L'ossessione del cinema per il Delta del Po
Michele Smargiassi , di Michele SmargiassiDa Luchino Visconti a Rossellini e Bigas Luna, sono oltre cinquecento i film e i doc ambientati nel Polesine. Una mostra a Rovigo ne traccia una mappa. Navigabilissima
Il Delta del Po è proprio come il cinema. È reale solo se vuoi che lo sia, solo se entrando in sala lasci in biglietteria l'incredulità. Il Delta del Po sembra vero, ma è un'illusione di luce. Scano Boa, ad esempio. Ultima lingua di sabbia prima del piatto nulla adriatico. Sulle carte geografiche c'è, sta dalle parti di Tolle. Se glielo chiedi, il navigatore satellitare ti ci porta. Ma "L'esattezza geografica non è che una illusione, Scano Boa non esiste. Io lo so, ci ho vissuto" giurava Gian Antonio Cibotto, il poeta del Delta, prima di lasciarci pochi mesi fa. Eppure in quel sogno portava a passeggio i suoi amici scrittori, Cesare Pavese, Elio Vittorini, Primo Levi.
Vennero anche i registi. Tanti. All'improvviso, nell'Italia ancora fumante di macerie, un'alluvione, una piena di cineasti scese il Po come se si fosse rotta una diga a monte. Quella diga forse era il fascismo, …
Vennero anche i registi. Tanti. All'improvviso, nell'Italia ancora fumante di macerie, un'alluvione, una piena di cineasti scese il Po come se si fosse rotta una diga a monte. Quella diga forse era il fascismo, …
Il Delta del Po è proprio come il cinema. È reale solo se vuoi che lo sia, solo se entrando in sala lasci in biglietteria l'incredulità. Il Delta del Po sembra vero, ma è un'illusione di luce. Scano Boa, ad esempio. Ultima lingua di sabbia prima del piatto nulla adriatico. Sulle carte geografiche c'è, sta dalle parti di Tolle. Se glielo chiedi, il navigatore satellitare ti ci porta. Ma "L'esattezza geografica non è che una illusione, Scano Boa non esiste. Io lo so, ci ho vissuto" giurava Gian Antonio Cibotto, il poeta del Delta, prima di lasciarci pochi mesi fa. Eppure in quel sogno portava a passeggio i suoi amici scrittori, Cesare Pavese, Elio Vittorini, Primo Levi.
Vennero anche i registi. Tanti. All'improvviso, nell'Italia ancora fumante di macerie, un'alluvione, una piena di cineasti scese il Po come se si fosse rotta una diga a monte. Quella diga forse era il fascismo, che si vergognava un po' di questo Meridione del Settentrione, terra depressa fisicamente e socialmente da cui prelevò braccia per le bonifiche delle Pontine, terra senza gloria che anche Mussolini si rifiutò ostinatamente di visitare. Il primo fu Luchino Visconti, con Ossessione, già nel 1943, con gli americani e i tedeschi in casa. Poi tutti gli altri, davvero tutti, Rossellini, Antonioni, Lattuada, Soldati, Bertolucci, i Taviani (e almeno come sceneggiatori Moravia, Bassani, Pasolini, Flaiano, Zavattini), fino a Olmi, Avati, Mazzacurati, Comencini, Soldini... Alberto Barbera ha censito oltre cinquecento titoli fra fiction, documentari, serie televisive, per la mostra Cinema! Storie, protagonisti, paesaggi che a Rovigo (a Palazzo Roverella, dal 24 marzo al primo luglio) racconta, per la prima volta, con documenti inediti, fotografie, spezzoni, interviste, un genere cinematografico italiano imponente e sottovalutato: quello che ebbe il Polesine per scenario. Per scoprire che il Polesine è più di un set, più di un paesaggio, più di una coincidenza.
