Luciano Bianciardi, anarchico e santo impossibile
Massimo Raffaeli , di MASSIMO RAFFAELIIn La vita agra raccontò l’Italia del boom con rabbia e disincanto. Ora i suoi scritti di culto tornano in edizioni filologiche. Per trovare nuovi lettori. E nuovi nemici
Il processo di canonizzazione di Luciano Bianciardi non finisce mai perché si tratta di una contraddizione in termini; e lui lo sapeva in anticipo quando a un amico di Grosseto, lo scrittore Mario Terrosi, mentre La vita agra (1962) andava a ruba e Indro Montanelli gli offriva invano le colonne del Corriere della sera, scrisse una frase che valeva una divisa etica e insieme un testamento: «Anziché mandarmi via da Milano a calci in culo, come meritavo, mi invitano a casa loro». Minoritario per vocazione, cane sciolto della sinistra per elezione, refrattario a ogni obbedienza letteraria (autore di autofiction in pieno neorealismo, scrittore assertivo in un travisamento neo-risorgimentale al tempo della neo-avanguardia), Bianciardi è vissuto contromano e ha moltiplicato i suoi nemici prima ancora dei suoi lettori. Questi ultimi, ai suoi occhi, erano in funzione di quelli e dunque testimoni di un Paese addomesticato, ipocritamente riconciliato e in effetti…
Il processo di canonizzazione di Luciano Bianciardi non finisce mai perché si tratta di una contraddizione in termini; e lui lo sapeva in anticipo quando a un amico di Grosseto, lo scrittore Mario Terrosi, mentre La vita agra (1962) andava a ruba e Indro Montanelli gli offriva invano le colonne del Corriere della sera, scrisse una frase che valeva una divisa etica e insieme un testamento: «Anziché mandarmi via da Milano a calci in culo, come meritavo, mi invitano a casa loro». Minoritario per vocazione, cane sciolto della sinistra per elezione, refrattario a ogni obbedienza letteraria (autore di autofiction in pieno neorealismo, scrittore assertivo in un travisamento neo-risorgimentale al tempo della neo-avanguardia), Bianciardi è vissuto contromano e ha moltiplicato i suoi nemici prima ancora dei suoi lettori. Questi ultimi, ai suoi occhi, erano in funzione di quelli e dunque testimoni di un Paese addomesticato, ipocritamente riconciliato e in effetti capace, a ogni passaggio di fase, di metabolizzare e neutralizzare qualunque istanza di concreto mutamento.
Per questo Bianciardi ritorna ogni volta alla maniera di uno spettro querulo, mordace, indisponente, prima oggetto di culto in edizioni per gli happy few (la bella biografia di Pino Corrias, Vita agra di un anarchico, 1993, ne incarnava la fedeltà), poi una decina di anni or sono, ormai nel segno della ritorsione polemica, assemblato in due corposi Antimeridiani editi da Isbn; e adesso riproposto in un unico volume che ne raccoglie romanzi, racconti, saggi e diari, Il cattivo profeta (a cura di Luciana Bianciardi, prefazione di Matteo Marchesini, Il Saggiatore, pp. 1500, euro 62). Probabile che neanche stavolta Bianciardi avrà accesso al Canone, perché firmatario di una bibliografia diseguale, centrifuga, oltretutto troppo a lungo compromessa con il giornalismo (e con testate un tempo ritenute nefande, quali ABC, Playmen e il Guerin Sportivo), ma è pensabile che ancora una volta saprà moltiplicare tanto i suoi lettori quanto specialmente i suoi nemici. E costoro, va da sé, sono quelli che oggi come ieri, a destra e a sinistra, ritengono che noi dopo tutto viviamo nel migliore dei mondi possibili.
L’opera intera di Bianciardi sembra infatti scritta contro la morale di Pangloss da parte di qualcuno che per sé tiene la parte di un Candide all’inizio stralunato e perplesso poi via via cosciente e infuriato, da portatore, come scrive Marchesini, di una «estraneità allegra e disperata». E tutta l’opera sarebbe impensabile senza i postumi di una tremenda delusione (come attestano, acclusi a Il cattivo profeta, i Diari ’39-’46, tra la frequenza alla Normale di Pisa, il servizio militare in Puglia e la guerra partigiana con gli angloamericani in Toscana), cioè il tradimento degli ideali della Resistenza prima retoricamente imbalsamati nei tatticismi della Guerra fredda poi letteralmente obliterati se non ufficialmente rinnegati negli anni del Miracolo economico. E presto Bianciardi saprà che si tratta di una replica, di un altro Risorgimento fallito o, in termini gramsciani, di una seconda “rivoluzione senza rivoluzione”.
