Prove tecniche di bit generation
dal nostro inviato RICCARDO STAGLIANÒ
PISA. Nell’autunno di quattro anni fa ho comprato dieci euro di bitcoin. All’Internet Festival di Pisa ospitavano uno dei primi bancomat dove cambiare soldi veri nella criptovaluta. L’idea era di monitorare l’andamento e scriverne per il giornale. Ma a lungo il prezzo non si mosse, e la calma piatta affossava la storia. Avanti rapido a metà dicembre 2017. Un bitcoin vale quasi 20 mila dollari e mi torna in mente il timido investimento di allora ormai lievitato a 400 euro. Se ne avessi comprati 100, adesso potrei acquistare una Vespa nuova. Se fossero stati mille, addirittura un garage a Roma. La storia finalmente c’era. Peccato che non ci fossero più i bitcoin. Nel senso che nella app del mio telefono il vecchio saldo di 0,0313 Btc era diventato 0. Eppure non li avevo spesi. Per sciogliere il mistero rintraccio Fausto Soriani, l’informatico a cui era venuta l’idea del bancomat originario. Mi fa: «Non è che hai cambia…
PISA. Nell’autunno di quattro anni fa ho comprato dieci euro di bitcoin. All’Internet Festival di Pisa ospitavano uno dei primi bancomat dove cambiare soldi veri nella criptovaluta. L’idea era di monitorare l’andamento e scriverne per il giornale. Ma a lungo il prezzo non si mosse, e la calma piatta affossava la storia. Avanti rapido a metà dicembre 2017. Un bitcoin vale quasi 20 mila dollari e mi torna in mente il timido investimento di allora ormai lievitato a 400 euro. Se ne avessi comprati 100, adesso potrei acquistare una Vespa nuova. Se fossero stati mille, addirittura un garage a Roma. La storia finalmente c’era. Peccato che non ci fossero più i bitcoin. Nel senso che nella app del mio telefono il vecchio saldo di 0,0313 Btc era diventato 0. Eppure non li avevo spesi. Per sciogliere il mistero rintraccio Fausto Soriani, l’informatico a cui era venuta l’idea del bancomat originario. Mi fa: «Non è che hai cambiato il telefono, nel frattempo, e il wallet, il borsellino elettronico, si è resettato?». In effetti il mio vecchio iPhone l’ha ereditato mia madre. Quando ci vediamo a Natale recupero l’applicazione e riesco a trasferire il peculio, nel frattempo sceso a 300 euro, dal vecchio al nuovo telefono nell’intervallo tra i mandarini e il panettone.
Mia madre è sollevata, ma perplessa: «Pensa se i miei risparmi in banca, che mi fruttano zero interessi, fossero cresciuti a questi ritmi! Però se invece di darlo a me il telefono tu l’avessi buttato o perduto, avresti perduto anche tutti i soldi?». Ha ragione su entrambi i fronti. Da vedova di un bancario finanziariamente molto cauto, vorrebbe saperne di più. Chi le ha inventate, quelle monete? Dove si comprano? Da cosa dipende il prezzo? Il testo che segue è lo spericolato tentativo di dare a lei, e a tutti quelli che si sono arresi di fronte alla spaventosa complessità della materia, risposte semplificate ma decenti. Se le userete solo per far bella figura in società, ora che l’Agenzia delle entrate ha disposto che i bitcoin vadano denunciati nella dichiarazione dei redditi, o anche per investire, è esclusivamente responsabilità vostra. Come scrivono su Twitter quelli che non vogliono grane RT ≠ endorsement, il fatto che ritwitti, che rilanci la notizia, non significa che la sottoscriva.
