Reportage dal monastero: che silenzio c’è stasera in clausura
Marco Cicala , dal nostro inviato MARCO CICALAUn antico convento spagnolo. Otto monaci. Quasi tutti ultraottantenni, ma tenaci. E un Ordine nato più di sei secoli fa che, dopo di loro, sparirà per sempre. Alla vigilia di Pasqua abbiamo passato qualche giorno con i cenobiti di San Girolamo a Segovia
MONASTERO Di SANTA MARIA DEL PARRAL (Segovia). La tonsura non usa più e ai piedi la sneaker nera ha sostituito le asperità del vecchio sandalo. Ma l’uniforme è rimasta la stessa che indossano nei dipinti seicenteschi di Zurbarán o di Valdés Leal: bianca la tunica, marrone lo “scapolare”, ossia la pettorina con cappuccio. I monaci spagnoli di San Girolamo esistono dal 1373. Nei secoli XVI e XVII l’Ordine, di obbedienza agostiniana, divenne facoltoso e influente come pochi. Tanto per capirci, sovrani della stazza di Carlo V e Filippo II morirono assistiti dai gerolamini: l’Imperatore nel monastero di Yuste, il figlio all’Escorial. Oggi di jéronimos ne restano su terra soltanto otto, asserragliati nell’ultimo fortilizio, quello quattrocentesco di Santa Maria del Parral, aggrappato a un costone di roccia alle porte di Segovia. Scomparsi loro, anche la Orden sparirà per sempre. «Salvo miracoli,…
MONASTERO Di SANTA MARIA DEL PARRAL (Segovia). La tonsura non usa più e ai piedi la sneaker nera ha sostituito le asperità del vecchio sandalo. Ma l’uniforme è rimasta la stessa che indossano nei dipinti seicenteschi di Zurbarán o di Valdés Leal: bianca la tunica, marrone lo “scapolare”, ossia la pettorina con cappuccio. I monaci spagnoli di San Girolamo esistono dal 1373. Nei secoli XVI e XVII l’Ordine, di obbedienza agostiniana, divenne facoltoso e influente come pochi. Tanto per capirci, sovrani della stazza di Carlo V e Filippo II morirono assistiti dai gerolamini: l’Imperatore nel monastero di Yuste, il figlio all’Escorial. Oggi di jéronimos ne restano su terra soltanto otto, asserragliati nell’ultimo fortilizio, quello quattrocentesco di Santa Maria del Parral, aggrappato a un costone di roccia alle porte di Segovia. Scomparsi loro, anche la Orden sparirà per sempre. «Salvo miracoli, naturalmente» sospirò, l’estate scorsa, il custode guidandomi negli spazi conventuali accessibili al pubblico. In tempi di grandi anemie vocazionali, la vita di un’antica comunità claustrale sull’orlo dell’estinzione mi parve subito una storia meritevole di essere raccontata. Magari incorporandomi nel cenobio per qualche giorno. Dopotutto il Parral dispone di una foresteria aperta a chiunque, purché di sesso maschile: anime devote, ma anche - più ecumenicamente - spiriti in subbuglio, «gente de vocación inquieta», si legge sull’austero sito web. Comunque al momento del check in non vogliono sapere nulla, non ti chiedono niente, nemmeno come ti chiami. «Lei è quello che ha telefonato dall’Italia?». «Quello».
«Benvenuto. Vamos» sorride fray Alfonso, il monaco addetto all’accoglienza, invitandomi a seguirlo. Accento andaluso, avrà una sessantina d’anni. Fa strada in un dedalo di chiostri. Ne superiamo tre. Sulla porta dell’ultimo, un cartello ammonisce: «Clausura. Prohibido pasar». Attraverso uno scalone saliamo di due piani. Le celle per gli ospiti sono nove. La mia è la penultima in fondo al corridoio. Dentro: letto, armadio, comodino, scrittoio, bagno con doccia e wc. Le due finestre affacciano a precipizio sull’Eresma, il fiume lungo il quale passeggiava cogitabondo il poeta Antonio Machado. Le regole conventuali? La domanda mi resta anchilosata in gola. «Tutto scritto qui» dice frate Alfonso allungandomi un foglietto.