E dire che non è un paesaggio-mito fotogenico, il Delta, come la Monument Valley per i western hollywoodiani. Non ha nulla di epico che possa metaforizzare il carattere di una nazione, lo spirito di un popolo. Ci si è sempre vissuti come indiani nelle riserve, di poco, e lottando contro il poco, perché nel Delta ci sono solo due cose, lo cantilenavano i versi di Gigi Fossati e Sergio Liberovici: "Tèra e aqua, aqua e tèra/ da putini che da grandi/ siora tèra ai so comandi/ siora aqua bonasera". Luogo duale, di contrasti elementari, uno su tutti, vita e morte: ma forse è questo il suo fascino. Nel Delta, i registi ambientarono storie di mistero, lutto, dolore, paura, sospetto. Paisà di Rossellini si chiude su un corpo di partigiano trascinato dalla corrente pigra. Di Caccia tragica di De Santis, o del Il grido di Antonioni, dicono tutto già i titoli.
Si chiama così, il Delta, perché come la lettera greca ha la forma di un triangolo. Che è poi la forma a cui la cultura cristiana ha assegnato il compito di fungere da simbolo grafico di Dio, nientemeno. In geografia si dice "a delta" la foce dei fiumi che diventano sempre più pigri avvicinandosi alla fine (come molti di noi), non vogliono dissolversi nel mare, perdono tempo, gironzolano per la piana, s'allargano, si fanno in quattro o in dieci rami come per voler ingannare l'Inseguitrice inesorabile. Ma delta è anche un simbolo scientifico: in fisica, indica uno scostamento fra valori matematici.
Geografia, fede, vita, morte, poesia, scienza... Forse non è poi così duale questa terra anfibia, forse il suo fascino per gli uomini di cinema non viene solo da quel cielo troppo grande che schiaccia gli uomini su una terra e un'acqua troppo piatte, ma che può maestosamente riempire uno schermo cinemascope. Nel suo spazio enorme e vuoto tutti i generi cinematografici capaci di inquietudine trovano posto. L'horror gotico-emiliano di La casa dalle finestre che ridono di Pupi Avati, il noir pieno di intrighi e corruzione di Notte italiana di Mazzacurati, ma anche l'esuberante sensualità della ventunenne Sofia Loren in La donna del fiume di Mario Soldati (o le sue repliche parodistiche, Valeria Marini in Bambola di Bigas Luna e Serena Grandi in Miranda di Tinto Brass).
Ma il luogo sembra prendere, fra terra e acqua, un mood di inquietudine, il sentimento straniante che i romantici tedeschi chiamarono unheimlich. Che invade perfino i film senza copione, i documentari che dovrebbero documentare e invece poetizzano: basta rivedere quelli di Florestano Vancini, che del Delta è forse l'Omero con la cinepresa, a partire da Alluvione, che è del 1950: c'è dentro tutto l'impegno civile e lo sdegno politico di quegli anni (Delta padano, girato nell'anno dell'inondazione più tragica, il 1951, fu finanziato dalla Camera del lavoro di Ferrara), ma il bianco e nero del neorealismo cede al lirismo antropologico dei commenti fuori campo di Giovanni Comisso.
Dopo tutto una mitologia incombe davvero su questa lunga collana di celluloide, ma è più ampia e lunga del Delta: è l'anima del Po, l'unico grande fiume d'Italia, la cui incombenza simbolica è sopravvissuta alle banalizzazioni di bolsi balli politici in maschera celtica, fondata com'è su un immaginario costruito in modo corale da scrittori così diversi tra loro, da Giovannino Guareschi a Riccardo Bacchelli. Al grande monosillabo acqueo forse la modernità ha girato le spalle, anche Cibotto non riconosceva più il suo Delta dopo che "la Romea si è portata dietro l'inferno" del turismo e del consumismo.
Antonioni, che nel 1947 debuttò da queste parti con Gente del Po, scrivendo per la rivista Cinema proprio della filmogenia del gran fiume, evoca l'epica senza tempo della "sofferenza come ordine naturale delle cose": eppure sarà proprio lui, con Deserto rosso, ambientato poco lontano, tra i pontili del porto di Ravenna, a narrare l'irruzione della modernità fra terra e acqua. Il Delta era già allora, quando i registi ne facevano un luogo fuori dalla Storia, una terra produttiva e fertile di cui vivevano trecentomila persone. Ma anche questo contrasto, fra la realtà e l'idea, fa parte dell'unicità di quel paesaggio. E non ha impedito che il Polesine diventasse, per tacita concorde elezione, il set naturale del realismo magico per il cinema italiano di tutte le generazioni che si sono succedute dal dopoguerra a oggi.