Per trovare una via nella selva di tecnicismi ho bisogno di una guida paziente. Punto su Soriani, che mi ha già aiutato nel recupero delle credenziali. Merita un capitoletto a parte questo quarantenne che ha impiegato otto anni («Ho un percorso scolastico accidentato») per finire un liceo scientifico dalla cui stessa classe è uscito un ragazzo medaglia d’argento e di bronzo alle Olimpiadi internazionali della matematica, si è poi iscritto a Ingegneria informatica, che ha lasciato dopo neanche un anno (come Bill Gates e Mark Zuckerberg, entre autres) e poi ha seguito un paio di corsi regionali, quelli che nessuno prende sul serio, per diventare sistemista. E siccome era molto bravo l’università di Pisa l’ha assunto, ma ora ha preso un anno di aspettativa per dedicarsi alle sue creature. Quelle di cui siamo venuti a parlare: «A seconda di come andranno le cose in questi mesi deciderò se rientrare o mettermi in proprio e magari impegnarmi anche in progetti non profit».
Non dice quanti bitcoin possiede questo neopapà mite, capelli corti e barba appena brizzolata, un lobo trafitto da tre piercing testimoni di un’allergia al conformismo che oggi esprime nelle valute digitali alternative. Ma avendo cominciato molto presto potrebbe essere una fortuna non trascurabile. Che può lievitare ulteriormente o precipitare, se l’anatema di Nouriel Roubini, tra i pochissimi economisti ad aver avvertito dell’arrivo della Grande recessione, si realizzerà: «I bitcoin sono una frode, arriveranno a zero!». Ma una cosa per volta.
La genesi è già un film che non è stato ancora scritto per contumacia del protagonista. Succede infatti che nel 2008 Satoshi Nakamoto, uno nessuno o centomila programmatori di cui si ignora l’identità, fa circolare in una mailing list di esperti di crittografia un paper dal titolo Bitcoin: A Peer-to-Peer Electronic Cash System. L’idea è quella di una valuta digitale che non ha bisogno di alcuna autorità centralizzata, banca o altra istituzione governativa, per garantire che gli scambi avvengano regolarmente. Quel compito lo assolveranno, dal basso, i membri stessi della nuova rete.
Come su Napster o a BitTorrent, dove ci si scambiano film o musica da persona a persona, qui si scambia questo inedito denaro. A evitare che qualcuno faccia il furbo e provi a spendere la stessa somma più volte ci pensa un’infrastruttura informatica che si chiama blockchain. La sua caratteristica principale è di essere una banca dati distribuita su tanti computer la quale tiene traccia di ogni transazione. Immaginate, tagliando con l’accetta, un enorme registro contenuto in un file che diventa più pesante, come un documento di Word a cui aggiungi del testo, ad ogni nuova compravendita (oggi è sui 150 Gigabit, ovvero 150 volte i 44 volumi della Enciclopedia Britannica).
Quel super file si trova fisicamente replicato su oltre 12000 nodi, ovvero computer, nel mondo. Ogni 10 minuti tutti i passaggi di bitcoin, per pagare una pizza come un container di droga, avvenuti in quel lasso di tempo, vengono impacchettati per formare un block, un anello della catena che per essere valida deve essere continua, senza interruzioni. Detto altrimenti: ogni blocco è come un’automobilina, con una targa sul davanti e una sul dietro che devono corrispondere a quelle del blocco precedente e di quello successivo. A certificare, attraverso complessi calcoli matematici, che tutto ciò avvenga senza alterazioni pensano i membri della comunità. Di cui Soriani fa parte.
Questa febbrile attività si chiama mining, estrazione, e la compiono in automatico dei software. L’allusione mineraria è piuttosto pertinente perché, proprio come nella corsa all’oro del Klondike, le ricompense si riducono col tempo e con l’arrivo di nuovi cercatori. All’inizio, nel lontano 2010 in cui il misterioso Nakamoto minò da solo circa un milione di bitcoin, la metà di quelli allora esistenti, chi si aggiudicava per primo, in una sorta di asta planetaria, la certificazione di un blocco, veniva retribuito dal sistema con 50 bitcoin. Una parcella che è già scesa a 12,5 bitcoin e continuerà a dimezzarsi man mano che ci avvicineremo al limite massimo di bitcoin in circolazione (21 milioni, contro i 17 attuali, la soglia pensata nelle specifiche originarie per evitare rischi di inflazione).
