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Un attivista di sinistra rimuove un manifesto anti-Soros a Budapest (Reuters/Contrasto) 

Soros, il nemico perfetto di Orban

Per il premier nazionalista il finanziere ebreo è il Male assoluto: vuole islamizzare l’Ungheria con gli immigrati. Che qui non ci sono ma dominano le elezioni. Reportage
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BUDAPEST. Sarà che i soldi possono tutto o che l’aria del Danubio porta bene, ma in questi giorni a Budapest il miliardario americano di origini ungheresi George Soros appare miracolosamente ringiovanito. Nonostante i suoi ottantasette anni, se la ride di gusto alle fermate dei tram, e abbracciando i suoi compagnoni promette di «abbattere al più presto ogni protezione alle frontiere». A Budapest Soros ride sempre: oggi in compagnia di tutti i leader dell’opposizione, qualche mese fa da solo su centinaia di cartelloni governativi che invitavano gli ungheresi a fargli passare il buon umore. Perché nella patria di Viktor Orbán, stagionato premier magiaro e collaudato leader dell’internazionale del risentimento, Soros non è solo un finanziere, un guru liberale o un filantropo seriale. Soros è il Male, che è già stato sconfitto ma come la gramigna non lo sarà mai abbastanza.

«Dobbiamo afferm…
BUDAPEST. Sarà che i soldi possono tutto o che l’aria del Danubio porta bene, ma in questi giorni a Budapest il miliardario americano di origini ungheresi George Soros appare miracolosamente ringiovanito. Nonostante i suoi ottantasette anni, se la ride di gusto alle fermate dei tram, e abbracciando i suoi compagnoni promette di «abbattere al più presto ogni protezione alle frontiere». A Budapest Soros ride sempre: oggi in compagnia di tutti i leader dell’opposizione, qualche mese fa da solo su centinaia di cartelloni governativi che invitavano gli ungheresi a fargli passare il buon umore. Perché nella patria di Viktor Orbán, stagionato premier magiaro e collaudato leader dell’internazionale del risentimento, Soros non è solo un finanziere, un guru liberale o un filantropo seriale. Soros è il Male, che è già stato sconfitto ma come la gramigna non lo sarà mai abbastanza.

«Dobbiamo affermarci contro il suo network mafioso» ha intimato Orbán in vista delle elezioni del prossimo 8 aprile. «Vogliamo contrastare la sua rete di associazioni che interferisce nella nostra vita politica» conferma al Venerdì il suo algido portavoce Zoltán Kovács. La consultazione nazionale sul fantomatico Piano Soros ha portato all’iniziativa di legge denominata StopSoros: secondo Orbán si tratta di fermare l’homo sorosensus che promuove l’islamizzazione d’Europa. La sua faccia è dappertutto, perché gli ungheresi devono sapere che il Nemico se la ride. Il suo volto si fa in quattro, perché sono milioni i migranti con cui questo vecchio ebreo vorrebbe minare l’identità cristiana del continente: sembra science fiction, ma è la campagna elettorale di una capitale d’Europa.

In Ungheria si discute solo di migrazione. Non quella degli ungheresi, che in 600 mila hanno trovato lavoro all’estero, ma quella di arabi e africani che, a meno di non vincere la lotteria dell’incontro multietnico, gli ungheresi vedono solo in tv. «Il fatto che da noi non ci siano migranti non esclude che le nostre frontiere siano sotto attacco» chiosa convinto Zoltán Kovács. A coordinare l’assedio che non c’è sarebbe Goran Buldioski, direttore per l’Europa della Open Society Foundations di George Soros. «Noi e il nostro fondatore siamo oggetto di un’inaccettabile campagna d’odio» spiega nel quartier generale a pochi passi dal Danubio. «E questo nonostante la Fondazione operi in Ungheria da più di trent’anni, e nel 2017 abbia finanziato cinque milioni di dollari di progetti sociali, solo per il dieci per cento dedicati ai migranti».

Per capirci: dieci per cento non in cesoie per tagliare il filo spinato che da due anni sigilla la rotta balcanica, ma in attività di integrazione e assistenza legale. Tanto basta per far gridare al Piano Soros contro l’integrità della nazione: lo scorso autunno tutti i nuclei famigliari ungheresi hanno ricevuto un questionario governativo che invitava a dirsi d’accordo o meno con una serie di presunti obiettivi sorosiani come «diminuire l’importanza della lingua nazionale» o «accogliere in Europa un milione di migranti l’anno». Il questionario forniva domande e commenti. Mancavano le crocette sul sì o sul no, ma in 2.356.811 hanno aderito all’appello e quasi altrettanti hanno dato la risposta che ci si aspettava.