E mentre il Po, nella percezione dell'italiano medio, è tornato ad essere un'espressione geografica, uno sfarfallìo intravisto fra i parapetti mentre lo si scavalca ai centotrenta sui ponti autostradali, il Delta continua ad essere un'eterotopia percepibile nel paesaggio italiano, se non altro da fotografi e cicloturisti. Terra estrema, "un altrove privo di tutto, però autosufficiente" la definisce Gian Piero Brunetta in uno dei testi del catalogo della mostra (Silvana editoriale, pp. 160, euro 28). Terra rovesciata, inventata dalle alluvioni, dove l'acqua scorre più alta dei campi, dove i campanili hanno i piedi a mollo, dove folaghe e fenicotteri temono il momento in cui andranno a dormire più in basso dei pesci. Terra incerta, metamorfica: Silvia Nonnato, che è andata in cerca delle location di quei grandi film, molte non le ha trovate, perché il Po esonda e scava, erode i banchi di sabbia, spintona gli argini, spinge in là isole e golene. Le lagune diventano lacune. A Scano Boa hanno girato tre film, ma forse aveva ragione Cibotto, il Delta non esiste.
Sul Venerdì del 16 marzo
Vennero anche i registi. Tanti. All'improvviso, nell'Italia ancora fumante di macerie, un'alluvione, una piena di cineasti scese il Po come se si fosse rotta una diga a monte. Quella diga forse era il fascismo, che si vergognava un po' di questo Meridione del Settentrione, terra depressa fisicamente e socialmente da cui prelevò braccia per le bonifiche delle Pontine, terra senza gloria che anche Mussolini si rifiutò ostinatamente di visitare. Il primo fu Luchino Visconti, con Ossessione, già nel 1943, con gli americani e i tedeschi in casa. Poi tutti gli altri, davvero tutti, Rossellini, Antonioni, Lattuada, Soldati, Bertolucci, i Taviani (e almeno come sceneggiatori Moravia, Bassani, Pasolini, Flaiano, Zavattini), fino a Olmi, Avati, Mazzacurati, Comencini, Soldini... Alberto Barbera ha censito oltre cinquecento titoli fra fiction, documentari, serie televisive, per la mostra Cinema! Storie, protagonisti, paesaggi che a Rovigo (a Palazzo Roverella, dal 24 marzo al primo luglio) racconta, per la prima volta, con documenti inediti, fotografie, spezzoni, interviste, un genere cinematografico italiano imponente e sottovalutato: quello che ebbe il Polesine per scenario. Per scoprire che il Polesine è più di un set, più di un paesaggio, più di una coincidenza.
E dire che non è un paesaggio-mito fotogenico, il Delta, come la Monument Valley per i western hollywoodiani. Non ha nulla di epico che possa metaforizzare il carattere di una nazione, lo spirito di un popolo. Ci si è sempre vissuti come indiani nelle riserve, di poco, e lottando contro il poco, perché nel Delta ci sono solo due cose, lo cantilenavano i versi di Gigi Fossati e Sergio Liberovici: "Tèra e aqua, aqua e tèra/ da putini che da grandi/ siora tèra ai so comandi/ siora aqua bonasera". Luogo duale, di contrasti elementari, uno su tutti, vita e morte: ma forse è questo il suo fascino. Nel Delta, i registi ambientarono storie di mistero, lutto, dolore, paura, sospetto. Paisà di Rossellini si chiude su un corpo di partigiano trascinato dalla corrente pigra. Di Caccia tragica di De Santis, o del Il grido di Antonioni, dicono tutto già i titoli.
Si chiama così, il Delta, perché come la lettera greca ha la forma di un triangolo. Che è poi la forma a cui la cultura cristiana ha assegnato il compito di fungere da simbolo grafico di Dio, nientemeno. In geografia si dice "a delta" la foce dei fiumi che diventano sempre più pigri avvicinandosi alla fine (come molti di noi), non vogliono dissolversi nel mare, perdono tempo, gironzolano per la piana, s'allargano, si fanno in quattro o in dieci rami come per voler ingannare l'Inseguitrice inesorabile. Ma delta è anche un simbolo scientifico: in fisica, indica uno scostamento fra valori matematici.
