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Davanti al murale per Bobby Sands a Belfast, in Irlanda del Nord, Gerry Adams fa un selfie con Mary Lou McDonald (terza da sinistra) e Michelle O' Neill (seconda da sinistra) le due nuove leader dello Sinn Fein (Getty Images) 

Gerry Adams: “La mia sfida non è finita, ora uniamo l’Irlanda”

"La violenza ha perso, e tutte le parti hanno sofferto. Ho lasciato i vertici dello Sinn Féin, ma non la politica. E ora il sogno continua: un'isola mai più divisa". Intervista allo storico ex leader repubblicano
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In Irlanda è finita un'era. Gerry Adams ha concluso il suo mandato quasi "cubano" alla presidenza dello Sinn Féin, il partito che ha guidato ininterrottamente dal 1983, quando in Italia Berlinguer era ancora segretario del Pci. È uno degli ultimi grandi leader politici mondiali rimasti in attività, ma in questa intervista esclusiva al Venerdì precisa di non essere uscito di scena: "Ho dato le dimissioni dal vertice del partito, non dalla politica". Per molti, a Belfast e dintorni, resta un'icona vivente. Il leader che col suo carisma ha traghettato il Paese fuori dal più lungo conflitto europeo del Dopoguerra e ha trasformato il suo partito da braccio politico dell'Ira in una macchina elettorale capace di macinare consensi in tutta l'isola. Un uomo venerato come un santo dai suoi fedeli e al tempo stesso capace di attirare l'odio viscerale di un'altrettanto vasta schiera di detrattori.

Originario de…
In Irlanda è finita un'era. Gerry Adams ha concluso il suo mandato quasi "cubano" alla presidenza dello Sinn Féin, il partito che ha guidato ininterrottamente dal 1983, quando in Italia Berlinguer era ancora segretario del Pci. È uno degli ultimi grandi leader politici mondiali rimasti in attività, ma in questa intervista esclusiva al Venerdì precisa di non essere uscito di scena: "Ho dato le dimissioni dal vertice del partito, non dalla politica". Per molti, a Belfast e dintorni, resta un'icona vivente. Il leader che col suo carisma ha traghettato il Paese fuori dal più lungo conflitto europeo del Dopoguerra e ha trasformato il suo partito da braccio politico dell'Ira in una macchina elettorale capace di macinare consensi in tutta l'isola. Un uomo venerato come un santo dai suoi fedeli e al tempo stesso capace di attirare l'odio viscerale di un'altrettanto vasta schiera di detrattori.

Originario dei ghetti repubblicani di West Belfast, Adams è sposato da una vita con Colette, ha un figlio che fa l'allenatore di calcio gaelico e si è sempre tenuto lontano dalla politica, e quattro nipoti. A lungo è stato costretto a vivere in clandestinità: braccato dagli inglesi, preso di mira dai lealisti protestanti che nel 1984 lo ferirono gravemente sparando alla sua auto nel centro di Belfast, negli anni 70 fu internato senza processo nel carcere di massima sicurezza di Long Kesh, insieme a Bobby Sands e tanti altri compagni di lotta. Poi l'interminabile processo di pace, durante il quale ha trovato il tempo di scrivere una decina di libri. Adams ha tenuto fede all'annuncio fatto un paio di mesi fa, e proprio alla vigilia del ventesimo anniversario di quell'accordo di pace di cui fu protagonista, ha lasciato la presidenza dello Sinn Féin alla sua vice Mary Lou McDonald. Può sembrare un azzardo,  con lo stallo delle istituzioni al Nord, le conseguenze della Brexit e l'ipotesi di un referendum per la riunificazione dell'isola. In realtà è l'unico modo per affrancare definitivamente il partito dall'eredità della lotta armata fino a farlo diventare forza di governo a Dublino. Quanto a lui, 69 anni appena compiuti, è inverosimile che raggiunga Blair e Clinton nel gruppo dei conferenzieri d'oro, o che si ritiri nella  casa di campagna del Donegal per portare a spasso il cane.

Anche se adesso non rischierebbe che i soldati inglesi glielo rapiscano, come accadde nel 1972 a Shane, il suo lupo alsaziano. Molti credono che punti a diventare il prossimo presidente della Repubblica d'Irlanda, candidandosi alle elezioni in programma alla fine dell'anno. Un'ipotesi che finora lui ha sempre respinto, ribadendolo anche in questa intervista. I bookmaker però sono di diverso avviso. In fondo le sue ambiguità sono sempre state funzionali alla sua strategia. Per tutta la vita ha negato strenuamente di aver fatto parte dell'Ira, mentre gli storici, i giornalisti e persino alcuni suoi ex compagni sostengono il contrario, affermando che per anni fece parte del Consiglio dell'esercito, l'organismo al vertice della struttura operativa dell'Ira.

