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Rupert Everett e Colin Morgan, Lord Alfred "Bosie" Douglas, in The Happy Prince, l'ultimo ritratto di Oscar Wilde, nelle sale italiane dal 12 aprile 

La notte di Oscar (Wilde) secondo Rupert Everett

The Happy Prince racconta gli ultimi infelici anni dello scrittore. Per l'attore inglese (qui anche regista) è il film della vita: "Credo che sarei potuto finire come lui, pieno di debiti e risentimento. Ma sono un figlio della middle class. E so quando fermarmi" 
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ROMA. Visto The Happy Prince, dà un certo sollievo costatare poi dal vivo che una decadenza fisica così dolente è solo finzione: a 58 anni, Rupert Everett, sceneggiatore, regista e interprete del film più importante della sua vita, rimane un bellissimo ragazzo invecchiato: agile, vagamente rapace e padrone del suo corpo. Ma nel raccontare il crepuscolo di Oscar Wilde dalla primavera del 1897 all'autunno del 1900, ovvero dalla scarcerazione alla morte, l'identificazione supera la recitazione. Gonfio, un po' laido, con la sifilide e l'otite purulenta, ramingo in Normandia, a Napoli e a Parigi, il Wilde di Everett beccheggia tra grandeur stracciona e sconfinata tenerezza, tra i tic della demenza e certi sguardi tragici e lucidissimi, tra umori corporei fuori controllo e motti di spirito ancora fulminanti. E pippa cocaina, beve assenzio, va a puttani, ricade nel solito tira e molla con Bosie, l'odioso amante che l'ha rovinato. Ma, anche,…
ROMA. Visto The Happy Prince, dà un certo sollievo costatare poi dal vivo che una decadenza fisica così dolente è solo finzione: a 58 anni, Rupert Everett, sceneggiatore, regista e interprete del film più importante della sua vita, rimane un bellissimo ragazzo invecchiato: agile, vagamente rapace e padrone del suo corpo. Ma nel raccontare il crepuscolo di Oscar Wilde dalla primavera del 1897 all'autunno del 1900, ovvero dalla scarcerazione alla morte, l'identificazione supera la recitazione. Gonfio, un po' laido, con la sifilide e l'otite purulenta, ramingo in Normandia, a Napoli e a Parigi, il Wilde di Everett beccheggia tra grandeur stracciona e sconfinata tenerezza, tra i tic della demenza e certi sguardi tragici e lucidissimi, tra umori corporei fuori controllo e motti di spirito ancora fulminanti. E pippa cocaina, beve assenzio, va a puttani, ricade nel solito tira e molla con Bosie, l'odioso amante che l'ha rovinato. Ma, anche, racconta ai bambini la favola del Principe felice: in flashback, ai suoi figli e, in piena deboscia, a un giovanissimo prostituto affettuoso e al suo fratellino.

Antefatto del film, che si apre dove si chiudono tutti gli altri che l'hanno preceduto: Wilde, scrittore e commediografo adorato dalle platee, è finito nel carcere di Reading, da cui la nota ballata, in seguito a un'imprudente lite giudiziaria: ha citato per calunnia il marchese di Queensberry, padre del perfidissimo Bosie, che l'ha definito sodomita. Al primo processo, col marchese assolto, ne è seguito un altro in cui Wilde è diventato l'imputato: condannato a due anni per sodomia. Ostracizzato, sbeffeggiato, sputacchiato.

L'inseguimento della rovina è un tema sensibile per l'attore che si è fatto sceneggiatore e regista e che ha vagheggiato e costruito questo film per dieci anni, con una caparbietà sostenuta dalla devozione a tratti paranormale per il suo autore di culto (dice, celiando, che ogni tanto lo sente). Tra droghe e sesso compulsivo e spericolato, l'ormai placato Everett ha flirtato non poco con l'autodistruzione, come ha raccontato nelle sue autobiografie picaresche, ma pensose, Bucce di banana e Anni svaniti. E ha avuto una carriera, per così dire, movimentata: debutto folgorante e successo planetario a 25 anni con Another Country, poi alterne fortune, in parte determinate da un'omosessualità mai nascosta, semmai esibita, anche quando era più prudente dissimularla. Proprio come Wilde. (Va detto però che già nel felice esordio di Another Country aveva un ruolo gay: il suo personaggio si ispirava infatti al giovane Guy Burgess, collegiale alle prese con la disciplina feroce e sessuofobica di Eton negli anni Trenta, che da adulto diventò uno dei Cinque di Cambridge, il famigerato gruppo di spie a maggioranza gay -   quattro su cinque - al servizio dei russi).

Mai avuto momentacci come quelli del suo Wilde?
"Quando hai un grande successo da giovane pensi di avere il mondo in mano, è molto difficile non crederci se tutti sono gentili con te, se tutti ti ascoltano, se tutti vogliono far sesso con te. È un sentimento d'espansione psicologica irreale, e quando si contrae e sparisce devi decidere se continuare a fare il sexy con chi non ti trova più sexy - opzione scelta da molti, disastrosa - oppure adattarti al tuo nuovo io sfigato che non interessa nessuno. Ma in questo caso può farsi avanti la depressione e perfino la demenza, come per Wilde, perché sotto c'è il risentimento che morde e non ti molla".

