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Monique Lévi-Strauss (Fe Pinheiro/Folhapress) 

Monique Lévi-Strauss: la mia vita felice con Claude

L’incontro a casa di Lacan. L’ostilità dell’accademia francese. Il successo (fin troppo) dello strutturalismo. La vedova rievoca i suoi sessant'anni insieme al grande antropologo
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PARIGI. Il sorriso luminoso con cui Monique Lévi–Strauss, la vedova del grande antropologo scomparso nel 2009, mi accoglie nel suo appartamento di rue des Marronniers, nel residenziale XVI arrondissement, non attenua la mia emozione nel sedermi di fronte a lei, su uno dei due divani del celebre studio dove Claude Lévi-Strauss ha lavorato per circa mezzo secolo. Ecco, infatti, sulla parete opposta alla scrivania, il grande mezzaro proveniente dal Nepal, che raffigura il Buddha Tara Verde (la divinità asessuata) e, steso ai suoi piedi, uno straordinario strumento musicale ligneo, a corda e a percussione, in forma di coccodrillo, del Sud-est asiatico. E mentre, su un tavolino, fa bella mostra di sé una scultura cinese ricavata da una radice d’albero e brulicante fino all’inverosimile di figurine umane, appoggiato su un ripiano della libreria poco distante un piatto d’argillite degli indiani della Columbia Britannica colpisce per la sua …
PARIGI. Il sorriso luminoso con cui Monique Lévi–Strauss, la vedova del grande antropologo scomparso nel 2009, mi accoglie nel suo appartamento di rue des Marronniers, nel residenziale XVI arrondissement, non attenua la mia emozione nel sedermi di fronte a lei, su uno dei due divani del celebre studio dove Claude Lévi-Strauss ha lavorato per circa mezzo secolo. Ecco, infatti, sulla parete opposta alla scrivania, il grande mezzaro proveniente dal Nepal, che raffigura il Buddha Tara Verde (la divinità asessuata) e, steso ai suoi piedi, uno straordinario strumento musicale ligneo, a corda e a percussione, in forma di coccodrillo, del Sud-est asiatico. E mentre, su un tavolino, fa bella mostra di sé una scultura cinese ricavata da una radice d’albero e brulicante fino all’inverosimile di figurine umane, appoggiato su un ripiano della libreria poco distante un piatto d’argillite degli indiani della Columbia Britannica colpisce per la sua essenziale eleganza.

Si potrebbe fare il giro del mondo con gli oggetti disseminati per lo studio, ma sono qui per parlare con Monique Lévi-Strauss della sua lunga collaborazione con il marito e delle importanti iniziative editoriali in corso d’opera a lui consacrate. Di lei ho letto, con il fiato sospeso, Un’infanzia nella bocca del lupo (pubblicato in Italia da Edb nel 2015), i ricordi della sua esperienza di figlia di un’ebrea americana e di un ingegnere belga intrappolata con la famiglia nella Germania nazista. Quanto a suo marito, sono appena emersa dalle 900 pagine della appassionante e documentatissima biografia che Emmanuelle Loyer gli ha dedicato nel 2015 (Lévi-Strauss, edito da Flammarion). Entro perciò subito in medias res.

Signora Lévi-Strauss, quando nell’estate del 1949 incontra nella casa parigina di Jacques Lacan colui che molto presto diventerà suo marito, lei è una bella ventitreenne, indipendente, cosmopolita e alla ricerca di un lavoro, mentre Lévi-Strauss ha già quarantun anni, due matrimoni alle spalle, ed è alle prese con una grave impasse professionale. Il vostro è un colpo di fulmine?
«No, il nostro non è stato un incontro romantico. Posso solo dire che ho adorato vivere con mio marito. Abbiamo passato insieme sessant’anni di assoluta felicità. Tutto è successo in modo molto semplice. Avendo saputo che ero trilingue – francese, inglese e tedesco – Claude mi aveva chiesto di aiutarlo a leggere le bozze in inglese di un saggio di due antropologi australiani, destinato a una collana che lui dirigeva da Hermann, e, a lavoro concluso, mi aveva detto: “Siete esattamente il tipo di persona che sognerei di avere accanto”. È quanto avrei presto pensato anche io di lui. Avevamo in comune lo stesso amore per l’arte, la musica, la letteratura, e abbiamo vissuto insieme in modo simbiotico. Io gli ho fatto da filtro nel lavoro come nella vita di ogni giorno. Claude era come una donna gravida, aveva sempre dei libri in gestazione e stava a me, leggendo, commentando, segnalando ripetizioni e incongruenze di quel che andava via via scrivendo, il compito di aiutarlo a metterli al mondo».

