Irvin Yalom, autobiografia a partire da un incubo
Enrico Deaglio , di ENRICO DEAGLIOLe origini umili. I successi. I romanzi bestseller. Il matrimonio felice. E un senso di colpa vecchio più di settant'anni... Il maggiore esponente della psicoterapia esistenziale parla del suo Diventare se stessi
SAN FRANCISCO. "Lasci perdere Skype, useremo Zoom. Riceverà una mail alle 9.30, cliccherà sul link e ci vedremo in faccia. Parleremo per 25 minuti". E così Irvin Yalom, il più celebre degli psicoterapeuti americani, improvvisamente mi è apparso vicinissimo, a tutto schermo sul mio laptop: gli zigomi alti asiatici, la bocca ancora carnosa, alla Yul Brynner, gli occhi scuri su una fronte che tiene spesso coperta dalla mano aperta. Yalom, professore emerito di psichiatria a Stanford, autore di un manuale che ha rivoluzionato e democratizzato la psicoterapia, e su cui si sono formati migliaia di allievi, ha 86 anni. È seriamente malato, ma continua l'attività privata ("dico però ai pazienti che la terapia non potrà durare più di un anno"). È seccato di non poter più andare in bicicletta. L'occasione del colloquio è la traduzione in italiano del suo ultimo libro: Bec…
SAN FRANCISCO. "Lasci perdere Skype, useremo Zoom. Riceverà una mail alle 9.30, cliccherà sul link e ci vedremo in faccia. Parleremo per 25 minuti". E così Irvin Yalom, il più celebre degli psicoterapeuti americani, improvvisamente mi è apparso vicinissimo, a tutto schermo sul mio laptop: gli zigomi alti asiatici, la bocca ancora carnosa, alla Yul Brynner, gli occhi scuri su una fronte che tiene spesso coperta dalla mano aperta. Yalom, professore emerito di psichiatria a Stanford, autore di un manuale che ha rivoluzionato e democratizzato la psicoterapia, e su cui si sono formati migliaia di allievi, ha 86 anni. È seriamente malato, ma continua l'attività privata ("dico però ai pazienti che la terapia non potrà durare più di un anno"). È seccato di non poter più andare in bicicletta. L'occasione del colloquio è la traduzione in italiano del suo ultimo libro: Becoming Myself (Diventare se stessi), tradotto in italiano, come tutti i suoi precedenti, da Serena Prina per l'editore Neri Pozza. Libro di riepilogo, come On the Move (In movimento), l'ultima prova di un altro maestro della "medicina narrativa", Oliver Sacks. Yalom è stato anche romanziere di successo, con tre insoliti "gialli clinici" dedicati a Schopenhauer (aiuta un professore americano che scopre di avere un tumore), a Nietzsche (ossessionato da Lou Salomé, va dallo psichiatra) e a Spinoza (il teorico dell'antisemitismo nazista non riesce a liberarsi del suo fantasma).
Diventare se stessi si apre con un sogno. Yalom si rivede a 11 anni; scende in discesa in bicicletta nel povero quartiere dove abita, a Washington. Passa davanti a casa di Alice, una ragazzina poco più grande di lui, che ha appena avuto il morbillo e ha la faccia ancora piena di macchie. Le grida "Ciao, Morbillo!" e non si ferma. Ma compare il padre di Alice che gli blocca il manubrio con le sue grosse mani. Lo affronta: perché lo hai fatto? Pensi che le abbia fatto piacere? E se io facessi lo stesso con te? Ti conosco, sai? Sei il figlio del droghiere. Ti cola il naso, eh? E se ti chiamassi moccioso? O che ne dici di "ebreuccio"? Il piccolo Irvin è spaventato. Si volta, e vede in lontanza Alice che lo invita a giocare. Il grande psichiatra si sveglia madido di sudore, piange sommessamente nel cuscino, si alza per non svegliare la moglie e scrive immediatamente - come consiglia ai suoi pazienti - le sue riflessioni sul sogno. "Perché questa sacca di colpa è rimasta per 73 anni chiusa dentro di me?".
Dice il professore che ai suoi pazienti consiglia: "Chiamami Irvin", ma a me non viene facile.
Professore, se ho capito bene, per lei la vergogna, la colpa, la rabbia sono tra le cause più importanti delle angosce umane.
