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Una fotografia, Madagascar (1994), della collezione della Fondazione Gian Paolo Barbieri 

Gian Paolo Barbieri e le sue innaturali meraviglie

Uno spazio immenso con scatti, attrezzature e ricordi: nasce il 22 febbraio a Milano la Fondazione del grande fotografo. Che ha fermato la bellezza
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C'è l'immagine 1970 di un ragazzo disteso per terra in jeans con le pezze alle ginocchia e la camicia a righe, occhiali neri, folti capelli castani ondulati, che ricorda, in meglio, David Hemmings, il protagonista fotografo di Blow-Up girato da Michelangelo Antonioni nel 1966. C'è lui oggi, 2018, alto, magro dritto, capelli grigi quasi a zero, i celebri occhi chiari un po' malinconici. Aveva 32 anni, ne ha 80. Era bello, è bellissimo, come sanno esserlo certe persone anziane che hanno vissuto come hanno voluto, avuto ciò che hanno desiderato, perduto ciò che non volevano perdere, e provano la rara felicità di lasciare se stessi al futuro, il loro amatissimo lavoro a tutti; nel suo caso le immagini di decenni di mondo, di vite, di luoghi, di mode, di corpi, di natura, tutto scomparso o in via di estinzione se non nelle sue fotografie, nelle sue visioni, creazioni, storie: il valore del passato che non si cancella e aiuta a dare …
C'è l'immagine 1970 di un ragazzo disteso per terra in jeans con le pezze alle ginocchia e la camicia a righe, occhiali neri, folti capelli castani ondulati, che ricorda, in meglio, David Hemmings, il protagonista fotografo di Blow-Up girato da Michelangelo Antonioni nel 1966. C'è lui oggi, 2018, alto, magro dritto, capelli grigi quasi a zero, i celebri occhi chiari un po' malinconici. Aveva 32 anni, ne ha 80. Era bello, è bellissimo, come sanno esserlo certe persone anziane che hanno vissuto come hanno voluto, avuto ciò che hanno desiderato, perduto ciò che non volevano perdere, e provano la rara felicità di lasciare se stessi al futuro, il loro amatissimo lavoro a tutti; nel suo caso le immagini di decenni di mondo, di vite, di luoghi, di mode, di corpi, di natura, tutto scomparso o in via di estinzione se non nelle sue fotografie, nelle sue visioni, creazioni, storie: il valore del passato che non si cancella e aiuta a dare un senso al presente, a continuare ad arricchirlo.

Il 22 febbraio nasce la Fondazione Gian Paolo Barbieri, il mondo che ha contato per lui che diventa per sempre. Una nuova ricchezza per Milano che è ormai il centro imperdibile di un nuovo turismo, in cerca di bellezza, cultura e rarità. In un quartiere borghese tra palazzoni anonimi, si innalza improvvisamente una costruzione inaspettata: era un deposito per imbianchini abbandonato e distrutto, in cui cresceva una vegetazione aggrovigliata, l'ha acquistato nel 1998, è diventato un enorme misterioso castello dal tetto spiovente attorno a uno studio fotografico alto dieci metri, con tutti i preziosi attrezzi d'acciaio e luce: con i suoi più di mille metri pare un teatro dell'assurdo, ogni locale immenso, ordinato, come se dovesse contenere una folla disciplinata e silenziosa; divani, centinaia di libri, oggetti esotici, eppure un senso grandioso di vuoto e quindi di pensiero.

Poi quelle cassettiere sottili che contengono un archivio sconfinato, più di un milione di scatti di vario formato, più di 4.000 fotografie vintage ai sali d'argento, più di 3.000 polaroid; la catalogazione ha superato il 40 per cento del materiale. Fuori, nascosti alla città, un giardino attraversato da un ruscello che fa parte del Cavo Melzi e viene dalla Martesana, il paesaggio inaspettato di una antica campagna lombarda quando Milano era un borgo. Sono conservate tutte le macchine fotografiche usate da Barbieri sin dal 1962, una Voigtländer, la Linhoff, la Rolleiflex, e poi Deardorff, Mamiya, Hasselblad, per il 35 mm. Canon e Nikon, con l'arrivo del digitale la Sony, mentre oggi lavora con la Leica.

I primi anni produttivi del fotografo sono quelli lontani in cui pareva esistesse solo la moda ed esplodeva quella italiana, le nuove star erano gli stilisti, i fotografi, le modelle, donne aliene che pareva di non aver visto mai, neppure sullo schermo: il vestito, l'oggetto da esaltare, aveva un senso solo perché il fotografo se ne impossessava, spossessandone il couturier.

