Il macello emiliano: caporalato e false coop
Jenner Meletti , di JENNER MELETTIL’iper-sfruttamento dei lavoratori (soprattutto stranieri) si è esteso ad allevamenti e serre del Nord. Con l’ultima trovata delle agromafie per limitare i danni in caso di denunce
L’ultima a presentarsi nell’ufficio della Flai (Federazione lavoratori agro-industria) è stata Adja, una ragazza del Senegal. «Lavoravo per una cooperativa, sono stata licenziata. Quando ho chiesto all’Inps l’assegno di disoccupazione mi hanno detto no, perché la coop – i titolari sono tre indiani – non aveva versato i contributi». La ragazza risultava assunta come part time, con uno stipendio di 732 euro. «In realtà» racconta Arturo Zani della Flai Cgil cesenate, «ha lavorato a tempo pieno, anche dieci o dodici ore al giorno. Nel mondo del nuovo caporalato o accetti ogni angheria o non lavori. E la sua situazione non è la peggiore».
Uomini come Arturo Zani conoscono da vent’anni il caporalato nelle campagne del Sud, con gli immigrati pagati una miseria e distrutti dalla fatica. In estate fanno i “sindacalisti di strada” nelle campagne di Villa Literno, Mondrago…
Uomini come Arturo Zani conoscono da vent’anni il caporalato nelle campagne del Sud, con gli immigrati pagati una miseria e distrutti dalla fatica. In estate fanno i “sindacalisti di strada” nelle campagne di Villa Literno, Mondrago…
L’ultima a presentarsi nell’ufficio della Flai (Federazione lavoratori agro-industria) è stata Adja, una ragazza del Senegal. «Lavoravo per una cooperativa, sono stata licenziata. Quando ho chiesto all’Inps l’assegno di disoccupazione mi hanno detto no, perché la coop – i titolari sono tre indiani – non aveva versato i contributi». La ragazza risultava assunta come part time, con uno stipendio di 732 euro. «In realtà» racconta Arturo Zani della Flai Cgil cesenate, «ha lavorato a tempo pieno, anche dieci o dodici ore al giorno. Nel mondo del nuovo caporalato o accetti ogni angheria o non lavori. E la sua situazione non è la peggiore».
Uomini come Arturo Zani conoscono da vent’anni il caporalato nelle campagne del Sud, con gli immigrati pagati una miseria e distrutti dalla fatica. In estate fanno i “sindacalisti di strada” nelle campagne di Villa Literno, Mondragone, Nardò… «Certo» racconta, «ci siamo rimasti male quando abbiamo capito che il caporalato attecchiva anche qui. Come fanno a intercettare i lavoratori? Semplice: se sono già qua con il passaparola, altrimenti vengono contattati nei Paesi d’origine da intermediari. Arrivati in Italia, ricevono il numero di cellulare del caporale, che darà loro l’appuntamento in un luogo preciso e in un orario preciso. Senza ritegno: qui nel Cesenate i caporali sono stati visti nella piazza principale di Borello e ai distributori lungo le valli del Savio, del Bidente, del Rubicone. Con una situazione sconvolgente: il reclutamento in alcuni casi è passato dai Centri di accoglienza predisposti dalla prefettura con i Comuni. Presi la mattina e riportati la sera».
Raccolta della frutta e allevamenti, dove servono manodopera poco specializzata e lavoro di fatica. Retribuzione bassissima, 4 o 5 euro all’ora. Zero diritti, niente malattia, infortunio, maternità. Turni di lavoro da dieci a quindici ore, anche 7 giorni la settimana. Sfruttati non solo sul lavoro. Dormono in case affittate dai prestanome nelle frazioni più spopolate (Linaro, Piavola, Bora, Gualdo, Oriola, Ranchio, San Carlo...). Appartamenti con dieci, quindici, persino 30 persone e il caporale che fa la cresta sull’affitto (da 150 a 200 euro mensili a posto letto).
In Emilia Romagna e nelle altre regioni del Nord il caporalato ha fatto un salto di qualità, per evitare i controlli o almeno ridurre i danni in caso di denunce. Lo strumento usato è quelle delle cooperative “spurie” e delle srl. Il trucco è semplice: le false cooperative o le società di comodo rimangono in vita per un paio di anni e poi “scompaiono”. Evadono l’Iva, l’Irap, non pagano i contributi previdenziali, il Tfr e parte delle retribuzioni. Vengono usati anche contratti stranieri (ad esempio bulgari e romeni), con retribuzioni irrisorie e tutele inesistenti. I prestanome o i finti presidenti sono quasi sempre nullatenenti e perciò economicamente non rischiano nulla.