Egli è un giovane intellettuale di sinistra di estrazione piccolo-borghese, già professore di liceo e bibliotecario alla Chelliana di Grosseto, ex iscritto al Partito d’Azione nonché animatore di cineclub, quando il 4 maggio del ’54 a Ribolla (negli stessi luoghi che gli detteranno I minatori della Maremma, ’56, scritto a quattro mani con Carlo Cassola) una violenta esplosione di grisù uccide decine di lavoratori in fondo a una miniera della Montecatini. A quei morti insepolti e presto rimossi in un perfetto oblìo, lo scrittore che abbandona famiglia e provincia per salire a Milano, redattore in Feltrinelli da cui verrà cacciato per «scarso rendimento», dedica due tranche autobiografiche, Il lavoro culturale (’57) e L’integrazione (’60): l’una è una resa dei conti con la militanza di base in provincia e i suoi protocolli retorici, in sostanza velleitari, l’altra è una requisitoria contro la neonata industria culturale che si vorrebbe critica dell’ordine esistente nello stesso momento in cui ne introietta le dinamiche, i riti e persino le parole d’ordine.
È la duplice predella per il capolavoro, La vita agra (’62), un romanzo steso in un’unica presa di fiato, quasi in un delirio di immobilità autobiografica e in uno stato di perpetua inventiva linguistica, dove il protagonista sogna di vendicare la strage di Ribolla ma si trova senza più compagni, irriso o ignorato dai funzionari del Partito, costretto a sopravvivere al margine dell’industria culturale, tra le sedute massacranti del suo lavoro di traduttore pagato tanto a pagina, le sortite al Bar Giamaica nel quartiere di Brera e il solo beneficio, spirituale e carnale, della donna che ama e con cui condivide in una camera d’affitto l’improvvida bohème, al secolo la scrittrice Maria Jatosti. (Per chi volesse decifrare nel dettaglio i riferimenti, i luoghi, i nomi e le innumerevoli crittografie che intramano il romanzo ora è utilissima l’edizione annotata di La vita agra, a cura di Alvaro Bertani, ExCogita editore: e qui basterebbero, tra i figuranti, i grandi fotogiornalisti suoi vicini di camera e di bar, da Mario Dondero e Ugo Mulas a Carlo Bavagnoli e Alfa Castaldi).
Nel finale il protagonista sprofonda nel sonno, come si trattasse di una liberazione, di una definitiva apnea o forse, per allegoria, di una morte civile. Fatto sta che Bianciardi, spiazzando l’uditorio, d’ora in avanti si disperde in una quantità di occasioni giornalistiche oppure rivolge al passato remoto la vena narrativa (lui che a dieci anni aveva letto, entusiasmandosi, I Mille del conterraneo Giuseppe Bandi, lui che adorava le tele patriottiche di Giovanni Fattori) firmando opere divulgative sull’epopea garibaldina (Da Quarto a Torino risale già al ’60) e iscrivendo nella cornice del Risorgimento i suoi due ultimi romanzi, La battaglia soda (’64) e Aprire il fuoco (’69). Qui si alternano la stretta attualità e i fatti di una antica epopea, le voci stentoree e le barbe di Calatafimi e Teano con i volti di Giorgio Bocca e di Giorgio Ghezzi, il suo amico portiere del Milan, mentre la Milano delle Cinque Giornate si proietta nella città affluente del 1959 e viceversa. Potrebbero sembrare pastiches postmoderni ma il clima vi è acre, l’effetto è di cupa e straniante malinconia.
Le sue ultime pagine, sature di rabbia e di risentimento, chiamano a una distruzione che in realtà simula o precede una autodistruzione. Bianciardi muore nel 1971, a nemmeno cinquant’anni, e non ha eredi letterari se non quei lettori che somigliano ai suoi più necessari nemici, coloro che un attimo prima di aprirne le pagine ritengono ancora di vivere nel migliore dei mondi possibili. «Io sono pronto ad aprire il fuoco»: sono le parole con cui si congeda dal romanzo terminale e paradossalmente oggi suonano più vere di allora. Anche per questo, e per nostra fortuna, è impossibile canonizzare Luciano Bianciardi.
Sul Venerdì del 9 marzo 2018
Per questo Bianciardi ritorna ogni volta alla maniera di uno spettro querulo, mordace, indisponente, prima oggetto di culto in edizioni per gli happy few (la bella biografia di Pino Corrias, Vita agra di un anarchico, 1993, ne incarnava la fedeltà), poi una decina di anni or sono, ormai nel segno della ritorsione polemica, assemblato in due corposi Antimeridiani editi da Isbn; e adesso riproposto in un unico volume che ne raccoglie romanzi, racconti, saggi e diari, Il cattivo profeta (a cura di Luciana Bianciardi, prefazione di Matteo Marchesini, Il Saggiatore, pp. 1500, euro 62). Probabile che neanche stavolta Bianciardi avrà accesso al Canone, perché firmatario di una bibliografia diseguale, centrifuga, oltretutto troppo a lungo compromessa con il giornalismo (e con testate un tempo ritenute nefande, quali ABC, Playmen e il Guerin Sportivo), ma è pensabile che ancora una volta saprà moltiplicare tanto i suoi lettori quanto specialmente i suoi nemici. E costoro, va da sé, sono quelli che oggi come ieri, a destra e a sinistra, ritengono che noi dopo tutto viviamo nel migliore dei mondi possibili.