LEGGI Vocazioni in crisi? La regola di San Benedetto è l'eccezione
Per cinque giorni me lo terrò stretto come un amuleto, consultando di frequente gli orari claustrali. In sintesi, le norme alle quali gli esterni devono attenersi sono queste: Per rispetto del clima monastico di solitudine e silenzio, abbi cura di non parlare in chiostri e luoghi di transito; se è indispensabile fallo a voce molto bassa. Ricordati di non entrare nelle stanze degli altri ospiti; se però fosse necessario, fallo in modo che da fuori non si senta e comunque mai nelle ore della siesta o di notte. Evita qualsiasi altro tipo di rumore, come, per esempio, radio, computer ecc. O almeno usa la cuffia. Per comunicare rivolgiti al monaco che si occupa dell’accoglienza o al Priore. Puoi organizzarti il tempo secondo le tue esigenze. Se desideri partecipare all’Eucarestia o alla Liturgia delle Ore, abbi cura di essere puntuale, cantando o pregando delicatamente. Fumare è pratica estranea al monastero; però puoi farlo in giardino. Ti saremmo grati se andando via provvedessi alla pulizia della tua cella. Il tuo contributo per questo soggiorno è una libera offerta.
Non faccio in tempo a chiedere uno straccio di informazione in più che il frate hospedero si è già dileguato, gioviale ma evanescente com’era apparso. Controllo che il cellulare sia silenziato. Durante la permanenza lo utilizzerò solo per “uozzappare” qualche messaggio a casa. Con scansione canonica, la giornata del gerolamino – leggo sempre sul foglietto – si articola in otto momenti di preghiera, il primo alle 6.15, l’ultimo alle 21.15, più la Messa quotidiana. Dalle 8 e 30 alle 12 e 30 chi ce la fa si dedica al lavoro manuale (falegnameria, orto, manutenzione, cucina). Mentre il tempo libero è ripartito in due tranche pomeridiane tra le 14 e le 20. La colazione è alle 8 e 15, il pranzo alle 14 e 15, la cena alle 21. Irrisorie variazioni sono previste unicamente per la domenica e i festivi.
Mi preparo il letto. Poi studio le due immagini appese al muro: una Madonna con bambino e un ritratto di San Girolamo. Barbuto, annoso e patito come al solito, qui il Dottore della Chiesa mostra la Bibbia da lui tradotta nel IV secolo. Ha l’aria provata ma comprensibilmente soddisfatta: fu un lavorone. Eh, il libro, il culto del libro: «Leggi molto spesso e impara il più possibile. Che il sonno ti sorprenda con il codice in mano e la tua faccia cada sulla sacra Scrittura» raccomandava il Santo.
Ridendo e scherzando s’è fatta l’una. Scendo a Messa. I monaci entrano nella cappella in fila indiana e vanno a sistemarsi nel coro. Evito di scrutarli come se fossero gli ultimi esemplari del rinoceronte bianco. Degli otto, cinque sono anziani e curvi, alcuni molto curvi. Uno spinge il deambulatore, in seguito lo vedrò spesso servirsene ansimante a mo’ di sgabello. Il più giovane è un tipo robusto sulla quarantina, dall’espressione parecchio concentrata, ma paciosa. Si chiama Mauro – scoprirò – ed è mezzo italiano, da Caravaggio (Bergamo). Laurea in ingegneria elettronica, è entrato al Parral una decina d’anni fa. Perché proprio qui? «Mia madre è spagnola...» mi dirà spedito, violando il silenzio in corridoio, «cercavo un Ordine contemplativo... Una prima esperienza in Italia non mi aveva convinto...» ed eccolo a Segovia. Giocoforza è un po’ il factotum del convento. Canta il gregoriano con una voce che lèvati, officia la Messa, serve a tavola...
Il refettorio è una sala illuminata male e riscaldata ancora peggio, ma profonda quanto i saecula saeculorum che questo magnifico posto si porta sul groppone. Mangiamo muti sotto una gigantesca volta a cassettoni mudéjar – lo stile cristiano-moresco – regalo di Carlo V. In assenza del Priore, che è momentaneamente in congedo, il suo vice legge passi da scritture sacre o profane. A sera, un saggio sul tema Martiri e vittime nel quale si discutono le tesi dell’antropologo francese René Girard. È bello ascoltare uno che ti legge cose interessanti mentre mangi. Riso, più pesce che carne, molti legumi e verdura dall’orto: del Fast Food i gerolamini non avranno il food ma il fast certamente sì. Nel senso che – previo ringraziamento al Signore – i pasti vengono consumati in sveltezza: dieci, quindici minuti al massimo. Poi via, di nuovo a lavorare, studiare, pregare, contemplare, lodare l’Altissimo.