"Non le uniche, naturalmente, ma certo tra le più importanti. Producono diverse forme di malattie psichiatriche, e si acuiscono con la percezione dell'approssimarsi della morte. La morte è quel tuono lontano mentre stiamo facendo un picnic...".
Lei non dà molta importanza al "trauma sessuale", che invece domina la nascita della psicoanalisi...
"È vero. Credo che Freud abbia sovrastimato la questione sessuale nella formazione della personalità infantile".
Lei è diventato il maggiore esponente della psicoterapia esistenziale. Come è successo?
"Negli anni del dottorato alla Johns Hopkins University ero sposato da poco con Marilyn (Marilyn Yalom è una storica e femminista, autrice di una famosa Storia del seno, ndr), che seguiva un corso di letteratura comparata. Fu lei che mi iniziò a Sartre, Camus, Kafka, Merleau-Ponty. Fu uno shock, per la qualità della loro scrittura, la capacità di scandagliare la sofferenza umana, la narrazione. La nausea è una grande serie di casi clinici, della Metamorfosi mi innamorai. Poi, nel 1958, venne l'antologia Existence, a cura dello psichiatra americano (e mio mentore) Rollo May, che fece conoscere i lavori di Eugène Minkowski, di Viktor von Gebsattel, di Viktor Frankl, lo psicologo viennese sopravvissuto ad Auschwitz". (Nota: la "psichiatria esistenziale" è molto diffusa in Europa e nelle Americhe, ma non ha oggi molti seguaci in Italia; tracce però si trovano nella Torino degli anni Cinquanta, con Esistenza e progetto, studi sull'angoscia di Michele Torre, l'interessamento del filosofo Nicola Abbagnano e, dopo, nella formazione di Franco Basaglia).
E lei professore, crede in Dio?
"No: grazie a Dio, né io né Marilyn abbiamo relazioni con Dio, ma capisco che questa finzione - sia esso un lui o una lei - possa essere molto consolatoria; resta però il frutto della nostra immaginazione. Non credo che esista un aldilà, ma la pratica terapeutica mi ha insegnato che il ricordo delle nostre azioni continua, per lungo tempo dopo la nostra morte, come le increspature in uno stagno. Queste increspature ("ripples") sono la nostra esistenza dopo la morte".
Lei si fece conoscere per una diagnosi su Ernest Hemingway.
"Andò così. Marilyn venne a sapere delle lettere private dello scrittore a un suo amico generale, un eroe del D-Day. Hemingway, che pubblicamente si dipingeva come un boxeur, un cacciatore, un ipermacho, appariva vulnerabile e infantile, abbagliato dal modello dell'uomo forte. Questo spiegava molto della sua scrittura, dei suoi eccessi e del suo suicidio a 62 anni, secondo noi a causa di una psicosi despressiva paranoide. Effettivamente, fu il nostro più grande bestseller! L'articolo venne pubblicato da centinaia di giornali!".
Ripasso con Irvin i momenti salienti della sua formazione. La vergogna per i genitori poveri e senza cultura; il matrimonio felice, il trasferimento in California come professore a Stanford e la partecipazione al grande movimento contro la guerra del Vietnam, l'emozione di ballare con Joan Baez, l'aiuto psichiatrico ai primi transgender ("mi stupì che fossero poveri e che avessero risparmiato con fatica i soldi per l'operazione"), i lunghi anni con i malati terminali di cancro (raccontati nel libro sulla morte, Fissando il sole), il ritorno in analisi con Rollo May a causa di una crisi coniugale. "Un giorno Rollo propose a me e Marilyn di provare l'ectasy con lui. Funzionò, davvero. Non l'ho mai più provata, ma posso testimoniare che fa la differenza...".
Vuole Yalom unirsi al coro degli psichiatri americani che analizzano Donald Trump? Non proprio, e infatti mi risponde di getto, con un diverso tono di voce: "Non occorre essere dei geni per capire che quell'uomo è un narcisista, falso, infantile che non dovrebbe essere presidente di nessun Paese, altro che l'America. Mi preoccupa molto, spero solo che non vada avanti troppo a lungo". Gli chiedo se segue il nuovo movimento degli studenti contro le armi. "Certo, è una cosa eccezionale. Sono coraggiosi, contro un'istituzione malvagia come la Nra. Ma non so quanto durerà". Gli chiedo, alla fine, in che cosa consiste la sua psicoterapia: "Nella relazione di empatia che si crea con il paziente. Il successo dipende da quanto il terapeuta è in grado di imparare dal paziente, da quanto è trasparente e onesto. Il resto, le liturgie, non hanno importanza".
