Il nazismo alla Grandes
Bruno Arpaia , di BRUNO ARPAIAEsce il quarto romanzo della serie che da più di dieci anni la scrittrice sta dedicando alla tragica storia della Spagna. «Per un narratore» dice «è una miniera d’oro»
E quattro. Almudena Grandes è arrivata al quarto libro del suo ambiziosissimo progetto narrativo, iniziato nel 2010 e composto da sei romanzi indipendenti, accomunati dallo stesso spirito e da un sottotitolo: Episodi di una guerra interminabile. Quel sottotitolo contiene una duplice allusione: a Benito Pérez Galdós che, a cavallo tra Ottocento e Novecento, raccontò molta parte della storia di Spagna attraverso i suoi Episodi nazionali; e a una guerra civile che, secondo l'autrice, non finì davvero nel 1939, ma proseguì per lunghi anni, con episodi apparentemente minori, eppure fondamentali e significativi per la resistenza antifranchista, in "un esercizio permanente di rabbia e di coraggio nel contesto di una repressione feroce".
Così, dopo Inés e l'allegria, Il ragazzo che leggeva Verne e I tre matrimoni di Manolita, con I pazienti del dottor García, tradotto per Guanda da Roberta Bovaia, Grandes …
Così, dopo Inés e l'allegria, Il ragazzo che leggeva Verne e I tre matrimoni di Manolita, con I pazienti del dottor García, tradotto per Guanda da Roberta Bovaia, Grandes …
E quattro. Almudena Grandes è arrivata al quarto libro del suo ambiziosissimo progetto narrativo, iniziato nel 2010 e composto da sei romanzi indipendenti, accomunati dallo stesso spirito e da un sottotitolo: Episodi di una guerra interminabile. Quel sottotitolo contiene una duplice allusione: a Benito Pérez Galdós che, a cavallo tra Ottocento e Novecento, raccontò molta parte della storia di Spagna attraverso i suoi Episodi nazionali; e a una guerra civile che, secondo l'autrice, non finì davvero nel 1939, ma proseguì per lunghi anni, con episodi apparentemente minori, eppure fondamentali e significativi per la resistenza antifranchista, in "un esercizio permanente di rabbia e di coraggio nel contesto di una repressione feroce".
Così, dopo Inés e l'allegria, Il ragazzo che leggeva Verne e I tre matrimoni di Manolita, con I pazienti del dottor García, tradotto per Guanda da Roberta Bovaia, Grandes ci fa viaggiare dalla Madrid assediata dopo il golpe di Franco alla dittatura argentina del 1976, passando dai massacri nazisti in Estonia, dalla Berlino assediata dai russi, da Washington e da Londra o dalla sede della Società delle Nazioni a Ginevra. L'autrice madrilena ci ha da sempre abituati a impegnativi affreschi, a libri che contengono un intero mondo, ma stavolta si può forse dire che si tratta del suo romanzo più appassionante, complesso e internazionale, con centinaia di personaggi di finzione che interagiscono con quelli reali, in uno scenario in cui la Grande Storia entra a capofitto nelle vite individuali dei protagonisti.
Il libro infatti si apre nella Madrid repubblicana, dove ben presto, con la vittoria dei franchisti, il dottor Guillermo García Medina, il "medico dei rossi" che presta soccorso ai combattenti repubblicani praticando, sotto la guida di Norman Bethune, le prime trasfusioni di sangue, si troverà in pericolo di vita. Sopravvivrà grazie a una falsa identità, regalatagli da uno dei suoi pazienti, il diplomatico Manuel Arroyo Benítez, di cui è diventato grande amico.
