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Ezio Bosso (Alessandro Di Marco/ Ansa) 

Ezio Bosso: "Fare classica è un gesto punk"

"Non sono nel sistema. Mi vogliono come riempisala ma poi non gli piace il mio pubblico". Il musicista si racconta: lo studio, la disciplina, la malattia. E le storture dei teatri
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BOLOGNA. Il piccolo uomo si racconta muovendo in aria le mani, con la morbidezza e la capacità di sollevare di Kleiber e Maazel, maestri che da ragazzo non finiva di ammirare. "Invece tutti mi dicono sempre, hai un gesto simile a quello di Claudio (Abbado). Com'è strana la vita!" esclama Ezio Bosso, compositore, pianista e direttore d'orchestra. La luce, accecante, illumina dall'alto il loft bolognese, un tempo loggia massonica. Porte sempre aperte, è un suo pallino, il pianoforte a portata di mano, un altro Steinway a tavolo dell'Ottocento nell'anticamera, grandi divani bianchi occupati dai due pigri e devoti basset hound. Lì dentro può muoversi agevolmente con la sedia a rotelle, inseparabile compagna di questa sua seconda vita.

Jeans neri, stivaletti da rocker, il ciuffo che gli copre metà del viso; è impaziente, dinamico, smanioso. Felice di aver riconquistato la capacità di dirigere. "Anch…
BOLOGNA. Il piccolo uomo si racconta muovendo in aria le mani, con la morbidezza e la capacità di sollevare di Kleiber e Maazel, maestri che da ragazzo non finiva di ammirare. "Invece tutti mi dicono sempre, hai un gesto simile a quello di Claudio (Abbado). Com'è strana la vita!" esclama Ezio Bosso, compositore, pianista e direttore d'orchestra. La luce, accecante, illumina dall'alto il loft bolognese, un tempo loggia massonica. Porte sempre aperte, è un suo pallino, il pianoforte a portata di mano, un altro Steinway a tavolo dell'Ottocento nell'anticamera, grandi divani bianchi occupati dai due pigri e devoti basset hound. Lì dentro può muoversi agevolmente con la sedia a rotelle, inseparabile compagna di questa sua seconda vita.

Jeans neri, stivaletti da rocker, il ciuffo che gli copre metà del viso; è impaziente, dinamico, smanioso. Felice di aver riconquistato la capacità di dirigere. "Anche prima che mi cadesse il pianoforte sulla testa dirigere era la libertà, ora lo è ancor di più". Incredibile, riesce a trasformare in musica anche ciò che chiunque altro chiamerebbe disgrazia. Prima che il pianoforte gli cadesse in testa - così, affettuosamente, chiama la sindrome neurologica degenerativa che lo affligge - era già un'eccellenza della classica, allievo all'Accademia di Vienna, riverito dalle grandi orchestre europee, cervello in fuga di casa al Barbican e alla Carnegie Hall.

In questa seconda vita, dopo un gap che l'ha costretto a ri-apprendere l'abilità che aveva conquistato con anni di studio e dedizione assoluta, incondizionata, è direttore stabile del Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste, testimone e ambasciatore dell'associazione Mozart14, eredità dei principi educativi di Claudio Abbado, testimone ufficiale della Festa Europea della Musica. Anche se quella trionfale apparizione a Sanremo, due anni fa - un momento di gloria pop che l'ha inorgoglito e impensierito allo stesso tempo - l'ha trasformato, lui che si è sempre definito "pianista all'occorrenza", nell'acclamato concertista da centomila spettatori l'anno e sette standing ovation a sera. Bosso, 46 anni, è travolgente e carismatico. La sua condizione può anche essere drammatica, dolorosa, invalidante, lui la esibisce con leggerezza, anche quando due assistenti lo issano sul podio, o lascia scivolare le dita fasciate sulla tastiera del pianoforte, modificata per rendere i tasti più sensibili alla pressione. Proprio come appare in The Venice Concert, il dvd appena pubblicato con le immagini della serata-evento con l'Orchestra Filarmonica della Fenice.