Il compenso, a scanso di equivoci, non va a una singola persona ma a una squadra di miners, anche varie migliaia, che mettono insieme la potenza di calcolo dei propri computer per poter eseguire le operazioni matematiche che individuano la proof-of-work, la firma numerica che invera tutta la sequenza.
Per l’attività di estrazione servono macchine speciali. Soriani me le mostra nel retrobottega del Computer Shop, il negozio di informatica che ospita anche il bancomat di bitcoin (Btc) in una zona industriale pisana allegra come il Nebraska e non totalmente asfaltata, dove quando piove si aprono crateri che fanno invidia a Roma. In una saletta piccola, accanto a una grossa stampante, ci sono l’Application specific integrated circuit (Asic) e il suo alimentatore, due parallelepipedi di metallo grandi ognuno come una magnum di Champagne ma con nessuna preoccupazione per l’estetica. Potrebbero essere, soprattutto per la grossa ventola e il rumore che generano, componenti di frigoriferi o di qualche macchina utensile. L’Asic lo produce la cinese Bitmain ed è un terminale senza schermo né tastiera in grado di fare solo una cosa: eseguire, notte e giorno, l’algoritmo in grado di minare i bitcoin. Soriani l’ha comprato online a ottobre per 1400 dollari, gliel’hanno spedito dopo tre mesi («Sono monopolisti, fanno quello che vogliono e nell’attesa lo usano loro») e quando l’ha ricevuto, nel pieno del boom, avrebbe potuto rivenderlo a quasi il triplo perché a quelle tariffe tutti volevano scavare. Ma già adesso la sua valutazione è andata giù e tra due-tre mesi calcola che il reddito prodotto non compenserà neppure l’elettricità consumata.
Le vere idrovore elettriche si trovano però nella stanza accanto, regno dell’amico Mauro Fiore, che sta saldando dei chip su una scheda-madre facendo bene attenzione che i suoi dreadlock non finiscano sullo stagno fuso. Lì accanto c’è la loro Ferrari, ovvero l’assemblaggio su un telaio di alluminio di dodici schede video Nvidia, da mille euro l’una, con una potenza di calcolo complessiva pari a 25 Xbox di ultima generazione, con la quale estraggono Ethereum, Litecoin o una qualsiasi delle altre 1565 criptovalute nate negli ultimi anni sull’onda del successo dei bitcoin.
Anche qui la discrezionalità umana è minima. Fausto o Mauro guardano su un doppio schermo, che somiglia ai monitor di Borsa, quali blocchi di transazioni promettono una commissione più alta e puntano su quelle. Tutto il resto lo fa l’algoritmo, insieme a centinaia o migliaia di programmi uguali sparpagliati in altrettante macchine in tutto il mondo. Dice Soriani: «Nei giorni buoni possono produrre l’equivalente di un’ottantina di euro, da cui va tolta la bolletta della luce, che a 2,4 Kw al giorno equivale a 11 euro e cinquanta centesimi. E poi l’ammortamento del costo della macchina». Moltiplicate per trenta, e non viene fuori un capitale. A meno che quegli spiccioli di bitcoin crescano esponenzialmente.
Sebbene siti come Siacoin consentano un mining senza macchine dedicate (basta mettere a disposizione una parte del proprio disco fisso e la connessione a Internet, una sorta di Airbnb dei dati), i bitcoin e le altre criptovalute si possono anche comprare. Offline, in uno della decina di bancomat italiani, oppure online in uno dei tanti exchange, cambiavalute come CoinBase, Kraken o Bitfinex, per citare i più celebri. Tendenzialmente bastano un documento di identità e una carta di credito, oppure un bonifico, al netto di una piccola commissione che si aggira tra lo 0,1-0,2 per cento dell’importo.