Nella grigia Madrid del dopoguerra, Guillermo crede che non lo rivedrà mai più, però nel settembre del 1946 Manuel torna dall'esilio per una missione segreta e pericolosa affidatagli dall'ex capo del governo repubblicano, Juan Negrín, per la quale recluterà anche l'amico: infiltrarsi sotto falso nome nella rete di protezione dei criminali di guerra che ha il suo centro operativo proprio a Madrid. Lo scopo è rivelare al mondo la complicità di Franco con i criminali nazisti e fare finalmente in modo che i vincitori della Seconda guerra mondiale restaurino la democrazia nella penisola. A capo di quella rete, che operò davvero, c'era un personaggio reale, Clara Stauffer, una donna spagnola allevata in Germania, nazista e falangista, dalla personalità complessa e singolare. Proprio da lei è partita Almudena Grandes per intrecciare i fili del suo romanzo.
"L'ho incontrata per la prima volta nel 2006, leggendo un libro sui nazisti in Spagna" dice la scrittrice. "È un personaggio che è un regalo per un narratore, per gli eventi di cui fu protagonista, ma anche per il suo carattere. Una donna per nulla facile da definire, intelligente, affascinante, come dicono tutti quelli che la conobbero, che ebbe successo in tutti i campi, dallo sci al nuoto, come intermediaria tra Franco e il nazismo, e, ovviamente, nella grande rete di protezione che costruì. Salvò circa un migliaio di criminali, facendoli espatriare in Argentina. A quanto pare, fu solo sfortunata in amore. Se non avesse lavorato per il Male, la sua abnegazione, la sua dedizione, la sua generosità, il rapporto quasi materno che aveva con i rifugiati del Terzo Reich l'avrebbero trasformata in un'eroina. Questa ambiguità morale, unita alle sue virtù, la rende un grande personaggio romanzesco".
Come tutti i suoi libri, anche questo romanzo rivela una documentazione impressionante. Sono più di dieci anni che lei si è immersa in quel periodo, che "vive" in quegli anni...
"E quando finirò di scrivere il sesto libro del mio progetto starò malissimo... Perché, anche se quando l'ho annunciato la gente mi guardava come se fossi impazzita, io l'ho avvertito sempre come un privilegio, un'enorme fortuna. Ho deciso di imbarcarmi in questa avventura quando mi sono resa conto che noi spagnoli viviamo sopra una miniera d'oro: le storie che racconto, che agli spagnoli attuali sembrano incredibili, sono là, nel sottosuolo, e grattando un po' ne affiorano un'infinità, piene di buoni e di cattivi, di sacrifici, anche di ingenuità... D'altra parte, a me piace moltissimo documentarmi. Non chiedo aiuti, come fanno alcuni colleghi, perché amo scavare nella storia e perché il mio sguardo da narratrice è diverso da quello di chiunque altro. Soltanto io posso cogliere dettagli che mi saranno utili nella narrazione".
E questo lavoro l'ha convinta che la Spagna sia stata una vittima della Guerra Fredda, che il fallimento dei suoi personaggi sia il fallimento di un intero Paese...
"In questo romanzo il fallimento è più esplicito, perché i miei personaggi puntano molto in alto, perché il loro progetto di infiltrarsi nella rete Stauffer è l'ultima cartuccia che possono sparare. E tuttavia falliscono, sebbene fosse evidente a tutti che Franco stava dando rifugio ai criminali di guerra nazisti. Anche gli Alleati lo sapevano benissimo, tant'è vero che Clara Stauffer era nella lista dei 104 nazisti reclamati dalle autorità alleate. Eppure fanno finta di nulla. Il risultato è che i nazisti hanno perso la guerra, ma hanno vinto il dopoguerra: dopo i processi di Norimberga, convinsero gli Alleati che avevano sbagliato nemico, che il vero nemico era Stalin. E alla fine gli Alleati preferirono Franco ai democratici spagnoli, che invece per anni cercarono di fare in modo che le potenze vincitrici rovesciassero il franchismo. Perché sapevano benissimo che da soli non avrebbero potuto abbattere la dittatura: nessuna dittatura del XX secolo è mai stata rovesciata senza un aiuto esterno. Ma, come avevano fatto durante la Guerra civile, gli Alleati non intervennero e, anzi, puntarono su Franco come una pedina anticomunista nella Guerra Fredda".
