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Martin Luther King. (Flip Schulke/Corbis via Getty Images) 

Martin Luther King abita ancora qui

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Il 4 aprile 1968 un suprematista bianco sparò all’uomo simbolo della lotta per i diritti civili dei neri americani. Cosa resta della sua memoria 50 anni dopo? Siamo andati ad Atlanta, dove nacque e predicò, per incontrare chi lo ha conosciuto bene. E per capire se nell’America di Trump e di BlackLivesMatter l’uguaglianza è ancora soltanto un sogno
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ATLANTA (Georgia). Il 4 aprile di cinquant’anni fa moriva assassinato il reverendo Martin Luther King Junior, leader del movimento dei diritti civili. Il Gandhi o il Nelson Mandela dei neri americani. King, un gigante della storia a cui oggi è intitolata una festa nazionale e monumenti in tutta l’America, da vivo era stato schedato e spiato dall’Fbi. Il giorno della sua morte aveva solo 39 anni. L’omicida, James Earl Ray, era un suo coetaneo bianco, seguace del leader razzista George Wallace, ex governatore dell’Alabama. Ray colpì King sparando con un fucile Remington, mentre il pastore afroamericano era affacciato sul terrazzo del Lorraine Motel a Memphis, nel Tennessee, uno Stato del profondo Sud dove erano state in vigore le leggi segregazioniste.

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Quell’attentato mortale inaugurava il sanguinoso Sessantotto degli americani, molto più vio…
ATLANTA (Georgia). Il 4 aprile di cinquant’anni fa moriva assassinato il reverendo Martin Luther King Junior, leader del movimento dei diritti civili. Il Gandhi o il Nelson Mandela dei neri americani. King, un gigante della storia a cui oggi è intitolata una festa nazionale e monumenti in tutta l’America, da vivo era stato schedato e spiato dall’Fbi. Il giorno della sua morte aveva solo 39 anni. L’omicida, James Earl Ray, era un suo coetaneo bianco, seguace del leader razzista George Wallace, ex governatore dell’Alabama. Ray colpì King sparando con un fucile Remington, mentre il pastore afroamericano era affacciato sul terrazzo del Lorraine Motel a Memphis, nel Tennessee, uno Stato del profondo Sud dove erano state in vigore le leggi segregazioniste.

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Quell’attentato mortale inaugurava il sanguinoso Sessantotto degli americani, molto più violento di quello europeo. L’assassinio di King avveniva sullo sfondo dell’offensiva del Tet, una delle fasi più terribili della guerra del Vietnam. Subito dopo la sua uccisione scoppiarono rivolte sanguinose nei ghetti neri delle città americane. Il paese sembrava scivolare verso una guerra civile. Tre mesi dopo veniva ucciso Bob Kennedy. E d’estate la convention Democratica a Chicago fu assediata dalla guerriglia urbana.

Oggi le celebrazioni per il cinquantesimo della scomparsa di King, il bilancio storico della sua figura e della sua opera rischia di essere troppo condizionato dall’atmosfera del presente. Nell’America di Donald Trump, che ha un seguito di suprematisti bianchi e ha sdoganato il Ku Klux Klan, la comunità afroamericana e la sinistra hanno l’impressione di vivere un pauroso balzo all’indietro. Gli anni di Barack Obama appaiono come una parentesi anomala, la breve illusione di avere superato la questione razziale. Peraltro già durante la presidenza Obama era nato il movimento BlackLivesMatter per opporsi alle violenze della polizia contro i neri. E non è affatto chiaro se gli abusi delle forze dell’ordine in questi ultimi anni siano aumentati rispetto al passato, o se invece, proprio grazie a quel movimento, sia più viva l’attenzione e quindi la loro denuncia.

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In questo pessimismo c’è il pericolo di perdere il senso della storia, di non valutare il progresso reale che c’è stato. In cerca della prospettiva giusta siamo andati in un’altra città del Sud, ad Atlanta, in Georgia. Qui King era nato, aveva studiato e predicato in chiesa, la sua famiglia continua a viverci oggi. Abbiamo visitato la casa dov’era cresciuto; il King Center che custodisce la sua eredità politica e ideale; l’università dove si laureò; la chiesa di cui era pastore. Atlanta è un osservatorio importante per tante ragioni. Una delle capitali storiche del Sud, è una metropoli ricca, sede di multinazionali come la Coca-Cola, la compagnia aerea Delta, la Cnn. Di questa prosperità è partecipe anche un pezzo della comunità afroamericana: esiste una borghesia nera medio-alta, benestante e di successo, politicamente potente, non diversa dall’ambiente sociale dei “nordici” Obama di Chicago.

