Antonio Di Pietro: “Perché non sono diventato Beppe Grillo”
Marco Bracconi , dal nostro inviato MARCO BRACCONIL'ex pm si è ritirato in campagna tra rimpianti (il suicidio di Gardini) e propositi di vendetta (ha un archivio degno dell'Fbi). "Al governo? Se me lo chiedono..."
MONTENERO DI BISACCIA (Campobasso). "Le monetine all'uscita dell'Hotel Raphaël? Non mi curavo di quelle cose, entravo in ufficio all'alba e uscivo a notte fonda. Pensavo solo all'inchiesta e a chiudere il cerchio dei processi". Quando arriviamo alla masseria Di Pietro, ulivi e vigneti appoggiati su colline molisane che non sfigurerebbero davanti ai paesaggi toscani, Tonino è insieme agli operai che stanno liberando i canali di scolo sulla strada provinciale. Ci viene incontro e per un attimo sembra di riascoltare il ministro delle Infrastrutture del governo Prodi: "Qui si allaga tutto, l'acqua sfonda nei campi, l'ulivo ingiallisce. E non si sa che fare perché è tutto un gioco di scaricabarile su chi ha la competenza".
LEGGI Quella notte al Raphaël, quando finì la partitocrazia di M. Giannini
Basta però entrare nella piccola dépendance del casale di Montenero di Bisaccia …
LEGGI Quella notte al Raphaël, quando finì la partitocrazia di M. Giannini
Basta però entrare nella piccola dépendance del casale di Montenero di Bisaccia …
MONTENERO DI BISACCIA (Campobasso). "Le monetine all'uscita dell'Hotel Raphaël? Non mi curavo di quelle cose, entravo in ufficio all'alba e uscivo a notte fonda. Pensavo solo all'inchiesta e a chiudere il cerchio dei processi". Quando arriviamo alla masseria Di Pietro, ulivi e vigneti appoggiati su colline molisane che non sfigurerebbero davanti ai paesaggi toscani, Tonino è insieme agli operai che stanno liberando i canali di scolo sulla strada provinciale. Ci viene incontro e per un attimo sembra di riascoltare il ministro delle Infrastrutture del governo Prodi: "Qui si allaga tutto, l'acqua sfonda nei campi, l'ulivo ingiallisce. E non si sa che fare perché è tutto un gioco di scaricabarile su chi ha la competenza".
LEGGI Quella notte al Raphaël, quando finì la partitocrazia di M. Giannini
Basta però entrare nella piccola dépendance del casale di Montenero di Bisaccia per risalire in un istante ai tempi di Tangentopoli, e non solo per la foto d'epoca in toga incorniciata in un angolo, e nemmeno per l'altrettanto incorniciata laurea in Legge, quella che secondo Silvio Berlusconi non aveva mai conseguito. Qui c'è un intero stanzone trasformato in archivio, faldoni su faldoni che nemmeno in un ufficio del pool milanese: "Venga, le faccio vedere. Queste sono le conseguenze dell'inchiesta Mani Pulite. Le centinaia di procedimenti contro di me e le mie controdenunce. Memorie difensive, atti, sentenze. Tutto. Per anni, e ancora adesso, mi sono occupato di questo a tempo pieno. Anche perché non ho smesso di volerci vedere chiaro sul castello di menzogne che all'inizio degli anni 90 fu costruito contro di me". Poi un clic sul portatile e dalla stampante esce l'ultima sentenza a suo favore, stavolta sull'annosa querelle dei rimborsi percepiti dall'Italia dei Valori. E la politica? "Ormai sono fuori", dice con l'aria da Cincinnato di chi, sotto sotto, tanto fuori non è.
Allora iniziamo dal destinatario di quelle monetine. Era il 30 aprile 1993.
"Quando Craxi in Parlamento descrisse un sistema che riguardava tutti fece un discorso responsabile, che nessun altro ebbe il coraggio di fare".
Vi contestavano gli arresti facili.
"Era una inchiesta "di sistema", c'era da evitare l'inquinamento delle prove. Rilasciare dopo l'interrogatorio voleva dire che in un'ora tutti avrebbero saputo ciò che aveva detto".
Le manette per estorcere confessioni, si diceva.
"Altro che "estorsore", io ero come un amante. La corruzione è un matrimonio di interesse. Io mi mettevo in mezzo agli sposi e invitavo uno dei due a fare il proprio interesse".
