Edi Rama: «Albanesi, sbarchiamo in Europa»
Raffaele Oriani , di RAFFAELE ORIANIDa sindaco ha risollevato Tirana. E da premier vuole portare il Paese nell'Ue. È pittore e ora pure scrittore. Ma è vero che il potere l'ha corrotto? Siamo andati a chiederglielo
TIRANA. Al Consiglio europeo del prossimo 28 giugno i leader dell'Unione saranno chiamati a decidere se l'Albania può avviare i sospiratissimi negoziati di adesione. Questo perché la Commissione di Bruxelles ha appena dato luce verde in settori chiave quali la riforma della giustizia, la lotta alla corruzione e lo sviluppo dell'economia di mercato. Per l'Albania è una buona notizia, ma per gli albanesi non è l'unica: un giovane talento musicale albanese, Ermal Meta, ha da poco vinto il festival di Sanremo; un altrettanto giovane talento letterario, Elvis Malaj, è candidato allo Strega; 30 mila imprenditori albanesi versano le loro tasse all'erario italiano, e 20 mila italiani hanno scelto di vivere sull'altra sponda dell'Adriatico. Quasi trent'anni fa sembravano creature di un altro mondo, ora si capisce che era il nostro sguardo pigro a non riconoscere le nostre stesse facce, con una fame e una voglia diverse.
Co…
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TIRANA. Al Consiglio europeo del prossimo 28 giugno i leader dell'Unione saranno chiamati a decidere se l'Albania può avviare i sospiratissimi negoziati di adesione. Questo perché la Commissione di Bruxelles ha appena dato luce verde in settori chiave quali la riforma della giustizia, la lotta alla corruzione e lo sviluppo dell'economia di mercato. Per l'Albania è una buona notizia, ma per gli albanesi non è l'unica: un giovane talento musicale albanese, Ermal Meta, ha da poco vinto il festival di Sanremo; un altrettanto giovane talento letterario, Elvis Malaj, è candidato allo Strega; 30 mila imprenditori albanesi versano le loro tasse all'erario italiano, e 20 mila italiani hanno scelto di vivere sull'altra sponda dell'Adriatico. Quasi trent'anni fa sembravano creature di un altro mondo, ora si capisce che era il nostro sguardo pigro a non riconoscere le nostre stesse facce, con una fame e una voglia diverse.
Come ha scritto Albana Shala, dirigente dell'Unesco, "noi albanesi non siamo mai stati più liberi, più preparati, più emancipati di oggi". Pochi popoli sono partiti da tanto lontano, pochi hanno fatto tanta strada: a guidare il gruppo dei connazionali è da molti anni Edi Rama, colossale primo ministro che sfiora i due metri di altezza e i vent'anni di militanza politica. Era un artista, aveva una borsa di studio alla Cité internationale des arts di Parigi, ma a fine anni Novanta decise di rientrare in patria. Nel 2000 diventa sindaco di Tirana. In quegli anni il municipio della capitale albanese non ha soldi, non ha potere, non ha quasi senso. Ma il giovane sindaco socialista decide di provarci lo stesso. Per far capire che il vento è cambiato lancia una raffica di colori sul grigiore della città.
"Sfruttammo un progetto europeo di risanamento urbano" ci dice nell'italiano impeccabile con cui ha sempre parlato con la nonna di origini veneziane. "E così feci fotografare le facciate di Via Durazzo e assegnai a ogni elemento architettonico un pantone diverso". Non per nulla era ancora fresco di Cité des arts: "Quando cominciammo a stendere il primo arancione sulla prima facciata, il funzionario francese responsabile del progetto bloccò tutto dicendo che i soldi dei contribuenti europei non andavano spesi per simili buffonate". Il funzionario sbraita, gli operai posano i pennelloni, il traffico si blocca, arriva il sindaco: "Gli replicai che quella si chiamava censura, e che da ex comunisti noi albanesi la conoscevamo bene". Il burocrate insiste che quell'arancione così acceso non rientra negli standard europei.