Credo che tanta sollecitudine sia dovuta al fatto che nella vita monastica il desco non rappresenta un momento conviviale, bensì puramente funzionale. Da sbrigare senza fretta, però con tempistica inesorabile. I pivelli come me arrancano. Ma, lasciando la sala, il vice-Priore mi conforta: «Faccia pure con calma» dice mentre lo fisso preoccupato con brandelli di lattuga tra le fauci. Se i monaci si alzano da tavola prima che tu abbia finito, hai tempo per farlo mentre sparecchiano – sta scritto per fortuna sul famoso foglietto.
A parte un sacerdote in clergyman, che è rimasto solo mezza giornata e durante la preghiera spiava ansioso lo smartphone, ospiti esterni siamo soltanto in due: io e un signore aragonese che in giardino mi racconta: «Sono stato in India, al Monte Athos, ora qui». Apprendendo che vengo dall’Italia dice: «Saranno quarant’anni che non ci vado… Ah, Torre del Greco… È vero che oggi non ci si può più mettere piede?»
«E perché mai?». «Camorra… no?».
Torno su in cella. Rotto tutt’al più da grida di anatre o remoti colpi di tosse, il silenzio è così assoluto che ti fischiano le orecchie come sugli aerei in quota. Non so perché, ma nemmeno le alte gru con cui si stanno restaurando i tetti fanno rumore. Per affrontare i tempi morti della clausura mi sono portato appresso I fratelli Karamazov, che non sono mai riuscito a leggere fino in fondo. Non ci riuscirò neanche stavolta. Sono troppo incuriosito dai libri che i monaci m’hanno fatto trovare sulla scrivania: oltre alla Bibbia, una biografia di San Girolamo, il suo epistolario e alcuni testi sulla tormentata storia dell’Ordine, del monastero. Il Parral si chiama così perché quando fu scelto il sito, qui c’era un parral, un vigneto. Corredato da una poderosa chiesona, il complesso sorge a metà del Quattrocento sotto re Enrico IV. Tra sommovimenti politici, mancanza di fondi, incendi, è una gestazione complicata. Ma siamo ancora nell’âge d’or.
Le rogne vere cominciano qualche secolo dopo. Nel 1808, durante l’invasione napoleonica, la Grande Armée saccheggia il monastero e vi si acquartiera. Nel 1835, con le secolarizzazioni di Stato che espropriano i beni ecclesiastici, gli ultimi monaci sono costretti a sloggiare. Essendo l’Ordine quasi esclusivamente spagnolo, i gerolamini non hanno filiali all’estero dove riparare. Si disperdono, spariscono. Il Parral va in malora. E la Orden con lui. Quindi kaputt, capitolo chiuso? No, perché secondo l’astuto diritto canonico un istituto religioso non può ritenersi estinto prima di un secolo dalla sua scomparsa. E così negli anni 20 del Novecento, giusto allo scadere del cronometro, l’Ordine di San Girolamo viene rianimato. A resuscitarlo è un ispirato signore con faccia mogia da travet, tale Manuel Sanz Dominguez; un ex impiegato alle ferrovie e poi in banca che, diventato monaco, farà rivivere anche il Parral assieme a un manipolo di fervidi correligionari. Tutto col caloroso beneplacito di papa Pio XI.
Però non è ancora finita. Nel ‘36 scoppia la guerra civile. Frate Manuel viene arrestato e fucilato dai “rossi”. I gerolamini tornano a inabissarsi. Ma per poco. Perché è in arrivo la catto-dittatura di Francisco Franco. Sotto l’ala del regime, l’Ordine riprenderà colorito. Fino allo spopolamento attuale. Secondo dati aggiornati al gennaio 2017, in Spagna rimangono in attività 800 monasteri. Però chiudono al ritmo di uno al mese. A Segovia, su ventitré, ne restano abitati meno di metà, «ma ognuno con dentro massimo una decina di monaci o suore» mi spiegherà lo storico Alberto Herreras, autore di una minuziosa guida alla città conventuale. Anche lui è inquieto per il destino dell’Ordine. Gli dico: e vabbè, resta ancora un secolo prima di ammainare bandiera, possono succedere un sacco di cose in un secolo… «Sì, ma non sono ottimista».
