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Una turista getta una monetina nella fontana di Trevi (Gianni Cipriano/ NYT/ Contrasto) 

Seguendo le monetine della Fontana di Trevi

Quasi un milione e mezzo di euro l’anno, 3.800 al giorno. Tanti sono i soldi che i turisti si gettano alle spalle. Siamo andati a contarli. E a vedere che fine fanno: bella
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ROMA. Preferiamo lasciare nella sua nebbia metafisica il quesito su dove vadano le anatre di Central Park quando il laghetto gela, ma possiamo rispondere esaustivamente circa la fine che fanno le monetine di Fontana di Trevi. Le abbiamo seguite passo passo, dalla raccolta all’incasso, e siamo in grado di raccontarvi la storia di questa fortuna acquatica che per un attimo ha creato maretta tra la giunta Raggi, che sembrava volersene impossessare, e la Caritas, tradizionale destinataria di quei soldi. Tanti soldi. Un milione quattrocentomila euro l’anno scorso, che in media vuol dire oltre 3.800 al giorno. Il giro d’affari di una microimpresa. Che qui vanno quasi tutti in utili, prontamente reinvestiti in opere di bene. Ma procediamo con ordine.

Con puntualità svizzera, alle 8.30 del lunedì, un uomo in tutina bianca da polizia scientifica spinge un grosso bidone di acciaio lungo la scalinata della leggendaria fontana barocca. È uno dei quattro add…
ROMA. Preferiamo lasciare nella sua nebbia metafisica il quesito su dove vadano le anatre di Central Park quando il laghetto gela, ma possiamo rispondere esaustivamente circa la fine che fanno le monetine di Fontana di Trevi. Le abbiamo seguite passo passo, dalla raccolta all’incasso, e siamo in grado di raccontarvi la storia di questa fortuna acquatica che per un attimo ha creato maretta tra la giunta Raggi, che sembrava volersene impossessare, e la Caritas, tradizionale destinataria di quei soldi. Tanti soldi. Un milione quattrocentomila euro l’anno scorso, che in media vuol dire oltre 3.800 al giorno. Il giro d’affari di una microimpresa. Che qui vanno quasi tutti in utili, prontamente reinvestiti in opere di bene. Ma procediamo con ordine.

Con puntualità svizzera, alle 8.30 del lunedì, un uomo in tutina bianca da polizia scientifica spinge un grosso bidone di acciaio lungo la scalinata della leggendaria fontana barocca. È uno dei quattro addetti dell’Acea, la multiutility capitolina, che tre volte alla settimana provvedono alla svuotatura di questo salvadanaio en plein air. Mentre lui allaccia lo speciale aspiratore alla corrente, un suo collega armato di uno scopettone, con un manico di circa sei metri, spinge le monetine sul fondo e le allinea in un’approssimativa fila a metà fontana da cui sarà più facile aspirarle. Pensate a un pantagruelico pippatore di cocaina che stavolta tira su nichelini. Un altro tecnico con stivaloni di gomma fa lo stesso lavoro di allineamento, con una scopa più corta, in alcune vasche sopraelevate. L’ultimo, con un retino da farfalle extra-large, toglie dall’acqua bottigliette o altra sporcizia macroscopica. Quando, con una forchetta, non stura i bocchettoni delle fogne tutto intorno alla fontana. Questa preparazione va avanti per un’oretta sotto gli occhi dei turisti, oggi meno numerosi per una pioggerella battente, tenuti a distanza da un paio di transenne. Poco impressionati dalla procedura di recupero continuano a farsi fotografare mentre gettano monete e uno spagnolo, che ha fatto un lancio miseramente corto, chiede all’addetto se gliela restituisce per ritentare («Ahò, sei sicuro che so’ tue o ce stai a provà?»).

Dalle 9 a sovrintendere alle operazioni arriva Fabrizio Marchionni, l’incaricato Caritas, con un aiutante. In dieci anni questo ex tipografo quarantenne molto attivo in parrocchia, che ha retto il messale a Francesco quando il Papa è venuto a officiare in un ostello per poveri («A quanto pare è la prima volta al mondo che un Pontefice abbia fatto a meno dei cerimonieri vaticani»), ha visto pescare di tutto: «Foto, ciondoli, cordoni ombelicali con la fascetta identificativa ancora attaccata e anche roba così» dice mostrandomi sul cellulare l’immagine di un pisello di plastica rosa. Il bidone aspira acqua e monetine, che si fermano tintinnando nel cestello mentre l’acqua defluisce nelle fogne. Quando è pieno va svuotato in sacchi di polipoprilene bianchi, il materiale di quelli dell’Ikea, poi chiusi con fascette di plastica. Oggi sarà una raccolta medio-ricca: 408 chili di monete, pari a 25 sacchetti che saranno pesati nel Fiorino (1 kg circa 30 euro) e contabilizzati su un verbale da uno svogliatissimo vigile che non fa nemmeno il gesto di uscire dalla Panda. In teoria la Polizia municipale dovrebbe assicurarsi che nessuno faccia come quell’addetto che se ne mise in tasca una manciata (7 euro e rotti). In pratica dal calduccio della vettura non vedono alcunché. Fermano giusto gli esibizionisti o i personaggi alla “D’Artagnan”, nome d’arte di Roberto Cercetta, il recidivo ladro di monetine scomparso tre anni fa. «Ma dopo il weekend del 2 giugno ne abbiamo raccolti 709 chili, che a oggi è il record» dice fiero la memoria storica Marchionni.