Comunque lei è entrato benissimo nella parte, affascinante, commovente, e molesto come certi sontuosi barboni che raccontano trascorsi eccelsi e improbabili mentre ti scroccano venti euro.
"A Roma negli anni Ottanta ho conosciuto tonnellate di reduci di piccoli o grandi successi dei decenni precedenti, gente come Helmut Berger, convinto che le inziali sulla borsa Louis Vuitton fossero quelle di Luchino Visconti che gliel'aveva regalata. Odori corporei, fiato di sigarette, abiti sgualciti. Ed ego smisurati. Ma anche nei momenti più bui di esilio, debiti e miseria Wilde era gentile e sempre divertente. La sua e quella di Verlaine sono due grandi storie romantiche dell'Ottocento".

Ha rischiato di finire come loro?
"Sì, ma vengo da un famiglia middle class, generazioni di militari. Ogni volta che andavo in quella direzione mi fermavo prima di superare il limite".

Ma lei non discende da Carlo II Stuart?
"Sì, come milioni di commoner. Anche lei, se risale nella sua genealogia, troverà qualche re, prima o poi. Tornando al senso del limite, a un certo punto in Wilde è saltato: gli amici e la moglie gli dicevano di stare attento con i processi, ma lui ribatteva che il popolo era con lui. Errore clamoroso, tipico delle star. Wilde è stato rovinato dalla vanità, dall'egocentrismo e dalla megalomania. Poteva scappare all'estero, c'era tempo mentre la sentenza andava in Parlamento per la firma e l'orribile macchina vittoriana accendeva i motori, ma lui fece la cosa più straordinaria: si sedette all'hotel Cadogan e non fece niente, perché sapeva che accettando il sacrificio esattamente come Gesù, figura che ammirava moltissimo, sarebbe diventato un immortale. Lo è diventato, perché uno dei grandi dibattiti del XX secolo è sull'omosessualità, sulla sessualità in genere, e all'inizio del dibattito c'è lui".

È vero che l'innamoramento per Wilde è iniziato quando sua madre, vestita come Jackie Kennedy, le leggeva Il principe felice?
"Sì, però a scuola di teatro non mi piaceva più tanto. Volevamo fare testi in cui ti spari, ti ammazzi, ti scopi e ci sembrava vecchiotto. Ma, in un Paese che depenalizzava e non del tutto l'omosessualità solo nel 1967, mi sono accorto rapidamente che non era vecchio per niente. Da noi era permesso essere gay in privato, ma ogni forma pubblica era vietata: c'erano le retate nei club e la polizia, che incarna l'aspetto peggiore della società britannica, ci sbatteva una notte in cella solo per umiliarci. Guardando i film degli anni Trenta, Quaranta, Cinquanta, vedevo che i riferimenti a Wilde erano costanti, è entrato nella nostra lingua. Poi, quando ho cominciato a farlo a teatro, un Dorian Gray, ho sentito che mi calzava come un guanto, che nelle sue commedie leggere - definizione orribile - in quelle frasi lunghe e musicali ero perfettamente a mio agio".

In Another Country le prime parole del suo personaggio, la spia ormai invecchiata che rievoca la vita al college, sono: "Volevo essere famoso o infame". Un manifesto wildiano.
"Lo sceneggiatore Julian Mitchell le aveva prese da una famosa frase di Wilde che, discorrendo col tutor e gli amici al Trinity College mentre, sullo sfondo, si svolgeva una partita di cricket, disse: "Sarò famoso o infame o tutti e due, che è la stessa cosa"".

Quindi il venerato Oscar le tiene una mano sulla spalla da molto prima di incontrarlo direttamente a teatro o al cinema.
"È una cosa da brividi. In quel film il mio personaggio era, di fatto, un alias di Wilde. E in The Happy Prince io e Colin Firth, che allora interpretava e oggi interpreta un mio amico fedele, siamo gli stessi personaggi quasi 35 anni dopo. Colin è vestito esattamente come allora".

Se le aspettava tutte queste critiche entusiaste e perfino affettuose?
"Non sai mai, cominci mostrando il film a un piccolo gruppo di amici che lo trovano bello, ma pensi che gli piaccia perché ti vogliono bene. Poi al Sundance e a Berlino è successo qualcosa. Comunque la sensazione era di andare su una bicicletta senza freni".

Il film le assomiglia: un impianto classico con dei guizzi di trasgressione.
"Bei costumi, belle scene, ottima fotografia, splendidi attori: quindi un film classico che, però, racconta la storia come volevo raccontarla io. Il fatto è che negli anni Ottanta un sacco di gente ha cominciato a morire di Aids e io ho passato molto tempo accanto a quei letti di morte. Succedevano tante cose mentre si moriva: coppie si spezzavano e altre tornavano insieme. Si piangeva, ma si rideva anche. Fra gli amici intorno a chi se ne stava andando circolava un  certo affettuoso umorismo. E così ho raccontato la fine di Oscar Wilde, perché la morte di Aids negli anni Ottanta o di sifilide nel clima vittoriano non sono tanto diverse, in quanto a ostracismo".