È una lunga storia. Nel 1987 un giovane giurista ungherese soggiorna a Oxford grazie a una borsa di studio della Soros Foundation: si chiama Viktor Orbán, e di lì a poco fonderà il partito Fidesz che guida tuttora. Negli anni Novanta un altro giovane ungherese si laurea alla prestigiosa Central European University (Ceu) fondata a Budapest sempre da George Soros: si chiama Zoltán Kovács, e qualche anno dopo metterà il suo inglese impeccabile al servizio degli attacchi governativi all’istituzione che lo ha formato. Ci muoviamo tra Shakespeare e i fratelli Grimm, ma anche nell’inverno del suo scontento il vecchio ebreo ungherese sembra saperla più lunga di tutti: all’ingresso della Ceu, nella centralissima via Nádor, una sua targa invita a «ricordare le conseguenze impreviste delle nostre azioni».

Chi poteva prevedere che due tra i più brillanti allievi del suo “sistema” gli si sarebbero ritorti contro con tanta violenza. «La nostra università subisce da un anno l’ostilità del governo» dice il sociologo Zsolt Enyedi, prorettore della Ceu. «Ma costringerci a traslocare sarebbe antipatriottico. Siamo un centro d’eccellenza, attiriamo milioni di euro in fondi europei per la ricerca, e l’80 per cento dei nostri 1.400 studenti sono stranieri che qui vivono, studiano, spendono». Dallo scorso aprile una legge ad hoc ribattezzata Lex Ceu mette in forse il futuro di ragazzi e corpo insegnante: si trasferiranno a Vienna, Varsavia o Bratislavia? C’è la coda per accaparrarsi questo boccone di accademia mitteleuropea, ma la domanda è un’altra: Budapest sarebbe un posto migliore senza la Ceu? «Non si tratta di questo» ribatte l’ex studente Kovács. «Ma di imporre le stesse condizioni a tutte le università straniere operanti nel Paese». La questione è molto tecnica, la morale estremamente semplice: almeno fino all’8 aprile la Ceu continuerà a scontare la furibonda campagna che ha colpito il suo fondatore.

Sono in pochi a farsi illusioni sulla prossima tornata elettorale. «Comunque vada a finire, resterà l’odio che ci hanno scatenato contro» dice Márta Pardavi, direttrice del Comitato Helsinki ungherese, che nel 2017 ha fornito assistenza legale a 1.600 richiedenti asilo. La legge StopSoros pendente in parlamento la riguarda da vicino: prevede che chi si occupa di migranti debba richiedere una speciale licenza ministeriale, che non possa avvicinarsi a meno di otto chilometri dai confini nazionali, che debba versare allo Stato il 25 per cento di ogni contributo dall’estero. Tutto in nome dello «stato di crisi per la migrazione di massa» in un Paese che lo scorso anno ha avuto 3.397 richieste d’asilo (in Italia sono state 130 mila, in Germania 198 mila): «Siamo stigmatizzati perché aiutiamo i migranti e perché il 4 per cento del nostro budget dipende dalla Open Society Foundations» ci dice András Kováts, direttore dell’ong Menedék che a gennaio si è vista tagliare 600 mila euro di fondi statali ed europei da parte del ministero dell’Interno. «La candidata premier dei Verdi, Bernadett Szél, è stata definita un’agente di Soros solo per  aver lavorato da noi per tre mesi nel lontano 2002».

Soros e migranti, migranti e Soros: «Il clima è tale che anche questa nostra conversazione potrebbe essere considerata sensibile per la sicurezza nazionale» sintetizza Márta Pardavi. E sì che proprio mentre si rifiutava di accogliere 1.294 richiedenti asilo da Italia e Grecia, il governo ungherese lanciava il Permanent Residency Bond Program, che fino al 31 marzo 2017 (in vista delle elezioni è stato prudentemente sospeso) ha distribuito migliaia di permessi di soggiorno illimitati a fronte di 300 mila euro di obbligazioni a interessi zero e 60 mila euro a fondo perduto. Solo dal luglio al dicembre 2016 sono stati così accolti 3.649 magnati extracomunitari con 6.598 familiari al seguito. Come dire che l’Ungheria che chiude le porte ai “nostri” migranti di necessità invita calorosamente a varcarle a chi è in grado di acquistare il suo esoso biglietto d’ingresso all’area Schengen. «Non siamo contrari all’immigrazione legale» ribatte serafico Zoltan Kovács. «Ma all’apertura indiscriminata delle frontiere».

Le elezioni della prossima settimana mobilitano un Paese in cui i sentimenti xenofobi sono in crescita da più di vent’anni. Ma l’ultimo dei paradossi politico-culturali ricorda una finestra temporale in cui la xenofobia calò drasticamente. Nell’estate-autunno 2015 un fiume di profughi siriani invase Budapest diretto in Germania. Secondo l’istituto di rilevazione Tárki tra aprile e ottobre gli ungheresi apertamente xenofobi calarono di ben dieci punti: videro la sofferenza, diedero prova di solidarietà. Poi i migranti scomparvero. Rimase Viktor Orbán e la sua guerra all’islamizzazione. In pochi mesi la xenofobia risalì e superò ogni record precedente. Eppure nella cittadina di Hodmezovasarhely il partito di Orbán un mese fa ha subìto la prima, inaspettata sconfitta elettorale. L’8 aprile gli ungheresi potrebbero dimostrare di averne abbastanza.

Sul Venerdì del 30 marzo 2018