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Antonio Pizzinato, Franco Marini e Giorgio Benvenuto al Circo Massimo (Maurizio Camagna) 

Sindacati, quando l'Italia si faceva in tre

Antonio Pizzinato, Franco Marini e Giorgio Benvenuto. Protagonisti di lotte e divisioni, scale mobili e scioperi generali. Oggi che dalle concertazioni siamo passati ai concertoni (quello di San Giovanni è martedì) abbiamo organizzato per loro una reunion da rockstar
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ROMA. Se sommi le loro età vengono fuori 250 anni tondi tondi. Detto altrimenti, due secoli e mezzo. Che Dio li benedica. Adesso avanzano sotto il solicello romano di aprile come tre cowboy alla Sam Peckinpah: crepuscolari ma pugnaci. Con audacia - o sfrontatezza, decidete voi - continuano a definirsi rispettivamente: comunista, democristiano e socialista. Classe 1932, segretario Cgil tra i regni di Lama e Trentin, Antonio Pizzinato è l'unico del trio che in fabbrica ci ha lavorato davvero. Quindicenne entrò da apprendista tornitore alla "Borletti "punti perfetti"" sorride, "macchine da cucire". Mentre il coetaneo Franco Marini è lo zòon politikòn, l'animale politico, quello che meglio ha saputo destreggiarsi nel Palazzo dopo la lunga palestra in Cisl, che guidò dall'85 al '91. Cinque anni fa sfiorò la presidenza della Repubblica; prima era stato ministro, presidente del Senato, quasi…
ROMA. Se sommi le loro età vengono fuori 250 anni tondi tondi. Detto altrimenti, due secoli e mezzo. Che Dio li benedica. Adesso avanzano sotto il solicello romano di aprile come tre cowboy alla Sam Peckinpah: crepuscolari ma pugnaci. Con audacia - o sfrontatezza, decidete voi - continuano a definirsi rispettivamente: comunista, democristiano e socialista. Classe 1932, segretario Cgil tra i regni di Lama e Trentin, Antonio Pizzinato è l'unico del trio che in fabbrica ci ha lavorato davvero. Quindicenne entrò da apprendista tornitore alla "Borletti "punti perfetti"" sorride, "macchine da cucire". Mentre il coetaneo Franco Marini è lo zòon politikòn, l'animale politico, quello che meglio ha saputo destreggiarsi nel Palazzo dopo la lunga palestra in Cisl, che guidò dall'85 al '91. Cinque anni fa sfiorò la presidenza della Repubblica; prima era stato ministro, presidente del Senato, quasi premier alla caduta del secondo governo Prodi. Docente, tributarista acuminato, Giorgio Benvenuto è invece l'intellettuale del gruppo e tra i più longevi leader sindacali italiani: al timone della Uil per 16 anni, praticamente un papato. Dopo l'abdicazione di Bettino Craxi, inghiottito dal maelström Tangentopoli, accettò con un certo coraggio di mettersi al volante di un Psi sull'orlo della liquefazione. Ma tempo cento giorni gettò la spugna: "Per fare il politico non devi avere il pelo sullo stomaco, devi avere una montagna di pelo senza niente sotto. Io non c'ero tagliato. Altri sì" sogghigna ammiccando a Marini.

All'epoca del furibondo dibattito sulla scala mobile (tradotto per un millennial: l'adeguamento dei salari al costo della vita), los tres caballeros si azzuffarono di brutto, ma per poi ricompattarsi. Ora da pensionati seguitano a frequentarsi come vecchi compagni di scoutismo e senza bisogno di essersi ritrovati su Facebook. A ridosso del Primo Maggio li abbiamo rimessi intorno a un tavolo: non quello della trattativa, ma di una trattoria affacciata sul Circo Massimo. Se non altro perché, nel 2002, il Circo fu la location dell'ultima esibizione di forza del sindacato: i tre milioni (700 mila per la polizia) portati in piazza dalla Cgil di Sergio Cofferati a scudo dell'articolo 18, allora minacciato dal governo Berlusconi, ma in tempi più recenti accoppato dal centrosinistra sub specie renziana. E oggi, nell'evo del terziario digitale, delle delocalizzazioni à gogo, del precariato strutturale e delle migrazioni dantesche, che fine hanno fatto i sindacati? Che cosa hanno da dire i decani della "Triplice" alle anime morte dei call center, a un autista di Uber o a un rider portapizze (vedi reportage a pagina 22) pagato 3 euro a sgroppata?