La lunga estensione temporale del romanzo ci fa vivere prima la speranza dei personaggi, poi il loro fallimento. Che però è un fallimento annunciato...
"Quando ho cominciato a scivere questa serie, sapevo di avere un problema: sei romanzi senza un happy end, sei cronache di un fallimento che il lettore conosce evidentemente in anticipo, prima di cominciare a leggere. Allora ho deciso di tentare di regalare un po' di felicità ai miei personaggi, almeno sul piano personale: tutti, o quasi tutti, sopravvivono al dittatore, riescono a metter su una famiglia. Era la grande aspirazione di molti, per sopravvivere, attraverso i figli, anche dopo la morte, per trasmettere i propri ideali sconfitti...".
I due personaggi principali del libro sono un medico e un diplomatico repubblicano.
"Attraverso di loro ho voluto ridare il giusto ruolo alla borghesia repubblicana, che invece sembra essere stata quasi sterminata nella narrazione di quegli anni, nei film e nei romanzi che ne parlano. È una cosa gravissima e ingiusta, perché è stata la classe sociale che ha dato vita alla Seconda Repubblica. Senza giudici, professori e intellettuali repubblicani di così alto livello o senza la Institución Libre de Enseñanza non ci sarebbe stata la Costituzione del 1931. La loro cancellazione dalla Storia supporta, forse senza volerlo, le ragioni dei golpisti, perché adesso predomina la versione secondo cui i repubblicani erano dei decerebrati radicali, povera gente ignorante, ingannata e manipolata... È per questo che ho voluto raccontare la loro storia".
Un altro tema del libro è quello dell'identità: i due protagonisti e un altro personaggio cambiano spesso nome...
"È, in effetti, la storia di tre impostori. All'inizio del romanzo Guillermo García Medina ha una vocazione, una professione, un buon posto di lavoro, una casa, un progetto di vita, e il prezzo per sopravvivere è rinunciare a tutto questo. Non cambia soltanto nome, cambia radicalmente vita. È un sopravvissuto. Anche Manuel Arroyo cambia identità in continuazione per sopravvivere. È di nuovo un romanzo di sopravvissuti, che sono sempre i miei personaggi preferiti, perché credo che l'impresa più ammirevole ed emozionante per un essere umano sia sopravvivere. In questo caso, la sopravvivenza è associata a un'impostura che può salvarti la vita o condannarti a morte".
Lei non è di quei romanzieri che dicono di essere neutrali rispetto agli eventi che raccontano.
"No, io prendo posizione. Penso che la neutralità non faccia parte degli attributi di un romanziere. Ma, a parte questo, credo che in linea di principio l'oggettività sia un concetto abbastanza chimerico. Non si può chiedere a nessuno di rinunciare alle proprie idee quando guarda la realtà. E del resto, la norma della storia è la verità, mentre quella del romanzo è la verosimiglianza. Un romanziere non è un semplice notaio della realtà".
Sul Venerdì del 4 maggio 2018
Così, dopo Inés e l'allegria, Il ragazzo che leggeva Verne e I tre matrimoni di Manolita, con I pazienti del dottor García, tradotto per Guanda da Roberta Bovaia, Grandes ci fa viaggiare dalla Madrid assediata dopo il golpe di Franco alla dittatura argentina del 1976, passando dai massacri nazisti in Estonia, dalla Berlino assediata dai russi, da Washington e da Londra o dalla sede della Società delle Nazioni a Ginevra. L'autrice madrilena ci ha da sempre abituati a impegnativi affreschi, a libri che contengono un intero mondo, ma stavolta si può forse dire che si tratta del suo romanzo più appassionante, complesso e internazionale, con centinaia di personaggi di finzione che interagiscono con quelli reali, in uno scenario in cui la Grande Storia entra a capofitto nelle vite individuali dei protagonisti.