Mentre ti rapisce con la sua rigorosa e romantica filosofia, pensi alla solitudine di Beethoven, all'impotenza di Jacqueline du Pré colpita dalla sla, alla ferrea disciplina di Celibidache, alla libertà che Teodor Currentzis ha preteso per la sua orchestra a costo di confinarsi ai piedi degli Urali. Tutti artisti, come lui, intransigenti e ingordi di musica. "Il mio maestro diceva: tu vuoi suonare tutti gli strumenti, c'è solo un modo per farlo, dirigere" dice Bosso. "Odio la parola routinier, è di una tristezza infinita, vuol dire fare sempre la stessa cosa. La musica è un gesto d'amore, lo dico sempre ai miei musicisti, che chiamo fratelli - Claudio (Abbado) diceva "figli" - rimanere nella comfort zone, mettere quella maschera di sicurezza, vuol dire non avere nessuna forma d'amore per ciò che fai. Quando ami, rischi e sei sincero. Senza rischiare, non trovi bellezza, niente musica. È quello il momento in cui la gente comincia ad annoiarsi".

Purtroppo non sempre si realizza l'equazione arte = amore = bellezza.
"In mezzo a tutta questa mediocrità, a tutto questo contorno che soffoca la musica, se non mi aggrappassi al concetto dostoevskijano (la bellezza ci salverà), continuerei a far parte dell'altro mondo, non dell'essenza della musica, non di Beethoven o di Dvorák. Claudio mi diceva sempre: "Si dirige con gli occhi, ricordatelo". Io gli rispondevo: "sì, se ti guardano!". Questo non è pop, qui parliamo di trascendenza".

Per realizzare tutto questo, l'artista deve operare in totale libertà, cosa sempre più difficile col valzer dei sovrintendenti, lo scetticismo delle istituzioni, il taglio dei finanziamenti...
"È una lotta quotidiana, una tristezza. Le persone che fanno bene sono scomode, quindi emarginate. Il mio destino. Sa cosa mi hanno rimproverato? Di portare gentaglia a teatro, un appunto che mi ha distrutto. Allora ho pensato a quando Beethoven mandò tutti a quel paese e non volle più veder nessuno. Io sono beethoveniano al midollo, lui mi ha insegnato a liberare i musicisti, soprattutto da se stessi. Gli artisti vanno protetti non usati. Ricevere certi attacchi fa stare male, addolora, intristisce".

Cosa intendevano per "gentaglia"? Giovani poco avvezzi alla classica?
"Persone non preparate. Insomma si pretende un curriculum dell'ascoltatore, capisce? Gente che applaude nei momenti non opportuni, ad esempio. Ci sono persone che mi scrivono e si scusano per aver applaudito fuori tempo. Ma no! Ai critici vorrei dire: bisogna far festa a chi ascolta per la prima volta Ciaikovskij e ne rimane estasiato, esce dal teatro "mosso" - preferisco usare questo termine al quale posso aggiungere il "cum" e diventa "commosso". Oggi fare musica classica è un gesto rivoluzionario, punk. Non basta far bene, bisogna andare oltre, dare alla gente il senso della ricerca. Non sono io che faccio la musica, state ascoltando Beethoven o Bach, Bosso è solo una conseguenza".

Cos'è che le fa paura? Quali sono i problemi più grandi che ha incontrato in questo anno in cui è tornato alla direzione?
"Non capisco, le orchestre mi amano, i musicisti mi adorano, i teatri sono pieni, eppure io non sono mai inserito nelle stagioni, resto sempre a margine. Non si riesce mai a parlare di musica, a far progetti, come se tutto questo fosse un accessorio. Pretenderei solo un po' di tranquillità e di rispetto. È dura essere considerato un riempisala. È vero, faccio il tutto esaurito, ma avrei anche tanta voglia di fare Schönberg e invece...".

Vuol dire che interferiscono anche nella scelta del repertorio?
"Capita, eccome. Io non sono dentro il sistema, non ho gli abbonati, faccio solo concerti che devono incassare. Mi vorrebbero solo come pianista, ma a volte per me è doloroso, fisicamente proprio, quasi non riesco più data la mia condizione. Accetto il mio ruolo di outsider, out on the side, ci sono ma non ci sono. Nella percezione di questo Paese forse non sono neanche considerato un musicista classico ma solo un personaggio mediatico".