Sta finendo un inverno torvo di nubifragi, nevicate fitte, temperature artiche. Approfittando di una schiarita, mi preparo a scendere giù tra i frassini, i pioppi, i castagni, gli aceri spogli sul lungofiume. Vado dall’hospedero per farmi aprire. «Se proprio devi uscire...» dice lui con un sorrisetto tirato. Una delle cose che non gradiscono è che l’ospite si allontani dal recinto conventuale, non vogliono che si usi il monastero come un albergo. Ok, rinuncio. Bastano i giardini del Parral. Gonfi d’acque sorgive, in barba all’aspra meseta circostante, sono un succedersi di vasche, stagni, serre, orti, pergolati, dirupi, terre un po’ coltivate e un po’ sgarrupate, all’abbandono. Con due papere che per un tratto mi pedinano, m’arrampico fino in cima alla collina e una volta lassù, guardando lo skyline di Segovia tutto mura, torri, campanili, capisco infine che cosa voleva dire la filosofa Maria Zambrano quando scriveva: «La luce non cade su Segovia: è la città intera che si alza fino a lei». Coi suoi tetti blu a cono, l’Alcázar è identico sputato ai castelli di Walt Disney, che difatti se ne sarebbe ispirato per Cenerentola.
Rientrando, trovo un monaco seduto da solo nella cappella deserta. È la controra. E lui un frate tra i più curvi. Incastrato nella penombra del suo scranno, tutt’insieme prega, medita, contempla, s’appisola nel torpore postprandiale, riprende a contemplare. A meno di impedimenti fisici, per otto volte al giorno, con tigna sublime, questi vegliardi si trascinano dalle loro segrete stanze fino all’altare. Su un opuscolo ho letto di anziani gerolamini che qui al Parral sono morti coi versetti dei Salmi sulle labbra: «In manus tuas, Domine…»; «Eructavit cor meum verbum bonum...». A uno che stava spirando con gli occhi strabuzzati chiesero: che vedi? E lui: «La grande misericordia del Signore».
Prima di partire ho telefonato a una serie di persone delle quali sapevo che avevano fatto esperienze conventuali più o meno lunghe, pie o riuscite. Alla fine, i loro commenti potevano essere grosso modo raggruppati in due sottoinsiemi: da una parte, «La vita claustrale? Sì, bella, però alla lunga due palle...»; dall’altra, «Se rinasco mi faccio frate». No, io no. Ma, per sei giorni, del monastero soffrirò soltanto il divieto di non poter fumare in camera. E ad ogni modo, per una volta tocca forse dare ragione all’ “a-teologo”, al libertario Michel Onfray, il quale recentemente, di ritorno da un ritiro nel leggendario convento francese della “grande Trappe”, ha scritto che quella monastica è in fondo l’unica forma di vita filosofica sopravvissuta nel moderno dall’antichità dei pitagorici, degli stoici, degli epicurei. «Un’arte di vivere le proprie idee fin nei minimi dettagli quotidiani».
Una mattina me ne sto a leggere i pensamenti di Onfray nella mia celletta, a cui mi sono rapidamente affezionato, quando avverto uno strano mormorio dietro la porta. Non gli do peso, riattacco a leggere. Però il pissi-pissi continua, fino a farsi insistente, quasi imperativo. Apro la porta e mi trovo davanti fray Alfonso. Dice che, se mi va, il vice-Priore può farmi visitare la biblioteca. Sicuro che mi va, ma perché non bussare? Forse per non profanare il sacro silenzio? Con un’occhiata l’hospedero mi risponde che c’ho azzeccato.
«Trentamila volumi, non un granché...» minimizza fray José mostrandomeli. Naso aquilino, sguardo sardonico, s’appoggia a un bastone. Viene da vicino Cordova. Ha 83 anni. È entrato nell’Ordine a 26, dopo studi di farmacia. «Abbiamo diritto a due settimane di vacanza l’anno» mi spiega. «Una da trascorrere in famiglia, l’altra in un monastero a nostra scelta». Ma è dal 1994 che lui non esce dal Parral. «Quando ritrovo nipoti, fratelli e sorelle, mi sento felice, però dopo mezza giornata sono già stufo di parlare. Non vedo l’ora di tornare qui. Preferisco che siano loro a venirmi a trovare». Che ne sarà di questo posto? Il vice-Priore si stringe nelle spalle: «Che cosa vuoi che ti dica? Ci faranno un hotel...». Passiamo nell’area “profana” della biblioteca. Sugli scaffali scorro i nomi di Camus, Voltaire, Bataille, Savater... «Sin da ragazzino leggo come un matto» ridacchia fray José, «però ormai tra libro e tablet non c’è partita: viva il tablet. Puoi ingrandire le lettere... In giornate rigide come queste non penso ad altro che a tornarmene in cella dal mio tablet». Qui al Parral internet ce l’hanno, però lo usano con parsimonia, o almeno così dicono. Stessa cosa con tv e cellulari. Insomma, tecnofobi no, ma non siamo nemmeno a quella che oggi fa tanto figo chiamare “Clausura 2.0”.