Purtroppo nel febbraio 2014 fu facilissimo farne uscire illegittimamente 850 mila (450 milioni di dollari al cambio di allora) da Mt. Gox, l’exchange giapponese che gestiva il 70 per cento delle transazioni globali. A quanto pare si trattò di un inside job: un dipendente con accesso alle credenziali spostò quella fortuna su suoi conti. Come potrebbe fare un qualsiasi bancario infedele di Cavriago che dirotta su Cuba con la cassa, ma molto più agevolmente. «Con il paradosso che i 200 mila bitcoin ritrovati e congelati per l’indagine giudiziaria» nota Soriani, «si sono apprezzati enormemente (1,6 miliardi) facendo guadagnare, anche al netto delle restituzioni, i gestori».
Restano il danno di immagine e la lezione più generale. Per fare un bonifico da 450 milioni in banca ti devono identificare. In un conto online, oltre a username e password, ti serve almeno un pin. Mentre in un exchange se entri in possesso di una chiave privata hai tutto quel che serve per far sgattaiolare metà del Pil della Somalia. O l’equivalente di 200 milioni di dollari in Nano, un’altra criptomoneta, com’è successo tre mesi fa a BitGrail, un cambiavalute fiorentino.
E allora capiamo meglio dove si custodiscono i bitcoin. Il contenitore delle vostre monete è il wallet, che viene detto “caldo” quando è accessibile online (più comodità, ma più rischi di attacchi hacker) o “freddo”, quando si tratta di una chiavetta Usb o altro hardware non connesso alla rete (meno comodo, l’unico rischio è quello di perderlo). In verità, più che contenere il denaro, il portamonete è importante perché protegge le chiavi necessarie per spendere i bitcoin.
E qui entriamo nel sottomondo più esoterico, quello della crittografia asimmetrica. La matrice della vostra password è la seed phrase, una lista di dodici parole generate in maniera casuale da un software. Tipo: «Mais matita casco legno mappa bici cactus cornice mouse giornale postino scotch». Potete memorizzarle, scriverle su un taccuino o mandarvele per posta: l’importante è non perderle o farsele copiare. A partire da queste 12 parole, il wallet produce una stringa di 64 caratteri che costituiscono la “chiave privata”, quella che vi servirà per spendere/spedire i soldi.
La chiave privata subisce poi un’ulteriore trasformazione diventando un’altra stringa di lettere e numeri che corrisponde al vostro indirizzo bitcoin, la chiave pubblica che potete dare in giro e che è indispensabile per ricevere denaro. Il motivo per cui potete condividerla è che non c’è modo per risalire dalla chiave pubblica a quella privata, così come non si ricostruisce la seed phrase a partire dalla privata, da qui l’asimmetria nella cifratura. (Ai puristi scandalizzati per la brutalità delle semplificazioni consiglio un bel respirone: il 90 per cento della popolazione non è tenuta a saper niente di tutto questo).
Intanto il drappello dei critici cresce. Non obiettano tanto l’imprinting criminale dell’essere stati moneta di scambio del deep web. Quanto di essere diventati un investimento tossico. Oltre a Roubini, per cui i bitcoin sono «una truffa», «la più grande bolla di tutti i tempi», la recensione del re degli investitori Warren Buffett è «veleno per topi al quadrato». Tuttavia molte grandi banche, dopo una forte contraerea iniziale, sembrano arrendersi al vecchio adagio if you can’t beat them, buy them, se non puoi batterli, comprali. Jp Morgan ha annunciato di volere aprire un desk di cambio, così come sta per fare Goldman Sachs. E hanno anche ammesso per la prima volta che i bitcoin costituiscono un «rischio» per il loro business, poiché consentono pagamenti senza l’intermediazione di istituti di credito. Una prospettiva che, in tempi di populismo rampante, accende grandi entusiasmi.
La Banca d’Italia, due mesi prima del grande rialzo di dicembre, aveva messo in guardia: «Non investite, troppe incertezze». Il suo direttore generale Salvatore Rossi, in un confronto pubblico col popolare divulgatore informatico Salvatore Aranzulla, ha negato loro anche il nome («Non sono criptovalute, perché non sono veri mezzi di pagamento né riserve di valore, ma criptoasset!»). Come in tutte le speculazioni, però, il verdetto dipende da quando entri e da quando esci. Anche Soriani, che è entrato prestissimo, distingue nettamente: «La maggior parte delle nuove denominazioni sono strumenti speculativi per chi ha perso il treno dei bitcoin. Hanno zero chance e spingono a un trading compulsivo peggiore della ludopatia di certi videopoker».
