L'ingresso del municipio di Palma di Montechiaro (Agrigento). Il paese ha 23 mila residenti; di questi quasi undicimila vivono all'estero, prevalentemente in Germania (Mauro D'Agati)
E il voto va a quel paese: viaggio nelle terre dell’astensione
Marco Cicala
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dal nostro inviato MARCO CICALA
In comuni come Palma di Montechiaro, nell’Agrigentino, si sfiora l’astensionismo totale. La solita sfiducia nelle istituzioni. Più la fine delle preferenze (e le liste imposte da Roma), la morte dei “postifici” e i tanti che emigrano come già fecero i nonni
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PALMA DI MONTECHIARO (Agrigento). Alle regionali di novembre l’astensione bulgara, totale, la si è mancata di un 28,6 per cento. In tanti sono andati a votare per il nuovo governatore di Sicilia. Cioè quasi nessuno. Cinque punti in meno rispetto alle medesime elezioni del 2012. Oltre venti in confronto a quelle del 2008. Alle ultime politiche del 2013 l’affluenza fu invece del 51,8 alla Camera e del 52,4 al Senato: dodici tacche al di sotto della tornata precedente. Avanti così e a Palma di Montechiaro i seggi dovranno sbaraccare, dichiarare fallimento, chiudere per diserzione integrale dei famosi – e da queste parti un po’ fumosi – “aventi diritto”. Però altolà, fermi tutti – ti avvertono: i dati del “non voto” vanno analizzati, scomposti, relativizzati. Perché qui su 23 mila e rotti residenti quasi undicimila sono missing. Stanno prevalentemente in Germania, ma negli ultimi an…
PALMA DI MONTECHIARO (Agrigento). Alle regionali di novembre l’astensione bulgara, totale, la si è mancata di un 28,6 per cento. In tanti sono andati a votare per il nuovo governatore di Sicilia. Cioè quasi nessuno. Cinque punti in meno rispetto alle medesime elezioni del 2012. Oltre venti in confronto a quelle del 2008. Alle ultime politiche del 2013 l’affluenza fu invece del 51,8 alla Camera e del 52,4 al Senato: dodici tacche al di sotto della tornata precedente. Avanti così e a Palma di Montechiaro i seggi dovranno sbaraccare, dichiarare fallimento, chiudere per diserzione integrale dei famosi – e da queste parti un po’ fumosi – “aventi diritto”. Però altolà, fermi tutti – ti avvertono: i dati del “non voto” vanno analizzati, scomposti, relativizzati. Perché qui su 23 mila e rotti residenti quasi undicimila sono missing. Stanno prevalentemente in Germania, ma negli ultimi anni si emigra anche verso l’Inghilterra. In pullman: la fermata è laggiù, area di servizio Agip. Chi resta campicchia di pensione. I giovani di agricoltura (melone Cantalupo, uva Italia, peperoni...), briciole di turismo o sussidi. Le radici della disaffezione? D’accordo, la domanda non sarà originale, ma anche la risposta del vicesindaco non scherza: «Sfiducia nelle i-s-t-i-t-u-z-i-ò-n-i!» scandisce bene Giuseppe Todaro, braccio destro di Stefano Castellino, eletto a giugno con una coalizione di tre liste civiche e subito raggiunto da un invito a comparire. È indagato per aver promesso in campagna elettorale lo stop alle ruspe anti-abusivismo.
Il Comune di Palma si trova in un bel palazzone tardo-barocco costruito a suo tempo per gli Scolopi. Nelle stanze degli impiegati spadroneggiano i ritratti di Padre Pio e, in subordine, di papa Francesco. Nell’ufficio del sindaco dominano invece un busto e un dipinto raffiguranti Giovan Battista Odierna. Chi era? Un valente sacerdote ragusano, nonché scienziato galileiano e architetto, a cui negli anni Trenta del XVII secolo venne affidato l’augusto compito di progettare la città dal nulla. Perché, a parte gli smollicati insediamenti sicani e rodio-cretesi, Palma non esisteva. La copertina de Il Venerdì in edicola il 23 febbraio 2018
A inventarla di sana pianta – previa licentia populandi ottenuta dal re di Spagna Filippo IV – furono gli antenati di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, che nel Gattopardo avrebbe raccontato il feudo di famiglia rinominandolo Donnafugata. Il buon Odierna lo disegnò con razionalissimo impianto ortogonale. Una ville radieuse piazzata in sito quantomai ameno, digradante verso il mare africano. Tanto che nel Settecento l’abate francese Jean-Claude Richard de Saint-Non la magnificava come «graziosa cittadina» dalla «posizione incantevole», i dintorni «pieni di giardini deliziosi», e con «abbondanza enorme di vigneti, di coltivazioni e di ogni sorta di alberi da frutta».
