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Charlie Hunnam e Rami Malek in una scena di Papillon 

Il mio "Papillon" non è un remake

Protagonista della nuova versione del film del 1973, Charlie Hunnam è un tipetto che non le manda a dire: "Il confronto con Steve McQueen? Non me ne frega niente". Intervista
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TORONTO. "Ho avuto un'adolescenza violenta e molto presto ho cercato una via di fuga nel cinema. Ho lasciato la scuola, mi sono messo a lavorare e spendevo tutto in videocassette, vedevo anche tre film al giorno. Una volta mio fratello, che aveva tre anni più di me ed era il capofamiglia, mi ha detto che stavo buttando la mia vita nel cesso. Gli ho detto che volevo lavorare nel cinema, lui mi ha schiaffeggiato e mi ha detto: sei un idiota. E io gli ho risposto: lo vedremo".

Charlie Hunnam è in vena di ricordare la sua infanzia turbolenta, quando lo incontriamo al festival di Toronto per parlare di Papillon, il nuovo adattamento dell'omonimo romanzo autobiografico di Henri Charriére che nel 1973 Franklin J. Schaffner portò sullo schermo con Steve McQueen e Dustin Hoffman nel panni dei protagonisti. Il motivo di ricordare il passato è che dopo aver tentennato se accettare l'offerta del regista danese Michael Noer, Hunnam ha cedut…
TORONTO. "Ho avuto un'adolescenza violenta e molto presto ho cercato una via di fuga nel cinema. Ho lasciato la scuola, mi sono messo a lavorare e spendevo tutto in videocassette, vedevo anche tre film al giorno. Una volta mio fratello, che aveva tre anni più di me ed era il capofamiglia, mi ha detto che stavo buttando la mia vita nel cesso. Gli ho detto che volevo lavorare nel cinema, lui mi ha schiaffeggiato e mi ha detto: sei un idiota. E io gli ho risposto: lo vedremo".

Charlie Hunnam è in vena di ricordare la sua infanzia turbolenta, quando lo incontriamo al festival di Toronto per parlare di Papillon, il nuovo adattamento dell'omonimo romanzo autobiografico di Henri Charriére che nel 1973 Franklin J. Schaffner portò sullo schermo con Steve McQueen e Dustin Hoffman nel panni dei protagonisti. Il motivo di ricordare il passato è che dopo aver tentennato se accettare l'offerta del regista danese Michael Noer, Hunnam ha ceduto più per motivi personali che cinematografici. "Ho sempre ammirato mio padre, che era un duro e si metteva in situazioni estreme, tanto che per imitarlo spesso facevo a botte. E in questo film è come se lo interpretassi: lui è stato a lungo in prigione e volevo in qualche modo capire la sua esperienza".

Nel film, che uscirà in Italia il 27 giugno distribuito da Eagle Pictures, il 38enne attore originario di Newcastle interpreta lo scassinatore Charriére, soprannominato Papillon, che nella Parigi degli anni Trenta viene accusato di un omicidio che non ha commesso e mandato in una colonia penale in Sud America. Lungo il viaggio diventa amico del minuto falsario Louis Dega (il Rami Malek della serie tv Mr. Robot) e lo protegge dai soprusi ottenendo in cambio l'aiuto per pianificare una fuga apparentemente impossibile. "Il tema delle carceri mi sta molto a cuore" dice Hunnam. "Vivo in America da molti anni e so tutto del sistema, ormai in mano a società private: un detenuto costa al governo 38.500 dollari e queste aziende fanno di tutto per riempire le galere, ottenendo il massimo profitto. È un sistema molto vicino allo schiavismo, simile a quello raccontato in Papillon. Rievocando il passato vorrei che la gente aprisse gli occhi sul presente".

Il film del '73 è uno dei capolavori della storia del cinema. Il confronto non la terrorizza?
"Ho accettato di fare il film perché sapevo che non era un remake, ma un adattamento del romanzo. Quando Mel Gibson ha girato l'Amleto di Zeffirelli qualcuno gli ha chiesto degli attori che l'hanno interpretato prima di lui? A me francamente non frega nulla del paragone con Steve McQueen".

E magari questa versione può tornare utile ai più giovani che non hanno avuto l'occasione di vedere l'originale...
"I giovani non dovrebbero guardare né l'originale né questo film, ma leggere di più. Iniziando proprio dal romanzo di Charriére".