Con la sua risposta, il sindaco avvia la rincorsa che passa dal Consiglio europeo del 28 giugno: "Si guardi intorno, vede una sola cosa che corrisponde a un qualsiasi standard europeo?". Fu così che le case si accesero di colori, i colori richiamarono curiosi, i negozianti fecero buoni affari, il Comune incassò più tasse, il sindaco acquisì popolarità, la popolarità si tradusse in potere e col potere furono smantellati centinaia di chioschi illegali, ripavimentate decine di strade, addirittura riscaldate un paio di scuole: "Dalla caduta del comunismo ci si era abituati a contrastare i rigori invernali con il sovraffollamento delle classi". Quell'atto di trasgressione cromatica provocò una slavina di trasformazioni che rotola ancora: dopo gli anni cupi della dittatura comunista e gli anni folli dell'anarchia capitalista, la capitale albanese oggi sembra godersi una sua semplice, quasi borghese gioia di vivere.
All'avventura da sindaco di Tirana, l'attuale premier, in carica dal 2013, ha dedicato Kurban / Il sacrificio (Rubbettino, pp. 278, euro 16), un libro furioso, violento, eccessivo, scritto con passione per il proprio lavoro e rancore per chi si mette di mezzo. La sua medaglia è aver creduto nella città quando "nessuno pensava che un giorno avrebbe potuto vedere una Tirana diversa"; il suo spauracchio è il conservatore Sali Berisha, padre padrone dell'Albania prima della sua discesa in campo. È un libro straordinario e insopportabile, con picchi quasi shakespeariani e impuntature decisamente infantili. Edi Rama dice, e quasi urla, che il potere non l'ha cambiato, anche se "non è possibile non sbagliare mai quando si affronta il cambiamento accompagnati sempre dall'ignoto". Lo incontriamo nel suo ufficio da primo ministro che mixa documenti, pennarelli, palloni da basket, forme austere e tinte sgargianti. In un passo fulminante del libro l'autore si immedesima nel suo antagonista, e a Sali Berisha che ha appena represso nel sangue una protesta di piazza fa dire: "Io sono quello che vi ammazza in mezzo al boulevard e vi dico: venite di nuovo se volete, sono io il popolo".
In tanti pensano che, con i colori delle facciate ormai sbiaditi da tempo, Edi Rama assomigli sempre più al suo predecessore. Tra i tanti, lo scrittore Fatos Lubonja, che passò 17 anni nelle carceri del dittatore Enver Hoxha: "Era un fratello, ma quello che pensa di me ha smesso di farmi male da tempo" dice Rama con un filo teso di voce. "Lui è rimasto un intellettuale, io ho scelto di peccare diventando un politico". Tutto qua.
A ottobre il parlamento albanese nega l'autorizzazione all'arresto dell'ex ministro degli Interni, fedelissimo di Rama, che secondo la procura di Catania sarebbe coinvolto in un traffico di droga tra Italia e Albania. All'uscita dalla seduta il premier inveisce contro i giornalisti che gliene chiedono conto: un brutto spettacolo. Pensa anche lei di essere il popolo? "Si sbaglia" risponde senza scomporsi. "Non occupo questa poltrona per farmi consumare dal potere ma per consumarlo a vantaggio del mio Paese".
L'Albania è ancora un Paese arretrato, dove il 40 per cento dei lavoratori fatica nei campi, il tasso di disoccupazione supera il 13 per cento e davanti all'ambasciata tedesca c'è sempre la fila di laureati in partenza. "Anche quest'anno la nostra economia crescerà del 4 per cento" puntualizza. "Ma ai miei ministri lo dico sempre: la gente non mangia statistiche, quindi lavorate sodo e non vantatevi di nulla". Forse avrebbe potuto dirlo anche al suo amico Matteo Renzi, ma sui suoi rapporti italiani preferisce glissare con ironia: "Credo di essere rimasto l'ultimo amico comune di Renzi e D'Alema".