Il libro finisce nel luogo dove i vecchi tornano: l'infanzia. Irvin e Marilyn, anziani genitori, sono a San Francisco per uno spettacolo teatrale diretto dal loro figlio Ben. Mangiano un boccone da Wise Sons, una piccola gastronomia ebraica. Arredamento vintage, alle pareti vecchie fotografie di Ellis Island. Persone "dagli occhi profondi e spaventati". Il vecchio analista si commuove. Vede se stesso in un ragazzino triste, vede una donna che potrebbe essere sua madre, pensa che se la sua vita è stata così ricca, così privilegiata, è stato grazie al suo duro lavoro e alla sua generosità. "Ho avuto una vita intera per esplorare, analizzare e ricostruire il mio passato, ma adesso mi sto rendendo conto che in me c'è una valle di lacrime e dolore, con la quale non verrò mai a patti".
Avrei molte altre domande da fare, sul suo amato Dickens, sulla passione per il poker e il tennis, ma sul laptop compare un grande, empatico sorriso. Zoom interrompe la comunicazione proprio sulle ultime parole del libro: "Quindi le parole dello Zarathustra di Nietzsche hanno un senso per me: "Era questa la vita? Avanti, ancora una volta"".
Su I libri del Venerdì, inserto del Venerdì del 4 maggio
Diventare se stessi si apre con un sogno. Yalom si rivede a 11 anni; scende in discesa in bicicletta nel povero quartiere dove abita, a Washington. Passa davanti a casa di Alice, una ragazzina poco più grande di lui, che ha appena avuto il morbillo e ha la faccia ancora piena di macchie. Le grida "Ciao, Morbillo!" e non si ferma. Ma compare il padre di Alice che gli blocca il manubrio con le sue grosse mani. Lo affronta: perché lo hai fatto? Pensi che le abbia fatto piacere? E se io facessi lo stesso con te? Ti conosco, sai? Sei il figlio del droghiere. Ti cola il naso, eh? E se ti chiamassi moccioso? O che ne dici di "ebreuccio"? Il piccolo Irvin è spaventato. Si volta, e vede in lontanza Alice che lo invita a giocare. Il grande psichiatra si sveglia madido di sudore, piange sommessamente nel cuscino, si alza per non svegliare la moglie e scrive immediatamente - come consiglia ai suoi pazienti - le sue riflessioni sul sogno. "Perché questa sacca di colpa è rimasta per 73 anni chiusa dentro di me?".
Dice il professore che ai suoi pazienti consiglia: "Chiamami Irvin", ma a me non viene facile.
Professore, se ho capito bene, per lei la vergogna, la colpa, la rabbia sono tra le cause più importanti delle angosce umane.
"Non le uniche, naturalmente, ma certo tra le più importanti. Producono diverse forme di malattie psichiatriche, e si acuiscono con la percezione dell'approssimarsi della morte. La morte è quel tuono lontano mentre stiamo facendo un picnic...".
Lei non dà molta importanza al "trauma sessuale", che invece domina la nascita della psicoanalisi...
"È vero. Credo che Freud abbia sovrastimato la questione sessuale nella formazione della personalità infantile".
Lei è diventato il maggiore esponente della psicoterapia esistenziale. Come è successo?
"Negli anni del dottorato alla Johns Hopkins University ero sposato da poco con Marilyn (Marilyn Yalom è una storica e femminista, autrice di una famosa Storia del seno, ndr), che seguiva un corso di letteratura comparata. Fu lei che mi iniziò a Sartre, Camus, Kafka, Merleau-Ponty. Fu uno shock, per la qualità della loro scrittura, la capacità di scandagliare la sofferenza umana, la narrazione. La nausea è una grande serie di casi clinici, della Metamorfosi mi innamorai. Poi, nel 1958, venne l'antologia Existence, a cura dello psichiatra americano (e mio mentore) Rollo May, che fece conoscere i lavori di Eugène Minkowski, di Viktor von Gebsattel, di Viktor Frankl, lo psicologo viennese sopravvissuto ad Auschwitz". (Nota: la "psichiatria esistenziale" è molto diffusa in Europa e nelle Americhe, ma non ha oggi molti seguaci in Italia; tracce però si trovano nella Torino degli anni Cinquanta, con Esistenza e progetto, studi sull'angoscia di Michele Torre, l'interessamento del filosofo Nicola Abbagnano e, dopo, nella formazione di Franco Basaglia).