L’opera intera di Bianciardi sembra infatti scritta contro la morale di Pangloss da parte di qualcuno che per sé tiene la parte di un Candide all’inizio stralunato e perplesso poi via via cosciente e infuriato, da portatore, come scrive Marchesini, di una «estraneità allegra e disperata». E tutta l’opera sarebbe impensabile senza i postumi di una tremenda delusione (come attestano, acclusi a Il cattivo profeta, i Diari ’39-’46, tra la frequenza alla Normale di Pisa, il servizio militare in Puglia e la guerra partigiana con gli angloamericani in Toscana), cioè il tradimento degli ideali della Resistenza prima retoricamente imbalsamati nei tatticismi della Guerra fredda poi letteralmente obliterati se non ufficialmente rinnegati negli anni del Miracolo economico. E presto Bianciardi saprà che si tratta di una replica, di un altro Risorgimento fallito o, in termini gramsciani, di una seconda “rivoluzione senza rivoluzione”.
Egli è un giovane intellettuale di sinistra di estrazione piccolo-borghese, già professore di liceo e bibliotecario alla Chelliana di Grosseto, ex iscritto al Partito d’Azione nonché animatore di cineclub, quando il 4 maggio del ’54 a Ribolla (negli stessi luoghi che gli detteranno I minatori della Maremma, ’56, scritto a quattro mani con Carlo Cassola) una violenta esplosione di grisù uccide decine di lavoratori in fondo a una miniera della Montecatini. A quei morti insepolti e presto rimossi in un perfetto oblìo, lo scrittore che abbandona famiglia e provincia per salire a Milano, redattore in Feltrinelli da cui verrà cacciato per «scarso rendimento», dedica due tranche autobiografiche, Il lavoro culturale (’57) e L’integrazione (’60): l’una è una resa dei conti con la militanza di base in provincia e i suoi protocolli retorici, in sostanza velleitari, l’altra è una requisitoria contro la neonata industria culturale che si vorrebbe critica dell’ordine esistente nello stesso momento in cui ne introietta le dinamiche, i riti e persino le parole d’ordine.
È la duplice predella per il capolavoro, La vita agra (’62), un romanzo steso in un’unica presa di fiato, quasi in un delirio di immobilità autobiografica e in uno stato di perpetua inventiva linguistica, dove il protagonista sogna di vendicare la strage di Ribolla ma si trova senza più compagni, irriso o ignorato dai funzionari del Partito, costretto a sopravvivere al margine dell’industria culturale, tra le sedute massacranti del suo lavoro di traduttore pagato tanto a pagina, le sortite al Bar Giamaica nel quartiere di Brera e il solo beneficio, spirituale e carnale, della donna che ama e con cui condivide in una camera d’affitto l’improvvida bohème, al secolo la scrittrice Maria Jatosti. (Per chi volesse decifrare nel dettaglio i riferimenti, i luoghi, i nomi e le innumerevoli crittografie che intramano il romanzo ora è utilissima l’edizione annotata di La vita agra, a cura di Alvaro Bertani, ExCogita editore: e qui basterebbero, tra i figuranti, i grandi fotogiornalisti suoi vicini di camera e di bar, da Mario Dondero e Ugo Mulas a Carlo Bavagnoli e Alfa Castaldi).
Nel finale il protagonista sprofonda nel sonno, come si trattasse di una liberazione, di una definitiva apnea o forse, per allegoria, di una morte civile. Fatto sta che Bianciardi, spiazzando l’uditorio, d’ora in avanti si disperde in una quantità di occasioni giornalistiche oppure rivolge al passato remoto la vena narrativa (lui che a dieci anni aveva letto, entusiasmandosi, I Mille del conterraneo Giuseppe Bandi, lui che adorava le tele patriottiche di Giovanni Fattori) firmando opere divulgative sull’epopea garibaldina (Da Quarto a Torino risale già al ’60) e iscrivendo nella cornice del Risorgimento i suoi due ultimi romanzi, La battaglia soda (’64) e Aprire il fuoco (’69). Qui si alternano la stretta attualità e i fatti di una antica epopea, le voci stentoree e le barbe di Calatafimi e Teano con i volti di Giorgio Bocca e di Giorgio Ghezzi, il suo amico portiere del Milan, mentre la Milano delle Cinque Giornate si proietta nella città affluente del 1959 e viceversa. Potrebbero sembrare pastiches postmoderni ma il clima vi è acre, l’effetto è di cupa e straniante malinconia.
Le sue ultime pagine, sature di rabbia e di risentimento, chiamano a una distruzione che in realtà simula o precede una autodistruzione. Bianciardi muore nel 1971, a nemmeno cinquant’anni, e non ha eredi letterari se non quei lettori che somigliano ai suoi più necessari nemici, coloro che un attimo prima di aprirne le pagine ritengono ancora di vivere nel migliore dei mondi possibili. «Io sono pronto ad aprire il fuoco»: sono le parole con cui si congeda dal romanzo terminale e paradossalmente oggi suonano più vere di allora. Anche per questo, e per nostra fortuna, è impossibile canonizzare Luciano Bianciardi.
Sul Venerdì del 9 marzo 2018