Concordo. Io controllo occasionalmente il saldo sulla mia app che oggi dice 230 euro, ovvero la metà di quanto valeva tre mesi fa. Ma anche venti volte quanto li avevo pagati nel 2014. Al solito la bellezza è nell’occhio di chi guarda. Per chiudere il cerchio, decido di rientrare almeno dell’investimento iniziale. Vado su Kraken.com, cambio 0,0013 bitcoin in 10 euro e li trasferisco sul mio conto corrente. Funziona! Da virtuali questi soldi che non possiamo chiamare soldi ma piuttosto investimento sono diventati reali.
Faccio anche leggere l’articolo a mia madre a cui resta più di un dubbio. Soprattutto su come i minatori riescano a garantire il funzionamento del sistema (ma di fronte all’insensata complicatezza di queste operazioni matematiche gli stessi protagonisti talvolta alzano le mani. E quanti di noi saprebbero spiegare come funzionano i derivati? Credo quia absurdum). Alla sua domanda «in pratica cosa ci posso comprare» risponderà, pur nel cospicuo décalage tra marketing e realtà, l’articolo successivo. Una certezza le resta: «Mi sembra una cosa troppo rischiosa: non li comprare!». La voce della saggezza.
La nostra disavventura iniziale è finita comunque meglio che all’inglese James Howells che nel 2009, quando i bitcoin non valevano niente, ne aveva comprati 7500 ma la sua chiave privata è rimasta sepolta in un disco esterno finito sventuratamente in una discarica di Newport. Quattro milioni di sterline riposano in pace sotto tonnellate di rifiuti e guano. Il pisano Soriani, invece, si gode la Canossa degli amici che fino a un anno fa lo prendevano in giro per la sua fissazione e ora gli chiedono consigli su dove investire. Se avessero ragione ieri, o se l’abbiano oggi, è presto per dirlo.
Sul Venerdì del 18 maggio
Mia madre è sollevata, ma perplessa: «Pensa se i miei risparmi in banca, che mi fruttano zero interessi, fossero cresciuti a questi ritmi! Però se invece di darlo a me il telefono tu l’avessi buttato o perduto, avresti perduto anche tutti i soldi?». Ha ragione su entrambi i fronti. Da vedova di un bancario finanziariamente molto cauto, vorrebbe saperne di più. Chi le ha inventate, quelle monete? Dove si comprano? Da cosa dipende il prezzo? Il testo che segue è lo spericolato tentativo di dare a lei, e a tutti quelli che si sono arresi di fronte alla spaventosa complessità della materia, risposte semplificate ma decenti. Se le userete solo per far bella figura in società, ora che l’Agenzia delle entrate ha disposto che i bitcoin vadano denunciati nella dichiarazione dei redditi, o anche per investire, è esclusivamente responsabilità vostra. Come scrivono su Twitter quelli che non vogliono grane RT ≠ endorsement, il fatto che ritwitti, che rilanci la notizia, non significa che la sottoscriva.
IL NOSTRO VIRGILIO
Per trovare una via nella selva di tecnicismi ho bisogno di una guida paziente. Punto su Soriani, che mi ha già aiutato nel recupero delle credenziali. Merita un capitoletto a parte questo quarantenne che ha impiegato otto anni («Ho un percorso scolastico accidentato») per finire un liceo scientifico dalla cui stessa classe è uscito un ragazzo medaglia d’argento e di bronzo alle Olimpiadi internazionali della matematica, si è poi iscritto a Ingegneria informatica, che ha lasciato dopo neanche un anno (come Bill Gates e Mark Zuckerberg, entre autres) e poi ha seguito un paio di corsi regionali, quelli che nessuno prende sul serio, per diventare sistemista. E siccome era molto bravo l’università di Pisa l’ha assunto, ma ora ha preso un anno di aspettativa per dedicarsi alle sue creature. Quelle di cui siamo venuti a parlare: «A seconda di come andranno le cose in questi mesi deciderò se rientrare o mettermi in proprio e magari impegnarmi anche in progetti non profit».
