Wes Anderson: «Ho fatto un film politico. Per cinofili»
Marco Consoli , di MARCO CONSOLIKobayashi, un dittatore che ama solo i gatti, confina tutti i cani su un'isola giapponese. Benvenuti nel futuro: distopico e razzista. Intervista al regista
BERLINO. A est di Londra, in un'ansa del Tamigi a forma di cavallo, si trova l'Isola dei cani dove una leggenda dice che Enrico VIII tenesse i suoi cani da caccia. È stato qui che nel 2008 Wes Anderson ha avuto una sorta di illuminazione: "Andavo tutte le mattine nei 3 Mills Studios, dove stavo girando Fantastic Mr. Fox" racconta il regista "e vedevo sempre questa indicazione stradale. Mi chiedevo quale segreto si nascondesse nell'Isola dei cani e la mia immaginazione ha iniziato a correre. Ho deciso che dovevo raccontare la storia di un gruppo di cani abbandonati in una discarica, anche se non sapevo ancora perché". Dieci anni dopo quell'intuizione si è trasformata nell'incipit di L'isola dei cani, il suo nuovo film d'animazione in uscita il prossimo primo maggio e ambientato in Giappone in un futuro distopico.
Kobayashi è il corrotto sindaco di Megasaki City e grande appassionato di gatti. Per liberarsi dei…
Kobayashi è il corrotto sindaco di Megasaki City e grande appassionato di gatti. Per liberarsi dei…
BERLINO. A est di Londra, in un'ansa del Tamigi a forma di cavallo, si trova l'Isola dei cani dove una leggenda dice che Enrico VIII tenesse i suoi cani da caccia. È stato qui che nel 2008 Wes Anderson ha avuto una sorta di illuminazione: "Andavo tutte le mattine nei 3 Mills Studios, dove stavo girando Fantastic Mr. Fox" racconta il regista "e vedevo sempre questa indicazione stradale. Mi chiedevo quale segreto si nascondesse nell'Isola dei cani e la mia immaginazione ha iniziato a correre. Ho deciso che dovevo raccontare la storia di un gruppo di cani abbandonati in una discarica, anche se non sapevo ancora perché". Dieci anni dopo quell'intuizione si è trasformata nell'incipit di L'isola dei cani, il suo nuovo film d'animazione in uscita il prossimo primo maggio e ambientato in Giappone in un futuro distopico.
Kobayashi è il corrotto sindaco di Megasaki City e grande appassionato di gatti. Per liberarsi dei cani ha sfruttato il propagarsi dell'influenza canina per esiliare tutti i quadrupedi su un'isola destinata alla raccolta della spazzatura. Ma suo nipote, l'orfano Atari, disobbedendo ai suoi ordini, fugge con un aereo sull'isola per cercare il suo adorato cane Spots. Dopo un atterraggio di fortuna incontra cinque randagi disposti ad aiutarlo a ritrovare Spots. Nel frattempo a Megasaki City, attorno alla studentessa americana Tracy, si forma una piccola resistenza per combattere la pulizia razziale di Kobayashi.
"All'inizio non riuscivo a trovare un luogo in cui collocare l'isola dei miei cani" racconta Anderson a Berlino, dove è stato premiato con l'Orso d'argento per la regia, "e così ho chiesto aiuto ai miei amici Roman Coppola e Jason Schwartzman. E siccome da tempo volevamo scrivere una storia sul Giappone, abbiamo immaginato di ambientarla lì, coinvolgendo per la sceneggiatura anche l'attore e scrittore Kunichi Nomura".
In qualche modo lo stile dei suoi film, così attento ai dettagli, sembra sposarsi con quello giapponese. Cosa l'attrae di quel Paese?