Qual è il suo bilancio dei due decenni dalla firma dell'Accordo di pace?
"Avrei voluto vedere progressi più rapidi ma non è stato possibile, per colpa dei governi di Londra e di Dublino e dei partiti unionisti. Adesso una grave crisi politica che dura ormai da un anno ha bloccato le istituzioni di Belfast. Nonostante tutte le difficoltà, resta però il fatto che oggi centinaia di persone sono ancora in vita grazie a un processo di pace che ha posto fine a decenni di violenza. Finalmente abbiamo strumenti democratici per risolvere le differenze e raggiungere i nostri obiettivi politici. I piccoli gruppi dissidenti che continuano a compiere azioni armate, talvolta anche a uccidere, non hanno alcun sostegno da parte della popolazione".

Prova rimorsi o rimpianti?
"Faccio politica da oltre cinquant'anni e se guardo indietro mi stupisco ancora di quanto tempo è stato necessario per arrivare alla pace. Ho cominciato a parlarne a metà anni 70, ma purtroppo all'epoca il governo britannico era convinto di poter vincere la guerra con le armi e non era interessato al dialogo. Quando venni eletto a Westminster per la prima volta, nel 1982, il governo Thatcher mi vietò di viaggiare in Gran Bretagna. Poi alle radio e alle tv fu proibito di mandare in onda la voce mia e di altri rappresentanti eletti del mio partito. Oltre una ventina di esponenti dello Sinn Féin e loro familiari sono stati uccisi dagli squadroni della morte lealisti, collusi con i rappresentanti dello Stato britannico e le forze di polizia dell'Irlanda del Nord. Ci sono voluti anni di perseveranza e il coraggio di figure come John Hume, l'ex premier irlandese Albert Reynolds e l'ex presidente americano Bill Clinton per far sì che un processo di pace concreto potesse finalmente mettere radici".

Il momento più difficile della sua vita?
"Ce ne sono stati molti. Penso ai parenti e agli amici uccisi. All'attentato contro la casa della mia famiglia, a Belfast. Ai tanti momenti di esasperazione mentre cercavamo di persuadere Londra a impegnarsi sul serio nel dialogo. Poi le molte occasioni in cui i ministri e i funzionari britannici hanno messo in crisi il processo di pace cercando di usarlo contro di noi. Mi mancano i compagni morti e tutte le persone che conoscevo e sono state uccise nel conflitto. Ma tutti hanno sofferto. Il dolore e il senso di vuoto che provo io è lo stesso che provano tanti, da entrambe le parti. Per questo dobbiamo impegnarci per fare in modo che nessun altro usi mai più la violenza per reprimere una popolazione o per opporsi a quella repressione. La nostra priorità è far prevalere sempre le armi della politica".

Che effetto le ha fatto lasciare la presidenza del partito?
"Quando entrai, a metà degli anni 60, era ancora un'organizzazione messa al bando. Oggi oltre mezzo milione di persone vota per noi in tutta l'Irlanda, siamo il secondo partito al Nord e il terzo partito a Dublino. Negli ultimi tre decenni abbiamo fatto molta strada: adesso c'è una nuova generazione di leader pronti ad assumerne la guida. Oltre alla nuova presidente McDonald e alla sua vice Michelle O'Neill, abbiamo un gruppo dirigente capace ed esperto. Ho grande fiducia in loro. Riusciranno finalmente a raggiungere il nostro obiettivo finale, la riunificazione dell'Irlanda".

A proposito: correrà alle prossime elezioni presidenziali per la Repubblica?
"Non sono interessato a candidarmi ad altre cariche elettive".

Qual è oggi il suo sogno più grande?
"Anche se ho lasciato la presidenza dello Sinn Féin resto un attivista politico e continuerò a servire il partito in qualunque modo lo riterrà opportuno. Rimarrò sempre dell'idea che il governo britannico non abbia alcun diritto a intromettersi nelle questioni che riguardano il popolo irlandese. Questa ingerenza è alla radice del conflitto e delle divisioni della nostra società. Il mio obiettivo - e non è un sogno - è quello di vederla finalmente cessare, consentendo alla nostra gente di costruire un Paese nuovo, nel rispetto del principio dell'uguaglianza per tutti".

Come immagina la sua vita senza la politica?
"Ho dato le dimissioni dal vertice del partito, non dalla vita politica. Continuerò a essere un membro del Senato irlandese fino alle prossime elezioni e resterò attivo in politica per aiutare la causa repubblicana. E poi avrò anche molto più tempo per scrivere, cucinare, leggere, curare il mio giardino e godermi i miei nipoti. Ho un sacco di cose da fare".

Sul Venerdì del 16 febbraio 2018