L'ingresso a Palma di Montechiaro. Si calcola che siano almeno 1.100 gli edifici fuorilegge ((Mauro D'Agati)
Ma, a nemesi crudele di quelle origini, Palma è ormai da decenni un grosso e grigio fungo sfuggito a qualsiasi controllo. Carcasse di palazzine interrotte, a intonaco zero, finestre murate, fantasmi edilizi ovunque. Anche addosso al cartello che entrando in paese ti accoglie con un leggiadro “Benvenuti nella terra del Gattopardo”. Contenti e condonati? Macché. Nonostante le sanatorie, le costruzioni fuorilegge «sono 1.100» dice con smorfia amara Pasquale Amato. Laurea in ingegneria al Politecnico di Torino, un passato nel Pci e poi nelle sue polimorfe reincarnazioni, prima che lo mettessero in minoranza sloggiandolo dal palazzo degli Scolopi, s’era fatto una nomea da “sindaco-bulldozer”. Benché di demolizioni sia riuscito a realizzarne pochissime.
L'ex sindaco Pasquale Amato (Mauro D'Agati)
Come molte altre cose, pure quello dell’edilizia selvaggia è qui uno gnommero, un garbuglio infernale. Perché mica stiamo parlando di villette sulla fascia di costa, no: perlopiù sono condomini di tre-quattro piani in pieno centro. Ci vivranno un cinquecento famiglie. Undicimila le richieste di condono. Quattro invece le lettere intimidatorie ricevute da Amato durante la sindacatura: due lasciate sul parabrezza dell’auto, una recapitata a casa, l’ultima a studio. «Pensa un poco cosa ti può accadere a tia e a tutta la tua famiglia… Ni sintemmu presto». Per sostenerlo scesero in piazza un migliaio di studenti, tutti seduti sulla strepitosa scalinata della secentesca Chiesa Madre: Amato mi mostra la foto di gruppo custodita nello smartphone. Quanto all’astensione, è storia nota, ma vale la pena rammentarla: «I vecchi vincoli di clientela si sono logorati» ricorda l’ex sindaco. «Tra privatizzazioni, scandali, precarizzazione i “postifici” non ci sono praticamente più». Da promettere non resta quasi nulla. E poi aggiungeteci le nuove leggi elettorali, la fine del voto di preferenza che ha obbligato i sultanati locali a riorganizzarsi, e le «liste fatte a Roma», che pure bene non se la passa e comunque da qui è molto, ma molto più lontana dei 960 chilometri riportati dal navigatore.
Un "monumento" di pneumatici in un'area giochi ((Mauro D'Agati)
Alle amministrative la Dc raccoglieva percentuali da far gola a Fidel Castro o a Lukashenko. Però fino agli anni Ottanta del secolo scorso, inteso come Novecento, a Palma di Montechiaro le strade non avevano nemmeno un nome. Capiamoci: certi postini – le lettere minatorie lo confermano – non hanno mai incontrato soverchie difficoltà nel recapitare la corrispondenza al giusto destinatario, ma le vie si chiamavano pur sempre «Zeta-Uno, Zeta-Due, Tre…» racconta senza nostalgia Rosario Gallo. Più volte sindaco – Pci e derivati – lui approfittò dello svarione per intitolarne qualcuna a Carlo Marx, Lenin, Rosa Luxemburg… Girando in paese fa una strana impressione leggere quei nomi sulle targhe. Fino agli anni Sessanta, sempre del Novecento, a Palma non c’erano neanche fognature e acqua corrente. Perciò Danilo Dolci ci organizzò una tre giorni di denuncia: al convegno vennero Sciascia, Carlo Levi, il giovane Giorgio Napolitano; avevano aderito anche Sartre, Pasolini… Nomi ormai siderali quanto quelli di Marx & Co.
«Palma è tutta abusiva» taglia corto Gallo. Coi soldi riportati dalla Germania «ci si costruiva la casa per sé, poi per il figlio e il secondo e il terzo… Un fiume di denaro. Il prezzo dei terreni esplose». Ed eccoci qua. Palazzetti – mi racconta – spuntavano indisturbati perfino accanto alla stazione dei Carabinieri, quella dove transitò il maresciallo antimafia Giuliano Guazzelli, detto il “Mastino”: lo ammazzarono sulla Agrigento-Porto Empedocle nell’aprile del ’92. Ed erano sgorgati da Palma di Montechiaro i killer dei giudici Saetta e Livatino. A fine anni Ottanta-inizio Novanta le guerre intermafiose ammucchiarono cadaveri a centinaia.
