Il gigante che scoprì l’Egitto
Giulia Villoresi , di GIULIA VILLORESIUn libro racconta l’incredibile storia del padovano Giovanni Battista Belzoni, che da attore squattrinato divenne uno dei più importanti archeologi dell’Ottocento
Maggio 1815. L'impero napoleonico è morente, il Mediterraneo brulica di armate, di spie, di topi infettati dalla peste e di un nuovo tipo di merce: le antichità egizie, che dopo millenni di oblio lasciano la sabbia alla volta dei primi musei moderni della storia. Siamo agli albori dell'archeologia. La corsa ai reperti è una guerra che si combatte per il prestigio, con armi spesso inadatte o surrettizie: scalpelli da gioielliere, dispacci segreti, pistolettate. È in questo clima febbricitante che un padovano di nome Giovanni Battista Belzoni, attore squattrinato e inventore di giochi d'acqua, sbarca ad Alessandria d'Egitto con lasciapassare delle autorità britanniche. I suoi incarichi: entrare nelle grazie del viceré Muhammad Ali Pasha e spiare i francesi per conto dell'intelligence inglese. Ma a questo veneto senza patria, malinconico come Pulcinella e grande come Sansone, il destino riservava ben altra fama che quella di s…
Maggio 1815. L'impero napoleonico è morente, il Mediterraneo brulica di armate, di spie, di topi infettati dalla peste e di un nuovo tipo di merce: le antichità egizie, che dopo millenni di oblio lasciano la sabbia alla volta dei primi musei moderni della storia. Siamo agli albori dell'archeologia. La corsa ai reperti è una guerra che si combatte per il prestigio, con armi spesso inadatte o surrettizie: scalpelli da gioielliere, dispacci segreti, pistolettate. È in questo clima febbricitante che un padovano di nome Giovanni Battista Belzoni, attore squattrinato e inventore di giochi d'acqua, sbarca ad Alessandria d'Egitto con lasciapassare delle autorità britanniche. I suoi incarichi: entrare nelle grazie del viceré Muhammad Ali Pasha e spiare i francesi per conto dell'intelligence inglese. Ma a questo veneto senza patria, malinconico come Pulcinella e grande come Sansone, il destino riservava ben altra fama che quella di spia. Lo racconta l'ultimo libro della saggista e scrittrice Gaia Servadio, L'italiano più famoso del mondo (Bompiani): la storia di come il figlio di un barbiere, da guitto nei tableaux vivants londinesi, divenne l'egittologo più famoso del mondo. Una fama, scrive Servadio, "effimera, come lo è sempre la fama", e di cui oggi recano testimonianza qualche strada intitolata a suo nome e il personaggio di Indiana Jones, creato da George Lucas proprio sul modello di quell'avventuriero nato nel Settecento.
Prima ancora che ammirazione, Belzoni ispira un'irresistibile tenerezza. Era un sognatore alto due metri, dolcissimo, permaloso, forse omosessuale, oltre che "molto intelligente", secondo Sir Walter Scott. Sedicenne riuscì a farsi spedire in seminario a Roma per sfuggire a un futuro da barbiere. Il tempo di scoprire in sé l'amore per l'ingegneria idraulica che le truppe di Bonaparte occupavano l'Italia e lui era costretto a lasciare gli studi per imboscarsi. Lo ritroviamo a Parigi, venditore ambulante di immagini sacre, e poi a Londra, dove nel 1803 calcava le scene con il nome d'arte di "Sansone della Patagonia".
