Parola di papa Francesco
Andrea Gualtieri , di ANDREA GUALTIERIIn cinque anni ha parlato di povertà 1.300 volte e di diavolo 78 ed è stato il primo pontefice a usare i termini 'ndrangheta e gay. Abbiamo analizzato i discorsi di Francesco. Sorprendenti
La sera del 13 marzo 2013, poco dopo le otto, su piazza San Pietro cadeva una pioggerellina dispettosa. C'era il frastuono eccitato dei lieti eventi di portata storica: un'enorme folla si era radunata dopo la fumata bianca apparsa un'ora prima, quasi inattesa. Le bande suonavano l'inno vaticano e quello italiano, ma già all'altezza del portone di bronzo, dove il colonnato si allarga verso la piazza, il suono non arrivava e non si capiva perché quel nuovo Papa, sconosciuto alla massa, stesse lì muto con le braccia lungo il corpo, paralizzato. Era un atteggiamento di distacco? Sarebbe stato un pontificato silente, lontano dalla gente? Per capire chi fosse Francesco fu invece decisiva una parola, la terza del suo pontificato. Dopo un solenne "Fratelli e sorelle", il nuovo vescovo di Roma pronunciò un familiare "buonasera" che fece crollare le barriere e sciogliere la piazza in un applauso liberatorio.
Da quella sera il …
Da quella sera il …
La sera del 13 marzo 2013, poco dopo le otto, su piazza San Pietro cadeva una pioggerellina dispettosa. C'era il frastuono eccitato dei lieti eventi di portata storica: un'enorme folla si era radunata dopo la fumata bianca apparsa un'ora prima, quasi inattesa. Le bande suonavano l'inno vaticano e quello italiano, ma già all'altezza del portone di bronzo, dove il colonnato si allarga verso la piazza, il suono non arrivava e non si capiva perché quel nuovo Papa, sconosciuto alla massa, stesse lì muto con le braccia lungo il corpo, paralizzato. Era un atteggiamento di distacco? Sarebbe stato un pontificato silente, lontano dalla gente? Per capire chi fosse Francesco fu invece decisiva una parola, la terza del suo pontificato. Dopo un solenne "Fratelli e sorelle", il nuovo vescovo di Roma pronunciò un familiare "buonasera" che fece crollare le barriere e sciogliere la piazza in un applauso liberatorio.
Da quella sera il Papa ha pronunciato poco più di mille discorsi ufficiali per un totale di oltre 1 milione duecentomila parole, distribuite tra omelie, udienze e preghiere pubbliche, lettere encicliche e altri atti formali di magistero. Un patrimonio di vocaboli che ha una ribalta mondiale e un mercato enorme. Alla Lev - la Libreria editrice vaticana, che possiede il copyright su tutti i testi pronunciati dai pontefici e ne dirotta i proventi alle opere di carità del Papa - in media arrivano 500 richieste all'anno da parte di sigle editoriali o gestori di portali web che vorrebbero utilizzare le frasi di Francesco. Si stima che in totale ne vengano ricavati oltre mezzo milione di volumi all'anno tra antologie, interviste, dispense e testi scolastici. A questi si aggiunge un numero incalcolabile di agende, calendari e pubblicazioni web che sfuggono ai diritti d'autore, oltre ai testi curati dalla stessa Lev e a libri e blog ipercritici verso il pontefice che tendono ad aggirare il passaggio dal Vaticano. "La concessione del copyright garantisce l'ufficialità del testo. In molti casi è gratuito e comunque, in base al tipo di pubblicazione e all'area geografica dalla quale arriva la richiesta, si studiano contributi diversi, a volte dal valore simbolico" spiega Giulio Cesareo, il francescano che da pochi mesi dirige la Lev.
Oltre agli italiani, a farsi avanti, sono soprattutto editori e blogger dagli Stati Uniti e dalla Spagna. Per la saggistica dimostrano molta attenzione alle parole di papa Francesco anche in Polonia, Germania, Francia. E - ma questo è un trend piuttosto recente - nei Paesi del sud del mondo. Si cita Francesco per studiarlo, per rilanciarne il pensiero, per contestarlo. E se un fronte identifica Francesco nel Papa degli ultimi e un altro lo accusa di rinnegare la tradizione, l'analisi dei big data permette di trasformare i suoi discorsi in numeri e i numeri in un confronto - in parte sorprendente - del pontefice argentino con i suoi predecessori.
