✕
Lenin (1870-1924) proclama il potere dei soviet nell’ottobre del 1917 in un dipinto di Vladimir Aleksandrovic Serov (Ullstein Bild/ Getty Images) 

Il buonuomo Lenin inventato da Malaparte

Un piccolo borghese. Al limite fanatico, ma per nulla marziale. Così il vulcanico scrittore toscano dipinse il capo bolscevico. In un libro che negli anni Trenta sconcertò. E ora riappare in libreria
4 minuti di lettura
Ci voleva Curzio Malaparte per definire Lenin "un funzionario puntuale e zelante del disordine". La frase va datata. La prefazione del libro in cui si trova indica "Mosca, 1929 - Parigi, 1932". Ed è infatti all'inizio di quest'ultimo anno, il '32, che l'editore parigino Grasset pubblica Le bonhomme Lénine. Una biografia in cui Malaparte rovescia l'immagine destinata ai mugiki tratteggiata da quelli che chiama "i plutarchi del Cremlino". Corregge, rettifica la figura ufficiale raffigurante un Lenin tartaro, dagli occhi terribili, con il pugno enorme proteso contro l'orizzonte rosso su cui si profilano la torre Eiffel, la torre di Westminster, e sullo sfondo una selva di grattacieli. Nei ritratti diffusi allora, non solo nell'Urss, Lenin è in piedi, solido, testa all'indietro, narici frementi, rigido sulle ginocchia come un cavaliere mongolo che si rizzi sulle staffe. Ma, sostiene sempre Malaparte, i russ…
Ci voleva Curzio Malaparte per definire Lenin "un funzionario puntuale e zelante del disordine". La frase va datata. La prefazione del libro in cui si trova indica "Mosca, 1929 - Parigi, 1932". Ed è infatti all'inizio di quest'ultimo anno, il '32, che l'editore parigino Grasset pubblica Le bonhomme Lénine. Una biografia in cui Malaparte rovescia l'immagine destinata ai mugiki tratteggiata da quelli che chiama "i plutarchi del Cremlino". Corregge, rettifica la figura ufficiale raffigurante un Lenin tartaro, dagli occhi terribili, con il pugno enorme proteso contro l'orizzonte rosso su cui si profilano la torre Eiffel, la torre di Westminster, e sullo sfondo una selva di grattacieli. Nei ritratti diffusi allora, non solo nell'Urss, Lenin è in piedi, solido, testa all'indietro, narici frementi, rigido sulle ginocchia come un cavaliere mongolo che si rizzi sulle staffe. Ma, sostiene sempre Malaparte, i russi intelligenti, comunisti o antichi borghesi, non si lasciano ingannare, lo vedono com'è. Cioè il contrario di come viene raffigurato: un europeo medio, un buonuomo dal fanatismo dottrinario, dalla volontà astratta, un imbrattacarte incapace di fare qualche cosa al di fuori dei campi della teoria. Insomma un piccolo-borghese casalingo e abitudinario, sperduto nella rivoluzione come un bibliotecario capitato nel bel mezzo di una sommossa. Un fanatico del buon senso. L'opposto della leggenda, dice Malaparte, che di quel pover'uomo timido e violento fa un Gengis Khan proletario sbucato dal fondo dell'Asia per precipitarsi alla conquista dell'Europa. Una leggenda accettata da Candido e da Babbit, eroi tipici, creduloni, della borghesia occidentale.

Riprendo, pari pari, molte di queste parole dal prologo a Il buonuomo Lenin, edito in questi giorni da Adelphi (nella Collana dei Casi), le cui origini risalgono al libro pubblicato in Francia, da Grasset, quasi novant'anni fa, e a quello apparso in Italia, da Vallecchi, trent'anni dopo, nel '62, quando l'autore era già morto. La biografia del capo bolscevico scritta da Malaparte si stende su duecentosessanta pagine a un ritmo sostenuto, in più punti un galoppo a briglie sciolte, con l'evidente intento di sconcertare, come ben dice Maria Rosa Bricchi, curatrice della nuova edizione. Il buonuomo Lenin deve in effetti avere sconcertato i lettori degli anni Trenta: lettori europei ma non italiani perché il libro non fu pubblicato nell'Italia fascista; deve avere sconcertato anche quelli dei Sessanta nell'Italia democratica, con un Partito comunista rigoglioso e l'Unione Sovietica ancora in piedi; e può catturare come una fiction appassionante i lettori di oggi, alcuni dei quali non erano neppure nati quando il risultato, versione statale, della rivoluzione di Lenin, è imploso e quindi sparito. A ogni edizione il libro ha suscitato umori diversi.

Lenin è come una preda irreale del grande giornalista, formidabile narratore di verità che non coincidono con la realtà ma nascono da intuizioni. Il cui fine è, appunto, anche quello di sconcertare, di stupire. Il suo Lenin deve quindi distinguersi dagli altri. È una sua creazione. Nella lettera del 4 settembre 1931 all'amico Daniel Halévy, Malaparte spiega che deve consegnare all'editore Grasset a fine novembre un libro su Lenin. Aggiunge che spera di poter mostrare un personaggio diverso da come appare agli occhi dell'opinione pubblica d'Europa. Sarà senza carattere, vale a dire senza il carattere che gli si aggiudica.

