Han Solo? Da ragazzo un gran farabutto...
Roberto Croci , di ROBERTO CROCIRon Howard firma il film dedicato alla giovinezza dell'eroe di Star Wars. "Certo che George Lucas è venuto a trovarmi sul set. Cosa mi ha detto? Che la Forza sia con te!"
LOS ANGELES. Ron Howard appartiene di diritto alla vecchia guardia di Hollywood. Non perché sia un regista conservatore o perché frequenta gli schermi cinematografici dal 1956 - la sua prima parte da attore l'ha ottenuta a soli due anni. Ma perché mostra in ogni istante, anche durante questa nostra conversazione, quell'umiltà e quella profonda passione per il proprio lavoro che è pari solo ai grandi del cinema, da Steven Spielberg e George Lucas, entrambi suoi grandissimi amici. Sempre curioso di ciò che lo circonda, anche stavolta non possiamo sottrarci alle sue di domande: vuole sapere tutto del giornalista che gli sta seduto di fronte.
Nato in una famiglia che si nutriva di cinema (madre attrice e padre attore-scrittore-regista) dopo il suo precocissimo debutto, a quattro anni Ron si ritrova nel cast de Il viaggio, con Deborah Kerr e Yul Brynner. Da quel momento diventa il nuovo enfant prodige di Hollywood e viene catapultat…
LOS ANGELES. Ron Howard appartiene di diritto alla vecchia guardia di Hollywood. Non perché sia un regista conservatore o perché frequenta gli schermi cinematografici dal 1956 - la sua prima parte da attore l'ha ottenuta a soli due anni. Ma perché mostra in ogni istante, anche durante questa nostra conversazione, quell'umiltà e quella profonda passione per il proprio lavoro che è pari solo ai grandi del cinema, da Steven Spielberg e George Lucas, entrambi suoi grandissimi amici. Sempre curioso di ciò che lo circonda, anche stavolta non possiamo sottrarci alle sue di domande: vuole sapere tutto del giornalista che gli sta seduto di fronte.
Nato in una famiglia che si nutriva di cinema (madre attrice e padre attore-scrittore-regista) dopo il suo precocissimo debutto, a quattro anni Ron si ritrova nel cast de Il viaggio, con Deborah Kerr e Yul Brynner. Da quel momento diventa il nuovo enfant prodige di Hollywood e viene catapultato in The Andy Griffith Show, che darà il via definitivo alla sua carriera. Lo troviamo a fianco di Glenn Ford in Una fidanzata per papà, di Vincente Minnelli; con John Wayne nel western di Don Siegel Il pistolero (con tanto di nomination al Golden Globe) e con Richard Dreyfuss nel film di George Lucas, American Graffiti. Dal 1974 al 1980 è ovviamente il Richard Cunningham di Happy Days (Golden Globe Best Actor), insieme all'iconico Fonzie di Henry Winkler. Nonostante il successo come attore, Ron decide di studiare regia alla University of Southern California School of Cinematic Arts. E nel 1977, grazie a Roger Corman, dirige il suo primo film, Attenti a quella pazza Rolls-Royce. Il resto è storia. Tra i suoi film: Splash. Una sirena a Manhattan, Cocoon. L'energia dell'universo (due Oscar e Premio giovani a Venezia) Apollo 13, A Beautiful Mind (due Oscar come miglior regia e film), Cinderella Man, Frost/Nixon. Il duello, Il Codice Da Vinci, Angeli e Demoni, Inferno... Eppure è ancora lui, identico a Richie Cunningham: stesso sorriso, sguardo, voce, capelli.
Il suo ultimo lavoro è Solo: A Star Wars Story (nei cinema italiani dal 23 maggio), uno spin off in cui si racconta la vita di Han Solo (Alden Ehrenreich) dai 18 ai 24 anni e dove si scopre come nasce l'amicizia con Chewbecca (Joonas Suotamo) e Lando Calrissian (Donald Glover) e si inizia a volare con il Millennium Falcon.
Howard, chi è il giovane Han?
"È sempre lo stesso incosciente, sbruffone e ribelle degli altri film della saga, ma in questo particolare momento della sua esistenza sta cercando di dare un senso alla propria vita. Si sente oppresso da tutto ed è alla ricerca della libertà. E per questo si lancia all'avventura. La sceneggiatura è bella e divertente, Jon e Lawrence Kasdan sono stati bravissimi".
Han Solo è un eroe?