Uno studio realizzato per il Venerdì da Dtok-Lab rivela che le espressioni utilizzate da Bergoglio agli albori del suo pontificato sono state quelle che hanno maggiormente caratterizzato poi il suo ministero. Il primo incontro con la stampa svelò il suo sogno di una Chiesa povera e per i poveri; il suo primo Angelus fu all'insegna della misericordia e nella sua sesta udienza generale emerse un richiamo accorato sui temi del lavoro. Non sono i termini che Francesco ha utilizzato con maggior frequenza, ma sono quelli nei quali si è marcata in modo consistente la differenza rispetto agli altri pontefici moderni, che hanno guidato la Chiesa a partire dal Concilio Vaticano II. Di poveri e povertà, ad esempio, Francesco ha parlato oltre 1.300 volte. In media, significa più di una volta per ogni discorso. Una frequenza due volte e mezzo più alta di quella che si è registrata con Benedetto XVI e strabordante anche rispetto agli altri: su Wojtyla l'incremento è stato pari al 120 per cento, su Montini addirittura al 320 per cento, su Roncalli al 280 per cento.
Alla misericordia Francesco ha riservato addirittura un anno giubilare. E infatti nel 2016 è arrivato a pronunciare quella parola 668 volte, in media poco meno di due volte al giorno e più di tre volte per ogni discorso. Ne avevano parlato - e tanto - anche i predecessori, ma Bergoglio ne ha fatto la bandiera del suo pontificato. Solo il "Papa buono" Giovanni XXIII ha retto il confronto a distanza, ma con una frequenza sette volte inferiore.
Wojtyla, che è l'autore dell'enciclica Laborem Exercens, ha invece affrontato spesso il tema dell'occupazione, parlando di lavoro e lavoratori per oltre quattordicimila volte nei suoi 8.485 interventi complessivi, in particolare in termini di vita e di famiglia. Roncalli in percentuale ha fatto persino di più, ma spesso il suo riferimento era al lavoro come impegno della Chiesa, in particolare alla luce del Concilio che aveva lanciato e avviato. Ma è ancora con Francesco che le espressioni legate al lavoro dilagano e vengono lette in termini di dignità e di giovani. E se Paolo VI, sullo sfondo della contestata enciclica Humanae Vitae, ha rotto il tabù delle parole sesso, sessualità e omosessualità - poi riprese con maggiore frequenza da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI - Francesco è andato ancora oltre, aggiungendo il termine gay fino a pronunciare la famosa domanda: "Chi sono io per giudicarlo?".
Ha ragione quindi chi insiste nel dire che Jorge Mario Bergoglio ha portato una svolta sociale nella predicazione, a discapito dei temi della fede? Non proprio. "Dai prospetti si vede che le dieci parole più citate da ogni pontefice fondamentalmente sono le stesse" commenta Giulio Cesareo scorrendo i dati. "Certo" aggiunge, "si nota una svolta esistenziale a partire da Giovanni Paolo II, quando si parla di più di amore rispetto a Giovanni XXIII, che era molto istituzionale. Ma in sostanza c'è una grande continuità, non è un'altra Chiesa. E questo risponde a chi dice che Francesco ha cambiato tutto: lo stile sarà più eloquente, ma il contenuto è sempre uguale".
Il Papa della misericordia è anche quello che più di tutti cita il diavolo. E dato che per lui "il diavolo entra sempre dal portafoglio", ecco apparire spesso le parole soldi, denaro e persino banche, capitalismo, marxismo. "In questo" dice Cesareo "lui ha una grande libertà storica, anche rispetto a Giovanni Paolo II, che è stato protagonista nel crollo del comunismo ma doveva evitare che se ne avvantaggiasse il capitalismo. Francesco, per formazione personale, è meno diplomatico e non ha remore, ad esempio, a parlare dei banchieri in toni schietti, con parole che avrebbero suscitato scandalo se fossero state usate da Ratzinger o Wojtyla, abituati ad un linguaggio molto più strutturato e meno immaginifico".