In breve divenne una piccola celebrità, sempre al fianco della moglie Sarah: un'irlandese minuta, secondo Charles Dickens, o una stangona di Bristol, secondo altre fonti. È con lei che nel maggio del 1815 un Belzoni trentasettenne, per nulla pago di avventure, sbarcava in Egitto con il sogno di contribuire all'ammodernamento dei sistemi d'irrigazione voluto da Ali Pasha. Non è chiaro fino a che punto il nostro fosse coinvolto nel grande gioco tra Francia e Inghilterra per il controllo dell'Alto Egitto. Fatto sta che in quegli anni il Paese pullulava di "diplomatici" e "osservatori" che un giorno si dedicavano a copiare un bassorilievo, un altro ad avvelenare un console. È improbabile che Belzoni sarebbe riuscito ad avvelenare chicchessia, ma dava l'idea di poter muovere le montagne.
Così, fallito l'abboccamento con Ali Pasha, gli inglesi gli propongono un'impresa impossibile, già tentata invano dai francesi: spostare dalla necropoli di Tebe l'immenso busto noto come Giovane Memnone, e imbarcarlo per Londra. Si trattava - oggi lo sappiamo - della parte superiore di una delle due statue di Ramses II, che in origine segnavano l'ingresso al suo tempio. Oggi si trova al British Museum grazie a Belzoni, che riuscì a trasportare quel colosso di sette tonnellate quasi senza mezzi, servendosi di operai pigri e dediti all'ammutinamento, a una temperatura che poteva raggiungere i 53 gradi. E con la febbre, per giunta. Era il primo di una serie di successi che avrebbero fatto la storia dell'egittologia.
Il suo segreto era una miscela di diplomazia, mazzette e minacce, a cui sommava un'energia illimitata e il talento puro dell'archeologo: Belzoni vedeva ciò che si cela allo sguardo. Fu il primo a capire che "la vallata all'ovest di Beban-Le-Maluk" era un enorme cimitero reale: oggi la chiamiamo Valle dei Re. Capì anche che le tombe sotterranee erano concatenate. Sondando il "terreno di ammassi di calcare e i letti dei torrenti seccati a caccia di irregolarità della superficie", come scrive nelle sue memorie, trovò il primo ingresso. E da lì, districandosi in un intreccio sotterraneo di sale, cunicoli e scalinate, tra "mummie disfatte e scene apocalittiche", trovò una tomba dietro l'altra: Ay, Ramses I, Seti I. Fu anche il primo a rintracciare l'ingresso di Abu Simbel, il complesso templare rupestre che Ramses II aveva fatto scolpire nella montagna in onore di se stesso e della regina Nefertari. Varcò una soglia che era stata oltrepassata dal solo faraone e dal capo sacerdote, tremila anni prima. Se iniziò per denaro, Belzoni proseguì per amore di conoscenza, dimostrando una precisione non comune per l'epoca.
Scoperte le rovine dell'antica città tolemaica di Berenice rilevò il sito e provò a datarlo in base ai dati del tempio lì rinvenuto. E altrettanto mestiere dimostrò scovando l'introvabile entrata della piramide di Chefren. La sua campagna d'Egitto durò quattro anni: nel 1819 tornò a stringersi nella marsina, pubblicò le sue memorie e fu accolto dai gentleman londinesi, che per un attimo dimenticarono il suo passato da teatrante. Ma quella vita non gli si addiceva più, e nel gennaio 1823 partì per l'ultima missione impossibile: trovare le sorgenti del fiume Niger. Il 23 dicembre moriva di dissenteria nella baia del Benin, solo e senza soldi. Fu sepolto sotto un grande albero, in un luogo che fu ben presto dimenticato.
Sul Venerdì del 27 aprile 2018
Prima ancora che ammirazione, Belzoni ispira un'irresistibile tenerezza. Era un sognatore alto due metri, dolcissimo, permaloso, forse omosessuale, oltre che "molto intelligente", secondo Sir Walter Scott. Sedicenne riuscì a farsi spedire in seminario a Roma per sfuggire a un futuro da barbiere. Il tempo di scoprire in sé l'amore per l'ingegneria idraulica che le truppe di Bonaparte occupavano l'Italia e lui era costretto a lasciare gli studi per imboscarsi. Lo ritroviamo a Parigi, venditore ambulante di immagini sacre, e poi a Londra, dove nel 1803 calcava le scene con il nome d'arte di "Sansone della Patagonia".
