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Vista notturna del Naviglio Grande di Milano negli anni Sessanta (Archivi Farabola) 

Bentornato a Umberto Simonetta, il mio mito

Umorista, commediografo, paroliere, autore per radio e tv, romanziere: in Tirar mattina ha raccontato la Milano scapestrata negli anni del boom. Così lo ricorda chi da ragazzo l'ha conosciuto bene
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Umberto arrivava a casa mia al volante delle sue fuoriserie e dei suoi tormenti, accolto come il fratello scapestrato che sognavamo di avere e che avrei voluto diventare. La sua vita misteriosa e inquieta, densa di fumo, di notti bianche e di whisky a gogò nei night e nelle balere, passata vagando per la Milano del Miracolo ogni notte a tirar mattina, era l'esatto opposto della banale, rassicurante esistenza della mia famiglia. Lo era come le sue Lancia carrozzate Zagato, quando la Lancia era ancora la Lancia, e le sue Alfa, quando l'Alfa era ancora l'Alfa, erano distanti dalle meste 1100 Fiat grigie o dalle stolide Opel dai grandi portapacchi che mio padre, il suo "socio" nella ditta di autori Simonetta & Zucconi, prediligeva, anche per obblighi famigliari.

Umberto Simonetta era un uomo di enorme talento e di fulminante, autodistruttiva intelligenza. Era uno scrittore impossibile da definire in una sovrabbondanza di doni che lui seppe sperperare come…
Umberto arrivava a casa mia al volante delle sue fuoriserie e dei suoi tormenti, accolto come il fratello scapestrato che sognavamo di avere e che avrei voluto diventare. La sua vita misteriosa e inquieta, densa di fumo, di notti bianche e di whisky a gogò nei night e nelle balere, passata vagando per la Milano del Miracolo ogni notte a tirar mattina, era l'esatto opposto della banale, rassicurante esistenza della mia famiglia. Lo era come le sue Lancia carrozzate Zagato, quando la Lancia era ancora la Lancia, e le sue Alfa, quando l'Alfa era ancora l'Alfa, erano distanti dalle meste 1100 Fiat grigie o dalle stolide Opel dai grandi portapacchi che mio padre, il suo "socio" nella ditta di autori Simonetta & Zucconi, prediligeva, anche per obblighi famigliari.

Umberto Simonetta era un uomo di enorme talento e di fulminante, autodistruttiva intelligenza. Era uno scrittore impossibile da definire in una sovrabbondanza di doni che lui seppe sperperare come i soldi che gli scivolavano tra le dita. Se si leggono le sue burocratiche biografie si vede che ogni definizione gli calza, romanziere, umorista, commediografo, giornalista, drammaturgo, paroliere di canzoni celebri, e dunque nessuna categoria lo cattura. La sua divorante scontrosità, il suo essere perennemente dalla parte sbagliata nel momento sbagliato, comunista nell'Italia democristiana, reazionario nella Milano di sinistra, interista negli anni dei trionfi milanisti, ferocemente antigay per nascondere la sua omosessualità, irritante e incapace di qualsiasi piaggeria: Umberto era il peggior nemico di se stesso. Prigioniero di quella solitudine profonda, intrattabile, che trasuda nei suoi bellissimi, struggenti romanzi che ne avevano fatto un possibile Pasolini milanese, se avesse saputo vendersi meglio.

La sua unica famiglia era la mia, la sua casa era la mia casa, dove piombava a ore diverse, capace di conversare e far ridere per ore mia madre, che alle risa non era geneticamente portata, e poi di masticare la notte con mio padre per produrre personaggi, copioni, sketch, commedie e programmi per la radio e la tv in grigio dei "mutandoni", quella dove i censori proibivano l'uso di parole come "divorzio", "aborto", "sesso", "amante" e, lo dico anche se vi sembrerà impossibile, "camera da letto", per non suscitare  nell'ascoltatore pensieri lussuriosi. E un loro personaggio, un pupazzo per i Perego, quelli di Topo Gigio, fu vietato perché il lungo naso aveva ricordato a un direttore di rete un pene eretto.