Pizzinato è sceso giù da Sesto San Giovanni, dove vive, con una risma inquietante di appunti vergati a mano e custoditi nel borsello. Nei plumbei anni 50 il Pci lo spedì a studiare a Mosca per farsi i muscoli su "economia e società", e l'approccio è rimasto sistematico: cifre, confronti, prospettive. "Partiamo dal caso di Sesto che conosco bene ed è esemplare. Fino agli anni 70 era il quinto centro industriale italiano. L'ottanta per cento di oltre 50 mila lavoratori era impiegato in quattro aziende: Falck, Breda, Ercole Marelli, Magneti Marelli. Adesso all'80 per cento sono occupati in aziende con meno di 15 dipendenti. Il 90 per cento delle quali impiega fra una e tre persone. Eccovi poi i dati della Lombardia: su 890.130 aziende, solo 799 hanno più 250 dipendenti". Le - durissime - concentrazioni dell'industria tayloristico-fordista aggregavano la forza lavoro in condizioni che si prestavano a venir tradotte in contrattazioni collettive, "ma adesso" dice Pizzinato, "che assemblee vuoi organizzare in un posto come Sesto? Con chi? Nei consigli di fabbrica acchiappi sì e no un 10 per cento di operai".

Chiamatela frantumazione, atomizzazione, individualizzazione o come diavolo vi pare: povero e solo - molto solo - se ne va il lavoratore lungo il secolo 21. "Morti i sindacati? Diciamo feriti. Dagli anni Novanta si pedala in salita!" commenta Marini. Anzi strilla. A 85 anni è un po' duro d'orecchi e ci prega di rivolgergli le domande urlando. Ne scaturisce una notevole cagnara. "È da lì, dalla corsa tecnologica, che si inizia a perdere il contatto con il mondo del lavorooo!". Riguardando indietro, si accorgono di essere rimasti infognati fuori tempo massimo in lotte di retroguardia: "Tipo la guerra infinita sulla scala mobile" si inserisce Benvenuto. "Alla caduta del Muro pensammo che stesse cambiando soltanto un assetto politico, invece stava cambiando tutto". Aggiungeteci che, perduta l'aura ottocentesca da apostolo degli oppressi, il sindacalista iniziava a essere avvertito sempre di più come un burocrate, un segmento dell'establishment, un pezzo di casta: "Non buttiamo via il bambino con l'acqua sporca: negli anni delle grandi battaglie abbiamo commesso più peccati veniali che mortali. Però è vero, finita quella fase ci siamo barricati intellettualmente in una cittadella, ci siamo chiusi in difesa" ammette l'ex leader Uil. "Ma ormai non resta più nulla da "difendere". Se in questi tempi veloci ti limiti a fare catenaccio sulle tutele resti fermo e ti spegni, muori". La lotta di classe sarà pure evaporata da un bel pezzo, "ma guardate che nel mondo gli operai sono oggi più di due miliardi. All'85 per cento senza diritti. In un paesaggio del genere, quel 15 per cento che i diritti ce l'ha rischia di perderli, se rimane sulla difensiva. No, il neo-lavoro va valorizzato, bisogna entrarci, interpretarlo. Per rappresentarlo". Ecco: rappresentare. Questione rognosa. Nel 2018 quanto e chi rappresentano i sindacati in Italia?

Le cifre sui tesserati possono riuscire sorprendenti. Perché se nei conflittuali anni 80 gli iscritti erano otto milioni e mezzo, adesso sono più di 11. Ma per una buona metà inattivi. Ossia pensionati. Un peso numerico che rischia di condizionare in senso conservativo le strategie sindacali. E così i famosi giovani te li perdi per strada. "Con loro andrebbe riformulato il linguaggio. Quando gli parli di "autunno caldo" pensano agli scompensi climatici. Se dici "scala mobile" immaginano un centro commerciale. E i "cellulari della polizia" non sono le camionette ma i telefonini" scherza Benvenuto, ma nemmeno tanto.

Rendere attraente il sindacato? Una faticaccia. Però qualcuno dovrà pure sobbarcarsela. "Bisogna tornare all'abc: spiegare che tutelando se stessi si costruisce un sistema più giusto per tutti" scandisce Pizzinato. A ottant'anni e rotti ha ancora la silhouette ascetica che colpì Rossana Rossanda quando, nell'autunno milanese del '56, lo conobbe ragazzo con il "volto affamato di chi è stato bambino in città durante la guerra". "Senza contrattazione generale si torna agli accordi individuali, quindi esposti al ricatto" non si stanca di ribadire "il Pizzi", l'uomo che in Cgil si fece carico del periglioso dopo-Lama. Nel senso di Luciano, occhio, non del Dalai.