"Sono stato diverse volte in Giappone e sono affascinato dalla raffinatezza e unicità della sua cultura e dalla varietà delle sue forme espressive: dagli haiku in letteratura alle immagini, dal teatro al sushi fino al sumo e così via, tutti elementi citati ne L'isola dei cani. A ispirarmi, però, è stato soprattutto il cinema di Kurosawa, film come Anatomia di un rapimento, I cattivi dormono in pace e Cane randagio, e quello di Miyazaki, oltre alle stampe e le incisioni di Katsushika Hokusai e Utagawa Hiroshige: per trovare il mood visivo del film abbiamo appeso i loro disegni su un muro e ci siamo lasciati rapire da quella bellezza".
Qualcuno l'ha accusata di essersi appropriato in maniera superficiale di una cultura che non le appartiene.
"Eravamo coscienti di questo rischio fin dall'inizio. Ma eravamo talmente entusiasti nel voler ambientare questa storia in Giappone da accettare l'idea di qualche critica. Quello del film, però, è un Giappone fantastico, non molto dissimile dalla versione immaginaria della Mitteleuropa di Grand Budapest Hotel. In ogni caso abbiamo proceduto con cautela, e per questo ho coinvolto Kunichi Nomura: volevamo che i testi, la grafica, la cultura fossero rappresentati in maniera genuina. Per questo se i cani sono doppiati, i personaggi giapponesi parlano nella loro lingua e non sono sottotitolati. I film migliori sono quelli in cui si riesce a seguire l'azione senza capire il dialogo".
I suoi film, da I Tenenbaum a Moonrise Kingdom fino a Grand Budapest Hotel, sembrano quasi dei cartoon. Cosa le dà l'animazione in più rispetto alle storie girate con attori in carne e ossa?
"L'animazione si adatta moltissimo a storie come questa, ed è per me più divertente, perché posso creare ogni singolo dettaglio: l'aspetto dei personaggi, gli alberi, il cielo, ogni cosa può essere come la immagino. È molto più facile poi lavorare con gli attori, che possono registrare i dialoghi ovunque, in qualsiasi situazione, persino sull'iPhone. Se una battuta funziona non importa che sia stata detta sul set, la prendiamo e la montiamo nel film. E poi è interessante partire da quei dialoghi per creare i pupazzi e dare loro un carattere preciso. Il lavoro in stop-motion (la tecnica in cui l'animazione si produce riprendendo il movimento del pupazzo un fotogramma alla volta, ndr) è complesso, a volte ci vuole un giorno intero per ottenere un'inquadratura. Ed io, complice l'esperienza fatta con Fantastic Mr. Fox, stavolta ho cercato di spingere il linguaggio visivo oltre i limiti del genere".
In che senso?
"Volevo che i pupazzi fossero molto piccoli per far risaltare la vastità degli ambienti. Talvolta però erano talmente piccoli che risultavano difficili da animare, perciò abbiamo dovuto realizzarne vari esemplari di grandezze diverse".
Nel film affronta tanti temi: il totalitarismo, l'ascesa dei robot pronti a rimpiazzare gli esseri viventi, la discriminazione razziale, il problema ambientale, la corruzione della classe dirigente. Si può definire un'opera politica?
"Probabilmente sì, ma la coincidenza con l'attualità è casuale. La lavorazione è durata quattro anni e mezzo e ogni volta che un fatto di cronaca finiva per somigliare agli eventi della sceneggiatura ne rimanevamo sconvolti. Ad esempio, per l'ascesa di Kobayashi ci siamo ispirati ai fascismi del passato, ed è sorprendente come le vicende che raccontiamo assomiglino a quello che succede oggi in molti Paesi. Ma è segno che la Storia si ripete ciclicamente: anche l'uso della paura per i cani è una metafora di come i governi totalitari abbiano sempre bisogno di inventare un nemico".
Il suo film è arricchito dalle voci straordinarie di Bill Murray, Bryan Cranston, Edward Norton, Jeff Goldblum ed altri grandi attori. Le dispiace che in Italia verrà doppiato e si perderà parte di quella magia?
"Il doppiaggio è parte della vostra cultura, quindi non sono in grado di oppormi. Quando guardo un film con attori preferisco la versione originale con i sottotitoli, ma l'animazione si presta perfettamente al doppiaggio. Se i doppiatori sono bravi e cercano di imitare le voci originali, penso che il risultato per chi guarda sia ancor migliore".