È tornato il freddo. Quando di notte il ventaccio ulula nei chiostri, ti passa un po’ la voglia di scendere giù a cena. Specie se ti sei alzato alle sei. Però vado lo stesso. Anche perché è l’ultimo giorno. Sullo scalone semibuio mi sbuca improvvisamente davanti un gerolamino incappucciato. Sarà forse che da giovane ho ecceduto con la letteratura gotica, ma mi piglia davvero un colpo. Reprimo l’imprecazione e mi accodo al lento corteo che si sgrana in direzione refettorio. Vedrai – mi ha detto qualcuno – entri in convento con la tua andatura, ma adattandoti al ritmo dei frati, ne uscirai con passo solenne da cardinale. Tutto vero, confermo. La mattina dopo, conclusi Angelus, Lodi, Lectio Divina, Hora Tertia e colazione, recupero la borsa e raggiungo fray Alfonso con incedere prelatizio. Ormai m’ha preso alle gambe.
Ci congediamo.
«Hai la macchina?» mi chiede.
«No, sono in taxi».
«Te lo chiamo io. Adoro chiamare i taxi» dice estraendo il telefonino dalla tunica. Digita il numero con un lampo di follia andalusa negli occhi.
Usciamo.
Il gerolamino guarda la montagna: «E pensare che qui un tempo c’era il mare».
«Mare?».
«Sì, hanno trovato fossili, conchiglie…».
«’ccidenti».
«Dove vai, che fai per Pasqua?»
«Boh, niente di speciale».
«Mi raccomando, resta sempre allegro. Guarda che siamo già risorti».
Qualche teologo alzerebbe il sopracciglio. Nell’incertezza, io lo tengo fermo.
È arrivato il taxi.
Sul Venerdì del 30 marzo 2018
«Benvenuto. Vamos» sorride fray Alfonso, il monaco addetto all’accoglienza, invitandomi a seguirlo. Accento andaluso, avrà una sessantina d’anni. Fa strada in un dedalo di chiostri. Ne superiamo tre. Sulla porta dell’ultimo, un cartello ammonisce: «Clausura. Prohibido pasar». Attraverso uno scalone saliamo di due piani. Le celle per gli ospiti sono nove. La mia è la penultima in fondo al corridoio. Dentro: letto, armadio, comodino, scrittoio, bagno con doccia e wc. Le due finestre affacciano a precipizio sull’Eresma, il fiume lungo il quale passeggiava cogitabondo il poeta Antonio Machado. Le regole conventuali? La domanda mi resta anchilosata in gola. «Tutto scritto qui» dice frate Alfonso allungandomi un foglietto.
LEGGI Vocazioni in crisi? La regola di San Benedetto è l'eccezione
Per cinque giorni me lo terrò stretto come un amuleto, consultando di frequente gli orari claustrali. In sintesi, le norme alle quali gli esterni devono attenersi sono queste: Per rispetto del clima monastico di solitudine e silenzio, abbi cura di non parlare in chiostri e luoghi di transito; se è indispensabile fallo a voce molto bassa. Ricordati di non entrare nelle stanze degli altri ospiti; se però fosse necessario, fallo in modo che da fuori non si senta e comunque mai nelle ore della siesta o di notte. Evita qualsiasi altro tipo di rumore, come, per esempio, radio, computer ecc. O almeno usa la cuffia. Per comunicare rivolgiti al monaco che si occupa dell’accoglienza o al Priore. Puoi organizzarti il tempo secondo le tue esigenze. Se desideri partecipare all’Eucarestia o alla Liturgia delle Ore, abbi cura di essere puntuale, cantando o pregando delicatamente. Fumare è pratica estranea al monastero; però puoi farlo in giardino. Ti saremmo grati se andando via provvedessi alla pulizia della tua cella. Il tuo contributo per questo soggiorno è una libera offerta.
Non faccio in tempo a chiedere uno straccio di informazione in più che il frate hospedero si è già dileguato, gioviale ma evanescente com’era apparso. Controllo che il cellulare sia silenziato. Durante la permanenza lo utilizzerò solo per “uozzappare” qualche messaggio a casa. Con scansione canonica, la giornata del gerolamino – leggo sempre sul foglietto – si articola in otto momenti di preghiera, il primo alle 6.15, l’ultimo alle 21.15, più la Messa quotidiana. Dalle 8 e 30 alle 12 e 30 chi ce la fa si dedica al lavoro manuale (falegnameria, orto, manutenzione, cucina). Mentre il tempo libero è ripartito in due tranche pomeridiane tra le 14 e le 20. La colazione è alle 8 e 15, il pranzo alle 14 e 15, la cena alle 21. Irrisorie variazioni sono previste unicamente per la domenica e i festivi.