Il libro infatti si apre nella Madrid repubblicana, dove ben presto, con la vittoria dei franchisti, il dottor Guillermo García Medina, il "medico dei rossi" che presta soccorso ai combattenti repubblicani praticando, sotto la guida di Norman Bethune, le prime trasfusioni di sangue, si troverà in pericolo di vita. Sopravvivrà grazie a una falsa identità, regalatagli da uno dei suoi pazienti, il diplomatico Manuel Arroyo Benítez, di cui è diventato grande amico.
Nella grigia Madrid del dopoguerra, Guillermo crede che non lo rivedrà mai più, però nel settembre del 1946 Manuel torna dall'esilio per una missione segreta e pericolosa affidatagli dall'ex capo del governo repubblicano, Juan Negrín, per la quale recluterà anche l'amico: infiltrarsi sotto falso nome nella rete di protezione dei criminali di guerra che ha il suo centro operativo proprio a Madrid. Lo scopo è rivelare al mondo la complicità di Franco con i criminali nazisti e fare finalmente in modo che i vincitori della Seconda guerra mondiale restaurino la democrazia nella penisola. A capo di quella rete, che operò davvero, c'era un personaggio reale, Clara Stauffer, una donna spagnola allevata in Germania, nazista e falangista, dalla personalità complessa e singolare. Proprio da lei è partita Almudena Grandes per intrecciare i fili del suo romanzo.
"L'ho incontrata per la prima volta nel 2006, leggendo un libro sui nazisti in Spagna" dice la scrittrice. "È un personaggio che è un regalo per un narratore, per gli eventi di cui fu protagonista, ma anche per il suo carattere. Una donna per nulla facile da definire, intelligente, affascinante, come dicono tutti quelli che la conobbero, che ebbe successo in tutti i campi, dallo sci al nuoto, come intermediaria tra Franco e il nazismo, e, ovviamente, nella grande rete di protezione che costruì. Salvò circa un migliaio di criminali, facendoli espatriare in Argentina. A quanto pare, fu solo sfortunata in amore. Se non avesse lavorato per il Male, la sua abnegazione, la sua dedizione, la sua generosità, il rapporto quasi materno che aveva con i rifugiati del Terzo Reich l'avrebbero trasformata in un'eroina. Questa ambiguità morale, unita alle sue virtù, la rende un grande personaggio romanzesco".
Come tutti i suoi libri, anche questo romanzo rivela una documentazione impressionante. Sono più di dieci anni che lei si è immersa in quel periodo, che "vive" in quegli anni...
"E quando finirò di scrivere il sesto libro del mio progetto starò malissimo... Perché, anche se quando l'ho annunciato la gente mi guardava come se fossi impazzita, io l'ho avvertito sempre come un privilegio, un'enorme fortuna. Ho deciso di imbarcarmi in questa avventura quando mi sono resa conto che noi spagnoli viviamo sopra una miniera d'oro: le storie che racconto, che agli spagnoli attuali sembrano incredibili, sono là, nel sottosuolo, e grattando un po' ne affiorano un'infinità, piene di buoni e di cattivi, di sacrifici, anche di ingenuità... D'altra parte, a me piace moltissimo documentarmi. Non chiedo aiuti, come fanno alcuni colleghi, perché amo scavare nella storia e perché il mio sguardo da narratrice è diverso da quello di chiunque altro. Soltanto io posso cogliere dettagli che mi saranno utili nella narrazione".
E questo lavoro l'ha convinta che la Spagna sia stata una vittima della Guerra Fredda, che il fallimento dei suoi personaggi sia il fallimento di un intero Paese...