Cioè "il sistema" è più suggestionato dalla sua condizione che dalla sua arte?
"È stupido ma è così. La popolarità in questo Paese è considerata una colpa. Non parlo di pop, non ho niente di pop, io parlo di... studiare, di perfezione. Mi onora di essere usato per fare cassa, mi entusiasmo quando vedo i teatri pieni di giovani, mi sento rispettato dai musicisti, per il pubblico sono ormai diventato una sorta di guida all'ascolto, ma che ansia pensare di dover sempre fare il pienone! Io vivo ogni cosa con un senso di grande responsabilità, saranno anche le mie origini proletarie, ma mi carico sempre dei problemi di tutti. Non so che dirle, mi considero un lavoratore arduo e appassionato. Faccio musica, non vendo biglietti. Intendiamoci, non avrei nessun problema a farlo. Mio padre faceva il bigliettaio sui tram a Torino ed era orgogliosissimo del suo lavoro".

Il suo coinvolgimento in Mozart14 implica un'attività didattica?
"Non esattamente. In realtà organizzo giornate di studio condiviso dove bambini e ragazzi possano approfittare dei miei quarantadue anni di studio. Non voglio che il pensiero del maestro Abbado sia dimenticato. Ho saputo che alcuni conservatori hanno proibito agli allievi di partecipare agli incontri, si rende conto? Ma io persevero e questa estate andrò oltre, voglio ripetere la stessa esperienza nelle carceri".

È stato sedotto dalla musica da bambino, anche se l'arte non le è stata servita su un piatto d'argento date le sue origini. Come andò?
"Non lo so mica. Ho tre flash diversi fra loro: l'ascolto di un brano, lo sguardo su un pianoforte, la visione di un'orchestra. Io (la carriera) me la sono guadagnata, tanto (gli trema la voce), ho lavorato molto e di più. Il figlio di un panettiere deve lavorare nel forno, l'ho sentito dire troppe volte nell'ambiente. Io ho avuto la fortuna - un presuntuoso lo chiamerebbe predestino - di avere eventi e persone che mi hanno aiutato ad andare avanti, a tenere duro. Ma le posso garantire che mi sono guadagnato tutto, che il lavoro è stato durissimo, e lo è ancora. Vorrei solo che le energie fossero spese solo per la musica non per parare i colpi".

La malattia ha davvero fatto scempio della sua abilità, ha dovuto imparare tutto daccapo?
"Sì. Mi erano rimaste solo la determinazione e la disciplina. Avevo trentanove anni, venti di lavoro alle spalle, un'esperienza in musica da trentasei. Il punto era che la mia percezione doveva essere ri-svolta nel linguaggio, che era il centro maggiormente colpito. Mi erano rimasti gli anni di studio; chi mi conosce sa che ho passato la vita a studiare, e non mi bastava mai. La prima natura di un musicista non è esibirsi ma studiare. Convivo con la mia limitata capacità motoria e con i miei dolori; sono fortunato, ho le possibilità economiche per essere seguito da bravi medici ed essere sottoposto a una efficace terapia del dolore".

Nella sua prima vita era sostenuto da questa medesima filosofia?
"In molte cose sì. I musicisti che lavoravano con me, quando fisicamente ero un altro uomo, raccontano che davo sempre troppo, mi consumavo, ogni prova era come un concerto. Mi sono sempre sentito un servitore della musica. Certo, allora ero più spavaldo, vedevo il futuro lontano. Adesso vivo nel presente, con la mia orchestra, a Trieste, che fa una Sesta con l'entusiasmo da ragazzini, con una qualità d'intonazione, del suono, dei pianissimi estremi, sperimentando cose mai fatte prima, con tensione e sorriso e comunione. Il mio sogno si è già avverato. Il problema è che da lì vorrei partire, non finire. Abbiamo vinto, ora abbiamo la responsabilità di migliorarci, ho scritto alla mia orchestra. Non saranno certo un alieno nel cervello, le molte atrofie o i capricci di un sovrintendente che mi costringeranno a rinunciare. Sarò io a dire basta quando capirò che non potrò più farlo con il rispetto e la perfezione che la musica pretende. Gliel'ho detto, sono punk dentro".

Sul Venerdì del 27 aprile 2018