Da Mani Pulite in poi l'avviso di garanzia è condanna.
"È diventato un pre-giudizio. Ma la responsabilità credo sia da attribuire al corto circuito tra informazione e cittadini. Fosse per me l'avviso di garanzia lo cambierei".
Come?
"Potrebbe coincidere con il deposito degli atti di chiusura indagine. Con l'eccezione dei casi in cui - interrogatori, perquisizioni - l'indagato deve essere coinvolto direttamente".
Le sue dimissioni prima di interrogare Silvio Berlusconi restano un mistero.
"Ho lasciato la toga perché dovevo difendermi dai dossier. Come potevo farlo con accuse che mi rivolgevano anche persone che io stesso avevo messo e stavo mettendo sotto inchiesta? Avrei messo in imbarazzo tutti, da me stesso al magistrato che doveva occuparsi di me".
Il famigerato dossier Achille. Però molti pensarono che era un modo per preparare l'ingresso in politica.
"Guardi, in quel periodo tutto avevo in testa meno che la politica. Sapevo che stavano preparando dossier su di me, ma dovevo arrivare a definire in via processuale il sistema della corruzione, dimostrarlo. Per questo stralciai e feci il processo Cusani. Se avessi dovuto portare a termine il dibattimento complessivo su Enimont ci avrei messo anni. E io sapevo che non avrei avuto tutto quel tempo".
Mani Pulite nacque anche grazie alla caduta del Muro di Berlino?
"Mah, questa è una cosa che dice spesso Gherardo Colombo. Io invece credo che fu resa possibile da un insieme di circostanze tecniche. Mi limito a ricordare il nuovo codice di procedura penale e il nuovo regime delle rogatorie. Fu una congiuntura tecnica, non una conseguenza di cambiamenti politici".
Il momento più duro, dal punto di vista umano?
"La morte di Gardini. Ancora oggi penso che se avessi mancato alla parola data oggi lui sarebbe vivo".
Cioè?
"Gardini era un uomo di grande dignità. Quando era latitante comunicavamo attraverso i suoi avvocati. Lui era disposto a farsi interrogare, ma non poteva accettare di essere arrestato. Mi ripeteva: "Non posso scendere quelle scale in manette". Per me era però indispensabile la sua testimonianza, così gli diedi la mia parola, "da contadino a contadino", (così ci mandammo a dire), che sarebbe uscito dal Palazzo di giustizia così come era entrato. Allora lui si convinse".
Cosa non funzionò?
"Fissai l'interrogatorio alle 8 del mattino. E per precauzione mandai dalla sera le forze dell'ordine a presidiare tutte le sue residenze. Mi dissero che era nel suo palazzo milanese. Poi aggiunsero che stavano per arrestarlo, in virtù del mandato di cattura internazionale che pendeva su di lui. Io li fermai. Per quella decisione fui anche processato e poi prosciolto. Ebbene. Se lo avessero arrestato lui non si sarebbe potuto sparare, il processo Enimont avrebbe potuto prendere tutt'altra piega e forse anche la Storia d'Italia oggi sarebbe un'altra".
Oggi la storia d'Italia si chiama (anche) Di Maio.
"I 5S sono una naturale evoluzione positiva del mio modo di fare politica".
Perché lui e non lei, allora?
"Io sono stato assieme troppo e troppo poco grillino. Dovevo essere più duttile nell'ascolto degli altri. Al contrario, avrei dovuto tenere lontani, come hanno fatto i 5S, quelli che avevano già fatto politica. Del resto Casaleggio questo lo ha imparato prendendo spunto dai miei errori".
Quando gestiva il suo blog?
"Sì. Gianroberto era un amico fraterno e uomo di grande competenza. Mi aveva avvisato che quello era il "baco" dell'Italia dei Valori. Io condivisi, ma non fui in grado di cambiare".
Come vi siete conosciuti?
"Lui mi mandò una mail di solidarietà, segnalandomi la sua disponibilità a darmi una mano con la sua società di comunicazione in rete. Con il tempo divenne un consulente e anche un amico".
E il figlio Davide?
"Non ho avuto rapporti con lui, ma apprezzo il suo impegno a proseguire il lavoro del padre".
Lo faranno questo governo?