Conosce il potere, Edi Rama: lo scrittore mette in guardia da "chiunque non sa che altro farne tranne che vivere di esso", il politico lo ha usato per cavalcare "un tempo che non ti concede tempo". Si tratta di fare le cose, una a una: "Fino al 2014 in Albania il 52 per cento dell'energia elettrica andava dispersa o rubata, oggi siamo al 24 per cento". Oppure la proverbiale corruzione della pubblica amministrazione: "È appena partita una verifica dello stato patrimoniale di tutti i magistrati e ufficiali di polizia: chi non potrà giustificare i propri beni sarà licenziato".
Edi Rama politico recita con convinzione la sua parte, Edi Rama scrittore sa che il contesto è difficile e nemmeno lui "ha potuto costituire una piena eccezione". Vorremmo punti fermi, troviamo punti interrogativi. L'unica certezza è che se fosse rimasto a Parigi oggi l'Albania sarebbe più lontana dall'Europa. E che un sindaco come lui farebbe bene in tante città italiane: "Quando leggo delle buche di Roma non capisco il problema: ma perché non le coprono?".
Sul Venerdì del 4 maggio 2018
Come ha scritto Albana Shala, dirigente dell'Unesco, "noi albanesi non siamo mai stati più liberi, più preparati, più emancipati di oggi". Pochi popoli sono partiti da tanto lontano, pochi hanno fatto tanta strada: a guidare il gruppo dei connazionali è da molti anni Edi Rama, colossale primo ministro che sfiora i due metri di altezza e i vent'anni di militanza politica. Era un artista, aveva una borsa di studio alla Cité internationale des arts di Parigi, ma a fine anni Novanta decise di rientrare in patria. Nel 2000 diventa sindaco di Tirana. In quegli anni il municipio della capitale albanese non ha soldi, non ha potere, non ha quasi senso. Ma il giovane sindaco socialista decide di provarci lo stesso. Per far capire che il vento è cambiato lancia una raffica di colori sul grigiore della città.
"Sfruttammo un progetto europeo di risanamento urbano" ci dice nell'italiano impeccabile con cui ha sempre parlato con la nonna di origini veneziane. "E così feci fotografare le facciate di Via Durazzo e assegnai a ogni elemento architettonico un pantone diverso". Non per nulla era ancora fresco di Cité des arts: "Quando cominciammo a stendere il primo arancione sulla prima facciata, il funzionario francese responsabile del progetto bloccò tutto dicendo che i soldi dei contribuenti europei non andavano spesi per simili buffonate". Il funzionario sbraita, gli operai posano i pennelloni, il traffico si blocca, arriva il sindaco: "Gli replicai che quella si chiamava censura, e che da ex comunisti noi albanesi la conoscevamo bene". Il burocrate insiste che quell'arancione così acceso non rientra negli standard europei.
Con la sua risposta, il sindaco avvia la rincorsa che passa dal Consiglio europeo del 28 giugno: "Si guardi intorno, vede una sola cosa che corrisponde a un qualsiasi standard europeo?". Fu così che le case si accesero di colori, i colori richiamarono curiosi, i negozianti fecero buoni affari, il Comune incassò più tasse, il sindaco acquisì popolarità, la popolarità si tradusse in potere e col potere furono smantellati centinaia di chioschi illegali, ripavimentate decine di strade, addirittura riscaldate un paio di scuole: "Dalla caduta del comunismo ci si era abituati a contrastare i rigori invernali con il sovraffollamento delle classi". Quell'atto di trasgressione cromatica provocò una slavina di trasformazioni che rotola ancora: dopo gli anni cupi della dittatura comunista e gli anni folli dell'anarchia capitalista, la capitale albanese oggi sembra godersi una sua semplice, quasi borghese gioia di vivere.