Per girare il suo precedente film, Civiltà perduta, lei si è isolato per mesi, stavolta non ha mangiato per settimane. Le piacciono i ruoli estremi?
"Una volta un giornalista ha chiesto a Daniel Day-Lewis il perché della sua leggendaria applicazione per entrare nei personaggi. Lui ha detto di non essere abbastanza bravo per rinunciare a tutto ciò. Non mi voglio paragonare a lui, ma io cerco di fare quanto posso per il ruolo. Ho smesso di mangiare e per un po' anche di bere, mi concedevo solo le sigarette. I produttori non volevano, ma io ho imparato a fare di testa mia e mi hanno solo assegnato una guardia del corpo per controllare che stessi bene. Credo che lo sforzo in questo caso abbia pagato, soprattutto per le sequenze dell'isolamento di Papillon".

È difficile, finite le riprese, lasciarsi tutto alle spalle?
"Talvolta è un processo doloroso, e infatti stavolta, invece di tornare a casa dalla mia fidanzata, me ne sono stato cinque giorni in un hotel di Londra per rimettermi in sesto. Lei è paziente e mi ha aspettato. Comunque capisco perché Daniel Day-Lewis è stanco di recitare".

Lei ha lavorato in film indipendenti come questo e in megaproduzioni come King Arthur. In quale tipo di cinema si riconosce di più?
"Non rimpiango di avere girato King Arthur, ma quando ero sul set mi pareva una follia spendere 175 milioni di dollari per un film. Se mi avessero messo in una stanza coi produttori avrei trovato un modo per fargliene spendere la metà. Ma quello è un tipo di cinema in cui chiunque partecipi cerca di ottenere il massimo profitto e sinceramente non mi assomiglia. La frustrazione è stata talmente grande che ho pensato di smettere di recitare: vorrei concentrarmi sulla scrittura e la produzione, perché in realtà non mi sono mai sentito un attore, quanto piuttosto un narratore".

Dice sul serio?
"Scrivo molto meglio di quanto reciti e mi sono reso conto che per stare bene con me stesso e avere ritmi di vita umani, scrivere mi basta. Ho già venduto tre sceneggiature e vedremo cosa succederà. In ogni caso ho sempre recitato per guadagnare i soldi necessari a scrivere e a produrre".

Quando ha iniziato con le sceneggiature?
"A 16 anni ho scritto la prima, partecipando a un concorso. Non ho vinto, ma su ottomila elaborati sono arrivato tra i primi 15. E ho ricevuto la lettera di una giudice che diceva: "Tifavo per te, ti prego non mollare". Per me ha significato moltissimo, perché io andavo in giro a dire che avrei voluto fare il filmmaker. Ma tutti mi dicevano che ero un perdente del cazzo".

Quando la svolta?
"Avevo litigato in malo modo con un insegnante ed ero stato espulso da scuola, mi ero trasferito in un'altra città con mia mamma (i genitori hanno divorziato quando Charlie aveva due anni, ndr) e sono finito in una scuola professionale che odiavo. Per fortuna il preside ha visto che mi interessava la recitazione e mi ha dato una chance. In realtà poi ci sono stato solo otto mesi".

Come mai?
"A 17 anni mi sono trovato un agente che tormentavo per fare dei provini. Al primo mi hanno preso e mi sono trasferito a Los Angeles. Non sono mai più tornato indietro".

C'è qualche ruolo che rimpiange di non aver avuto?
"In passato sarei morto per ottenerne diversi, il guaio è che li davano tutti a Ryan Gosling. Per fortuna non accade più: le persone che lavorano per me hanno così paura di essere licenziate che non mi mandano un copione se non sono sicure che potrò avere la parte. Dopo vent'anni in questo business l'idea di andare a un provino e avere a che fare con qualche stronzo del casting non mi alletta più".

Si dice che Charriére abbia scritto Papillon rubando qua e là storie di altri detenuti. Lei ha preso in prestito qualche ispirazione ai registi con cui ha lavorato o che ha incontrato?
"A quasi tutti. Una volta ho incontrato Michael Mann che è notoriamente uno stronzo, però mi ha dato un consiglio che mi è rimasto in mente. "Quando scrivi una storia" mi ha detto "riducila all'essenza e dimenticati dell'ambientazione: se si svolge durante la guerra prova a ricollocarla a Wall Street oppure nel mondo del football americano. Se funziona ancora, è perfetta"".

E da scrittore cosa la attrae?
"Storie vere e originali, con una forte componente mascolina, che parlano di identità e riguardano la definizione di noi stessi in questa moderna era di follia. Adesso che ci penso sono le stesse che ho interpretato da attore, dalla serie tv Sons of Anarchy a Civiltà perduta. Sarà perché sono cresciuto in un posto economicamente depresso, circondato da gente abituata a sopravvivere. Già a sei anni avevo crisi esistenziali, ma ho sempre cercato di lottare. Per vivere".

Sul Venerdì del 18 maggio 2018