Quasi genuflessi scongiuriamo i patriarchi della "Triplice" di astenersi dal "sindacalese". Loro ce la mettono tutta, ma non sempre ci riescono. Appena si distraggono un attimo, l'antico demone torna a possederli. Per Pizzinato l'odierna Babele lavorativa va affrontata "accorpando i contratti nazionali e con due livelli di contrattazione: uno per grandi e medie aziende, l'altro - di distretto, territorio o comunale - per le medie e piccole". Poi scende nel dettaglio, e la cosa diventa un sudoku nel quale un po' ci si perde. Senz'altro più d'impatto l'immagine di un sindacato che, secondo lui, dovrebbe avere ormai orari da pronto soccorso aperto h24 o quasi: "Se non riesci più a trovare i lavoratori, a raggiungerli, devi fare di tutto affinché loro trovino te".

Giorgio Benvenuto è tutto fuorché un pessimista cosmico, ma sottolinea: "Inutile girarci intorno: nel mondo del lavoro viviamo un balzo all'indietro, siamo in piena regressione. Ai tempi di Di Vittorio c'era la piazza del paese dove i caporali andavano a scegliere le braccia da utilizzare nei campi, oggi quella piazza è lo spazio digitale". Una dimensione bifronte: "dentro ci trovi la protesta come il neo-sfruttamento". Non solo. La foga concorrenziale corrode vincoli, anche generazionali: "Nel tuo coetaneo non vedi più un compagno, ma un rivale. Va capito che senza sindacato diventi irrilevante, non esisti più come lavoratore, come cittadino. Adesso ci rendiamo conto di quanto l'indebolimento dei "corpi intermedi" - organizzazioni di rappresentanza, associazioni imprenditoriali, movimenti, volontariato... - abbia spianato la strada alla protesta dei cosiddetti populismi" dice l'ex Mister Uil. È stato forse il leader più contestato del sindacalismo italiano. Sul palco grandinavano bulloni, biglie d'acciaio, di tutto... Paura? "Dei lavoratori no. Casomai dei padroni". Eppure negli anni del terrorismo c'era pochissimo da scherzare. "A Sesto, in quella notte di fuoco del '76, il brigatista Walter Alasia fu ucciso dagli agenti a trecento metri da casa mia. Aveva appena ammazzato un commissario e un maresciallo i quali, tra l'altro, stavano tentando di creare un sindacato di polizia" ricorda Pizzinato. Che all'epoca affrontava le assemblee in fabbrica avvertendo: "Guardate che chi spara è qui tra noi in questo momento".

Il racconto che Franco Marini fa della gambizzazione (1983) del giurista Gino Giugni, artefice dello Statuto dei lavoratori, è puro western: "Erano le tre del pomeriggio, stavo rientrando alla Cisl in via Po quando sento spari, urla. Volto l'angolo e vedo un motorino che scappa. Giugni è aggrappato a un muro con una gamba che sanguina. La annodai con una cintura dei pantaloni. In ambulanza lui non si lamentava, non diceva niente, mi stringeva la mano e mi guardava fisso. Per fortuna la femorale non era stata colpita".
Nei giorni del sequestro Moro, Benvenuto si smarcò dal dominus Craxi aderendo alla linea della fermezza. Di Bettino traccia oggi un bilancio in chiaroscuro. "La Uil godeva di una certa autonomia, il Partito era molto più invadente con i compagni socialisti della Cgil". La politica, invece, è un'altra storia. Anche se si trova solo in biblioteca o all'usato su Amazon, andatevi a leggere il crudo Via del Corso, libro nel quale svelava i retroscena dei cento giorni da segretario di un Psi allo sbando. Tradimenti, doppiezze, congiurette da fine impero. E tutte le bizzarrie che l'assolutismo craxiano s'era lasciato dietro. Nel quartier generale del partito, per esempio, i poliziotti addetti alla sicurezza non avevano diritto di minzione. Quando gli scappava, dovevano andare a farla in commissariato. Così. Per oscuro decreto superiore.

Analoga repressione fisiologica subivano gli operai italiani negli anni 50, allorché il giovane Pizzinato entrò in fabbrica. "Assentarsi dalle macchine per far pipì non si poteva. In seguito si ottenne il diritto alle pause. Ma siccome i bisogni non vengono a comando, serviva a poco". Si rese necessaria un'altra conquista, quella delle sostituzioni. Erano tempi di gerarchie rigide, sacrali. Un giorno a una riunione del comitato federale del Pci, Pizzinato chiede al gran mandarino Pietro Secchia: "Compagno, ci puoi spiegare il rapporto Krusciov sullo stalinismo?". La risposta del dirigente sembra scippata a Confucio: "Anche il più grande degli scienziati può non sapere rispondere alle domande di uno sciocco".