Mi preparo il letto. Poi studio le due immagini appese al muro: una Madonna con bambino e un ritratto di San Girolamo. Barbuto, annoso e patito come al solito, qui il Dottore della Chiesa mostra la Bibbia da lui tradotta nel IV secolo. Ha l’aria provata ma comprensibilmente soddisfatta: fu un lavorone. Eh, il libro, il culto del libro: «Leggi molto spesso e impara il più possibile. Che il sonno ti sorprenda con il codice in mano e la tua faccia cada sulla sacra Scrittura» raccomandava il Santo.
Ridendo e scherzando s’è fatta l’una. Scendo a Messa. I monaci entrano nella cappella in fila indiana e vanno a sistemarsi nel coro. Evito di scrutarli come se fossero gli ultimi esemplari del rinoceronte bianco. Degli otto, cinque sono anziani e curvi, alcuni molto curvi. Uno spinge il deambulatore, in seguito lo vedrò spesso servirsene ansimante a mo’ di sgabello. Il più giovane è un tipo robusto sulla quarantina, dall’espressione parecchio concentrata, ma paciosa. Si chiama Mauro – scoprirò – ed è mezzo italiano, da Caravaggio (Bergamo). Laurea in ingegneria elettronica, è entrato al Parral una decina d’anni fa. Perché proprio qui? «Mia madre è spagnola...» mi dirà spedito, violando il silenzio in corridoio, «cercavo un Ordine contemplativo... Una prima esperienza in Italia non mi aveva convinto...» ed eccolo a Segovia. Giocoforza è un po’ il factotum del convento. Canta il gregoriano con una voce che lèvati, officia la Messa, serve a tavola...
Il refettorio è una sala illuminata male e riscaldata ancora peggio, ma profonda quanto i saecula saeculorum che questo magnifico posto si porta sul groppone. Mangiamo muti sotto una gigantesca volta a cassettoni mudéjar – lo stile cristiano-moresco – regalo di Carlo V. In assenza del Priore, che è momentaneamente in congedo, il suo vice legge passi da scritture sacre o profane. A sera, un saggio sul tema Martiri e vittime nel quale si discutono le tesi dell’antropologo francese René Girard. È bello ascoltare uno che ti legge cose interessanti mentre mangi. Riso, più pesce che carne, molti legumi e verdura dall’orto: del Fast Food i gerolamini non avranno il food ma il fast certamente sì. Nel senso che – previo ringraziamento al Signore – i pasti vengono consumati in sveltezza: dieci, quindici minuti al massimo. Poi via, di nuovo a lavorare, studiare, pregare, contemplare, lodare l’Altissimo.
Credo che tanta sollecitudine sia dovuta al fatto che nella vita monastica il desco non rappresenta un momento conviviale, bensì puramente funzionale. Da sbrigare senza fretta, però con tempistica inesorabile. I pivelli come me arrancano. Ma, lasciando la sala, il vice-Priore mi conforta: «Faccia pure con calma» dice mentre lo fisso preoccupato con brandelli di lattuga tra le fauci. Se i monaci si alzano da tavola prima che tu abbia finito, hai tempo per farlo mentre sparecchiano – sta scritto per fortuna sul famoso foglietto.
A parte un sacerdote in clergyman, che è rimasto solo mezza giornata e durante la preghiera spiava ansioso lo smartphone, ospiti esterni siamo soltanto in due: io e un signore aragonese che in giardino mi racconta: «Sono stato in India, al Monte Athos, ora qui». Apprendendo che vengo dall’Italia dice: «Saranno quarant’anni che non ci vado… Ah, Torre del Greco… È vero che oggi non ci si può più mettere piede?»
«E perché mai?». «Camorra… no?».
Torno su in cella. Rotto tutt’al più da grida di anatre o remoti colpi di tosse, il silenzio è così assoluto che ti fischiano le orecchie come sugli aerei in quota. Non so perché, ma nemmeno le alte gru con cui si stanno restaurando i tetti fanno rumore. Per affrontare i tempi morti della clausura mi sono portato appresso I fratelli Karamazov, che non sono mai riuscito a leggere fino in fondo. Non ci riuscirò neanche stavolta. Sono troppo incuriosito dai libri che i monaci m’hanno fatto trovare sulla scrivania: oltre alla Bibbia, una biografia di San Girolamo, il suo epistolario e alcuni testi sulla tormentata storia dell’Ordine, del monastero. Il Parral si chiama così perché quando fu scelto il sito, qui c’era un parral, un vigneto. Corredato da una poderosa chiesona, il complesso sorge a metà del Quattrocento sotto re Enrico IV. Tra sommovimenti politici, mancanza di fondi, incendi, è una gestazione complicata. Ma siamo ancora nell’âge d’or.