All'avventura da sindaco di Tirana, l'attuale premier, in carica dal 2013, ha dedicato Kurban / Il sacrificio (Rubbettino, pp. 278, euro 16), un libro furioso, violento, eccessivo, scritto con passione per il proprio lavoro e rancore per chi si mette di mezzo. La sua medaglia è aver creduto nella città quando "nessuno pensava che un giorno avrebbe potuto vedere una Tirana diversa"; il suo spauracchio è il conservatore Sali Berisha, padre padrone dell'Albania prima della sua discesa in campo. È un libro straordinario e insopportabile, con picchi quasi shakespeariani e impuntature decisamente infantili. Edi Rama dice, e quasi urla, che il potere non l'ha cambiato, anche se "non è possibile non sbagliare mai quando si affronta il cambiamento accompagnati sempre dall'ignoto". Lo incontriamo nel suo ufficio da primo ministro che mixa documenti, pennarelli, palloni da basket, forme austere e tinte sgargianti. In un passo fulminante del libro l'autore si immedesima nel suo antagonista, e a Sali Berisha che ha appena represso nel sangue una protesta di piazza fa dire: "Io sono quello che vi ammazza in mezzo al boulevard e vi dico: venite di nuovo se volete, sono io il popolo".
In tanti pensano che, con i colori delle facciate ormai sbiaditi da tempo, Edi Rama assomigli sempre più al suo predecessore. Tra i tanti, lo scrittore Fatos Lubonja, che passò 17 anni nelle carceri del dittatore Enver Hoxha: "Era un fratello, ma quello che pensa di me ha smesso di farmi male da tempo" dice Rama con un filo teso di voce. "Lui è rimasto un intellettuale, io ho scelto di peccare diventando un politico". Tutto qua.
A ottobre il parlamento albanese nega l'autorizzazione all'arresto dell'ex ministro degli Interni, fedelissimo di Rama, che secondo la procura di Catania sarebbe coinvolto in un traffico di droga tra Italia e Albania. All'uscita dalla seduta il premier inveisce contro i giornalisti che gliene chiedono conto: un brutto spettacolo. Pensa anche lei di essere il popolo? "Si sbaglia" risponde senza scomporsi. "Non occupo questa poltrona per farmi consumare dal potere ma per consumarlo a vantaggio del mio Paese".
L'Albania è ancora un Paese arretrato, dove il 40 per cento dei lavoratori fatica nei campi, il tasso di disoccupazione supera il 13 per cento e davanti all'ambasciata tedesca c'è sempre la fila di laureati in partenza. "Anche quest'anno la nostra economia crescerà del 4 per cento" puntualizza. "Ma ai miei ministri lo dico sempre: la gente non mangia statistiche, quindi lavorate sodo e non vantatevi di nulla". Forse avrebbe potuto dirlo anche al suo amico Matteo Renzi, ma sui suoi rapporti italiani preferisce glissare con ironia: "Credo di essere rimasto l'ultimo amico comune di Renzi e D'Alema".
Conosce il potere, Edi Rama: lo scrittore mette in guardia da "chiunque non sa che altro farne tranne che vivere di esso", il politico lo ha usato per cavalcare "un tempo che non ti concede tempo". Si tratta di fare le cose, una a una: "Fino al 2014 in Albania il 52 per cento dell'energia elettrica andava dispersa o rubata, oggi siamo al 24 per cento". Oppure la proverbiale corruzione della pubblica amministrazione: "È appena partita una verifica dello stato patrimoniale di tutti i magistrati e ufficiali di polizia: chi non potrà giustificare i propri beni sarà licenziato".
Edi Rama politico recita con convinzione la sua parte, Edi Rama scrittore sa che il contesto è difficile e nemmeno lui "ha potuto costituire una piena eccezione". Vorremmo punti fermi, troviamo punti interrogativi. L'unica certezza è che se fosse rimasto a Parigi oggi l'Albania sarebbe più lontana dall'Europa. E che un sindaco come lui farebbe bene in tante città italiane: "Quando leggo delle buche di Roma non capisco il problema: ma perché non le coprono?".
Sul Venerdì del 4 maggio 2018