A Pizzinato/Marini/Benvenuto sottoponiamo alcune foto d'antan che li ritraggono a braccetto durante i cortei. Però il decennio degli Ottanta fu asperrimo. Con la marcia dei quarantamila ("ma erano molti di meno" corregge Pizzinato), gli impiegati e quadri della Fiat che spezzarono il più drammatico degli scioperi, cominciò l'eclisse del sindacato. E nello scontro sulla contingenza, la Trimurti si sgretolò. Ora, salvo sfumature, tutti e tre concordano nel rileggere quell'implosione a contropelo: "Non crediate: sulla scala mobile Lama era pronto all'accordo". E "se Berlinguer non fosse morto avrebbe evitato il referendum" che il Pci perse.  "Non era un avventurista Berlinguer". Siamo alla metafisica dei "se". Ma oggi i tre su che cosa si scornano? Come si posizionano davanti a una politica che al sumo delle vecchie trattative preferisce le elargizioni dall'alto, si tratti dei bonus da 80 euro o delle promesse sul reddito di cittadinanza? Pizzinato: "Dare soldi alla gente è un modo come un altro per emarginare il sindacato". Benvenuto: "Senza una seria visione fiscale e di crescita sono solo pannicelli caldi". Invece Marini frena: "Strada maestra resta quella della contrattazione. Ma caduto l'articolo 18 che si deve fare? Penso che occorra approfondire e vedere gli effetti del Jobs Act, capire se può allargare la tenuta dell'occupazione stabile".

Franco Marini tuona, sussulta, rumoreggia, fa battute. Lo chiamano "il lupo marsicano" e infatti ha sovente il sorriso a mezza bocca di quel nobilissimo animale. Benché il suo maestro Carlo Donat-Cattin lo definisse "uno che uccide col silenziatore", è un signore di convivialità sanguigna e in certo modo travolgente. Ma, cresciuto alla scuola della casuistica Dc, è pure un abruzzese furbissimo e con elementi di mistero. Per dire: spesso, anche stavolta, tiene in mano una pipa. O un sigaro. Però qualcuno sostiene che non li abbia mai fumati in vita sua. Ammesso sia vero, che obiettivo avrebbe la strategia del tabagismo simulato? Enigma. E ancora: Marini ripete di sentirci poco. Durante questa reunion tra veterani se ne è lamentato di continuo: "Parlate forte, c'ho un problema di catarro... fa tappo nelle orecchie... maledetta primavera... Appena finisce l'intervista corro al pronto intervento Amplifon". Ma secondo i maligni, la sua sarebbe "sordità selettiva", cioè quella di chi sente soltanto quanto gli va di sentire. Calunnie, di sicuro calunnie. Se non proprio distopia, è comunque avvincente fantasticare e immaginarsi il "marsicano" al Quirinale. Specie in questi giorni di passioni politicamente tristi. Nel 2013, allo scrutinio d'esordio, Marini prese più voti di chiunque altro mai tra i non eletti: 521. Ma poi come incassò il flop? "A gente come me una cosa così gli dura massimo mezz'ora" assicura con ghigno lupesco. Oltretutto è stato ufficiale negli alpini.

Uscendo dalla trattoria, Benvenuto ricorda un motto di Lama: "Se negoziando l'industriale ti dice: "ma in cambio voglio andare a letto con tua moglie", rispondi sempre e comunque: "discutiamone". Un paradosso". Però, che volete, era la trattativa. Non come scienza. Come arte. Antica, forse rinascimentale, di certo italianissima.

Scendiamo nel catino del Circo Massimo per la foto conclusiva alla Triplice. Un alto momento. Mentre il fotografo Maurizio Camagna allestisce il set, tedeschi in ciabatte color legno chiedono in inglese: "Che è? Un film?". No, no, tranquilli, tra un po' si va via. Ma appena i tre si piazzano in posa sottobraccio, un tipo dall'accento che meno nordico è difficile, s'avvicina e chiede: "Marini, Benvenuto e Pizzinotto?".

"Veramente sarebbe "Pizzinato"..."

"E vabbè. Miticiiii!".

(Sul Venerdì del 27 aprile 2015)