Non dice quanti bitcoin possiede questo neopapà mite, capelli corti e barba appena brizzolata, un lobo trafitto da tre piercing testimoni di un’allergia al conformismo che oggi esprime nelle valute digitali alternative. Ma avendo cominciato molto presto potrebbe essere una fortuna non trascurabile. Che può lievitare ulteriormente o precipitare, se l’anatema di Nouriel Roubini, tra i pochissimi economisti ad aver avvertito dell’arrivo della Grande recessione, si realizzerà: «I bitcoin sono una frode, arriveranno a zero!». Ma una cosa per volta.
CHE COSA SONO
La genesi è già un film che non è stato ancora scritto per contumacia del protagonista. Succede infatti che nel 2008 Satoshi Nakamoto, uno nessuno o centomila programmatori di cui si ignora l’identità, fa circolare in una mailing list di esperti di crittografia un paper dal titolo Bitcoin: A Peer-to-Peer Electronic Cash System. L’idea è quella di una valuta digitale che non ha bisogno di alcuna autorità centralizzata, banca o altra istituzione governativa, per garantire che gli scambi avvengano regolarmente. Quel compito lo assolveranno, dal basso, i membri stessi della nuova rete.
Come su Napster o a BitTorrent, dove ci si scambiano film o musica da persona a persona, qui si scambia questo inedito denaro. A evitare che qualcuno faccia il furbo e provi a spendere la stessa somma più volte ci pensa un’infrastruttura informatica che si chiama blockchain. La sua caratteristica principale è di essere una banca dati distribuita su tanti computer la quale tiene traccia di ogni transazione. Immaginate, tagliando con l’accetta, un enorme registro contenuto in un file che diventa più pesante, come un documento di Word a cui aggiungi del testo, ad ogni nuova compravendita (oggi è sui 150 Gigabit, ovvero 150 volte i 44 volumi della Enciclopedia Britannica).
Quel super file si trova fisicamente replicato su oltre 12000 nodi, ovvero computer, nel mondo. Ogni 10 minuti tutti i passaggi di bitcoin, per pagare una pizza come un container di droga, avvenuti in quel lasso di tempo, vengono impacchettati per formare un block, un anello della catena che per essere valida deve essere continua, senza interruzioni. Detto altrimenti: ogni blocco è come un’automobilina, con una targa sul davanti e una sul dietro che devono corrispondere a quelle del blocco precedente e di quello successivo. A certificare, attraverso complessi calcoli matematici, che tutto ciò avvenga senza alterazioni pensano i membri della comunità. Di cui Soriani fa parte.
COME SI CREANO
Questa febbrile attività si chiama mining, estrazione, e la compiono in automatico dei software. L’allusione mineraria è piuttosto pertinente perché, proprio come nella corsa all’oro del Klondike, le ricompense si riducono col tempo e con l’arrivo di nuovi cercatori. All’inizio, nel lontano 2010 in cui il misterioso Nakamoto minò da solo circa un milione di bitcoin, la metà di quelli allora esistenti, chi si aggiudicava per primo, in una sorta di asta planetaria, la certificazione di un blocco, veniva retribuito dal sistema con 50 bitcoin. Una parcella che è già scesa a 12,5 bitcoin e continuerà a dimezzarsi man mano che ci avvicineremo al limite massimo di bitcoin in circolazione (21 milioni, contro i 17 attuali, la soglia pensata nelle specifiche originarie per evitare rischi di inflazione).
Il compenso, a scanso di equivoci, non va a una singola persona ma a una squadra di miners, anche varie migliaia, che mettono insieme la potenza di calcolo dei propri computer per poter eseguire le operazioni matematiche che individuano la proof-of-work, la firma numerica che invera tutta la sequenza.
