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Il Giudizio Universale di Michelangelo nella Cappella Sistina (Dorothea Schimid/ Laif/ Contrasto) 

Ma davvero all'arte serve il viagra?

Gli spettacoli multimediali dedicati agli antichi capolavori promettono di lasciare il pubblico senza fiato. Come se Michelangelo non potesse più bastare a se stesso
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"Art meets entertainment": l'arte incontra l'intrattenimento. Fino a fondersi nell'"Artainment". È questa l'esplicita prospettiva dell'attuale stagione di spettacoli digitali, multimediali, immersivi dedicati all'archeologia e all'arte figurativa. In pratica, una sorta di riedizione supertecnologica di son et lumière applicata all'arte figurativa. Le caratteristiche fondamentali sono l'uso massiccio di ingrandimenti, animazioni delle singole figure e dettagli, enfatici commenti musicali. Lo scopo è quello di "lasciare il pubblico senza fiato", di annegarlo in un oceano di percezioni ed emozioni.

La prima reazione è indotta proprio dalla suadente etichetta commerciale: Artainment. Ed è una domanda: cosa manca all'arte per essere (anche) intrattenimento? In altri termini: abbiamo davvero bisogno di queste protesi, di questa specie di viagra percettivo, per trovare "spettacolari…
"Art meets entertainment": l'arte incontra l'intrattenimento. Fino a fondersi nell'"Artainment". È questa l'esplicita prospettiva dell'attuale stagione di spettacoli digitali, multimediali, immersivi dedicati all'archeologia e all'arte figurativa. In pratica, una sorta di riedizione supertecnologica di son et lumière applicata all'arte figurativa. Le caratteristiche fondamentali sono l'uso massiccio di ingrandimenti, animazioni delle singole figure e dettagli, enfatici commenti musicali. Lo scopo è quello di "lasciare il pubblico senza fiato", di annegarlo in un oceano di percezioni ed emozioni.

La prima reazione è indotta proprio dalla suadente etichetta commerciale: Artainment. Ed è una domanda: cosa manca all'arte per essere (anche) intrattenimento? In altri termini: abbiamo davvero bisogno di queste protesi, di questa specie di viagra percettivo, per trovare "spettacolari" Michelangelo o il Colosseo? Cosa penseremmo se ci proponessero un "Sextainment" o un "Foodtainment"? Se ci fosse offerto, cioè, uno spettacolo multimediale e immersivo che si propone di immergerci nell'esperienza del sesso o del cibo? Una delle reazioni possibili sarebbe proprio quella: che cosa manca al sesso reale o al cibo reale per essere spettacolari? Abbiamo davvero bisogno di questa macchina?

Il dubbio è che tutto questo si basi su una sfiducia di fondo, e forse anche su una esperienza infelice e frustrante: cioè sulla tacita convinzione che in fondo Michelangelo non riesca più a muovere le profondità dell'anima degli uomini moderni. I suoi contemporanei sapevano che lo scopo dell'arte figurativa era triplice: "docere, delectare, movere". Insegnare, dilettare e scuotere l'anima: oggi ne siamo ancora convinti?

D'altra parte il fatto che la formula "Artainment" sia declinata al passato (cioè sia rivolta ai sommi artisti della storia, e non all'arte di oggi) rivela un altro lato del problema: che è quello della mancanza di contenuti attuali e originali con cui "riempire" le meravigliose tecnologie immersive. Seneca diceva che nessun vento è favorevole se non sai dove andare: l'impressione è che questo valga anche per i creatori di questi meravigliosi strumenti. Perché la domanda è: non sarebbe meglio lasciar stare Michelangelo (o Caravaggio o Klimt) e dedicarsi invece a produrre nuove immagini, nuova arte, nuova cultura? Se questi mezzi tecnici fossero messi in mano a grandi artisti di oggi non potrebbero forse produrre una vera arte di massa originale (paragonabile, negli effetti, alle feste barocche in cui Bernini inondava le piazze di Roma di statue effimere e fuochi d'artificio)? Davvero dobbiamo rassegnarci a usare i contenuti dal passato, peraltro rischiando di stravolgerli?

Non è dunque possibile un virtuoso colloquio tra seduzione sensoriale digitale e arte del passato? Io non lo credo. Ma quell'amicizia è possibile se non si traduce in prevaricazione, o in un tradimento. Cioè se la tecnologia aiuta a intensificare (avrebbe potuto dire Bernard Berenson) la nostra conoscenza dell'arte, e non a stravolgerla. Ci sono casi estremi in cui una riproduzione ipertecnologica di un originale inaccessibile o perduto può essere vitale. E questo vale per la ricostruzione filologica di parti mancanti di monumenti, o per la restituzione delle sue varie fasi storiche (un esempio riuscito è ciò che si è fatto a Santa Maria Antiqua, nel Foro romano), ma anche per ipotesi più estreme.

Prendiamo proprio il caso della Cappella Sistina: visitarla è oggi un'esperienza umiliante. I numeri dei visitatori ammessi nei Musei Vaticani la rendono simile a un concerto in uno stadio o ad un sabato all'ipermercato, e le voci dei custodi che ogni cinque minuti invitano perentoriamente al silenzio violano proprio quella sacralità che vorrebbero difendere. La soluzione è evidentemente un diverso governo degli accessi, ma una riproduzione virtuale della Cappella in scala reale a Tokyo o a Los Angeles potrebbe avere un senso. Come ne ha ogni tentativo di aumentare la conoscenza e l'esperienza dell'arte (e non di diminuirla, o sostituirla con qualcos'altro): purché ci ricordiamo che un'opera è come una persona viva. E che dunque nulla, ma proprio nulla, è più spettacolare che condividere lo stesso spazio reale, guardandosi negli occhi.

Sul Venerdì del 16 febbraio 2018