Il primo parto a cui lei si trovò ad assistere, nel 1955, fu quello quanto mai drammatico di Tristi Tropici. Tornato a Parigi dopo gli anni formativi dell’esilio negli Stati Uniti – in cui aveva potuto confrontarsi con l’etnologia americana e con lo strutturalismo linguistico di Roman Jakobson – Lévi-Strauss dovette però fare i conti con l’ostilità e il conservatorismo degli antropologi francesi e prendere atto che la sua tesi sulle Strutture elementari della parentela non gli avrebbe aperto le porte dell’università. Frustrato e furente, reagì scrivendo un capolavoro che metteva sotto accusa la civiltà occidentale e la stessa antropologia. Conferma questa vulgata?
«Sì, quello fu in effetti il momento più difficile di tutta la sua vita. Ormai abbandonata ogni speranza di carriera accademica, mio marito accettò la proposta di Jean Malaurie, il quale aveva appena creato per l’editore Plon una collana, Terre humaine, destinata al grande pubblico. Così, riprendendo in mano gli appunti sulle tribù amazzoniche presi durante il suo soggiorno in Brasile quindici anni prima, Claude si lanciò nella stesura di Tristi Tropici, completando 500 pagine in cinque mesi. Mi disse che, anche se non era un’opera scientifica, gli avrebbe almeno consentito di utilizzare quel materiale, e che in tutti i casi non aveva più nulla da perdere. Non poteva certo immaginare che l’immenso successo riscosso dal libro gli avrebbe assicurato una cattedra al Collège de France».

Entrato al Collège nel 1959, suo marito può finalmente aprire un laboratorio, creare una grande rivista francese di antropologia e pubblicare a ritmo serrato tre libri cruciali: Antropologia strutturale, Il totemismo oggi e Il pensiero selvaggio. Una riuscita istituzionale ed editoriale che, com’è stato scritto, “cristallizza” la sua visione del mondo e il paradigma strutturalista destinato a trionfare negli anni successivi.
«Va però precisato che lo strutturalismo non ha mai rappresentato per lui una religione, una fede assoluta, ma un semplice metodo di lavoro, e trovava ridicolo di esserne considerato il sommo pontefice. “Come vedi la vita è un malinteso”, mi ripeteva spesso a questo proposito, e si stupiva che molti amici e colleghi si proclamassero strutturalisti facendo finta di applicare un metodo che non capivano. A cominciare da Lacan e da Foucault, del quale diceva: “Il suo modo di pensare è sbagliato, ma quel che scrive è ammirevole”. Era stato, nel 1942, l’incontro cruciale con Roman Jakobson a New York, dove erano entrambi rifugiati durante il nazismo, a dargli l’idea di estendere anche all’antropologia quelle regole, quelle “strutture” che lo studioso russo applicava alla linguistica. E ad aprirgli ugualmente la porta della psicanalisi».

Dopo aver curato le Lettere ai genitori (1931-1942) di Lévi-Strauss (edite in Italia da Il Saggiatore), lei ha voluto dare per l’appunto la priorità alla corrispondenza con Jakobson, rispetto agli altri scritti inediti di suo marito in attesa di pubblicazione...
«Tenevo molto a seguire personalmente questo carteggio di 150 lettere, che va dal 1942 al 1982 e che uscirà a giugno da Seuil, perché ho conosciuto bene Jakobson e, avendo preso parte al loro dialogo, ero in grado di apportarvi delle precisazioni. Come sottolinea Emmanuelle Loyer, che ne è la curatrice, questa corrispondenza, basata su un rapporto di amicizia, confidenza e stima reciproche, costituisce un contributo essenziale alla storia intellettuale del secolo scorso: dalla Ginevra di Ferdinand de Saussure dei primi del Novecento alla Scuola di Praga fondata da Jakobson nel 1926, dalla New York degli esiliati alla Parigi dello strutturalismo trionfante degli anni Sessanta e alle ricerche del Mit».

Quali sono le altre pubblicazioni di suo marito in cantiere?
«Dopo la raccolta dei suoi scritti sul Giappone (L’altra faccia della luna, Bompiani 2015) e quella degli articoli apparsi su Repubblica (Siamo tutti cannibali, Il Mulino 2015) – e colgo qui l’occasione per ricordare il piacere che mio marito aveva avuto nel ricevere l’invito di Eugenio Scalfari – sarà la volta di quelli usciti sui giornali brasiliani e di quelli pubblicati in inglese nel periodo newyorkese. Ma il progetto più importante e impegnativo è, fuor di dubbio, l’edizione degli appunti di lavoro presi nel corso delle sue spedizioni in Amazonia, e utilizzati solo parzialmente in Tristi Tropici».

Cosa ci può dire a riguardo?
«È una pubblicazione destinata in primo luogo agli antropologi: consentirà di vedere cosa Claude osservava, come lavorava, i criteri con cui selezionava le informazioni, la funzione dei suoi disegni, le annotazioni sui diversi dialetti. Un’impresa assai complessa e costosa, che richiede molte riproduzioni anastatiche e implica necessariamente degli sponsor che ci auguriamo di poter trovare. A occuparsi della presentazione dei carnets dovrebbe essere Stephen Hugh-Jones, un antropologo inglese di Cambridge, specialista dell’Amazzonia. Non avendo mai seguito Claude nelle sue spedizioni non potrò essere di alcuna utilità specifica, ma il mio più grande desiderio è di vedere, prima di morire, il progetto avviato a buon fine. Per il resto, tutti i manoscritti di Claude sono ora despositati alla Bibliothèque Nationale a disposizione degli studiosi che vorranno consultarli».

Sul Venerdì del 30 marzo 2018