come quinta, una qualche fantasia magari persino utile a sanare il magro bilancio delle soprintendenze o del ministero, ecco che lungi dal porre mano alla fondina, il pensiero corre a invocare la protezione dei due patroni dell’Urbe, San Filippo Neri e Santa Francesca Romana, perché ci pensino loro alla tutela dei beni, ché col pretesto della loro valorizzazione, sono guai seri, e figuracce, e mortificazioni, e buonanotte al secchio.
Ora, anche al netto del motto che sconsiglia di mettere in causa i santi, è difficile attribuirgli il merito di aver sventato la messa in scena di un “Uefa Champions Festival”, come dire di un intenso e duraturo torneo di calcio tra il Colosseo e l’Arco di Costantino. Così come sarebbe irrispettoso credere che proprio grazie alla loro patronale intercessione sia andato a monte il progetto delle Olimpiadi.
In quel caso, stavolta all’interno del Colosseo, incessante barattolo di miele per la società degli spettacoli, era stato previsto di ambientare l’”Olimpic Athletic Parade”, oltre un imprecisato numero di premiazioni. Mentre come “Salotto dei Giochi” – tale la civettuola formula maturata nelle menti dei responsabili – era stato prontamente identificato lo stadio di Domiziano sul Palatino; e uno già pensava all’inesorabile va e vieni e magari agli ingorghi di automobili e torpedoni in cima a una delle colline più belle, ma anche più fragili, del mondo.
A prescindere dalle Olimpiadi, d’altra parte, e alla recente ipotesi di costruire una specie di tappo sull’Anfiteatro Flavio, non molto tempo fa è stata sgomberata una importante biblioteca dal secondo piano dell’Antiquarium per far posto, pure sulla magnifica ma inadatta terrazza, a un ristorantino che potesse modestamente configurarsi come «il più indimenticabile e suggestivo del Pianeta». I luoghi dell’archeologia sono «attrattivi», spiegò allora il temerario sovrintendente, «sfondo ideale per realizzazioni virtuali, teatro, spettacoli, musica, arte». Al momento, per quanto risultino già stanziati i quattrini, il progetto gastro-archeologico, retrocesso a caffetteria, sembra rimasto un po’ al palo; e men che meno è dato conoscere il nome di chi si sarebbe assicurato il goloso e panoramico appalto.
Ma a suo modo l’ideona del ristorante di “target alto” si poteva leggere come antipasto dell’andazzo che due anni dopo e a pochi metri di distanza ha recato in pompa magna al Palatino il musical neroniano, anch’esso del resto presentato “di alta qualità”; a conferma che l’immane pressione per lo sfruttamento e il consumo mordi e fuggi della cultura trae vantaggio dalla vanesia e insipiente superficialità della classe politico-burocratica, che regolarmente reclamizza eccellenza fasulla per patrocinare scemenze gettando fumo negli occhi di un sistema mediatico purtroppo assai poco diffidente.
E tuttavia, nella sua disgrazia, Roma è stata anche fortunata. Ai tempi (recenti) dell’amministrazione di Alemanno un consigliere comunale delegato nientemeno che al Decoro della capitale, a nome Francesco Maria Orsi, con la sua associazione denominata SiAmo Roma, s’era messo in testa di presentarsi all’Expo di Shanghai con la Bocca della Verità. Andò quindi anche dall’assessore, il non ancora defenestrato Croppi, e gli disse: «Me la presti per portarla in Cina?». Croppi rispose negativamente, al che Orsi ripiegò sull’enorme dito del Colosso dei Musei capitolini, ma niente da fare lo stesso.
Dietro al Delegato e a SiAmo Roma si muovevano gli orizzonti culturali e il business delle cosiddette “rievocazioni storiche”, ineffabili mascherate di centurioni, gladiatori, senatori, matronae, quadrate legioni, ludi circensi e altri baracconi da ambientarsi per lo più al Circo Massimo. È qui, nella vasta arena anche allora piuttosto sporca e negletta, che si è concentrato l’appetito degli imprenditori della romanità, per così dire, i quali all’apice del regno di Alemanno hanno gettato sul tavolo la carta della più fantasmagorica e definitiva manifestazione imperial-trash: la corsa delle quadrighe.