Barbieri aveva, ha, una sua idea della donna e quindi della sua bellezza: irraggiungibile, severa, matura, un lampo di ironica crudeltà sul viso. Regine, padrone, seduttrici funeste scese dallo schermo in bianco e nero del grande cinema del passato: sono gli anni 70, 80, ancora plagiati dall'alta moda, gli anni di Albini, Krizia, Missoni, Saint Laurent, Lagerfeld, l'apparire dei primi Armani, Ferré, Versace. Non sono le ragazze d'epoca, vivaci, gioiose, le compagne di gioco e di giochi d'amore, oppure fosche di intellettualismi, errori, sottomissioni, a popolare il gineceo artistico di Gian Paolo, in attesa che arrivino a incendiare i sogni e i desideri le stupefacenti top model degli anni 90.
Il suo obiettivo reinventa la Mary Astor del Mistero del falco di Huston, la Marlene Dietrich di Kismet di Dieterle, la Greta Garbo di Mata Hari di Fitzmaurice, la Bette Davis di Ombre malesi di Wyler.

Se la donna è un fiore immaginario, un'avventuriera da sfidare, forse una vincitrice cui sottomettersi, per Barbieri fotografo l'uomo non si può inventare, costruire, travestire: non si può irretire come comunicazione della moda, né esprimerlo con ciò che lo nasconde, l'abito, ma è un corpo esotico, è la rivelazione della natura, una nuova origine del mondo. Della sua nudità il maschio fa l'arma spettacolare, la difesa, l'orgoglio, il connubio con la terra, le rocce, le onde, i frutti, gli animali, il cielo.

Per Barbieri la donna è il futuro, l'uomo è l'inizio e questo inizio ha cominciato a cercarlo nel 1974, in una civiltà diversa da quella del consumo, con una serie di viaggi alle Seychelles, in Madgascar, in Polinesia, a Tahiti, però nei luoghi anche lì segreti, non ancora contagiati dai turismi vacanzieri: è stata come una frenesia, la scoperta della verità, della bellezza naturale, della vita spogliata da ogni contaminazione. A ogni ritorno tra le belle sofisticate del momento, strumento del suo lavoro, Iris Bianchi e Isa Stoppi, Mirella Petteni e Benedetta Barzini, Monica Bellucci e Marpessa, c'era sempre il piacere di un nuovo libro di fotografie, di una nuova mostra, testimonianze di questi mondi arcaici, incomprensibili, austeri, forse rimpianti, ricostruiti come simboli, leggende, narrazioni.

Ogni fotografia non è ciò che Barbieri vede, ma ciò che lui immagina, e diventa il pretesto di un libro, di una mostra, dal titolo inquietante. Per esempio Innatural, in cui ogni magia naturale delle Seychelles, una piovra, un pesce spada, un cespo di banane, una orchidea, un granchio, una tartaruga, persino uno squalo, diventano magicamente innaturali, perché lui li completa con protesi assurde, i gioielli di Pomellato. Cosa c'è di più Artificial di una donna bellissima, bianca, occidentale? Così la vede, la pensa, la adorna, la fotografa, la titola Gian Paolo: sempre abbigliata, atteggiata, decorata, in un eterno obbligo alla seduzione; in una crudele, innocente, professionale, irresistibile, necessità di trascinare gli altri nell'aura del solo potere che le hanno fatto credere di avere, quello della preda connivente degli uomini.

Cosa c'è di più stupefacente di una dea esotica, nera, da servire per il proprio piacere? Otto uomini Mahori, seminudi, dalla muscolatura perfetta e i volti da statua sorreggono nel deserto un rustico trono su cui siede la magnifica donna selvaggia dai lunghi capelli, tenendo tra le braccia due bambinetti: secondo Michel Tournier, Barbieri si è ispirato a un quadro pompier di Fernand Cormon datato 1880 conservato al Musée d'Orsay e, nei mari lontani che gli consentono ogni fantasia, ha trovato per reinterpretarlo uomini di rara perfezione, corpi nudi, scuri, completamente tatuati da geometrie misteriose.

Il suo ultimo libro, uscito nel 2016, è la commovente rivelazione di un amore sempre protetto dalla curiosità degli altri. Un grandissimo amore durato tre anni e spezzato ventisette anni fa: una raccolta di poesie di Jankic, di fiori, di bigliettini affettuosi, di fotografie di un giovane uomo dagli occhi verdi, di aristocratica, dolce bellezza: alla fine il mare su cui galleggia un mazzo di fiori rossi. E il ritaglio di un giornale: "Incidente nel Bergamasco. Si schianta in moto contro due auto. Evar Locatelli, 21 anni... è morto prima di giungere all'ospedale". Gian Paolo lo stava aspettando alle Seychelles con la sorpresa di una nuova regale capanna.

Sul Venerdì del 16 gennaio 2018