Con l’agricoltura, il settore più colpito è la zootecnia, e non mancano casi nei trasporti e logistica, edilizia, turismo. Il meccanismo resta immutato, sia che si raccolgano pesche o che si taglino braciole di maiale. Il “cooperatificio” più grande, con decine di targhe affisse in casolari semi abbandonati e coop e srl intestate anche a nullatenenti, è stato scoperto nel distretto della carne (oltre tre miliardi di fatturato, cinquemila operai di cui 1.400 negli appalti) a Castelnuovo Rangone, nel Modenese, che al maiale ha dedicato anche un monumento in piazza. Qui, ad esempio, fra il 2012 ed il 2014 sono stati controllati dalla Finanza mille operai: 900 sono stati trovati non in regola. Sette soci lavoratori di cooperative su 10 sono stati definiti falsi soci.
«Il meccanismo» spiega Umberto Franciosi, segretario Flai Cgil in Emilia Romagna, «è rodato. Il committente, nella cui azienda il lavoro costa 25 euro all’ora, dà in appalto o affitta un ramo d’azienda a un consorzio (che ha uno o due dipendenti). Il consorzio affida i lavori a diverse coop o srl dove il lavoro costa 13,5 euro all’ora. Il “risparmio” è del 40 per cento, in spregio ai contratti nazionali di lavoro».
LA MAPPA I neoschiavi dal Piemonte alla Toscana di Marco Omizzolo
Ci sono state indagini della Guardia di finanza e denunce, ma i problemi non sono stati risolti. «Prendiamo ad esempio l’evasione dell’Iva» dice Franciosi. «Il committente la “scarica” sul consorzio, che a sua volta la scarica su coop e srl. Committente e consorzio ricevono il rimborso dell’Iva dallo Stato (traduzione: a pagare siamo noi cittadini). Coop e srl invece di versare l’Iva e il resto chiudono i battenti. Un altro esempio. Nel 2015, accertato il reato di somministrazione illegale di manodopera, committente e appaltatore di un’azienda di lavorazione carni avrebbero dovuto pagare 50 euro al giorno per 250 giorni lavorativi di ammenda per 200 persone: due milioni e mezzo per ogni anno (dal 2011 al 2015). Però, dal 6 febbraio 2016, sono entrate in vigore le norme di depenalizzazione del decreto legislativo numero 8 del 15 gennaio precedente: che trasforma in illeciti amministrativi i reati di somministrazione abusiva di lavoro. In più, il decreto precisa che la sanzione totale non deve superare i 50 mila euro e se pagata subito viene ridotta a 16.667 euro. Insomma, per somministrazione abusiva, Iva e tutto il resto da 5 milioni di sanzione penale all’anno si è passati a 17 mila euro totali, perché il decreto è retroattivo e “libera” committenti e appaltatori. I lavoratori invece sono incastrati. Per la posizione di falsi soci, per compensi nascosti sotto la voce di rimborsi spese non tassabili, ecc., si trovano a pagare 15 mila euro a testa».
La globalizzazione è completa, anche nel mondo dei nuovi caporali. I titolari delle “coop” che portano gli operai nelle campagne e negli allevamenti di Cesena, ad esempio, sono quasi tutti stranieri, con sede legale a Verona. Arrivano dal Nord Africa i lavoratori inviati a Saluzzo (Cuneo) che è una piccola Romagna perché anche qui si raccolgono pesche, kiwi e mele. Ogni anno si crea un’enclave, nel cuore della città, al Foro Boario. «E si innesta» racconta Tino Arosio, direttore della Coldiretti di Cuneo, «in una popolazione di extracomunitari più grande e presente tutto l’anno, con problemi di criminalità e di ordine pubblico. Noi siamo presenti nella stagione dei raccolti, con container dotati di letti, docce, servizi igienici, cucina per circa 120 persone. Perché chi lavora ha il diritto di essere trattato bene».
Sul Venerdì del 9 marzo 2018
Uomini come Arturo Zani conoscono da vent’anni il caporalato nelle campagne del Sud, con gli immigrati pagati una miseria e distrutti dalla fatica. In estate fanno i “sindacalisti di strada” nelle campagne di Villa Literno, Mondragone, Nardò… «Certo» racconta, «ci siamo rimasti male quando abbiamo capito che il caporalato attecchiva anche qui. Come fanno a intercettare i lavoratori? Semplice: se sono già qua con il passaparola, altrimenti vengono contattati nei Paesi d’origine da intermediari. Arrivati in Italia, ricevono il numero di cellulare del caporale, che darà loro l’appuntamento in un luogo preciso e in un orario preciso. Senza ritegno: qui nel Cesenate i caporali sono stati visti nella piazza principale di Borello e ai distributori lungo le valli del Savio, del Bidente, del Rubicone. Con una situazione sconvolgente: il reclutamento in alcuni casi è passato dai Centri di accoglienza predisposti dalla prefettura con i Comuni. Presi la mattina e riportati la sera».
Raccolta della frutta e allevamenti, dove servono manodopera poco specializzata e lavoro di fatica. Retribuzione bassissima, 4 o 5 euro all’ora. Zero diritti, niente malattia, infortunio, maternità. Turni di lavoro da dieci a quindici ore, anche 7 giorni la settimana. Sfruttati non solo sul lavoro. Dormono in case affittate dai prestanome nelle frazioni più spopolate (Linaro, Piavola, Bora, Gualdo, Oriola, Ranchio, San Carlo...). Appartamenti con dieci, quindici, persino 30 persone e il caporale che fa la cresta sull’affitto (da 150 a 200 euro mensili a posto letto).