Le rogne vere cominciano qualche secolo dopo. Nel 1808, durante l’invasione napoleonica, la Grande Armée saccheggia il monastero e vi si acquartiera. Nel 1835, con le secolarizzazioni di Stato che espropriano i beni ecclesiastici, gli ultimi monaci sono costretti a sloggiare. Essendo l’Ordine quasi esclusivamente spagnolo, i gerolamini non hanno filiali all’estero dove riparare. Si disperdono, spariscono. Il Parral va in malora. E la Orden con lui. Quindi kaputt, capitolo chiuso? No, perché secondo l’astuto diritto canonico un istituto religioso non può ritenersi estinto prima di un secolo dalla sua scomparsa. E così negli anni 20 del Novecento, giusto allo scadere del cronometro, l’Ordine di San Girolamo viene rianimato. A resuscitarlo è un ispirato signore con faccia mogia da travet, tale Manuel Sanz Dominguez; un ex impiegato alle ferrovie e poi in banca che, diventato monaco, farà rivivere anche il Parral assieme a un manipolo di fervidi correligionari. Tutto col caloroso beneplacito di papa Pio XI.
Però non è ancora finita. Nel ‘36 scoppia la guerra civile. Frate Manuel viene arrestato e fucilato dai “rossi”. I gerolamini tornano a inabissarsi. Ma per poco. Perché è in arrivo la catto-dittatura di Francisco Franco. Sotto l’ala del regime, l’Ordine riprenderà colorito. Fino allo spopolamento attuale. Secondo dati aggiornati al gennaio 2017, in Spagna rimangono in attività 800 monasteri. Però chiudono al ritmo di uno al mese. A Segovia, su ventitré, ne restano abitati meno di metà, «ma ognuno con dentro massimo una decina di monaci o suore» mi spiegherà lo storico Alberto Herreras, autore di una minuziosa guida alla città conventuale. Anche lui è inquieto per il destino dell’Ordine. Gli dico: e vabbè, resta ancora un secolo prima di ammainare bandiera, possono succedere un sacco di cose in un secolo… «Sì, ma non sono ottimista».
Sta finendo un inverno torvo di nubifragi, nevicate fitte, temperature artiche. Approfittando di una schiarita, mi preparo a scendere giù tra i frassini, i pioppi, i castagni, gli aceri spogli sul lungofiume. Vado dall’hospedero per farmi aprire. «Se proprio devi uscire...» dice lui con un sorrisetto tirato. Una delle cose che non gradiscono è che l’ospite si allontani dal recinto conventuale, non vogliono che si usi il monastero come un albergo. Ok, rinuncio. Bastano i giardini del Parral. Gonfi d’acque sorgive, in barba all’aspra meseta circostante, sono un succedersi di vasche, stagni, serre, orti, pergolati, dirupi, terre un po’ coltivate e un po’ sgarrupate, all’abbandono. Con due papere che per un tratto mi pedinano, m’arrampico fino in cima alla collina e una volta lassù, guardando lo skyline di Segovia tutto mura, torri, campanili, capisco infine che cosa voleva dire la filosofa Maria Zambrano quando scriveva: «La luce non cade su Segovia: è la città intera che si alza fino a lei». Coi suoi tetti blu a cono, l’Alcázar è identico sputato ai castelli di Walt Disney, che difatti se ne sarebbe ispirato per Cenerentola.
Rientrando, trovo un monaco seduto da solo nella cappella deserta. È la controra. E lui un frate tra i più curvi. Incastrato nella penombra del suo scranno, tutt’insieme prega, medita, contempla, s’appisola nel torpore postprandiale, riprende a contemplare. A meno di impedimenti fisici, per otto volte al giorno, con tigna sublime, questi vegliardi si trascinano dalle loro segrete stanze fino all’altare. Su un opuscolo ho letto di anziani gerolamini che qui al Parral sono morti coi versetti dei Salmi sulle labbra: «In manus tuas, Domine…»; «Eructavit cor meum verbum bonum...». A uno che stava spirando con gli occhi strabuzzati chiesero: che vedi? E lui: «La grande misericordia del Signore».