In breve divenne una piccola celebrità, sempre al fianco della moglie Sarah: un'irlandese minuta, secondo Charles Dickens, o una stangona di Bristol, secondo altre fonti. È con lei che nel maggio del 1815 un Belzoni trentasettenne, per nulla pago di avventure, sbarcava in Egitto con il sogno di contribuire all'ammodernamento dei sistemi d'irrigazione voluto da Ali Pasha. Non è chiaro fino a che punto il nostro fosse coinvolto nel grande gioco tra Francia e Inghilterra per il controllo dell'Alto Egitto. Fatto sta che in quegli anni il Paese pullulava di "diplomatici" e "osservatori" che un giorno si dedicavano a copiare un bassorilievo, un altro ad avvelenare un console. È improbabile che Belzoni sarebbe riuscito ad avvelenare chicchessia, ma dava l'idea di poter muovere le montagne.
Così, fallito l'abboccamento con Ali Pasha, gli inglesi gli propongono un'impresa impossibile, già tentata invano dai francesi: spostare dalla necropoli di Tebe l'immenso busto noto come Giovane Memnone, e imbarcarlo per Londra. Si trattava - oggi lo sappiamo - della parte superiore di una delle due statue di Ramses II, che in origine segnavano l'ingresso al suo tempio. Oggi si trova al British Museum grazie a Belzoni, che riuscì a trasportare quel colosso di sette tonnellate quasi senza mezzi, servendosi di operai pigri e dediti all'ammutinamento, a una temperatura che poteva raggiungere i 53 gradi. E con la febbre, per giunta. Era il primo di una serie di successi che avrebbero fatto la storia dell'egittologia.
Il suo segreto era una miscela di diplomazia, mazzette e minacce, a cui sommava un'energia illimitata e il talento puro dell'archeologo: Belzoni vedeva ciò che si cela allo sguardo. Fu il primo a capire che "la vallata all'ovest di Beban-Le-Maluk" era un enorme cimitero reale: oggi la chiamiamo Valle dei Re. Capì anche che le tombe sotterranee erano concatenate. Sondando il "terreno di ammassi di calcare e i letti dei torrenti seccati a caccia di irregolarità della superficie", come scrive nelle sue memorie, trovò il primo ingresso. E da lì, districandosi in un intreccio sotterraneo di sale, cunicoli e scalinate, tra "mummie disfatte e scene apocalittiche", trovò una tomba dietro l'altra: Ay, Ramses I, Seti I. Fu anche il primo a rintracciare l'ingresso di Abu Simbel, il complesso templare rupestre che Ramses II aveva fatto scolpire nella montagna in onore di se stesso e della regina Nefertari. Varcò una soglia che era stata oltrepassata dal solo faraone e dal capo sacerdote, tremila anni prima. Se iniziò per denaro, Belzoni proseguì per amore di conoscenza, dimostrando una precisione non comune per l'epoca.
Scoperte le rovine dell'antica città tolemaica di Berenice rilevò il sito e provò a datarlo in base ai dati del tempio lì rinvenuto. E altrettanto mestiere dimostrò scovando l'introvabile entrata della piramide di Chefren. La sua campagna d'Egitto durò quattro anni: nel 1819 tornò a stringersi nella marsina, pubblicò le sue memorie e fu accolto dai gentleman londinesi, che per un attimo dimenticarono il suo passato da teatrante. Ma quella vita non gli si addiceva più, e nel gennaio 1823 partì per l'ultima missione impossibile: trovare le sorgenti del fiume Niger. Il 23 dicembre moriva di dissenteria nella baia del Benin, solo e senza soldi. Fu sepolto sotto un grande albero, in un luogo che fu ben presto dimenticato.
Sul Venerdì del 27 aprile 2018