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Tigri, leopardi e pangolini uccisi dai bracconieri e sequestrati dalla Marina thailandese sul Mekong (Afp) 

Ricco, rozzo e superstizioso: il cliente asiatico dei bracconieri

Cinesi, ma anche thailandesi, viet e perfino gli ex poveri cambogiani e birmani. Dietro al boom di trofei e farmaci esotici, nuovo benessere, antiche tradizioni, tanta mafia
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BANGKOK. Ogni mattina un qualunque signor Guo, cinese di Chengdu, beve col latte una polvere miracolosa, comprata online, fatta di squame di pangolino, corno di rinoceronte, pelle d'elefante ed estratto di pene essiccato della tigre. Alla stessa ora, in un suburbio vietnamita di Hanoi, una qualsiasi signora Hanh si cura il fegato con una pillola di Ursotan a base di bile di un giovane orso chiuso in gabbia sugli altipiani del Vietnam o del Laos dove passa i suoi cinque anni medi di vita (contro i trenta vissuti dai suoi simili liberi) con un catetere addosso per prelevarne la preziosa sostanza.

Se Guo e Hanh contribuiscono all'estinzione di specie rare affidandosi ai rimedi tradizionali consigliati dagli antenati quando cinesi e viet non erano ancora un miliardo 300 milioni, a Bangkok il potente signor Premchai Karnasuta, stavolta un nome vero, presidente della più grande compagnia di costruzioni thailandese, la Italian-Thai, ci mette del suo collezionando trofei di an…
BANGKOK. Ogni mattina un qualunque signor Guo, cinese di Chengdu, beve col latte una polvere miracolosa, comprata online, fatta di squame di pangolino, corno di rinoceronte, pelle d'elefante ed estratto di pene essiccato della tigre. Alla stessa ora, in un suburbio vietnamita di Hanoi, una qualsiasi signora Hanh si cura il fegato con una pillola di Ursotan a base di bile di un giovane orso chiuso in gabbia sugli altipiani del Vietnam o del Laos dove passa i suoi cinque anni medi di vita (contro i trenta vissuti dai suoi simili liberi) con un catetere addosso per prelevarne la preziosa sostanza.

Se Guo e Hanh contribuiscono all'estinzione di specie rare affidandosi ai rimedi tradizionali consigliati dagli antenati quando cinesi e viet non erano ancora un miliardo 300 milioni, a Bangkok il potente signor Premchai Karnasuta, stavolta un nome vero, presidente della più grande compagnia di costruzioni thailandese, la Italian-Thai, ci mette del suo collezionando trofei di animali a rischio o giunti dall'Africa. Tra tanti simboli dell'abbondanza, la polizia che indaga su di lui ha trovato all'ingresso del suo salone due enormi zanne di elefante e molte statuine in avorio levigato e trasformato da abili cesellatori in figure di pachidermi, divinità protettrici, amuleti e oggetti vari. Come molti nuovi ricchi asiatici, Premchai ama i trofei e il mito dei safari, ma era troppo occupato per andare fino in Africa, così ha passato un paio di giorni agli arresti per aver ucciso una pantera nera e altri animali rari nel cuore di un parco nazionale a poche ore da casa sua. Poi è uscito su cauzione.

Tra i vip di Bangkok, della Cambogia, del semi-comunista Vietnam, ma anche della Birmania per non parlare della Cina, accade un po' quello che succedeva un tempo nei salotti pacchiani dei nuovi ricchi  occidentali, con l'esposizione di  zanne, teste di animale imbalsamate e pelli di tigre. Molti buddhisti e animisti del Sudest asiatico indossano anche una vasta gamma di portafortuna e ciondoli di protezione fatti con i denti dei grandi felini, ai quali viene estratto praticamente tutto, a partire dalla carne e dalle ossa, che non bastano a soddisfare un mercato in continua crescita anche grazie a Facebook. Lo stesso Mark Zuckerberg recentemente sembrava stupito davanti al Senato Usa che lo accusava di aiutare lo sterminio di specie proibite: ha promesso di impiegare ventimila persone nella ricerca e cancellazione delle compravendite e delle pubblicità via social di derivati da animali selvaggi e in estinzione.  

Ma non è certo solo colpa di Zuckerberg  se ogni due giorni viene ucciso uno degli ultimi 30 mila esemplari di rinoceronte, per via del suo corno richiestissimo da cinesi e vietnamiti, persuasi che possa magicamente restituire loro la potenza sessuale. Ne sono rimasti appena il cinque per cento rispetto a quarant'anni fa. E anche pangolini e tigri seguono lo stesso destino, nell'assurda convinzione che da scaglie, ossa e organi si estraggano elisir di virilità. Gli esperti come Steve Galster, fondatore, nel 1992, di Freeland, network investigativo anti-contrabbando, calcolano che ogni anno vengono uccisi in media mille rinoceronti. "La loro produzione può venire immagazzinata come accade con l'avorio: anche per molti anni, in attesa della crescita del prezzo sul mercato" dice  Greiner. "Considerando le sempre maggiori restrizioni che gli Stati impongono sull'onda della scomparsa di migliaia di esemplari a rischio d'estinzione,  è un investimento milionario a lungo termine".