"Speriamo. Ci riusciranno se capiranno che devono fare i conti con i numeri della politica, abbandonando slogan fini a se stessi. I segnali mi sembra ci siano".
E il Pd fa bene a stare all'opposizione?
"Sì. Solo così possono ripartire".
È la stessa posizione di Renzi, quello secondo cui lei è un pericoloso giustizialista...
"Il "giustizialismo" era una scusa.Avevo detto che non avrei mai votato un governo Renzi-Berlusconi, per questo ha stoppato la mia candidatura".
Qualcuno ha buttato lì Di Pietro ministro. Se Di Maio la chiama?
"C'è la stessa possibilità che stasera la Luna cada in quel pozzo là fuori".
E se finisce con un governo del Presidente, con tutti dentro?
"Io sono a disposizione del Paese, per quel che so fare, è ovvio".
Intanto cerca ancora i mandanti dei dossier dei tempi di Tangentopoli.
"Ah certo. Però mancano ancora alcuni tasselli. Mi limito a dire che quelli erano gli anni in cui politica e mafia si sposarono e come regalo di nozze fecero ammazzare Falcone e Borsellino".
Sul Venerdì del 13 aprile 2018
LEGGI Quella notte al Raphaël, quando finì la partitocrazia di M. Giannini
Basta però entrare nella piccola dépendance del casale di Montenero di Bisaccia per risalire in un istante ai tempi di Tangentopoli, e non solo per la foto d'epoca in toga incorniciata in un angolo, e nemmeno per l'altrettanto incorniciata laurea in Legge, quella che secondo Silvio Berlusconi non aveva mai conseguito. Qui c'è un intero stanzone trasformato in archivio, faldoni su faldoni che nemmeno in un ufficio del pool milanese: "Venga, le faccio vedere. Queste sono le conseguenze dell'inchiesta Mani Pulite. Le centinaia di procedimenti contro di me e le mie controdenunce. Memorie difensive, atti, sentenze. Tutto. Per anni, e ancora adesso, mi sono occupato di questo a tempo pieno. Anche perché non ho smesso di volerci vedere chiaro sul castello di menzogne che all'inizio degli anni 90 fu costruito contro di me". Poi un clic sul portatile e dalla stampante esce l'ultima sentenza a suo favore, stavolta sull'annosa querelle dei rimborsi percepiti dall'Italia dei Valori. E la politica? "Ormai sono fuori", dice con l'aria da Cincinnato di chi, sotto sotto, tanto fuori non è.
Allora iniziamo dal destinatario di quelle monetine. Era il 30 aprile 1993.
"Quando Craxi in Parlamento descrisse un sistema che riguardava tutti fece un discorso responsabile, che nessun altro ebbe il coraggio di fare".
Vi contestavano gli arresti facili.
"Era una inchiesta "di sistema", c'era da evitare l'inquinamento delle prove. Rilasciare dopo l'interrogatorio voleva dire che in un'ora tutti avrebbero saputo ciò che aveva detto".
Le manette per estorcere confessioni, si diceva.
"Altro che "estorsore", io ero come un amante. La corruzione è un matrimonio di interesse. Io mi mettevo in mezzo agli sposi e invitavo uno dei due a fare il proprio interesse".
Da Mani Pulite in poi l'avviso di garanzia è condanna.
"È diventato un pre-giudizio. Ma la responsabilità credo sia da attribuire al corto circuito tra informazione e cittadini. Fosse per me l'avviso di garanzia lo cambierei".
Come?
"Potrebbe coincidere con il deposito degli atti di chiusura indagine. Con l'eccezione dei casi in cui - interrogatori, perquisizioni - l'indagato deve essere coinvolto direttamente".
Le sue dimissioni prima di interrogare Silvio Berlusconi restano un mistero.
"Ho lasciato la toga perché dovevo difendermi dai dossier. Come potevo farlo con accuse che mi rivolgevano anche persone che io stesso avevo messo e stavo mettendo sotto inchiesta? Avrei messo in imbarazzo tutti, da me stesso al magistrato che doveva occuparsi di me".
Il famigerato dossier Achille. Però molti pensarono che era un modo per preparare l'ingresso in politica.