Il giornalista Piero Mieli ((Mauro D'Agati)
Gallo scarica il peso dell’astensionismo sull’emigrazione: «Qui le campagne elettorali si fanno ancora porta a porta. Bussi, ma una volta su due non ti apre più nessuno. Sono andati via». E l’agricoltura? Rosario scuote la testa: «Mancano le strutture associative, non ci si coalizza: raccolgono e portano al commerciante, che li sottopaga. Ma i contratti vanno fissati prima! E pensare che questa è terra di primizie, zona precoce…». Climaticamente, vuol dire. Adesso piove, c’è umido. Il cielo è color pozzanghera e anche le case. Di giorno a Palma il traffico è quello di Giacarta nelle ore complesse. Ma al cascare del buio riecco il vuoto. Uniche luci, i “bar con somministrazione alimenti”, traduci: pasticcerie. Dentro, anziani e qualche ragazzotto smontato dallo scooter, dall’auto in doppia fila. Dalle tv deflagra la voce del mezzobusto Angelo Ruoppolo, vedette dell’emittente agrigentina Teleacras, che da anni commenta qualsiasi news coi decibel di Caressa. Per il resto solo “circoli ricreativi”, traduci: sale scommesse, e tutto un lussureggiare di “agenzie-sinistri”. Che si chiedano risarcimenti alle assicurazioni o al Comune – per quella data buca che t’ha incriccato quella data vertebra – il mercato dell’infortunistica sembra non conoscere flessioni.
Mi introduco in un circolo – non “ricreativo” questo, ma “culturale” – chiedendo a casaccio di astensione. «Ma no, siamo perfettamente in linea con le medie nazionali» mi dice un distinto signore in blazer, «voterà un settanta per cento…». Cifre in libertà. Il tipo me le sciorina distrattamente, senza nemmeno guardarmi, è troppo preso dal Tg. Di là, tavoli gremiti di anziani che giocano a carte, l’occhio guardingo di chi non vuol essere seccato.
Con Piero Meli ho appuntamento nel bar davanti al monastero delle Benedettine, quello che – con “regola cassinese”, di blindata clausura – accolse nel secolo XVII le devotissime antenate di Giuseppe Tomasi: Rosalia – moglie del “duca santo” Giulio – che ci si autorecluse con il nome di Suor Maria Seppellita, e le figlie, sopra tutte Isabella, la venerabile beata Corbera, mistica sublime in perenne colluttazione (vittoriosa) col demonio. Giornalista, critico letterario, raffinato studioso di Pirandello, Meli portava i capelli lunghi nel ’68. Adesso nasconde quel che ne resta sotto un berretto da baseball. Racconta: «Un monte di pietà, un caricatore al porto, una tonnara che dava lavoro, un meccanismo di prestito sulle sementi, un convento per donne “traviate”, istituzioni di assistenza ai poveri… Per quanto inghiottiti da una religiosità ossessiva, opprimente, i Tomasi impiantarono qui un sistema sociale che funzionava. Durò fino a metà del Settecento. Poi la famiglia si trasferì a Palermo e venne giù tutto. Il sistema finì in malora, sparì con loro». Niente di più degno lo avrebbe sostituito.
Preveggente, cupamente profetico riguardo ai destini post-unitari della Sicilia e dell’Italia postunitarie, Il Gattopardo – che quest’anno compie 60 anni, ottimamente indossati – non lo fu invece rispetto a Palma. Perché qui l’innesto dell’aristocrazia crepuscolare sui rami dei neo-ceti emergenti, fra i temi centrali del romanzo, non si è prodotto: «Altrove le famiglie nobili si incrociarono con la borghesia: a Palma no, qui non s’è mai creata una borghesia. Adesso ci sarà pure più istruzione, ma cultura non ce n’è. Questo posto è un dormitorio. Io ci sto da dissociato: ci abito, mica ci vivo. Ogni sera torno a casa e trascino il macigno contro l’entrata della caverna» dice Meli con magnifica flemma.
Nella “terra del Gattopardo” non si vede in giro nemmeno mezza copia del Gattopardo. «Stanno in biblioteca!» mi dice il carto-libraio-giornalaio (in vetrina l’ultimo Camilleri e poco altro). Vabbè, ma almeno uno straccio di testo, un opuscolo sulla storia di Palma dov’è che lo trovo? «Provi al monastero». Ritorno dalle Benedettine. Scalinata vertiginosa, palazzo di compunta, spagnolissima eleganza. Dentro una teca, foto dei dolci conventuali (i famosi “ricci” mandorlati) e qualche pubblicazione in mostra. Suono il campanello. Dietro la grata appare l’ombra di una suora: «Quale vuole? Quello da dieci euro o il volume grosso?». Stavolta mi accontenterò del piccolo. Apro e leggo che Giulio Tomasi, il “duca santo”, concepì l’intera Palma «come una nuova Terra santa dove poter rivivere personalmente e fare assaporare agli abitanti i momenti salienti della vita di Cristo». Da un certo punto di vista ci è riuscito.