Dal Salone al Museo il passo è lungo: va in scena la Milano del design
Marco Romani , dal nostro inviato MARCO ROMANIDal 17 al 22 la città torna capitale mondiale del mobile. Peccato che per il resto dell'anno non lo celebri più. Ecco perché aziende e creativi chiedono che...
NOVIGLIO (Milano). Per parlare con Claudio Luti, presidente del Salone del Mobile, gli chiediamo un appuntamento nella sede della Kartell, che ha acquisito nel 1988. Non è per gentilezza che lo raggiungiamo a Noviglio. Qui infatti c'è anche il Museo dell'azienda, un percorso che conduce i visitatori - almeno quelli che arrivano quaggiù - attraverso una storia di progetti che, dal 1949, hanno rivoluzionato il design. Dai primi battipanni e raccogli immondizia di Gino Colombini agli arredi e lampade di maestri come Joe Colombo, Gae Aulenti, i fratelli Castiglioni, Vico Magistretti, Philippe Starck, e via elencando tutti coloro che hanno fatto dell'arredo una macchina dei desideri.
Subito dopo aver acquisito l'azienda dai suoceri, Guido Castelli e Anna Ferrieri, Luti ha deciso che doveva fondare il museo "perché solo così si capisce in profondità l'evoluzione e l'identità di un marchio". Ragionamento che …
Subito dopo aver acquisito l'azienda dai suoceri, Guido Castelli e Anna Ferrieri, Luti ha deciso che doveva fondare il museo "perché solo così si capisce in profondità l'evoluzione e l'identità di un marchio". Ragionamento che …
NOVIGLIO (Milano). Per parlare con Claudio Luti, presidente del Salone del Mobile, gli chiediamo un appuntamento nella sede della Kartell, che ha acquisito nel 1988. Non è per gentilezza che lo raggiungiamo a Noviglio. Qui infatti c'è anche il Museo dell'azienda, un percorso che conduce i visitatori - almeno quelli che arrivano quaggiù - attraverso una storia di progetti che, dal 1949, hanno rivoluzionato il design. Dai primi battipanni e raccogli immondizia di Gino Colombini agli arredi e lampade di maestri come Joe Colombo, Gae Aulenti, i fratelli Castiglioni, Vico Magistretti, Philippe Starck, e via elencando tutti coloro che hanno fatto dell'arredo una macchina dei desideri.
Subito dopo aver acquisito l'azienda dai suoceri, Guido Castelli e Anna Ferrieri, Luti ha deciso che doveva fondare il museo "perché solo così si capisce in profondità l'evoluzione e l'identità di un marchio". Ragionamento che non fa una piega e che dovrebbe estendersi a quella sorta di super-brand che è il made in Italy. Ma Milano un museo (del design) non ce l'ha. E le migliaia di persone che arrivano al Salone, alla Fiera di Rho, dal 17 al 22 aprile (foto) da ogni angolo del mondo non trovano un luogo dove poter venerare i padri e i nonni nobili del design. "Quest'anno" dice Luti "per la prima volta, abbiamo sentito la necessità di scrivere un Manifesto che accompagna il Salone. E nel capitolo dedicato alla cultura abbiamo voluto sottolineare che è arrivato il tempo di fare della Triennale il vero spazio del design e dell'architettura, un luogo che racconti la storia di persone, oggetti, imprese. Un museo che non c'è e che Milano deve avere".
È dagli anni Sessanta che il tema viene ciclicamente sollevato e in un Paese che ha musei per ogni cosa risulta difficile capire perché al design non si sia riusciti a dare una casa stabile. Il Triennale Design Museum è, infatti, una sorta di museo mutante con la collezione che viene esposta a rotazione. "Quando quindici anni fa sono arrivata qui" dice la direttrice Silvana Annicchiarico "alla Triennale non ci metteva piede nessuno. Pian piano ci siamo dotati di una collezione e abbiamo avuto l'idea di esporla attraverso dei "carotaggi verticali": ogni volta viene individuato un tema e intorno a quello si sceglie cosa è meglio mettere in mostra. Lo scorso anno abbiamo superato i 60 mila visitatori".