In Emilia Romagna e nelle altre regioni del Nord il caporalato ha fatto un salto di qualità, per evitare i controlli o almeno ridurre i danni in caso di denunce. Lo strumento usato è quelle delle cooperative “spurie” e delle srl. Il trucco è semplice: le false cooperative o le società di comodo rimangono in vita per un paio di anni e poi “scompaiono”. Evadono l’Iva, l’Irap, non pagano i contributi previdenziali, il Tfr e parte delle retribuzioni. Vengono usati anche contratti stranieri (ad esempio bulgari e romeni), con retribuzioni irrisorie e tutele inesistenti. I prestanome o i finti presidenti sono quasi sempre nullatenenti e perciò economicamente non rischiano nulla.
Con l’agricoltura, il settore più colpito è la zootecnia, e non mancano casi nei trasporti e logistica, edilizia, turismo. Il meccanismo resta immutato, sia che si raccolgano pesche o che si taglino braciole di maiale. Il “cooperatificio” più grande, con decine di targhe affisse in casolari semi abbandonati e coop e srl intestate anche a nullatenenti, è stato scoperto nel distretto della carne (oltre tre miliardi di fatturato, cinquemila operai di cui 1.400 negli appalti) a Castelnuovo Rangone, nel Modenese, che al maiale ha dedicato anche un monumento in piazza. Qui, ad esempio, fra il 2012 ed il 2014 sono stati controllati dalla Finanza mille operai: 900 sono stati trovati non in regola. Sette soci lavoratori di cooperative su 10 sono stati definiti falsi soci.
«Il meccanismo» spiega Umberto Franciosi, segretario Flai Cgil in Emilia Romagna, «è rodato. Il committente, nella cui azienda il lavoro costa 25 euro all’ora, dà in appalto o affitta un ramo d’azienda a un consorzio (che ha uno o due dipendenti). Il consorzio affida i lavori a diverse coop o srl dove il lavoro costa 13,5 euro all’ora. Il “risparmio” è del 40 per cento, in spregio ai contratti nazionali di lavoro».
LA MAPPA I neoschiavi dal Piemonte alla Toscana di Marco Omizzolo
Ci sono state indagini della Guardia di finanza e denunce, ma i problemi non sono stati risolti. «Prendiamo ad esempio l’evasione dell’Iva» dice Franciosi. «Il committente la “scarica” sul consorzio, che a sua volta la scarica su coop e srl. Committente e consorzio ricevono il rimborso dell’Iva dallo Stato (traduzione: a pagare siamo noi cittadini). Coop e srl invece di versare l’Iva e il resto chiudono i battenti. Un altro esempio. Nel 2015, accertato il reato di somministrazione illegale di manodopera, committente e appaltatore di un’azienda di lavorazione carni avrebbero dovuto pagare 50 euro al giorno per 250 giorni lavorativi di ammenda per 200 persone: due milioni e mezzo per ogni anno (dal 2011 al 2015). Però, dal 6 febbraio 2016, sono entrate in vigore le norme di depenalizzazione del decreto legislativo numero 8 del 15 gennaio precedente: che trasforma in illeciti amministrativi i reati di somministrazione abusiva di lavoro. In più, il decreto precisa che la sanzione totale non deve superare i 50 mila euro e se pagata subito viene ridotta a 16.667 euro. Insomma, per somministrazione abusiva, Iva e tutto il resto da 5 milioni di sanzione penale all’anno si è passati a 17 mila euro totali, perché il decreto è retroattivo e “libera” committenti e appaltatori. I lavoratori invece sono incastrati. Per la posizione di falsi soci, per compensi nascosti sotto la voce di rimborsi spese non tassabili, ecc., si trovano a pagare 15 mila euro a testa».
La globalizzazione è completa, anche nel mondo dei nuovi caporali. I titolari delle “coop” che portano gli operai nelle campagne e negli allevamenti di Cesena, ad esempio, sono quasi tutti stranieri, con sede legale a Verona. Arrivano dal Nord Africa i lavoratori inviati a Saluzzo (Cuneo) che è una piccola Romagna perché anche qui si raccolgono pesche, kiwi e mele. Ogni anno si crea un’enclave, nel cuore della città, al Foro Boario. «E si innesta» racconta Tino Arosio, direttore della Coldiretti di Cuneo, «in una popolazione di extracomunitari più grande e presente tutto l’anno, con problemi di criminalità e di ordine pubblico. Noi siamo presenti nella stagione dei raccolti, con container dotati di letti, docce, servizi igienici, cucina per circa 120 persone. Perché chi lavora ha il diritto di essere trattato bene».
Sul Venerdì del 9 marzo 2018