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Toni Morrison (Sebastien Micke/ Paris Match/ Getty Images) 

Toni Morrison: scrivo per farvi entrare nella pelle degli altri

Dall'archivio del Venerdì. Mentre in Italia esce il Meridiano con le sue opere, l'unica Nobel per la letteratura afroamericana ci parla di Martin Luther King, di Obama (e figlia), di razzismo e del romanzo quasi finito: «Inizia con un ragazzo nero fermato dalla polizia»...
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GRAND-VIEW-ON-HUDSON (New York). «Ero in metrò con un’amica. Anzi, una parente: mia cugina. Non so dove stessimo andando, ricordo solo quella voce mentre arrivava il treno: “Hanno sparato a Martin Luther King”. Forse qualcuno di fianco a noi, o la radio nella stazione. Entrammo in un tunnel: è solo ferito, pensai. È l’ennesimo attentato fallito. Tornammo in superficie: era sera. Ma tutta New York già sapeva. Sentivi sussurrare il suo nome ad ogni angolo: “Martin Luther King è morto”».

Seduta su una grande poltrona nera al secondo piano della casa di Grand View on Hudson, l’ex rimessa di barche trasformata in villino con vista sul fiume a mezz’ora da Manhattan, Toni Morrison socchiude gli occhi nello sforzo di ricordare. L’unico premio Nobel per la letteratura afroamericano, 87 anni e 11 romanzi – i principali ora raccolti nel primo Meridiano che Mondadori le dedica, in libreria …
GRAND-VIEW-ON-HUDSON (New York). «Ero in metrò con un’amica. Anzi, una parente: mia cugina. Non so dove stessimo andando, ricordo solo quella voce mentre arrivava il treno: “Hanno sparato a Martin Luther King”. Forse qualcuno di fianco a noi, o la radio nella stazione. Entrammo in un tunnel: è solo ferito, pensai. È l’ennesimo attentato fallito. Tornammo in superficie: era sera. Ma tutta New York già sapeva. Sentivi sussurrare il suo nome ad ogni angolo: “Martin Luther King è morto”».

Seduta su una grande poltrona nera al secondo piano della casa di Grand View on Hudson, l’ex rimessa di barche trasformata in villino con vista sul fiume a mezz’ora da Manhattan, Toni Morrison socchiude gli occhi nello sforzo di ricordare. L’unico premio Nobel per la letteratura afroamericano, 87 anni e 11 romanzi – i principali ora raccolti nel primo Meridiano che Mondadori le dedica, in libreria dal 20 marzo – si schermisce: «Sono passati cinquant’anni».

Era il 4 aprile 1968. Cosa ricorda ancora di quel giorno?
«Soprattutto quella voce. E il caos successivo. Lacrime. Abbracci. Smarrimento. Una grande marcia a Central Park. E una cosa inaudita: scuole, musei e perfino la Borsa di New York chiuse per onorarlo».

Al piano di sotto Giuseppina, la governante italiana che ci apre la porta con un sonoro «Buongiorno!», armeggia con le pentole nella cucina a vista affacciata sul salotto. Un salone dominato dal tavolo da ciabattino regalato alla scrittrice da Oprah Winfrey, lo stesso usato sul set di Beloved  il film tratto dal bestseller (Amatissima, in italiano, anche se nella nuova traduzione di Chiara Spallino per il Meridiano riprenderà il titolo originale) che nel 1988 fece vincere a Toni Morrison il Pulitzer. Su un cavalletto un quadro astratto di Slade, il figlio morto di tumore nel 2010, a 45 anni. Lungo le scale che portano al secondo piano decine di statuette africane. «Il corpo mi tradisce: la mia schiena non è più come un tempo. È la testa la mia benedizione». E infatti, a fianco alla poltrona della scrittrice, che scende sempre più di rado al piano inferiore, le novità letterarie: Feel Free di Zadie Smith. Lincoln nel bardo di George Saunders. E La ferrovia sotterranea, dello strapremiato Colson Whitehead che narra in chiave fantastica gli orrori dello schiavismo.

Uno dei suoi romanzi, Jazz, è ambientato a Harlem, lì dove il Dr. Martin Luther King Jr. Boulevard e il Malcolm X Boulevard si incrociano. Le due strade che onorano i più celebri leader della lotta per i diritti civili sono anche il simbolo di due diversi percorsi.
«Mi fa piacere che lei citi Jazz: i protagonisti sono proprio come le persone che ancora incontri agli angoli di Harlem. Sì, un quartiere che è sempre stato diviso dai simboli. Martin Luther King era un uomo buono. Prima di lui era il mio popolo contro il vostro: Malcolm X, assassinato nel 1965, parlava così. King, no, non aveva nel cuore odio verso i bianchi. E a molti neri non piaceva per questo. Non lo consideravano abbastanza forte, abbastanza aggressivo».