È proprio da qui che comincia la nostra visita, quando in un meeting della Ymca  incontriamo un personaggio chiave di questo ambiente. È Andrew Young, 85 anni, che fu uno dei più fedeli amici e compagni di lotte di King. Ex sindaco di Atlanta, Young viene ricordato soprattutto perché fu il primo nero nominato ambasciatore degli Stati Uniti (da Jimmy Carter, nel 1977). Un pioniere, che spianò la strada all’ascesa politica di personaggi come Colin Powell, Condoleezza Rice, o gli Obama. A lui faccio subito la domanda scomoda: perché Trump ha potuto “cancellare” Obama? E quel che accade oggi svaluta anche l’eredità del movimento per i diritti civili? «Obama» mi risponde Young «ha potuto conquistare la Casa Bianca capitalizzando la figura di King, le cui conquiste storiche non si cancellano. Ma al tempo stesso ha spaventato una parte dei bianchi. C’è un pezzo d’America che si è sentito insicuro di fronte allo spettacolo di un nero troppo bravo, troppo competente. Le do un dato significativo: la vendita di armi nel Paese ha toccato un massimo storico proprio durante la presidenza Obama».

A non perdere di vista il cammino percorso, e l’importanza di King, mi aiuta un suo omonimo che ne seguiva le prediche nella chiesa di Atlanta, un ex soldato dello U.S. Army (oggi ultranovantenne) che fece in tempo a servire la patria nell’ultimo scorcio della Seconda guerra mondiale. «Sì, porto il suo stesso cognome ma non siamo parenti» mi dice Howard O. King. «Io sono nato in Florida, ad Atlanta ci arrivai già adulto. Quello che il reverendo riuscì a fare fu rivoluzionario. Ancora negli anni Sessanta in una parte degli Stati Uniti la discriminazione contro di noi era legale. Quel giovane pastore nero fu capo di un movimento che cambiò le leggi della nostra terra. Ha influenzato tutta la mia vita. Ero un reduce di guerra, ero stato di stanza nel Pacifico, in un’epoca in cui noi eravamo esseri umani di serie B anche sotto le armi. Ci avevano mandato a combattere per la difesa di valori, diritti umani, libertà, che a casa nostra non ci erano concessi. Fior di soldati afroamericani commisero atti di eroismo per i quali non ricevettero riconoscimento, gli ufficiali bianchi non si scomodavano a segnalarli. Quando mi trasferii ad Atlanta, nel 1965, c’erano ancora delle barriere, fisiche e legali, che ci impedivano l’accesso a certi luoghi pubblici. Oggi tutto questo appartiene al passato, e il suo ruolo è stato essenziale per voltare pagina».

La tappa seguente ci porta al Morehouse College, l’università dove King si era laureato. Un’istituzione molto speciale, della categoria che viene definita Historically Black University: ateneo per soli neri. Fondato nel 1867, in un’epoca in cui per loro Harvard, Yale e quasi tutte le università erano sbarrate. Le Black Universities furono finanziate dalla comunità afroamericana per permettere ai figli di “trascendere” la condizione dei genitori. Con una missione nobile, espressa nello slogan “Lift As You Climb”: mentre tu sali, solleva anche gli altri, rendi partecipi della tua ascesa culturale e sociale i tuoi simili. Oggi il Morehouse College rimane un ateneo per soli maschi. E anche se ovviamente è aperto a tutti i gruppi etnici, rimane frequentato soprattutto da ragazzi neri. A Vicki Crawford, direttrice della Biblioteca King custodita nel college, chiedo qual è secondo lei l’eredità più importante che ci ha lasciato. «Il suo discorso più attuale» risponde «è quello sui tre grandi mali da debellare: guerra, razzismo, povertà. Lui non si occupò solo dei neri d’America, ma di ingiustizie planetarie. Guidò la protesta contro la guerra del Vietnam». La fine delle leggi razziali, la de-segregazione, è un passaggio di civiltà, certo. Lo firma il presidente Lyndon Johnson col Civil  Rights Act del 1964. Obietto io: a Manhattan, dove vivo, in una città che si definisce progressista e ha votato al 70 per cento contro Trump, i figli dei ricchi frequentano costosissime scuole private dove sono quasi tutti bianchi, mentre certe scuole pubbliche sono di fatto per i bambini di colore. «La battaglia di King» risponde ancora Crawford «non è mai conclusa, tanti dei problemi che denunciava King rimangono, la segregazione ha una dimensione economica. Assistiamo anche a tentativi di indebolire il diritto di voto, soprattutto al Sud, moltiplicando gli ostacoli per i neri. E poi c’è la crociata contro gli immigrati. Ma io che ho compiuto 59 anni, quando parlo coi giovani cerco di non perdere di vista il cammino percorso. Atlanta oggi è una città molto più multietnica di quando ero bambina io. La violenza degli anni Sessanta era tremenda, e non solo in America. Ricordo che quando andò a ricevere il Nobel per la pace, nel 1964, King fece tappa a Londra per una manifestazione contro l’apartheid in Sudafrica, una delle vergogne di quel tempo».