In Asia di animali con un solo corno ne sono rimasti pochi: qualche centinaio in Indonesia e India, mentre gli elefanti qui hanno la fortuna di non possedere grandi zanne. Ma non per questo si salvano, come quelli della Birmania, dal nuovo trend commerciale giocato letteralmente sulla loro pelle, usata sempre di più per prodotti antiacne, reumatismi e cocktail di "farmaci" della sempre cosiddetta medicina tradizionale cinese. È un mercato sempre più avido e transnazionale, grazie alle tradizioni diffuse nei secoli e ovunque dagli emigrati cinesi e rivitalizzate dagli scambi della globalizzazione. A rifornirlo ci pensano grandi famiglie asiatiche estese a tentacolo attraverso una vasta serie di business anche legali su modello delle antiche triadi. Lo hanno dimostrato di recente, oltre alla stessa Freeland, gli investigatori di Traffic, un grande gruppo di monitoraggio mondiale che collabora in questi giorni a una nuova inquietante inchiesta per conto della Convenzione sul commercio delle specie protette (nota come Cites e firmata da 180 Paesi, Cina compresa).

Il loro portavoce Richard Thomas ci ha detto che attività come la lavorazione dell'avorio e dell'osso frontale dei rinoceronti si stanno trasferendo direttamente in Africa attraverso compagnie cinesi che aggirano così le restrizioni imposte da Pechino all'importazione e vendita a qualunque materiale di specie protette. L'altra novità è l'utilizzo dei corni per farne, oltre che medicine, anche braccialetti e perline: bigiotteria ormai ricercatissima, possibile causa di ulteriori stragi, secondo Traffic. Gli oggetti blandamente vietati in Cina si possono ora trovare in molti mercati e luoghi di ritrovo per cinesi come i casinò che crescono come funghi alla periferia dell'impero. Attorno a uno di questi, il King Romans affacciato sul Mekong, in Laos, sta sorgendo una sconfinata Las Vegas d'oriente con terreni affittati dal governo di Vientiane a un boss di Macao che attrae i ricchi gambler cinesi con battute di caccia e ogni genere di piacere sensoriale, comprese le antiche delicatezze di animali esotici o semi-estinti da tempo proibite in patria.

Sbocco principale delle importazioni illegali dall'Africa è l'aeroporto di Bangkok, dove scorre sotto i raggi X una piccola percentuale dei bagagli dei centomila passeggeri al giorno. E dove gli occhi chiusi dei doganieri corrotti hanno lasciato passare una giraffa destinata allo zoo con un chilo di corno di rinoceronte in polvere nascosto nella vagina. Per anni, Freeland ha seguito dalle savane alle "fattorie" asiatiche le tracce di questi animali e dei loro resti, rintracciando il network di uno dei più grandi trafficanti internazionali: Bach Mai detto Boonchai, arrestato quest'anno e già libero su cauzione, ma sotto strettissimo controllo della polizia.

Metà thai e metà vietnamita come il fratello e socio Van Limh, che opera da una cittadina viet, protetto da ufficiali a busta paga, Bach vive in una grande fattoria sul Mekong, ma sul lato thai del confine col Laos. I suoi cargo preziosi e segreti giunti dall'Africa partono di notte e raramente sono intercettati nel tragitto verso altra sponda e poi verso la destinazione principale, la Cina. Da qui, quello che Galster definisce  "il Corleonese del Sudest" dirige un traffico milionario che non disdegna la droga e perfino la tratta di schiavi, lungo lo stesso sentiero degli animali esotici. La sua è una delle poche famiglie mafiose del settore non esclusivamente cinesi. Un'altra è quella del laotiano Vixay Keosavang sul quale gli Usa hanno messo cinque anni fa una taglia da un milione di dollari per le attività della sua Xaysavang Trading, che ha anche un terzo delle concessioni per le fattorie "legali". Dove, spesso con l'avallo delle autorità, si allevano tigri e orsi, per utilizzarli nella riproduzione o per macellarli ai fini farmaceutici.  

Nei bar a luci rosse di Pretoria, in Sudafrica, un loro protetto di nome Chumlong Lemtongthai, un tempo venditore di  frutta secca nei mercati di Bangkok, strinse amicizia con diverse prostitute thai che avevano relazioni con clienti bianchi proprietari di ranch dove si allevavano leoni da destinare  ai safari dei ricchi. Portando le ragazze come cacciatrici, con tanto di licenza (comprata), Chumlong ne fece uccidere a centinaia nelle finte battute per le quali è prevista una quota di trofei da esportare secondi i rigidi parametri di Cites. Le ossa  di leone sono un valido ed economico sostituto di quelle di tigre, rarissime, usate sempre nella medicina tradizionale cinese per ricavarne un vino dalle presunte proprietà rinvigorenti e anti-reumatiche.

Quando un giudice sudafricano lo condannò nel 2012 a quarant' anni (ridotti poi a 13) Chumlong aveva già guadagnato parecchi milioni di dollari vendendo a Bach e Vixay l'estratto dalla bollitura delle ossa dei felini. Ma fece ancora più soldi con i corni del rinoceronte, il cui prezzo proprio in quegli anni ebbe in Vietnam un'impennata improvvisa dopo che si era sparsa la voce della miracolosa e falsa guarigione di un ministro dal cancro. La superstizione, del resto, non è la sola causa della strage di animali rari. Ormai privati di foreste dove vivere, sono sempre più spesso riprodotti in laboratori come quelli dove si estrae la bile del povero orso che, anche volendo, non guarirà mai il fegato di una qualsiasi signora Hanh.

Sul Venerdì dell'11 maggio 2018