Annicchiarico ha fatto di necessità virtù: non avendo lo spazio per poter mettere in fila tutte le icone si è inventata un nuovo modo di fare museo. Che però non è più sufficiente. "Lo scorso anno ci siamo riuniti con critici, imprenditori, professionisti e tutti concordavano nel dare a Milano un museo vero e proprio". Ma dove? Nel libro dei sogni c'è la costruzione di un grande edificio progettato ad hoc, ma sembra piuttosto improbabile che governo o Comune decidano di investire parecchi milioni di euro. "Basterebbe pensare a un ampliamento della Triennale, che ha da sempre questa vocazione. Io, un po' come provocazione, un po' sul serio, ho proposto di dotarci, come il Louvre, di una piramide che conduca a uno spazio ipogeo dove esporre la collezione. Non si sottrarrebbe spazio ai giardini e potrebbe diventare una grande attrazione turistica destinata a un pubblico ampio, non di soli addetti ai lavori".
Per iniziare a farci un po' la bocca da domani alla Triennale viene inaugurata la mostra Storie. Il design italiano (fino al 20 gennaio 2019) con 180 icone presentate cronologicamente, cinque focus tematici (geografia, comunicazione, politica, tecnologia, economia) e un grande distributore automatico che invece di merendine venderà oggetti di giovani designer e piccoli arredi di maestri editati in esclusiva per la mostra, tra cui una lampada di Achille Castiglioni disegnata per Flos e mai messa in produzione.
Tra le curatrici del progetto c'è anche Chiara Alessi, pronipote di Giovanni Alessi e Alfonso Bialetti, i due industriali che più di ogni altro hanno contribuito a portare le moka e il design nelle case degli italiani. Nel suo nuovo saggio Le caffettiere dei miei bisnonni (Utet, pp. 104, euro 12, dal 17 aprile in libreria) riflette sul concetto di icona e sul perché la contemporaneità, nonostante la moltiplicazione dei prodotti, non riesca più a crearne di nuove. "Con il gruppo di storici con cui ho collaborato per allestire la mostra del Triennale Design Museum" spiega Alessi "abbiamo concordato di esporre le icone disegnate non oltre il 1998. Serve infatti una distanza di almeno vent'anni per poter capire se un oggetto possa essere considerato immortale oppure no. Nel passato molti prodotti industriali sono diventati icone perché erano i primi nel loro genere: la prima radio portatile, la prima moka, la prima sedia in plastica... Oggi farsi spazio è oggettivamente più complicato".
Ma questi sono solo gli aspetti "temporali" del problema. Ce n'è un altro che investe direttamente la cultura del progetto. "Dall'inizio del Duemila" spiega Alessi "aziende e progettisti sembrano non molto interessati a lavorare su oggetti che abbiano una persistenza nel tempo e nello spazio. Non a caso, con un linguaggio preso in prestito dalla moda, non si parla più di "presentazione" ma di "lancio" di un prodotto. L'obiettivo è vendere tanto in tutto il mondo in una stagione, perché quella successiva bisognerà vendere qualcosa di nuovo".
E per capire cosa si muove sotto il cielo del design il Salone è l'appuntamento mondiale più importante, nonostante New York, Colonia o Londra provino a farsi largo. "La leadership" dice il presidente Claudio Luti "è difficile conquistarla, ma perderla è un attimo. Il Salone non è soltanto una fiera e il Manifesto che abbiamo scritto non serve a farci gli elogi ma ad avviare un dibattito culturale che investa Milano e il Paese. Spesso si pensa che un buon prodotto nasca esclusivamente dalla matita di una archistar. Non è così. Serve il continuo confronto con un'azienda che sa rischiare. Questo è stato il merito del sistema italiano, che va difeso e rafforzato ancor più oggi che la concorrenza è senza confini". E senza limiti. Con i prodotti taroccati che arrivano dalla Cina come fossero borsette griffate.
Sul versante economico il 2017 è stato un anno da non buttare via: secondo i dati elaborati dal Centro Studi Federlegno Arredo Eventi, la produzione della filiera italiana dell'arredamento ha registrato un fatturato di 26,8 miliardi di euro con una crescita dell'1,5 per cento. Una ripresa, avviata nel 2015, sostenuta dal mercato interno e dall'export, con Francia, Germania e Regno Unito sul podio dei Paesi che più amano l'arredo made in Italy.
