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Contrordine: chi non vota è convintissimo

L'indifferenza non c'entra. A restare a casa sono soprattutto quelli che ci credevano, di destra e di sinistra. Decisi, secondo una nuova ricerca, a punire i leader che li hanno delusi
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ROMA. Capi di governo, telefonini, bagni schiuma. Un suo libro di qualche anno fa si intitolava così, con questa specifica: Determinanti personali dei comportamenti di voto e di acquisto. Ovvero, le parti inconsapevoli di noi che entrano in gioco quando lasciamo cadere un certo prodotto nel carrello della spesa, o sulla scheda barriamo un simbolo, proprio quello e non un altro. Adesso Gian Vittorio Caprara – già docente di Psicologia alla Sapienza di Roma e direttore del Centro interuniversitario per la ricerca sulla genesi e lo sviluppo delle motivazioni sociali e prosociali – firma un lavoro di ricerca che ci porta dritti nel senso – o nel nonsense – di questa campagna elettorale. Personalizing politics and realizing democracy, scritto con Michele Vecchione per la Oxford University Press, ci dice due cose controcorrente: primo, destra e sinistra sono tutt’altro che vecchi arnesi, roba da catalogare alla voce “idee in liquidazione&rdq…
ROMA. Capi di governo, telefonini, bagni schiuma. Un suo libro di qualche anno fa si intitolava così, con questa specifica: Determinanti personali dei comportamenti di voto e di acquisto. Ovvero, le parti inconsapevoli di noi che entrano in gioco quando lasciamo cadere un certo prodotto nel carrello della spesa, o sulla scheda barriamo un simbolo, proprio quello e non un altro. Adesso Gian Vittorio Caprara – già docente di Psicologia alla Sapienza di Roma e direttore del Centro interuniversitario per la ricerca sulla genesi e lo sviluppo delle motivazioni sociali e prosociali – firma un lavoro di ricerca che ci porta dritti nel senso – o nel nonsense – di questa campagna elettorale. Personalizing politics and realizing democracy, scritto con Michele Vecchione per la Oxford University Press, ci dice due cose controcorrente: primo, destra e sinistra sono tutt’altro che vecchi arnesi, roba da catalogare alla voce “idee in liquidazione”; numero due, non sono gli indifferenti a tenersi alla larga dei seggi, bensì i delusi.

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Cominciamo dai cittadini che rinunceranno a votare. Chi sono?
«Solitamente si pensa che a non andare alle urne siano soprattutto gli indifferenti. Ma è sbagliato. Secondo i dati che abbiamo raccolto, i cittadini di destra e di sinistra che non si recheranno ai seggi superano in numero quelli di sinistra e di destra che ci andranno».

Come è possibile?
«Possibilissimo. E le dirò di più. Benché la situazione sia fortemente in movimento, alcune tendenze sono identiche ovunque. I nostri studi, avviati con una rete di ricercatori di 15 Paesi – 16 se calcoliamo il Giappone che abbiamo aggiunto in un secondo tempo – prendono in considerazione valori, orientamento ideologico e voto. Si è sempre pensato che chi non si esprime appartenga a gruppi ai margini: persone in condizioni materiali disagiate, poco educate e poco informate. Ma questo è un ritratto che andava bene negli anni Cinquanta o Sessanta. Ora è cambiato tutto».

Il ritratto buono per questi anni?
«C’è un concetto da tenere sempre presente: il primo voto è quello che conta. Di base siamo abitudinari. Se poi si passa a un’altra scelta, possono essere successe due cose: o si è cambiato idea, il che naturalmente può accadere, oppure il tuo partito non c’è più. Si parla spesso di volatilità dell’elettore. In Italia, a mio parere, non è stata indagata a sufficienza la volatilità dell’offerta politica».

Per esempio le mille mutazioni del Pci e la polverizzazione della sinistra?
«E la sparizione della Dc. E del Psi. L’elettore prova lo stesso sconcerto, amplificato, che percepisce davanti alla chiusura di un cinema amato o di un albergo che è sempre stato lì e ora non c’è più. Negli Stati Uniti il partito di Abramo Lincoln è lo stesso di Nixon. Republicans e Democrats sono gli stessi dai tempi della Guerra civile. Un’analoga stabilità dell’offerta politica si registra in Gran Bretagna. Da noi non c’è un partito che abbia più di vent’anni e, se consideriamo che la prima socializzazione politica inizia all’interno della famiglia, si capisce che l’esito finale sia lo smarrimento».

 Non penserà che ci manchi la Dc.
«Dico che c’è nostalgia per la stabilità, per dei punti fermi. Le sigle sono tante e la sovrabbondanza di comunicazione induce ulteriore confusione. A questo punto il riproporsi di  Silvio Berlusconi è rassicurante. Non credo che avrà un risultato banale».

Una volta si diceva: voto turandomi il naso.
«Finito anche questo. Abbiamo scoperto, con una certa sorpresa, che tra i non votanti c’è una parte consistente di persone che non giudica più adeguata ai propri principi l’offerta politica e questo vale per gli elettori di sinistra come per quelli di destra. Per di più molti ritengono il proprio voto inessenziale alla democrazia, dicono cose come: “il sistema può funzionare anche senza la mia scheda”».

Terribile. O no?
«È il paradosso della democrazia.Quanto più si avverte il sistema come sano e solido, tanto più l’individuo può percepire il proprio apporto come irrilevante. Poi sotto si insinua un altro elemento: la delusione di chi ritiene i propri valori non rappresentati si trasforma in una forma di punizione e anche di sprone: “non ti voto più, svegliati!”».

Eppure secondo la vostra ricerca destra e sinistra resistono.
«Resistono come grandi spartiacque che intercettano il pensiero dei cittadini. Sono cancelli, porte che una volta spalancate incanalano l’elettorato. Statisticamente parlando, sono i grandi mediatori. Questo accomuna tutti i Paesi che si rifanno alla tradizione del modello parlamentare, per il quale la sinistra incarna i valori dell’egualitarismo e la destra invece princìpi conservativi. Certo, non è ovunque così. In Ucraina destra e sinistra non hanno significato, non esistono, e i dati che vengono da lì sono illeggibili. Qualcosa di simile accade in Giappone».

Chi vota a destra? E chi vota a sinistra?
«Qui ci sono molti elementi di novità. Una volta destra e sinistra riflettevano l’appartenenza a una condizione sociale, a un reddito e a un certo livello di istruzione. Oggi entrano molto di più in gioco le inclinazioni e le caratteristiche personali: ci si schiera a sinistra a seconda che in noi prevalgano la propensione all’egualitarismo, alla coscienziosità, all’ordine e alle regole o all’universalismo e ai diritti individuali. L’appartenenza di classe non ha quasi voce in capitolo. Ancora più sorprendenti sono le somiglianze. Sia a destra sia a destra il principio al quale si attribuisce maggiore valore è la libertà, l’autonomia. Destra e sinistra attribuiscono grande importanza a uguaglianza e rispetto. I partititi che si appellano al risentimento dei cittadini dimenticano che la personalità degli elettori è decisiva. Al momento non credo che più del 6-7 per cento degli elettori sia su posizioni autoritarie e razziste».

E i 5 Stelle come li collochiamo?
«Sollecitano sia valori di sinistra – egualitarismo, sensibilità al pluralismo culturale – sia di destra – protezionismo,  localismo. Per un po’ può funzionare. Ma quando si dovranno decidere le politiche alle quali dare la priorità, le differenze emergeranno».

Sul Venerdì del 23 febbraio 2018