"In questo romanzo il fallimento è più esplicito, perché i miei personaggi puntano molto in alto, perché il loro progetto di infiltrarsi nella rete Stauffer è l'ultima cartuccia che possono sparare. E tuttavia falliscono, sebbene fosse evidente a tutti che Franco stava dando rifugio ai criminali di guerra nazisti. Anche gli Alleati lo sapevano benissimo, tant'è vero che Clara Stauffer era nella lista dei 104 nazisti reclamati dalle autorità alleate. Eppure fanno finta di nulla. Il risultato è che i nazisti hanno perso la guerra, ma hanno vinto il dopoguerra: dopo i processi di Norimberga, convinsero gli Alleati che avevano sbagliato nemico, che il vero nemico era Stalin. E alla fine gli Alleati preferirono Franco ai democratici spagnoli, che invece per anni cercarono di fare in modo che le potenze vincitrici rovesciassero il franchismo. Perché sapevano benissimo che da soli non avrebbero potuto abbattere la dittatura: nessuna dittatura del XX secolo è mai stata rovesciata senza un aiuto esterno. Ma, come avevano fatto durante la Guerra civile, gli Alleati non intervennero e, anzi, puntarono su Franco come una pedina anticomunista nella Guerra Fredda".
La lunga estensione temporale del romanzo ci fa vivere prima la speranza dei personaggi, poi il loro fallimento. Che però è un fallimento annunciato...
"Quando ho cominciato a scivere questa serie, sapevo di avere un problema: sei romanzi senza un happy end, sei cronache di un fallimento che il lettore conosce evidentemente in anticipo, prima di cominciare a leggere. Allora ho deciso di tentare di regalare un po' di felicità ai miei personaggi, almeno sul piano personale: tutti, o quasi tutti, sopravvivono al dittatore, riescono a metter su una famiglia. Era la grande aspirazione di molti, per sopravvivere, attraverso i figli, anche dopo la morte, per trasmettere i propri ideali sconfitti...".
I due personaggi principali del libro sono un medico e un diplomatico repubblicano.
"Attraverso di loro ho voluto ridare il giusto ruolo alla borghesia repubblicana, che invece sembra essere stata quasi sterminata nella narrazione di quegli anni, nei film e nei romanzi che ne parlano. È una cosa gravissima e ingiusta, perché è stata la classe sociale che ha dato vita alla Seconda Repubblica. Senza giudici, professori e intellettuali repubblicani di così alto livello o senza la Institución Libre de Enseñanza non ci sarebbe stata la Costituzione del 1931. La loro cancellazione dalla Storia supporta, forse senza volerlo, le ragioni dei golpisti, perché adesso predomina la versione secondo cui i repubblicani erano dei decerebrati radicali, povera gente ignorante, ingannata e manipolata... È per questo che ho voluto raccontare la loro storia".
Un altro tema del libro è quello dell'identità: i due protagonisti e un altro personaggio cambiano spesso nome...
"È, in effetti, la storia di tre impostori. All'inizio del romanzo Guillermo García Medina ha una vocazione, una professione, un buon posto di lavoro, una casa, un progetto di vita, e il prezzo per sopravvivere è rinunciare a tutto questo. Non cambia soltanto nome, cambia radicalmente vita. È un sopravvissuto. Anche Manuel Arroyo cambia identità in continuazione per sopravvivere. È di nuovo un romanzo di sopravvissuti, che sono sempre i miei personaggi preferiti, perché credo che l'impresa più ammirevole ed emozionante per un essere umano sia sopravvivere. In questo caso, la sopravvivenza è associata a un'impostura che può salvarti la vita o condannarti a morte".
Lei non è di quei romanzieri che dicono di essere neutrali rispetto agli eventi che raccontano.
"No, io prendo posizione. Penso che la neutralità non faccia parte degli attributi di un romanziere. Ma, a parte questo, credo che in linea di principio l'oggettività sia un concetto abbastanza chimerico. Non si può chiedere a nessuno di rinunciare alle proprie idee quando guarda la realtà. E del resto, la norma della storia è la verità, mentre quella del romanzo è la verosimiglianza. Un romanziere non è un semplice notaio della realtà".
Sul Venerdì del 4 maggio 2018