Così, se Giovanni Paolo II è stato il primo a nominare la mafia, Bergoglio ha pronunciato la parola 'ndrangheta e l'ha associata a una scomunica. Sulla pedofilia, che Wojtyla ha citato solo in termini generali, Francesco è andato invece nella scia di Ratzinger, che ha avuto il coraggio di accostarla agli uomini di Chiesa. Parlando alla curia e ai politici, Bergoglio ha insistito anche sul tema della corruzione. Ancora Cesareo: "Ripete: peccatori sì, corrotti no. Perché il corrotto è consapevole di vivere nell'errore e anziché chiedere perdono continua a peccare perché gli fa comodo".
Bergoglio, aggiunge il direttore della Lev, con i fedeli o davanti alle altre personalità "parla senza esitazioni ed è consapevole della sua autorità papale, ma la vive in termini di relazioni reciproche". Ed è così, tra l'altro, che si spiega come l'appellativo di figli, molto usato da Giovanni XXIII, sia diventato, nell'era di Francesco, fratelli. Che poi è la prima parola pronunciata dal nuovo Papa la sera del 13 marzo di cinque anni fa.
Sul Venerdì del 9 marzo 2018
Da quella sera il Papa ha pronunciato poco più di mille discorsi ufficiali per un totale di oltre 1 milione duecentomila parole, distribuite tra omelie, udienze e preghiere pubbliche, lettere encicliche e altri atti formali di magistero. Un patrimonio di vocaboli che ha una ribalta mondiale e un mercato enorme. Alla Lev - la Libreria editrice vaticana, che possiede il copyright su tutti i testi pronunciati dai pontefici e ne dirotta i proventi alle opere di carità del Papa - in media arrivano 500 richieste all'anno da parte di sigle editoriali o gestori di portali web che vorrebbero utilizzare le frasi di Francesco. Si stima che in totale ne vengano ricavati oltre mezzo milione di volumi all'anno tra antologie, interviste, dispense e testi scolastici. A questi si aggiunge un numero incalcolabile di agende, calendari e pubblicazioni web che sfuggono ai diritti d'autore, oltre ai testi curati dalla stessa Lev e a libri e blog ipercritici verso il pontefice che tendono ad aggirare il passaggio dal Vaticano. "La concessione del copyright garantisce l'ufficialità del testo. In molti casi è gratuito e comunque, in base al tipo di pubblicazione e all'area geografica dalla quale arriva la richiesta, si studiano contributi diversi, a volte dal valore simbolico" spiega Giulio Cesareo, il francescano che da pochi mesi dirige la Lev.
Oltre agli italiani, a farsi avanti, sono soprattutto editori e blogger dagli Stati Uniti e dalla Spagna. Per la saggistica dimostrano molta attenzione alle parole di papa Francesco anche in Polonia, Germania, Francia. E - ma questo è un trend piuttosto recente - nei Paesi del sud del mondo. Si cita Francesco per studiarlo, per rilanciarne il pensiero, per contestarlo. E se un fronte identifica Francesco nel Papa degli ultimi e un altro lo accusa di rinnegare la tradizione, l'analisi dei big data permette di trasformare i suoi discorsi in numeri e i numeri in un confronto - in parte sorprendente - del pontefice argentino con i suoi predecessori.
Uno studio realizzato per il Venerdì da Dtok-Lab rivela che le espressioni utilizzate da Bergoglio agli albori del suo pontificato sono state quelle che hanno maggiormente caratterizzato poi il suo ministero. Il primo incontro con la stampa svelò il suo sogno di una Chiesa povera e per i poveri; il suo primo Angelus fu all'insegna della misericordia e nella sua sesta udienza generale emerse un richiamo accorato sui temi del lavoro. Non sono i termini che Francesco ha utilizzato con maggior frequenza, ma sono quelli nei quali si è marcata in modo consistente la differenza rispetto agli altri pontefici moderni, che hanno guidato la Chiesa a partire dal Concilio Vaticano II. Di poveri e povertà, ad esempio, Francesco ha parlato oltre 1.300 volte. In media, significa più di una volta per ogni discorso. Una frequenza due volte e mezzo più alta di quella che si è registrata con Benedetto XVI e strabordante anche rispetto agli altri: su Wojtyla l'incremento è stato pari al 120 per cento, su Montini addirittura al 320 per cento, su Roncalli al 280 per cento.