Che poi uno si sentirebbe anche in colpa di fare lo snob schizzinoso, ma già il titolo del trofeo organizzato dalla Vadis, a pensarci bene, virava verso il cine-cocomero, Vadis al Maximo, e per fortuna sul web ne è rimasta una fantastica traccia, un finto tg fatto in casa con la partecipazione degli esuberanti ideatori di questo «sogno hollywoodiano» che promettevano «la più grande festa in costume del Pianeta» corredato con un documentario che illustrava i megalo-progetti, 30 mila posti sulle gradinate (più 600 in tribuna d’onore), 590 metri di pista, 3.000 metri cubi di ricostruzioni finto classico, 1.650 mq di spazi commerciali, 3.000 espositivi, con la sicura partecipazione di banche svizzere ed emirati arabi.
Non se ne fece nulla, grazie a San Croppi, che fu costretto a esibire nel suo ufficio un cartello: «Qui non si fanno corse delle bighe». Ma le autorizzazioni istituzionali, e le sponsorizzazioni, e l’idea di fare quattrini mettendo in scena schifezze, quelle c’erano, eccome, preludio ai successivi disastri. Che giunsero puntualmente con l’affaraccio del Divo Nerone Opera rock, monito anche dell’indecoroso scaricabarile tra Sovrintendenza e Ministero. Una miseria di cui si sarebbe fatto volentieri a meno, ma che almeno resti d’insegnamento, perché è vero che la cultura costa, ma il suo contrario costa molto di più.
Sul Venerdì del 16 febbraio 2018
Lo si dice con amaro sarcasmo e la piena coscienza di essere da tempo diventati, senza volerlo, conservatori: non si muova più un sasso! Con il bel risultato che ogni volta che si prospetta una novità, uno show unico al mondo, un grandioso scenario da utilizzare come quinta, una qualche fantasia magari persino utile a sanare il magro bilancio delle soprintendenze o del ministero, ecco che lungi dal porre mano alla fondina, il pensiero corre a invocare la protezione dei due patroni dell’Urbe, San Filippo Neri e Santa Francesca Romana, perché ci pensino loro alla tutela dei beni, ché col pretesto della loro valorizzazione, sono guai seri, e figuracce, e mortificazioni, e buonanotte al secchio.
Ora, anche al netto del motto che sconsiglia di mettere in causa i santi, è difficile attribuirgli il merito di aver sventato la messa in scena di un “Uefa Champions Festival”, come dire di un intenso e duraturo torneo di calcio tra il Colosseo e l’Arco di Costantino. Così come sarebbe irrispettoso credere che proprio grazie alla loro patronale intercessione sia andato a monte il progetto delle Olimpiadi.
In quel caso, stavolta all’interno del Colosseo, incessante barattolo di miele per la società degli spettacoli, era stato previsto di ambientare l’”Olimpic Athletic Parade”, oltre un imprecisato numero di premiazioni. Mentre come “Salotto dei Giochi” – tale la civettuola formula maturata nelle menti dei responsabili – era stato prontamente identificato lo stadio di Domiziano sul Palatino; e uno già pensava all’inesorabile va e vieni e magari agli ingorghi di automobili e torpedoni in cima a una delle colline più belle, ma anche più fragili, del mondo.