In tutti i suoi film sembra trasparire un interesse per i protagonisti, più che per l'intreccio. Da dove proviene questo amore per i personaggi?
"Molti sceneggiatori quando scrivono un film hanno in mente un'esile idea di trama, io, invece, parto sempre dai personaggi. All'inizio ci sono loro e basta, poi inizio a immaginarmi un'atmosfera, un'ambientazione e a farmi una serie di domande, e solo così scopro dove vogliono andare e quali sono le loro motivazioni. È stato così fin dal mio esordio con Rushmore, interpretato da Jason Schwartzman: all'inizio sapevo soltanto che volevo girare la storia di un ragazzino eccentrico in una scuola. In un certo senso i protagonisti delle mie storie sono l'insieme di tanti elementi: personaggi visti in altri film, persone che ho conosciuto, libri che ho letto. Poi man mano che scrivo la sceneggiatura mi affeziono ai loro caratteri. I personaggi si trasformano in miei amici. E a quel punto diventa impossibile non prendersene cura".
Sul Venerdì del 13 aprile 2018
Kobayashi è il corrotto sindaco di Megasaki City e grande appassionato di gatti. Per liberarsi dei cani ha sfruttato il propagarsi dell'influenza canina per esiliare tutti i quadrupedi su un'isola destinata alla raccolta della spazzatura. Ma suo nipote, l'orfano Atari, disobbedendo ai suoi ordini, fugge con un aereo sull'isola per cercare il suo adorato cane Spots. Dopo un atterraggio di fortuna incontra cinque randagi disposti ad aiutarlo a ritrovare Spots. Nel frattempo a Megasaki City, attorno alla studentessa americana Tracy, si forma una piccola resistenza per combattere la pulizia razziale di Kobayashi.
"All'inizio non riuscivo a trovare un luogo in cui collocare l'isola dei miei cani" racconta Anderson a Berlino, dove è stato premiato con l'Orso d'argento per la regia, "e così ho chiesto aiuto ai miei amici Roman Coppola e Jason Schwartzman. E siccome da tempo volevamo scrivere una storia sul Giappone, abbiamo immaginato di ambientarla lì, coinvolgendo per la sceneggiatura anche l'attore e scrittore Kunichi Nomura".
In qualche modo lo stile dei suoi film, così attento ai dettagli, sembra sposarsi con quello giapponese. Cosa l'attrae di quel Paese?
"Sono stato diverse volte in Giappone e sono affascinato dalla raffinatezza e unicità della sua cultura e dalla varietà delle sue forme espressive: dagli haiku in letteratura alle immagini, dal teatro al sushi fino al sumo e così via, tutti elementi citati ne L'isola dei cani. A ispirarmi, però, è stato soprattutto il cinema di Kurosawa, film come Anatomia di un rapimento, I cattivi dormono in pace e Cane randagio, e quello di Miyazaki, oltre alle stampe e le incisioni di Katsushika Hokusai e Utagawa Hiroshige: per trovare il mood visivo del film abbiamo appeso i loro disegni su un muro e ci siamo lasciati rapire da quella bellezza".
Qualcuno l'ha accusata di essersi appropriato in maniera superficiale di una cultura che non le appartiene.
"Eravamo coscienti di questo rischio fin dall'inizio. Ma eravamo talmente entusiasti nel voler ambientare questa storia in Giappone da accettare l'idea di qualche critica. Quello del film, però, è un Giappone fantastico, non molto dissimile dalla versione immaginaria della Mitteleuropa di Grand Budapest Hotel. In ogni caso abbiamo proceduto con cautela, e per questo ho coinvolto Kunichi Nomura: volevamo che i testi, la grafica, la cultura fossero rappresentati in maniera genuina. Per questo se i cani sono doppiati, i personaggi giapponesi parlano nella loro lingua e non sono sottotitolati. I film migliori sono quelli in cui si riesce a seguire l'azione senza capire il dialogo".