Cosa le ha insegnato?
«Che non c’è nulla di stupido o debole nell’amare il prossimo. Il suo era un attivismo guidato dalla fede: in Dio ma soprattutto negli uomini. Da lui ho imparato che il bene è un cammino più complicato e rischioso del male. E dunque molto più interessante».

Partecipò alle sue marce?
«Fu mia madre la prima a seguirlo. Mio padre, che era nato in Georgia, aveva visto cose terribili fatte dai bianchi nei confronti dei neri e li considerava “irriscattabili”. Mia madre invece credeva nelle persone. Io però inizialmente ero più interessata alla letteratura che alle battaglie per i diritti civili: lei marciava, io leggevo Dostoevskij... Alla fine, di Martin Luther King mi conquistò il linguaggio. Lucido, articolato, significativo sempre».

Com’erano quegli anni?
«Straordinari, a leggerli sui giornali. Nel 1955, quando King iniziò a predicare, c’era molto ottimismo. L’industria automobilistica era il motore del Paese. Sembrava che tutti guardassero avanti. Ma sotto la superficie si celava un razzismo radicato e viscido. Io sono nata nel 1931 a Lorain, Ohio: un villaggio povero e proprio per questo misto. Alle elementari il mio compagno di banco era un italiano: Ario Jacobazzi. Non parlava una parola di inglese e lo misero vicino a me: dovevo aiutarlo. Una volta per insultarmi mi chiamò “eritrea”. E allora?, mi chiesi. Non avevo idea cosa significasse “eritrea” per un italiano. Nel 1949 m’iscrissi alla Howard, l’università nera di Washington: volevo capire. Prima di MLK di quel che accadeva ai neri non parlava nessuno».

Oggi il suo sogno è ancora vivo?
«Fino a due anni fa le avrei detto di sì. Quando elessero Barack Obama lo pensai: “È il sogno del reverendo King che si avvera”. Non solo perché era afroamericano. Ma perché era quell’afroamericano: un uomo intelligente, colto, con una bella famiglia. Donald Trump invece ci ha riportato indietro nel tempo: ora discutiamo di vecchie statue e bandiere mentre i suprematisti, che fino a poco tempo fa strisciavano nell’ombra, rialzano la testa».

In America lei ha appena pubblicato un saggio intitolato L’origine degli altri: chi è l’altro?
«Esiste una sola razza: quella umana. Abbiamo inventato “l’altro” per giustificare lo sfruttamento economico, un processo che ha richiesto un sadismo straordinario e che oggi è utile a Trump per far sentire comunque superiori i bianchi più poveri in modo che rivolgano la loro rabbia verso i neri anziché contro gli altri bianchi che li sfruttano».

Il razzismo non appartiene solo ai bianchi.
«È un’invenzione che serve a rafforzare il nostro senso di sicurezza e appartenenza: all’interno della comunità nera molti, almeno per quel che riguarda le vecchie generazioni, ragionano ancora in termini di colorism. Quando ero giovane si usava la carta del pane per misurare il livello di “chiarezza”. Alcuni lo consideravano un elemento di bellezza. Per altri era l’opposto. Avrò avuto tre anni quando la mia bisnonna, che aveva la pelle molto scura, disse a mia madre guardando me e mia sorella con disprezzo: “Le tue figlie sono contaminate”. Eravamo altro anche all’interno della stessa famiglia».

Scrive anche di responsabilità della letteratura: “La narrativa dà l’opportunità di diventare altro. Lo straniero”.
«Un romanzo ti porta in luoghi che non hai mai visto, ti fa vivere vite che non immagini: ti fa entrare nella pelle di un altro. Credo che il ruolo della letteatura dovrebbe essere proprio questo: restituire il senso dell’empatia».

Lei ha detto al New York Times che considera il lavoro editoriale svolto nel passato, quello per la casa editrice Random House, il suo contributo alla causa dei diritti civili.
«Personaggi come Angela Davis e Muhammad Ali sarebbero stati pubblicati ugualmente. Ma nei loro libri curati da me credo di aver posto le domande giuste. Angela all’epoca era una specie di star. Interessava gli editori per la sua immagine graziosa mentre io volevo sapere cosa pensava davvero. E Ali: nessuno poteva dirgli cosa fare. Io lo feci. La prima volta che lo incontrai erano tutti uomini e io unica donna. Gli facevo domande e lui rispondeva all’uomo al mio fianco. Due, tre volte. Così mi alzai, incrociai le braccia e feci la voce severa: “Ali, alzati e vieni a parlare con me nell’altra stanza”. Mi seguì. E da allora fece sempre quel che dicevo. Sono orgogliosa di aver messo per iscritto le loro idee: perché dei libri non ci si può liberare nemmeno ignorandoli, e sono più incisivi di mille comizi. Non dimentichiamolo mai: la prima cosa che fecero i nazisti fu bruciarli. I libri sono armi: che ci appartengono per sempre».