A prescindere dalle Olimpiadi, d’altra parte, e alla recente ipotesi di costruire una specie di tappo sull’Anfiteatro Flavio, non molto tempo fa è stata sgomberata una importante biblioteca dal secondo piano dell’Antiquarium per far posto, pure sulla magnifica ma inadatta terrazza, a un ristorantino che potesse modestamente configurarsi come «il più indimenticabile e suggestivo del Pianeta». I luoghi dell’archeologia sono «attrattivi», spiegò allora il temerario sovrintendente, «sfondo ideale per realizzazioni virtuali, teatro, spettacoli, musica, arte». Al momento, per quanto risultino già stanziati i quattrini, il progetto gastro-archeologico, retrocesso a caffetteria, sembra rimasto un po’ al palo; e men che meno è dato conoscere il nome di chi si sarebbe assicurato il goloso e panoramico appalto.
Ma a suo modo l’ideona del ristorante di “target alto” si poteva leggere come antipasto dell’andazzo che due anni dopo e a pochi metri di distanza ha recato in pompa magna al Palatino il musical neroniano, anch’esso del resto presentato “di alta qualità”; a conferma che l’immane pressione per lo sfruttamento e il consumo mordi e fuggi della cultura trae vantaggio dalla vanesia e insipiente superficialità della classe politico-burocratica, che regolarmente reclamizza eccellenza fasulla per patrocinare scemenze gettando fumo negli occhi di un sistema mediatico purtroppo assai poco diffidente.
E tuttavia, nella sua disgrazia, Roma è stata anche fortunata. Ai tempi (recenti) dell’amministrazione di Alemanno un consigliere comunale delegato nientemeno che al Decoro della capitale, a nome Francesco Maria Orsi, con la sua associazione denominata SiAmo Roma, s’era messo in testa di presentarsi all’Expo di Shanghai con la Bocca della Verità. Andò quindi anche dall’assessore, il non ancora defenestrato Croppi, e gli disse: «Me la presti per portarla in Cina?». Croppi rispose negativamente, al che Orsi ripiegò sull’enorme dito del Colosso dei Musei capitolini, ma niente da fare lo stesso.
Dietro al Delegato e a SiAmo Roma si muovevano gli orizzonti culturali e il business delle cosiddette “rievocazioni storiche”, ineffabili mascherate di centurioni, gladiatori, senatori, matronae, quadrate legioni, ludi circensi e altri baracconi da ambientarsi per lo più al Circo Massimo. È qui, nella vasta arena anche allora piuttosto sporca e negletta, che si è concentrato l’appetito degli imprenditori della romanità, per così dire, i quali all’apice del regno di Alemanno hanno gettato sul tavolo la carta della più fantasmagorica e definitiva manifestazione imperial-trash: la corsa delle quadrighe.
Che poi uno si sentirebbe anche in colpa di fare lo snob schizzinoso, ma già il titolo del trofeo organizzato dalla Vadis, a pensarci bene, virava verso il cine-cocomero, Vadis al Maximo, e per fortuna sul web ne è rimasta una fantastica traccia, un finto tg fatto in casa con la partecipazione degli esuberanti ideatori di questo «sogno hollywoodiano» che promettevano «la più grande festa in costume del Pianeta» corredato con un documentario che illustrava i megalo-progetti, 30 mila posti sulle gradinate (più 600 in tribuna d’onore), 590 metri di pista, 3.000 metri cubi di ricostruzioni finto classico, 1.650 mq di spazi commerciali, 3.000 espositivi, con la sicura partecipazione di banche svizzere ed emirati arabi.
Non se ne fece nulla, grazie a San Croppi, che fu costretto a esibire nel suo ufficio un cartello: «Qui non si fanno corse delle bighe». Ma le autorizzazioni istituzionali, e le sponsorizzazioni, e l’idea di fare quattrini mettendo in scena schifezze, quelle c’erano, eccome, preludio ai successivi disastri. Che giunsero puntualmente con l’affaraccio del Divo Nerone Opera rock, monito anche dell’indecoroso scaricabarile tra Sovrintendenza e Ministero. Una miseria di cui si sarebbe fatto volentieri a meno, ma che almeno resti d’insegnamento, perché è vero che la cultura costa, ma il suo contrario costa molto di più.
Sul Venerdì del 16 febbraio 2018