Nei padiglioni della Fiera di Rho (aperti al pubblico il 21 e il 22 aprile) si riflette questa vivacità. Sono oltre duemila gli espositori del Salone del Mobile a cui si aggiungono altre 1.300 aziende del Salone internazionale del complemento d'arredo, le centoundici di EuroCucine, le 228 del Salone internazionale del Bagno e i 650 giovani creativi del SaloneSatellite. "E abbiamo lunghe liste d'attesa" sorride Luti. "Il Salone di Milano non serve solo per scoprire le novità, che uno potrebbe guardare in foto sul telefonino. Aziende e operatori del settore sanno che questa è un'occasione unica di incontro con critici, giornalisti, progettisti".
Tra i prodotti esposti al Salone e quelli che animano il FuoriSalone il rischio saturazione è però dietro l'angolo. "È vero, le novità sono tante, ma oggi il mondo si è allargato e la straordinaria varietà di proposte punta a parlare a culture che prima non conoscevamo". E che contribuiscono a finanziare la nuova primavera del mobile italiano.
Dal Venerdì del 13 aprile 2018
Subito dopo aver acquisito l'azienda dai suoceri, Guido Castelli e Anna Ferrieri, Luti ha deciso che doveva fondare il museo "perché solo così si capisce in profondità l'evoluzione e l'identità di un marchio". Ragionamento che non fa una piega e che dovrebbe estendersi a quella sorta di super-brand che è il made in Italy. Ma Milano un museo (del design) non ce l'ha. E le migliaia di persone che arrivano al Salone, alla Fiera di Rho, dal 17 al 22 aprile (foto) da ogni angolo del mondo non trovano un luogo dove poter venerare i padri e i nonni nobili del design. "Quest'anno" dice Luti "per la prima volta, abbiamo sentito la necessità di scrivere un Manifesto che accompagna il Salone. E nel capitolo dedicato alla cultura abbiamo voluto sottolineare che è arrivato il tempo di fare della Triennale il vero spazio del design e dell'architettura, un luogo che racconti la storia di persone, oggetti, imprese. Un museo che non c'è e che Milano deve avere".
È dagli anni Sessanta che il tema viene ciclicamente sollevato e in un Paese che ha musei per ogni cosa risulta difficile capire perché al design non si sia riusciti a dare una casa stabile. Il Triennale Design Museum è, infatti, una sorta di museo mutante con la collezione che viene esposta a rotazione. "Quando quindici anni fa sono arrivata qui" dice la direttrice Silvana Annicchiarico "alla Triennale non ci metteva piede nessuno. Pian piano ci siamo dotati di una collezione e abbiamo avuto l'idea di esporla attraverso dei "carotaggi verticali": ogni volta viene individuato un tema e intorno a quello si sceglie cosa è meglio mettere in mostra. Lo scorso anno abbiamo superato i 60 mila visitatori".
Annicchiarico ha fatto di necessità virtù: non avendo lo spazio per poter mettere in fila tutte le icone si è inventata un nuovo modo di fare museo. Che però non è più sufficiente. "Lo scorso anno ci siamo riuniti con critici, imprenditori, professionisti e tutti concordavano nel dare a Milano un museo vero e proprio". Ma dove? Nel libro dei sogni c'è la costruzione di un grande edificio progettato ad hoc, ma sembra piuttosto improbabile che governo o Comune decidano di investire parecchi milioni di euro. "Basterebbe pensare a un ampliamento della Triennale, che ha da sempre questa vocazione. Io, un po' come provocazione, un po' sul serio, ho proposto di dotarci, come il Louvre, di una piramide che conduca a uno spazio ipogeo dove esporre la collezione. Non si sottrarrebbe spazio ai giardini e potrebbe diventare una grande attrazione turistica destinata a un pubblico ampio, non di soli addetti ai lavori".
Per iniziare a farci un po' la bocca da domani alla Triennale viene inaugurata la mostra Storie. Il design italiano (fino al 20 gennaio 2019) con 180 icone presentate cronologicamente, cinque focus tematici (geografia, comunicazione, politica, tecnologia, economia) e un grande distributore automatico che invece di merendine venderà oggetti di giovani designer e piccoli arredi di maestri editati in esclusiva per la mostra, tra cui una lampada di Achille Castiglioni disegnata per Flos e mai messa in produzione.