Alla misericordia Francesco ha riservato addirittura un anno giubilare. E infatti nel 2016 è arrivato a pronunciare quella parola 668 volte, in media poco meno di due volte al giorno e più di tre volte per ogni discorso. Ne avevano parlato - e tanto - anche i predecessori, ma Bergoglio ne ha fatto la bandiera del suo pontificato. Solo il "Papa buono" Giovanni XXIII ha retto il confronto a distanza, ma con una frequenza sette volte inferiore.
Wojtyla, che è l'autore dell'enciclica Laborem Exercens, ha invece affrontato spesso il tema dell'occupazione, parlando di lavoro e lavoratori per oltre quattordicimila volte nei suoi 8.485 interventi complessivi, in particolare in termini di vita e di famiglia. Roncalli in percentuale ha fatto persino di più, ma spesso il suo riferimento era al lavoro come impegno della Chiesa, in particolare alla luce del Concilio che aveva lanciato e avviato. Ma è ancora con Francesco che le espressioni legate al lavoro dilagano e vengono lette in termini di dignità e di giovani. E se Paolo VI, sullo sfondo della contestata enciclica Humanae Vitae, ha rotto il tabù delle parole sesso, sessualità e omosessualità - poi riprese con maggiore frequenza da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI - Francesco è andato ancora oltre, aggiungendo il termine gay fino a pronunciare la famosa domanda: "Chi sono io per giudicarlo?".
Ha ragione quindi chi insiste nel dire che Jorge Mario Bergoglio ha portato una svolta sociale nella predicazione, a discapito dei temi della fede? Non proprio. "Dai prospetti si vede che le dieci parole più citate da ogni pontefice fondamentalmente sono le stesse" commenta Giulio Cesareo scorrendo i dati. "Certo" aggiunge, "si nota una svolta esistenziale a partire da Giovanni Paolo II, quando si parla di più di amore rispetto a Giovanni XXIII, che era molto istituzionale. Ma in sostanza c'è una grande continuità, non è un'altra Chiesa. E questo risponde a chi dice che Francesco ha cambiato tutto: lo stile sarà più eloquente, ma il contenuto è sempre uguale".
Il Papa della misericordia è anche quello che più di tutti cita il diavolo. E dato che per lui "il diavolo entra sempre dal portafoglio", ecco apparire spesso le parole soldi, denaro e persino banche, capitalismo, marxismo. "In questo" dice Cesareo "lui ha una grande libertà storica, anche rispetto a Giovanni Paolo II, che è stato protagonista nel crollo del comunismo ma doveva evitare che se ne avvantaggiasse il capitalismo. Francesco, per formazione personale, è meno diplomatico e non ha remore, ad esempio, a parlare dei banchieri in toni schietti, con parole che avrebbero suscitato scandalo se fossero state usate da Ratzinger o Wojtyla, abituati ad un linguaggio molto più strutturato e meno immaginifico".
Così, se Giovanni Paolo II è stato il primo a nominare la mafia, Bergoglio ha pronunciato la parola 'ndrangheta e l'ha associata a una scomunica. Sulla pedofilia, che Wojtyla ha citato solo in termini generali, Francesco è andato invece nella scia di Ratzinger, che ha avuto il coraggio di accostarla agli uomini di Chiesa. Parlando alla curia e ai politici, Bergoglio ha insistito anche sul tema della corruzione. Ancora Cesareo: "Ripete: peccatori sì, corrotti no. Perché il corrotto è consapevole di vivere nell'errore e anziché chiedere perdono continua a peccare perché gli fa comodo".
Bergoglio, aggiunge il direttore della Lev, con i fedeli o davanti alle altre personalità "parla senza esitazioni ed è consapevole della sua autorità papale, ma la vive in termini di relazioni reciproche". Ed è così, tra l'altro, che si spiega come l'appellativo di figli, molto usato da Giovanni XXIII, sia diventato, nell'era di Francesco, fratelli. Che poi è la prima parola pronunciata dal nuovo Papa la sera del 13 marzo di cinque anni fa.
Sul Venerdì del 9 marzo 2018