"Guardi, in quel periodo tutto avevo in testa meno che la politica. Sapevo che stavano preparando dossier su di me, ma dovevo arrivare a definire in via processuale il sistema della corruzione, dimostrarlo. Per questo stralciai e feci il processo Cusani. Se avessi dovuto portare a termine il dibattimento complessivo su Enimont ci avrei messo anni. E io sapevo che non avrei avuto tutto quel tempo".
Mani Pulite nacque anche grazie alla caduta del Muro di Berlino?
"Mah, questa è una cosa che dice spesso Gherardo Colombo. Io invece credo che fu resa possibile da un insieme di circostanze tecniche. Mi limito a ricordare il nuovo codice di procedura penale e il nuovo regime delle rogatorie. Fu una congiuntura tecnica, non una conseguenza di cambiamenti politici".
Il momento più duro, dal punto di vista umano?
"La morte di Gardini. Ancora oggi penso che se avessi mancato alla parola data oggi lui sarebbe vivo".
Cioè?
"Gardini era un uomo di grande dignità. Quando era latitante comunicavamo attraverso i suoi avvocati. Lui era disposto a farsi interrogare, ma non poteva accettare di essere arrestato. Mi ripeteva: "Non posso scendere quelle scale in manette". Per me era però indispensabile la sua testimonianza, così gli diedi la mia parola, "da contadino a contadino", (così ci mandammo a dire), che sarebbe uscito dal Palazzo di giustizia così come era entrato. Allora lui si convinse".
Cosa non funzionò?
"Fissai l'interrogatorio alle 8 del mattino. E per precauzione mandai dalla sera le forze dell'ordine a presidiare tutte le sue residenze. Mi dissero che era nel suo palazzo milanese. Poi aggiunsero che stavano per arrestarlo, in virtù del mandato di cattura internazionale che pendeva su di lui. Io li fermai. Per quella decisione fui anche processato e poi prosciolto. Ebbene. Se lo avessero arrestato lui non si sarebbe potuto sparare, il processo Enimont avrebbe potuto prendere tutt'altra piega e forse anche la Storia d'Italia oggi sarebbe un'altra".
Oggi la storia d'Italia si chiama (anche) Di Maio.
"I 5S sono una naturale evoluzione positiva del mio modo di fare politica".
Perché lui e non lei, allora?
"Io sono stato assieme troppo e troppo poco grillino. Dovevo essere più duttile nell'ascolto degli altri. Al contrario, avrei dovuto tenere lontani, come hanno fatto i 5S, quelli che avevano già fatto politica. Del resto Casaleggio questo lo ha imparato prendendo spunto dai miei errori".
Quando gestiva il suo blog?
"Sì. Gianroberto era un amico fraterno e uomo di grande competenza. Mi aveva avvisato che quello era il "baco" dell'Italia dei Valori. Io condivisi, ma non fui in grado di cambiare".
Come vi siete conosciuti?
"Lui mi mandò una mail di solidarietà, segnalandomi la sua disponibilità a darmi una mano con la sua società di comunicazione in rete. Con il tempo divenne un consulente e anche un amico".
E il figlio Davide?
"Non ho avuto rapporti con lui, ma apprezzo il suo impegno a proseguire il lavoro del padre".
Lo faranno questo governo?
"Speriamo. Ci riusciranno se capiranno che devono fare i conti con i numeri della politica, abbandonando slogan fini a se stessi. I segnali mi sembra ci siano".
E il Pd fa bene a stare all'opposizione?
"Sì. Solo così possono ripartire".
È la stessa posizione di Renzi, quello secondo cui lei è un pericoloso giustizialista...
"Il "giustizialismo" era una scusa.Avevo detto che non avrei mai votato un governo Renzi-Berlusconi, per questo ha stoppato la mia candidatura".
Qualcuno ha buttato lì Di Pietro ministro. Se Di Maio la chiama?
"C'è la stessa possibilità che stasera la Luna cada in quel pozzo là fuori".
E se finisce con un governo del Presidente, con tutti dentro?
"Io sono a disposizione del Paese, per quel che so fare, è ovvio".
Intanto cerca ancora i mandanti dei dossier dei tempi di Tangentopoli.
"Ah certo. Però mancano ancora alcuni tasselli. Mi limito a dire che quelli erano gli anni in cui politica e mafia si sposarono e come regalo di nozze fecero ammazzare Falcone e Borsellino".
Sul Venerdì del 13 aprile 2018