Tra le curatrici del progetto c'è anche Chiara Alessi, pronipote di Giovanni Alessi e Alfonso Bialetti, i due industriali che più di ogni altro hanno contribuito a portare le moka e il design nelle case degli italiani. Nel suo nuovo saggio Le caffettiere dei miei bisnonni (Utet, pp. 104, euro 12, dal 17 aprile in libreria) riflette sul concetto di icona e sul perché la contemporaneità, nonostante la moltiplicazione dei prodotti, non riesca più a crearne di nuove. "Con il gruppo di storici con cui ho collaborato per allestire la mostra del Triennale Design Museum" spiega Alessi "abbiamo concordato di esporre le icone disegnate non oltre il 1998. Serve infatti una distanza di almeno vent'anni per poter capire se un oggetto possa essere considerato immortale oppure no. Nel passato molti prodotti industriali sono diventati icone perché erano i primi nel loro genere: la prima radio portatile, la prima moka, la prima sedia in plastica... Oggi farsi spazio è oggettivamente più complicato".
Ma questi sono solo gli aspetti "temporali" del problema. Ce n'è un altro che investe direttamente la cultura del progetto. "Dall'inizio del Duemila" spiega Alessi "aziende e progettisti sembrano non molto interessati a lavorare su oggetti che abbiano una persistenza nel tempo e nello spazio. Non a caso, con un linguaggio preso in prestito dalla moda, non si parla più di "presentazione" ma di "lancio" di un prodotto. L'obiettivo è vendere tanto in tutto il mondo in una stagione, perché quella successiva bisognerà vendere qualcosa di nuovo".
E per capire cosa si muove sotto il cielo del design il Salone è l'appuntamento mondiale più importante, nonostante New York, Colonia o Londra provino a farsi largo. "La leadership" dice il presidente Claudio Luti "è difficile conquistarla, ma perderla è un attimo. Il Salone non è soltanto una fiera e il Manifesto che abbiamo scritto non serve a farci gli elogi ma ad avviare un dibattito culturale che investa Milano e il Paese. Spesso si pensa che un buon prodotto nasca esclusivamente dalla matita di una archistar. Non è così. Serve il continuo confronto con un'azienda che sa rischiare. Questo è stato il merito del sistema italiano, che va difeso e rafforzato ancor più oggi che la concorrenza è senza confini". E senza limiti. Con i prodotti taroccati che arrivano dalla Cina come fossero borsette griffate.
Sul versante economico il 2017 è stato un anno da non buttare via: secondo i dati elaborati dal Centro Studi Federlegno Arredo Eventi, la produzione della filiera italiana dell'arredamento ha registrato un fatturato di 26,8 miliardi di euro con una crescita dell'1,5 per cento. Una ripresa, avviata nel 2015, sostenuta dal mercato interno e dall'export, con Francia, Germania e Regno Unito sul podio dei Paesi che più amano l'arredo made in Italy.
Nei padiglioni della Fiera di Rho (aperti al pubblico il 21 e il 22 aprile) si riflette questa vivacità. Sono oltre duemila gli espositori del Salone del Mobile a cui si aggiungono altre 1.300 aziende del Salone internazionale del complemento d'arredo, le centoundici di EuroCucine, le 228 del Salone internazionale del Bagno e i 650 giovani creativi del SaloneSatellite. "E abbiamo lunghe liste d'attesa" sorride Luti. "Il Salone di Milano non serve solo per scoprire le novità, che uno potrebbe guardare in foto sul telefonino. Aziende e operatori del settore sanno che questa è un'occasione unica di incontro con critici, giornalisti, progettisti".
Tra i prodotti esposti al Salone e quelli che animano il FuoriSalone il rischio saturazione è però dietro l'angolo. "È vero, le novità sono tante, ma oggi il mondo si è allargato e la straordinaria varietà di proposte punta a parlare a culture che prima non conoscevamo". E che contribuiscono a finanziare la nuova primavera del mobile italiano.
Dal Venerdì del 13 aprile 2018