Mio padre, il socio in "ditta" - come allora si chiamavano gli autori sempre in coppia, tipo Garinei & Giovannini,  Terzoli & Vaime - lo amava e lo odiava con lo stesso ammirato trasporto. La sua capacità di produrre battute e di far ridere, che è la più difficile delle arti, dava un tocco di cattiveria alla bonomia emiliana del partner, sempre legato alla dolce e dura catena degli orari di lavoro in redazione e della famiglia, esasperato dalla sua pigrizia, dalla sua accidia, espresse in risvegli a metà pomeriggio. Umberto portava nella nostra casa piccolo-borghese ventate di una Milano randagia e creativa, millantando origini nobiliari ereditate da una madre scapestrata, facendosi chiamare dalle domestiche "il contino".

Era la Milano delle osterie di Porta Cicca, dei Navili prima che diventassero cool, di Porta Romana bella e dei locali come il Santa Tecla, a un passo dalla Madunina, dove lui viaggiava nella notte, con i cantanti, gli autori, i musicisti, gli attori perennemente famelici e indebitati, che portava a casa nostra per sfamarli, spesso insieme con stuoli di mogli, amanti, figli di incerta origine, che ci ripagavano con numeri e improvvisazioni. Morti di fame, come il giovane Giorgio Gaberscik, più tardi Gaber, per il quale scrisse i primi grandi pezzi di successo, come La Ballata del Cerutti, Trani a Gogò e Porta Romana. O un magrissimo, frenetico Dario Fo che, dopo l'immancabile piatto di tortellini fatti in casa, ci faceva morir da ridere con i monologhi del Poer Nano, il povero ragazzo, di Caino e Abele o del personaggio che mio padre e Umberto avevano creato per lui alla radio e che sarà il prototipo dei Fracchia e Fantozzi, "l'impiegato Gorgogliati", che sapeva soltanto gorgogliare adulazione e obbedienza ai superiori. E lui stesso, Simonetta, si esibiva in imitazioni ferocemente satiriche contro i "pederasti", come si diceva oscenamente allora, imitando le mossette, i vezzi, i passi di ballo, con il testone ciondolante troppo grosso sulle sue spallucce da scricciolo. Prigioniero della propria omosessualità inconfessabile.

Sapeva offendere e voler bene con la stessa intensità che poi avrebbe manifestato per la sua attrice e amica preferita, Livia Cerini, alla quale dedicò commedie dai titoli spettacolari e sarcastici come È arrivata la rivoluzione e non ho niente da mettermi, e poi per il figlio adottato da anziano, Luca Sandri. Luca l'avrebbe accompagnato nella fine sofferente, in una casetta sulla vecchia massicciata della ferrovia  Genova-Savona divenuta passeggiata pedonale. Vicina alla casa al mare dei miei e del suo antico "socio" Guglielmo Zucconi.

Sarebbe, Umberto, profondamente infastidito, ma segretamente lusingato, da questo mio ricordo così affettuoso e dal mio proclamarlo un grande della letteratura italiana del dopoguerra. Mi sarei guardato bene dall'ammetterlo con lui vivo, che, per farlo felice, salutavo al telefono come "uno scrittore minore lombardo del XX Secolo". Al che lui rispondeva chiedendomi dolcemente se ancora ci fossero editori tanto stupidi da permettermi di scrivere sui loro giornali, a pagamento. Nel senso che li dovessi pagare io per pubblicarmi.

Spero che questa riscoperta di Umberto Simonetta, dei suoi struggenti, feroci romanzi-verità, uno dei quali divenne film diretto dall'amico Ugo Tognazzi - uno di quelli con i titoli che lui sapeva sempre azzeccare nella loro malinconia, I viaggiatori della sera - lo riveli a chi non lo ho mai letto e faccia riscoprire un grande. Lui si vergognerebbe di sentirsi "riscoperto", si prenderebbe in giro, rabbrividirebbe al pensiero di essere amato. Ma l'Umberto che mi portava in giro sulla sua Lancia Appia Zagato con il volante di legno sulle strade delle Dolomiti, in vacanza sempre con noi, e mi raccontava della sua vita a Zurigo, dove il padre si era dovuto rifugiare dopo le leggi razziali di Mussolini, che viveva di notte dormendo di giorno, merita di essere amato. Bentornato a casa, Umberto.

Su I libri del Venerdì, inserto del Venerdì del 4 maggio