"Secondo me ha lo spirito e la natura per diventare un eroe. Quello che mi ha davvero colpito nella sceneggiatura sono i colpi di scena e le scelte che intraprende, ho scoperto molti aspetti della sua personalità che mi hanno sorpreso. Anche questo, ovviamente, è un film d'azione, ma rispetto agli altri Star Wars è più avventuroso. Han decide di diventare contrabbandiere e tutto quello che succede è una conseguenza della sua scelta criminale. Ma mi è sembrato giusto pormi domande su come si sia formato il suo carattere e perché abbia dei problemi a fidarsi degli altri esseri umani".
George Lucas è mai venuto a trovarla sul set?
"Sì, è passato a farmi un saluto poi però è rimasto tutto il pomeriggio. Mi ha dato consigli preziosi, soprattutto mi ha fatto sapere che aveva fiducia in me. Lucas è sempre stato un mentore per me, l'ho sempre trattato come un fratello maggiore".
Che consigli le ha dato?
"Mi ha suggerito di fidarmi dei miei istinti e mi ha detto: "Stai tranquillo, la Forza sarà con te!"".
Come lo ha conosciuto?
"Era il 1973, quando mi ha scelto per American Graffiti. Siamo rimasti sempre amici. Poi abbiamo lavorato ancora insieme nel 1988 quando ho girato Willow, basato su una storia scritta da lui. American Graffiti è stato girato principalmente di notte e durante le pause mi raccontava sempre delle storie bellissime, gli facevo un sacco di domande sul suo primo film, L'uomo che fuggì dal futuro, e sul cinema in generale. Mi vuole bene perché ho studiato nella sua stessa università. Una sera gli chiesi quali programmi avesse dopo American Graffiti e mi disse che stava scrivendo un film di fantascienza che assomigliava un po' a Flash Gordon, ma con il realismo e gli effetti speciali di 2001 Odissea nello Spazio, perché George ammirava moltissimo Kubrick. E nel 1977 uscì il primo Guerre stellari. Mai mi sarei immaginato di dirigere un film basato su uno dei suoi personaggi più amati".
Quando legge un copione, cosa la spinge a volerlo dirigere?
"Mi interessa esplorare un mondo che stimoli la mia fantasia, che abbia dei protagonisti che possano sorprendere il pubblico e rivelare particolari inaspettati. Diciamo che seguo la mia curiosità personale. Nel caso di Han Solo, ero curioso di quello che gli era successo in passato, le sue esperienze da ragazzo e i suoi ricordi da bambino. Ho trovato che questa sceneggiatura soddisfacesse molte domande, le mie e quelle dei fan. Han Solo è diventato quello che è grazie alle proprie battaglie, alle difficoltà che ha vissuto. C'era del materiale inaspettato che sarebbe piaciuto a chiunque ami la saga".
Il suo primo film, Attenti a quella pazza Rolls-Royce, è del 1977 e lo girò grazie a Roger Corman. Cosa ricorda di quella esperienza?
"Avevo 23 anni, 600 mila dollari e 22 giorni a disposizione. Tutti quelli che conosco e che hanno lavorato con Corman sono diventati registi incredibili, Martin Scorsese, James Cameron, Francis Ford Coppola e Jonathan Demme. Con Corman avevo fatto un film come attore l'anno prima, Eat My Dust. Quando mi chiese se volevo fare il protagonista anche in quello successivo, gli dissi di sì, anzi se me lo faceva dirigere non volevo nessun aumento di stipendio. Mi disse: "So che questo sarà l'ultimo film che farai per me, non sei mai stato un attore, ti ho sempre visto come regista"".
E lei, quando ha capito che voleva dirigere?
"Alla fine degli anni Sessanta. Era il tempo di Il laureato, Gangster Story e Romeo e Giulietta di Zeffirelli. Mi piacevano i film d'azione come Quella sporca dozzina, registi come Frank Capra e John Ford non solo per i western ma per film come Furore, che racconta la storia di una famiglia dell'Oklahoma, in cui mi sono identificato molto perché la mia famiglia ha le stesse origini. Poi l'umanità e la poesia di De Sica con Ladri di biciclette, e in seguito Billy Wilder e Howard Hawks, perché non hanno mai avuto paura di esplorare generi diversi. Non volevano fare sempre gli stessi film e raccontare le stesse storie e non avevano paura. Il loro lavoro è stato l'inizio della mia educazione e la ragione per cui sono qui".
Ha mai voluto fare un film e non c'è riuscito?
"Sì e no. Rimpiango di non essere riuscito a fare molte cose, ma sono troppo importanti e personali e non le condivido con nessuno. Quando ho delle delusioni le scrivo in un quaderno, perché su carta diventano errori e fatti della vita che bisogna riconoscere e con cui è giusto convivere. Carl Gustav Jung diceva che chi evita l'errore elude la vita".
Sul Venerdì del 6 aprile 2018