Geografia, fede, vita, morte, poesia, scienza... Forse non è poi così duale questa terra anfibia, forse il suo fascino per gli uomini di cinema non viene solo da quel cielo troppo grande che schiaccia gli uomini su una terra e un'acqua troppo piatte, ma che può maestosamente riempire uno schermo cinemascope. Nel suo spazio enorme e vuoto tutti i generi cinematografici capaci di inquietudine trovano posto. L'horror gotico-emiliano di La casa dalle finestre che ridono di Pupi Avati, il noir pieno di intrighi e corruzione di Notte italiana di Mazzacurati, ma anche l'esuberante sensualità della ventunenne Sofia Loren in La donna del fiume di Mario Soldati (o le sue repliche parodistiche, Valeria Marini in Bambola di Bigas Luna e Serena Grandi in Miranda di Tinto Brass).
Ma il luogo sembra prendere, fra terra e acqua, un mood di inquietudine, il sentimento straniante che i romantici tedeschi chiamarono unheimlich. Che invade perfino i film senza copione, i documentari che dovrebbero documentare e invece poetizzano: basta rivedere quelli di Florestano Vancini, che del Delta è forse l'Omero con la cinepresa, a partire da Alluvione, che è del 1950: c'è dentro tutto l'impegno civile e lo sdegno politico di quegli anni (Delta padano, girato nell'anno dell'inondazione più tragica, il 1951, fu finanziato dalla Camera del lavoro di Ferrara), ma il bianco e nero del neorealismo cede al lirismo antropologico dei commenti fuori campo di Giovanni Comisso.
Dopo tutto una mitologia incombe davvero su questa lunga collana di celluloide, ma è più ampia e lunga del Delta: è l'anima del Po, l'unico grande fiume d'Italia, la cui incombenza simbolica è sopravvissuta alle banalizzazioni di bolsi balli politici in maschera celtica, fondata com'è su un immaginario costruito in modo corale da scrittori così diversi tra loro, da Giovannino Guareschi a Riccardo Bacchelli. Al grande monosillabo acqueo forse la modernità ha girato le spalle, anche Cibotto non riconosceva più il suo Delta dopo che "la Romea si è portata dietro l'inferno" del turismo e del consumismo.
Antonioni, che nel 1947 debuttò da queste parti con Gente del Po, scrivendo per la rivista Cinema proprio della filmogenia del gran fiume, evoca l'epica senza tempo della "sofferenza come ordine naturale delle cose": eppure sarà proprio lui, con Deserto rosso, ambientato poco lontano, tra i pontili del porto di Ravenna, a narrare l'irruzione della modernità fra terra e acqua. Il Delta era già allora, quando i registi ne facevano un luogo fuori dalla Storia, una terra produttiva e fertile di cui vivevano trecentomila persone. Ma anche questo contrasto, fra la realtà e l'idea, fa parte dell'unicità di quel paesaggio. E non ha impedito che il Polesine diventasse, per tacita concorde elezione, il set naturale del realismo magico per il cinema italiano di tutte le generazioni che si sono succedute dal dopoguerra a oggi.
E mentre il Po, nella percezione dell'italiano medio, è tornato ad essere un'espressione geografica, uno sfarfallìo intravisto fra i parapetti mentre lo si scavalca ai centotrenta sui ponti autostradali, il Delta continua ad essere un'eterotopia percepibile nel paesaggio italiano, se non altro da fotografi e cicloturisti. Terra estrema, "un altrove privo di tutto, però autosufficiente" la definisce Gian Piero Brunetta in uno dei testi del catalogo della mostra (Silvana editoriale, pp. 160, euro 28). Terra rovesciata, inventata dalle alluvioni, dove l'acqua scorre più alta dei campi, dove i campanili hanno i piedi a mollo, dove folaghe e fenicotteri temono il momento in cui andranno a dormire più in basso dei pesci. Terra incerta, metamorfica: Silvia Nonnato, che è andata in cerca delle location di quei grandi film, molte non le ha trovate, perché il Po esonda e scava, erode i banchi di sabbia, spintona gli argini, spinge in là isole e golene. Le lagune diventano lacune. A Scano Boa hanno girato tre film, ma forse aveva ragione Cibotto, il Delta non esiste.
Sul Venerdì del 16 marzo