Sono quasi le 11, inizia la post-produzione che andrà avanti fino alle 16. Siamo in locali Caritas che non identificheremo per non eccitare la fantasia di potenziali ladri. I sacchetti vengono aperti e il contenuto sparpagliato su grossi tavoli ricoperti da asciugamani bianchi. Marchionni, il cui sfondo di computer è la foto insieme al Papa, e l’ex commissario di polizia in pensione che gli fa da volontario, si dividono il lavoro. Passandoci sopra altri stracci tolgono il grosso dell’umidità e poi usano un phon per liberarsi di cartine e altre impurità. Poi, ripiegando gli asciugamani come tovaglie, versano le monete in un’asciugatrice industriale per posate che funziona scaldando il tutolo di mais, una graniglia molto efficiente nel seccare il metallo. A questo punto sono pronte per essere contate.

Ci pensano, in due passaggi successivi, altrettante macchine della Sitrade Italia, specializzata nel trattamento del denaro. La prima conta ed espelle le monete straniere, che riconosce per forma e peso. La seconda riconta, fa un ulteriore setaccio delle valute extra-italiane, e divide le monete per taglio facendole cadere in altrettanti sacchetti di plastica trasparenti da consegnare ai portavalori. «Mille pezzi da 20 centesimi, che con i 10 centesimi è la moneta più frequente» scrive su un sacchetto Marchionni. Poi vengono i 50 centesimi, ma ci sono anche tanti pezzi da un euro e addirittura due, oltre a ramini da 1, 2 e 5 centesimi. La macchina si incastra su un euro deforme. Fabrizio, che nel tempo libero studia per diventare accolito, un laico che aiuta a Messa, prende un martello e lo raddrizza con un paio di colpi. Non si butta via niente. Neanche gli spiccioli stranieri, che le banche non cambiano e costituiscono una quota tra il 10 e il 15 per cento del totale.

Dice: «Per i più diffusi, come i dollari, ci siamo accordati informalmente con le ambasciate che ci fanno il favore di cambiarceli. Per gli altri aspettiamo di averne un bel po’ e li affidiamo ai nunzi per cambiarli nei Paesi d’origine». Fatto sta che, in questi armadi di ferro che non assomigliano in niente a Fort Knox, adesso giacciono circa trentamila euro di spiccioli in attesa di venire ritirati dai portavalori che li contabilizzeranno definitivamente. Anzi, ogni tanto qualche ospite del vicino centro diurno di pazienti neurologici bussa alla porta per chiedere se hanno una collanina o qualche altro ripescaggio da regalargli.

Poco meno di un terzo dei proventi va ai servizi per le famiglie («Sostegni per la spesa alimentare, per il pagamento delle utenze domestiche, per l’affitto e per il mutuo, iscrizioni scolastiche, spese mediche, funerali, trasferimenti delle salme in altre città e rimpatrio di salme, progetti di microcredito») mi spiega l’addetto stampa della Caritas, Alberto Colaicomo. Il 27 per cento per i servizi di accoglienza, che vuol dire case famiglia per mamme con bambini o appartamenti autogestiti per i minori stranieri non accompagnati che diventano maggiorenni («Un periodo di inserimento per non metterli in strada come prevede la legge al compimento dei 18 anni»). Il 15 per cento per «iniziative di ascolto e segretariato sociale» e altrettanto per servizi di mensa sociale, oltre a percentuali minori per aiuti sanitari, domiciliari e di inserimento sociale. Tutta roba buona, terribilmente necessaria.

Una moda recente è fasciare con lo scotch le monetine, sigillandoci dentro brevi messaggi di carta. Perlopiù a scrivere sono iberofoni: «Desidero che P. L. si innamori di M. G. S. e si sposino e vivano insieme per tutta la vita». Oppure: «Che la fortuna di avere e mantenere un lavoro mi accompagni per molti anni e che abbia la stessa forza dell’acqua della fontana di Trevi». Ma anche i francesi, notoriamente più razionalisti, non disdegnano («Vorrei vivere felice e in salute tutta la vita»). L’antropologo Peter Worgan si è interrogato sui moventi che spingono a gettare le monetine nelle fontane. Ha scomodato l’«effervescenza collettiva» con cui Émile Durkheim definiva l’eccitazione di sentirsi parte di un tutto ai concerti o nei raduni politici. E ha verificato che uno lancia se qualcun altro ha già lanciato: le fontane vuote non invogliano. È un «gesto pro-sociale». Obliquamente apotropaico (se potrò tornare qui vorrà dire che starò bene). Il desiderio di essere come tutti. Tre monete nella fontana/ ognuna in cerca di felicità/ gettate da tre amanti pieni di speranza/ quale di esse la fontana benedirà? cantava Frank Sinatra in una canzone dedicata. Roma, che si rovescia in amor. L’ennesimo alibi per l’ennesimo selfie.

Sul Venerdì del 20 aprile 2018