Anche Michelle Obama sta scrivendo un libro. Negli anni alla Casa Bianca vi sentivate spesso: le ha chiesto aiuto?
«No, ma se avesse bisogno di un buon editor sono pronta. Piuttosto mi ha chiamata lui...»

Lui Barack...?
«Oh sì. La figlia maggiore, Malia, che prima voleva fare il cinema, ha cambiato idea. È entrata a Harvard e vuole scrivere. Suo padre voleva sapere se i suoi racconti sono buoni, se è qualcosa su cui la ragazza può investire. Così ha chiesto a me, che insegnavo letteratura creativa a Princeton, di darci un’occhiata».

E sono buoni, come spera papà?
«Malia è venuta qui, abbiamo trascorso un pomeriggio insieme. È molto in gamba. Come tutti i giovani non aveva nulla su carta: era tutto sul tablet e ogni volta che dovevo cambiar pagina dovevo chiamarla. Ma le storie brevi che ho letto erano davvero buone. Storie di paura. Una narrava di due naufraghi che dialogano aggrappati a un relitto. Ma com’è venuta in mente alla figlia del presidente una storia come questa, mi sono detta...».

A cinquant’anni dalla stagione dei diritti e da King, oggi in primo piano ci sono le molestie alle donne e il movimento #metoo. Che idea si è fatta?
«Mettiamola così: il razzismo può forse essere superato. Con la misoginia è più difficile. Anche quella, almeno qui in America, deriva credo dallo schiavismo. Le donne come oggetti da usare».

Razzismo, misoginia: gli scrittori possono davvero fare la differenza con le loro denunce?
«Certo. Ma non molti prendono questa responsabilità sul serio. Eppure la scrittura non è solo intrattenimento: deve dare piacere ma anche ispirare. Oggi però mi sembra che i creativi, soprattutto i giovani afroamericani, facciano cose diverse. Pochi scrivono libri: non ce ne sono molti di belli. Forse cantano, come Kendrick Lamar. Ecco, lui è uno che mi piace».

Chi altro c’è nella sua lista?
«Colson Whitehead è bravo: l’ultimo libro è meraviglioso. Mi ha affascinato anche se, lo ammetto, ne ho letto solo metà. Feel Free di Zadie Smith è interessante: racconta come scrivere razionalmente di sentimenti. Ma è un saggio, non un romanzo».

A proposito: lei ha affidato a Ta-Nehisi Coates l’introduzione del suo ultimo saggio.
«Lui mi piace anche se abbiamo un rapporto vivace. Recensii il suo Tra me e il mondo dicendo che tutti dovevano leggerlo e lui mi scrisse una mail di ringraziamento. Gli risposi: “Non dimenticare chi ti ha inventato”. E lui ha fatto una cosa interessante: mi ha confessato che da ragazzo stroncò su un giornale universitario uno dei miei libri, L’occhio più azzurro, definendolo mediocre: “Non lo avevo capito”. “Benvenuto nel club”, gli risposi. “Lo detestano in tanti, particolarmente le donne nere, per la questione dell’incesto. Evidentemente non sei in pace con certe realtà perfino tu...”».

Mondadori pubblica in Italia la raccolta dei suoi principali romanzi: come si descriverebbe ai nuovi lettori?
«Una vecchia signora molto creativa gratificata dei più bei riconoscimenti del mondo, il Nobel su tutto. A 87 anni le cose non funzionano più troppo bene. Ma se il corpo non risponde, la mente vola. Il libro a cui sto lavorando mi assorbe completamente, una sensazione favolosa anche se il mio editore mi assilla, vuole sapere quando sarà pronto. Ho già scritto 104 pagine, ma per lui non sono mai abbastanza: gli farò vedere che l’ultimo Garcia Márquez aveva solo 119 pagine: e i margini molto alti. L’ho quasi finito. Devo solo studiare le stelle».

Le stelle?
«Mi ossessionano. Il protagonista del nuovo romanzo è un ragazzo di 17 anni che ama le stelle. Ha comprato un telescopio e va tutte le sere sulla collina a guardarle. Conosce le costellazioni, ma preferisce inventarne di sue. Una sera, mentre sta tornando a casa, scendendo dalla collina incrocia due poliziotti. Che vedono solo un ragazzo nero con una canna che spunta da sotto la giacca. Pensano sia un fucile, le loro mani corrono alle pistole... E qui mi fermo».

No, la prego…
«Il mio amico Peter Sellars, il regista con cui feci una memorabile Desdemona, me lo diceva sempre: “Non uccidere la suspense!”. Il libro è ambientato alla fine degli anni Cinquanta ma sì, avevo in mente Trayvon Martin, il ragazzo ucciso per essersi tirato sulla testa il cappuccio della felpa, e tanti altri giovani afroamericani morti come lui. Pensavamo di essere andati avanti rispetto a cinquant’anni fa. Non è così. Ma il romanzo ha un messaggio preciso. Come insegnava il reverendo King: si può insegnare ai razzisti a cambiare idea».

Sul Venerdì del 16 marzo 2018