Proseguiamo fino al quartiere di Sweet Auburn e alla chiesa Ebenezer. Quella dei King, al plurale: prima di Martin Luther Jr. vi furono pastori sia il padre che il nonno. Già ai loro tempi erano una élite fra i neri, lo si capisce subito visitando la casa natale che sta lì a fianco: in stile vittoriano, ha eleganza e decoro, il quartiere era abitato dalla prima middle class afroamericana. «Erano tutti istruiti, fra loro c’erano docenti universitari, professionisti» dice l’attuale pastore Bronson Elliott Woods. «Furono il primo nucleo dirigente del movimento per i diritti civili. Grazie a loro, da due generazioni non beviamo da fontanelle separate né dobbiamo lasciare i sedili degli autobus ai bianchi. Abbiamo perfino un po’ di chief executive neri alla testa di grandi aziende. Ma quante persone sono ancora tagliate fuori dal Sogno Americano? Il libro di King che ci interpella tuttora ha questo titolo: Dove stiamo andando: verso il caos o la comunità? Beh, è terribilmente attuale».

Con il pastore Woods cerco di affrontare anche le divergenze fra due anime del movimento, la moderata e la radicale. Lui le conosce tutte e due, da sempre frequentano questa chiesa. C’è la “mafia nera”, come viene definita (in senso per lo più bonario) l’élite, l’establishment alla Obama, a cui appartengono leader come Andrew Young a cui la città ha già dedicato un Boulevard da vivo. E ci sono i giovani arrabbiati di BlackLivesMatter. Un po’ come, negli anni Sessanta, il profeta pacifista e non violento King aveva come rivali Malcolm X o le Black Panthers che teorizzavano la lotta armata. Ma il pastore Woods cerca di capire le ragioni di tutti: «Quando una parte del corpo ti fa male, è su quella che ti concentri. BlackLivesMatter è un movimento pieno di buona volontà, che lotta contro un problema acuto». La pensa come lui anche un suo collega giovanissimo, il predicatore ventenne Jared Sawyer, che incontriamo al King Center. Un enfant prodige, che fece scalpore cominciando a tenere sermoni da bambino, Sawyer è attivissimo sui social media e sa parlare ai suoi coetanei: «Non vengono in chiesa e allora li vado a cercare nelle strade. Là fuori c’è un’intera generazione che vuol essere parte di un movimento, vuole ricostruire una speranza per questo paese, proprio come ai tempi di King».

Per incontrare un attivista di BlackLivesMatter ci trasferiamo dall’altra parte della città, in un quartiere molto meno decoroso, sulla Westview Drive. Qui ci accoglie Cazembe Murphy Jackson, giovane transgender che lotta per i diritti di tutti i “diversi”. E sulla storia delle due ali del movimento ha idee molto precise. «È la stessa storia con cui ai tempi di King tentarono di dividere chi si batteva per i diritti umani. Le Black Panthers, Malcolm X, Angela Davis, venivano descritti come dei terroristi. Ma le Pantere Nere portavano armi per l’autodifesa. E la loro azione più importante, con effetti di massa, fu il Free Breakfast, la colazione gratis per i bambini poveri, un welfare organizzato dal basso in modo capillare. Dicevano: non si crea un vero movimento politico finché la priorità è mettere qualcosa nello stomaco. Anche oggi qualcuno nell’Fbi ha tentato di cavalcare la psicosi di un nuovo terrorismo nero, di una frangia violenta. Ma in America ogni 28 ore in media un nero viene ucciso da un poliziotto o da un vigilante. Per noi neri non è necessario essere violenti per finire uccisi».

Forse è vero che cinquant’anni dopo abbiamo un’immagine troppo edulcorata di King. Uno studente del Morehouse College, Ryan Russell, ne è convinto: «Ormai la sua storia viene insegnata anche al liceo. Ma è la versione annacquata del santino che va bene a tutti. Ci siamo dimenticati che alla fine della sua breve vita, alla vigilia dell’assassinio, il reverendo Martin Luther King Jr. per le sue campagne contro la guerra del Vietnam e contro la povertà era l’uomo più odiato d’America, aveva molti più nemici che amici. Quanto ai miei coetanei, agli afroamericani della mia generazione, mi chiedo se sarebbero pronti a riscoprire i messaggi più scomodi di King. Come la sua battaglia contro il consumismo o contro il materialismo».

Sul Venerdì del 16 marzo 2018