Per Malaparte, Lenin non era un dittatore, non era che un piccolo-borghese che aveva orrore dell'azione, servo della volontà e dell'iniziativa dei suoi marescialli. Allora il trentatreenne Curzio Malaparte era già stato direttore della Stampa di Torino; il suo libro Tecnica del colpo di Stato, pubblicato in Francia, aveva avuto un grande successo, ma lui si sentiva insicuro. La biografia di Lenin gli serve anche da salvagente. In quei mesi sperava di essere ammesso nella carriera diplomatica, ma come fascista era indisciplinato, come del resto lo era in tanti altri campi in modo non certo discreto, piuttosto rumoroso, adeguato all'ambizione sollecitata dal talento che sapeva di avere. Talento che usava con disinvoltura, con sfacciataggine, comportandosi ora da idealista ora da opportunista, da ribelle o da camaleonte, da grande testimone o protagonista oppure da millantatore. Dimostrava un coraggio fisico non comune e come intellettuale poteva essere pusillanime o spregiudicato. C'era una grande coerenza in questi cambiamenti: l'avversione per la normalità, per il grigiore dell'esistenza, per la noia. Insomma non tutti i capi fascisti si fidavano di quel fascista di genio e insubordinato.

Cosi Malaparte non diventò un diplomatico di carriera indisciplinato, ma restò un giornalista e uno scrittore di successo e controverso. Ci rimase male. Lo seduceva l'idea di diventare ambasciatore. Per ingraziarsi Mussolini, nell'estate del '31, mentre era a Juan-les-Pins, aveva cominciato a scrivere la sua biografia. I grandi lettori di Gallimard (Benjamin Crémieux, Ramon Fernandez e Jean Paulhan) gli avevano chiesto un libro sul dittatore italiano da includere nella collezione Vite degli uomini illustri pubblicata dall'editore parigino. Malaparte aveva già vari capitoli pronti, con il titolo provvisorio Muss. Ma li mise da parte, non avendo, forse, trovato l'interessato - Mussolini - troppo entusiasta. E cominciò la biografia di Lenin, con la quale voleva ottenere un nuovo successo, dopo quello avuto con la Tecnica del colpo di Stato, e anche consolarsi per la mancata carriera diplomatica. Era meno coinvolgente, meno pericoloso, scrivere di un uomo morto, dal quale non dipendeva la sua esistenza.

Le Bonhomme Lénine, edito da Grasset, ebbe il successo sperato. Ma, mentre il libro veniva tradotto in varie lingue, in seguito a un dissidio con l'ex amico Italo Balbo, il fascista Malaparte fu arrestato con l'accusa di antifascismo e mandato in residenza sorvegliata nell'isola di Lipari per alcuni mesi, seguito dallo sguardo benevolo di Mussolini, che non aveva voluto opporsi alla volontà del popolare Balbo, asso dell' aviazione e gerarca spesso in disaccordo con lui.

Il deportato di lusso si lascia dunque alle spalle la biografia di Lenin. La quale va letta con attenzione. Perché nella marcata, oltraggiosa, riduttiva bonhomie di cui Malaparte ammanta un personaggio che ha lanciato una delle grandi rivoluzioni della storia, vi sono spiragli significativi. Dai quali affiora un Lenin che ha una straordinaria forza interiore, un senso acuto dell'opportunità che gli permette di agire adattandosi alle circostanze, senza mai perdere di vista i suoi obiettivi, la sua grande visione ideologica. È quel che sottolinea Maurizio Serra nella più completa biografia di Malaparte (pubblicata in italiano da Marsilio). Il "buonuomo Lenin" non è un avventuriero o un semplice agitatore. Avanzando nella lettura della biografia il leader "piccolo borghese" diventa ambiguo: un tecnico e uno stratega, un capo privo di ferocia, in cui non c'è, come si pensa, odio contro la Santa Russia e la società borghese. Quello che per altri è odio per lui è un'idea. Non è un sentimento, neppure un calcolo. Malaparte lo vede come un odio disinteressato. In cui c'è persino una traccia di humor. Le parole più terribili, come "distruggere", Lenin le pronuncia sorridendo. Non c'è cinismo nella sua bonhomie.

Si direbbe che, al di là del ritratto che sembra voler smontare la leggenda del grande rivoluzionario, dell'uomo d'azione, Malaparte dimostri in fondo rispetto per il leader autoritario. Quando lo inventa, lo disegna seguendo l'intuito, si ha l'impressione, senz'altro a torto,  che, in certi paragrafi, continui a scrivere la biografia del duce lasciata incompiuta. Anche se allora il capo del fascismo, agli occhi del trentenne geniale e visionario Malaparte, non era un piccolo borghese, ma un uomo che voleva cambiare l'ordine internazionale.

Su I libri del Venerdì, inserto del Venerdì del 4 maggio