Prima di partire ho telefonato a una serie di persone delle quali sapevo che avevano fatto esperienze conventuali più o meno lunghe, pie o riuscite. Alla fine, i loro commenti potevano essere grosso modo raggruppati in due sottoinsiemi: da una parte, «La vita claustrale? Sì, bella, però alla lunga due palle...»; dall’altra, «Se rinasco mi faccio frate». No, io no. Ma, per sei giorni, del monastero soffrirò soltanto il divieto di non poter fumare in camera. E ad ogni modo, per una volta tocca forse dare ragione all’ “a-teologo”, al libertario Michel Onfray, il quale recentemente, di ritorno da un ritiro nel leggendario convento francese della “grande Trappe”, ha scritto che quella monastica è in fondo l’unica forma di vita filosofica sopravvissuta nel moderno dall’antichità dei pitagorici, degli stoici, degli epicurei. «Un’arte di vivere le proprie idee fin nei minimi dettagli quotidiani».
Una mattina me ne sto a leggere i pensamenti di Onfray nella mia celletta, a cui mi sono rapidamente affezionato, quando avverto uno strano mormorio dietro la porta. Non gli do peso, riattacco a leggere. Però il pissi-pissi continua, fino a farsi insistente, quasi imperativo. Apro la porta e mi trovo davanti fray Alfonso. Dice che, se mi va, il vice-Priore può farmi visitare la biblioteca. Sicuro che mi va, ma perché non bussare? Forse per non profanare il sacro silenzio? Con un’occhiata l’hospedero mi risponde che c’ho azzeccato.
«Trentamila volumi, non un granché...» minimizza fray José mostrandomeli. Naso aquilino, sguardo sardonico, s’appoggia a un bastone. Viene da vicino Cordova. Ha 83 anni. È entrato nell’Ordine a 26, dopo studi di farmacia. «Abbiamo diritto a due settimane di vacanza l’anno» mi spiega. «Una da trascorrere in famiglia, l’altra in un monastero a nostra scelta». Ma è dal 1994 che lui non esce dal Parral. «Quando ritrovo nipoti, fratelli e sorelle, mi sento felice, però dopo mezza giornata sono già stufo di parlare. Non vedo l’ora di tornare qui. Preferisco che siano loro a venirmi a trovare». Che ne sarà di questo posto? Il vice-Priore si stringe nelle spalle: «Che cosa vuoi che ti dica? Ci faranno un hotel...». Passiamo nell’area “profana” della biblioteca. Sugli scaffali scorro i nomi di Camus, Voltaire, Bataille, Savater... «Sin da ragazzino leggo come un matto» ridacchia fray José, «però ormai tra libro e tablet non c’è partita: viva il tablet. Puoi ingrandire le lettere... In giornate rigide come queste non penso ad altro che a tornarmene in cella dal mio tablet». Qui al Parral internet ce l’hanno, però lo usano con parsimonia, o almeno così dicono. Stessa cosa con tv e cellulari. Insomma, tecnofobi no, ma non siamo nemmeno a quella che oggi fa tanto figo chiamare “Clausura 2.0”.
È tornato il freddo. Quando di notte il ventaccio ulula nei chiostri, ti passa un po’ la voglia di scendere giù a cena. Specie se ti sei alzato alle sei. Però vado lo stesso. Anche perché è l’ultimo giorno. Sullo scalone semibuio mi sbuca improvvisamente davanti un gerolamino incappucciato. Sarà forse che da giovane ho ecceduto con la letteratura gotica, ma mi piglia davvero un colpo. Reprimo l’imprecazione e mi accodo al lento corteo che si sgrana in direzione refettorio. Vedrai – mi ha detto qualcuno – entri in convento con la tua andatura, ma adattandoti al ritmo dei frati, ne uscirai con passo solenne da cardinale. Tutto vero, confermo. La mattina dopo, conclusi Angelus, Lodi, Lectio Divina, Hora Tertia e colazione, recupero la borsa e raggiungo fray Alfonso con incedere prelatizio. Ormai m’ha preso alle gambe.
Ci congediamo.
«Hai la macchina?» mi chiede.
«No, sono in taxi».
«Te lo chiamo io. Adoro chiamare i taxi» dice estraendo il telefonino dalla tunica. Digita il numero con un lampo di follia andalusa negli occhi.
Usciamo.
Il gerolamino guarda la montagna: «E pensare che qui un tempo c’era il mare».
«Mare?».
«Sì, hanno trovato fossili, conchiglie…».
«’ccidenti».
«Dove vai, che fai per Pasqua?»
«Boh, niente di speciale».
«Mi raccomando, resta sempre allegro. Guarda che siamo già risorti».
Qualche teologo alzerebbe il sopracciglio. Nell’incertezza, io lo tengo fermo.
È arrivato il taxi.
Sul Venerdì del 30 marzo 2018