Lei ha mai subìto ricatti sessuali dai produttori?
"Magari! Non sa quanto avrei gradito".

A uno che ha tranquillamente dichiarato di essersi prostituito negli anni grami che effetto fanno gli scandali di Hollywood per le molestie e gli abusi? E la repentina ondata di proteste e denunce retroattive delle vittime?
"Tutto molto eccitante, come quando vedi in time lapse la metamorfosi della farfalla. Ci muoviamo velocissimi, magari fra dieci anni uomini e donne saranno in grado di procreare separatamente. Una storia di millenni impostata sulla diseguaglianza dei sessi viene riscritta in pochi anni: certo, nessuna rivoluzione è completamente pulita, ma il nucleo di questa è giusto. Prendiamo un dettaglio minimo nel nostro lavoro: un attore ubriacone non fa effetto a nessuno, se invece un'attrice beve un po' troppo è subito emarginata. Ma ho paura dei social: nessuna delle vittime di abusi è andata in tribunale, tutto si è svolto sui media e soprattutto sui social. Quello che nasce bene può finire male, là dentro, perché nel mondo virtuale si estremizza tutto. E adesso dobbiamo fronteggiare la rivoluzione puritana dei millennials: mi sembra che i miei nipoti siano più simili ai miei genitori vittoriani-edoardiani che a me. A me che sottoscrivo la lettera di Catherine Deneuve e che troverei giusto un fronte comune di tutte le età in queste battaglie. Perché non sono sicuro che i millennials sappiano quanto si è dovuto lottare per ottenere certi diritti".

Adesso che gira in Italia Il nome della rosa per la Rai avrà assistito alle nostre  rivoluzionarie elezioni politiche.
"Terrificanti. Noi abbiamo votato la Brexit e voi vi siete consegnati alla Lega e ai 5 Stelle. Da noi la maggioranza tra chi ha votato sì non sapeva cosa stava scegliendo, e da voi? Bruxelles, che non è venuta in aiuto dell'Italia, ha le sue grandi responsabilità per i risultati antieuropei usciti dalle elezioni, ma sale al potere un branco di dilettanti capaci solo di esprimere la confusione degli elettori. Ognuno può fare tutto, le competenze, almeno in politica, non sono richieste".

La avviso che è un discorso un po' da centro anziani.
"In una situazione così deprimente sono contento di essere vecchio. E ho nostalgia di com'era un tempo il mondo. La prima volta che sono venuto a Roma, di notte, potevi andare a rimorchiare al Colosseo, le sigarette accese nel buio erano il segnale. E Berlino Ovest o New York negli anni Settanta... Oggi Roma, Parigi e Londra sembrano delle torte da matrimonio, solo Marsiglia e Napoli hanno mantenuto un'identità".

C'è molta Italia nei suoi discorsi e nei suoi ricordi.
"Quando le cose non andavano più tanto bene nel mercato anglosassone un'agente italiana fantastica e vecchio stile, Carol Levi, mi ha fatto lavorare con Montaldo, Rosi, Soavi. In quegli anni ho incontrato persone indimenticabili con gente come Tirelli, Ferretti, Morricone. Anche nella mia formazione cinematografica e persino in The Happy Prince c'è una forte influenza italiana. Tra i primi film che vidi nella mia scuola molto cattolica ci sono Romeo e Giulietta e Fratello sole, sorella luna di Zeffirelli, quindi prima di sapere che Clint Eastwood era un attore ho scoperto che Danilo Donati era uno scenografo. I vostri film erano pezzi di estetica, e non solo quelli di Visconti. Ricordo ancora l'effetto di Matrimonio all'italiana...".

Dopo aver realizzato un progetto inseguito per dieci anni bisogna trovarsene un altro o ci si può adagiare sugli allori?
"Recitare e basta è molto più riposante, senza contare che per mettere in piedi un film ci vogliono nervi d'acciaio che non ho più, la produzione è diventata una guerriglia nella giungla. Ma con l'avvento dell'era puritana è importante che la mia generazione faccia sentire la sua voce. Due anni fa rischiavo di sentirmi old fashioned, ora mi pare di essere io la modernità, un'avanguardia anni Settanta. Vorrei fare un film sulla rivolta indiana del 1857: i soldati inglesi e indiani, ma anche la mia antenata partita per le colonie con il suo corredo di nozze avevano molto più coraggio, più resilienza dei giovani di oggi che propongono di bandire l'uso dei pronomi lui e lei, troppo discriminanti. Era un coraggio prefreudiano, il loro: la scoperta dell'ego, dell'es e di tutto il resto ci ha indeboliti. Molto indeboliti".

Sul Venerdì del 23 marzo 2018