E lei professore, crede in Dio?
"No: grazie a Dio, né io né Marilyn abbiamo relazioni con Dio, ma capisco che questa finzione - sia esso un lui o una lei - possa essere molto consolatoria; resta però il frutto della nostra immaginazione. Non credo che esista un aldilà, ma la pratica terapeutica mi ha insegnato che il ricordo delle nostre azioni continua, per lungo tempo dopo la nostra morte, come le increspature in uno stagno. Queste increspature ("ripples") sono la nostra esistenza dopo la morte".
Lei si fece conoscere per una diagnosi su Ernest Hemingway.
"Andò così. Marilyn venne a sapere delle lettere private dello scrittore a un suo amico generale, un eroe del D-Day. Hemingway, che pubblicamente si dipingeva come un boxeur, un cacciatore, un ipermacho, appariva vulnerabile e infantile, abbagliato dal modello dell'uomo forte. Questo spiegava molto della sua scrittura, dei suoi eccessi e del suo suicidio a 62 anni, secondo noi a causa di una psicosi despressiva paranoide. Effettivamente, fu il nostro più grande bestseller! L'articolo venne pubblicato da centinaia di giornali!".
Ripasso con Irvin i momenti salienti della sua formazione. La vergogna per i genitori poveri e senza cultura; il matrimonio felice, il trasferimento in California come professore a Stanford e la partecipazione al grande movimento contro la guerra del Vietnam, l'emozione di ballare con Joan Baez, l'aiuto psichiatrico ai primi transgender ("mi stupì che fossero poveri e che avessero risparmiato con fatica i soldi per l'operazione"), i lunghi anni con i malati terminali di cancro (raccontati nel libro sulla morte, Fissando il sole), il ritorno in analisi con Rollo May a causa di una crisi coniugale. "Un giorno Rollo propose a me e Marilyn di provare l'ectasy con lui. Funzionò, davvero. Non l'ho mai più provata, ma posso testimoniare che fa la differenza...".
Vuole Yalom unirsi al coro degli psichiatri americani che analizzano Donald Trump? Non proprio, e infatti mi risponde di getto, con un diverso tono di voce: "Non occorre essere dei geni per capire che quell'uomo è un narcisista, falso, infantile che non dovrebbe essere presidente di nessun Paese, altro che l'America. Mi preoccupa molto, spero solo che non vada avanti troppo a lungo". Gli chiedo se segue il nuovo movimento degli studenti contro le armi. "Certo, è una cosa eccezionale. Sono coraggiosi, contro un'istituzione malvagia come la Nra. Ma non so quanto durerà". Gli chiedo, alla fine, in che cosa consiste la sua psicoterapia: "Nella relazione di empatia che si crea con il paziente. Il successo dipende da quanto il terapeuta è in grado di imparare dal paziente, da quanto è trasparente e onesto. Il resto, le liturgie, non hanno importanza".
Il libro finisce nel luogo dove i vecchi tornano: l'infanzia. Irvin e Marilyn, anziani genitori, sono a San Francisco per uno spettacolo teatrale diretto dal loro figlio Ben. Mangiano un boccone da Wise Sons, una piccola gastronomia ebraica. Arredamento vintage, alle pareti vecchie fotografie di Ellis Island. Persone "dagli occhi profondi e spaventati". Il vecchio analista si commuove. Vede se stesso in un ragazzino triste, vede una donna che potrebbe essere sua madre, pensa che se la sua vita è stata così ricca, così privilegiata, è stato grazie al suo duro lavoro e alla sua generosità. "Ho avuto una vita intera per esplorare, analizzare e ricostruire il mio passato, ma adesso mi sto rendendo conto che in me c'è una valle di lacrime e dolore, con la quale non verrò mai a patti".
Avrei molte altre domande da fare, sul suo amato Dickens, sulla passione per il poker e il tennis, ma sul laptop compare un grande, empatico sorriso. Zoom interrompe la comunicazione proprio sulle ultime parole del libro: "Quindi le parole dello Zarathustra di Nietzsche hanno un senso per me: "Era questa la vita? Avanti, ancora una volta"".
Su I libri del Venerdì, inserto del Venerdì del 4 maggio