I suoi film, da I Tenenbaum a Moonrise Kingdom fino a Grand Budapest Hotel, sembrano quasi dei cartoon. Cosa le dà l'animazione in più rispetto alle storie girate con attori in carne e ossa?
"L'animazione si adatta moltissimo a storie come questa, ed è per me più divertente, perché posso creare ogni singolo dettaglio: l'aspetto dei personaggi, gli alberi, il cielo, ogni cosa può essere come la immagino. È molto più facile poi lavorare con gli attori, che possono registrare i dialoghi ovunque, in qualsiasi situazione, persino sull'iPhone. Se una battuta funziona non importa che sia stata detta sul set, la prendiamo e la montiamo nel film. E poi è interessante partire da quei dialoghi per creare i pupazzi e dare loro un carattere preciso. Il lavoro in stop-motion (la tecnica in cui l'animazione si produce riprendendo il movimento del pupazzo un fotogramma alla volta, ndr) è complesso, a volte ci vuole un giorno intero per ottenere un'inquadratura. Ed io, complice l'esperienza fatta con Fantastic Mr. Fox, stavolta ho cercato di spingere il linguaggio visivo oltre i limiti del genere".
In che senso?
"Volevo che i pupazzi fossero molto piccoli per far risaltare la vastità degli ambienti. Talvolta però erano talmente piccoli che risultavano difficili da animare, perciò abbiamo dovuto realizzarne vari esemplari di grandezze diverse".
Nel film affronta tanti temi: il totalitarismo, l'ascesa dei robot pronti a rimpiazzare gli esseri viventi, la discriminazione razziale, il problema ambientale, la corruzione della classe dirigente. Si può definire un'opera politica?
"Probabilmente sì, ma la coincidenza con l'attualità è casuale. La lavorazione è durata quattro anni e mezzo e ogni volta che un fatto di cronaca finiva per somigliare agli eventi della sceneggiatura ne rimanevamo sconvolti. Ad esempio, per l'ascesa di Kobayashi ci siamo ispirati ai fascismi del passato, ed è sorprendente come le vicende che raccontiamo assomiglino a quello che succede oggi in molti Paesi. Ma è segno che la Storia si ripete ciclicamente: anche l'uso della paura per i cani è una metafora di come i governi totalitari abbiano sempre bisogno di inventare un nemico".
Il suo film è arricchito dalle voci straordinarie di Bill Murray, Bryan Cranston, Edward Norton, Jeff Goldblum ed altri grandi attori. Le dispiace che in Italia verrà doppiato e si perderà parte di quella magia?
"Il doppiaggio è parte della vostra cultura, quindi non sono in grado di oppormi. Quando guardo un film con attori preferisco la versione originale con i sottotitoli, ma l'animazione si presta perfettamente al doppiaggio. Se i doppiatori sono bravi e cercano di imitare le voci originali, penso che il risultato per chi guarda sia ancor migliore".
In tutti i suoi film sembra trasparire un interesse per i protagonisti, più che per l'intreccio. Da dove proviene questo amore per i personaggi?
"Molti sceneggiatori quando scrivono un film hanno in mente un'esile idea di trama, io, invece, parto sempre dai personaggi. All'inizio ci sono loro e basta, poi inizio a immaginarmi un'atmosfera, un'ambientazione e a farmi una serie di domande, e solo così scopro dove vogliono andare e quali sono le loro motivazioni. È stato così fin dal mio esordio con Rushmore, interpretato da Jason Schwartzman: all'inizio sapevo soltanto che volevo girare la storia di un ragazzino eccentrico in una scuola. In un certo senso i protagonisti delle mie storie sono l'insieme di tanti elementi: personaggi visti in altri film, persone che ho conosciuto, libri che ho letto. Poi man mano che scrivo la sceneggiatura mi affeziono ai loro caratteri. I personaggi si trasformano in miei amici. E a quel punto diventa impossibile non prendersene cura".
Sul Venerdì del 13 aprile 2018