CHI LI CREA
Per l’attività di estrazione servono macchine speciali. Soriani me le mostra nel retrobottega del Computer Shop, il negozio di informatica che ospita anche il bancomat di bitcoin (Btc) in una zona industriale pisana allegra come il Nebraska e non totalmente asfaltata, dove quando piove si aprono crateri che fanno invidia a Roma. In una saletta piccola, accanto a una grossa stampante, ci sono l’Application specific integrated circuit (Asic) e il suo alimentatore, due parallelepipedi di metallo grandi ognuno come una magnum di Champagne ma con nessuna preoccupazione per l’estetica. Potrebbero essere, soprattutto per la grossa ventola e il rumore che generano, componenti di frigoriferi o di qualche macchina utensile. L’Asic lo produce la cinese Bitmain ed è un terminale senza schermo né tastiera in grado di fare solo una cosa: eseguire, notte e giorno, l’algoritmo in grado di minare i bitcoin. Soriani l’ha comprato online a ottobre per 1400 dollari, gliel’hanno spedito dopo tre mesi («Sono monopolisti, fanno quello che vogliono e nell’attesa lo usano loro») e quando l’ha ricevuto, nel pieno del boom, avrebbe potuto rivenderlo a quasi il triplo perché a quelle tariffe tutti volevano scavare. Ma già adesso la sua valutazione è andata giù e tra due-tre mesi calcola che il reddito prodotto non compenserà neppure l’elettricità consumata.
Le vere idrovore elettriche si trovano però nella stanza accanto, regno dell’amico Mauro Fiore, che sta saldando dei chip su una scheda-madre facendo bene attenzione che i suoi dreadlock non finiscano sullo stagno fuso. Lì accanto c’è la loro Ferrari, ovvero l’assemblaggio su un telaio di alluminio di dodici schede video Nvidia, da mille euro l’una, con una potenza di calcolo complessiva pari a 25 Xbox di ultima generazione, con la quale estraggono Ethereum, Litecoin o una qualsiasi delle altre 1565 criptovalute nate negli ultimi anni sull’onda del successo dei bitcoin.
Anche qui la discrezionalità umana è minima. Fausto o Mauro guardano su un doppio schermo, che somiglia ai monitor di Borsa, quali blocchi di transazioni promettono una commissione più alta e puntano su quelle. Tutto il resto lo fa l’algoritmo, insieme a centinaia o migliaia di programmi uguali sparpagliati in altrettante macchine in tutto il mondo. Dice Soriani: «Nei giorni buoni possono produrre l’equivalente di un’ottantina di euro, da cui va tolta la bolletta della luce, che a 2,4 Kw al giorno equivale a 11 euro e cinquanta centesimi. E poi l’ammortamento del costo della macchina». Moltiplicate per trenta, e non viene fuori un capitale. A meno che quegli spiccioli di bitcoin crescano esponenzialmente.
DOVE SI COMPRANO
Sebbene siti come Siacoin consentano un mining senza macchine dedicate (basta mettere a disposizione una parte del proprio disco fisso e la connessione a Internet, una sorta di Airbnb dei dati), i bitcoin e le altre criptovalute si possono anche comprare. Offline, in uno della decina di bancomat italiani, oppure online in uno dei tanti exchange, cambiavalute come CoinBase, Kraken o Bitfinex, per citare i più celebri. Tendenzialmente bastano un documento di identità e una carta di credito, oppure un bonifico, al netto di una piccola commissione che si aggira tra lo 0,1-0,2 per cento dell’importo.
Purtroppo nel febbraio 2014 fu facilissimo farne uscire illegittimamente 850 mila (450 milioni di dollari al cambio di allora) da Mt. Gox, l’exchange giapponese che gestiva il 70 per cento delle transazioni globali. A quanto pare si trattò di un inside job: un dipendente con accesso alle credenziali spostò quella fortuna su suoi conti. Come potrebbe fare un qualsiasi bancario infedele di Cavriago che dirotta su Cuba con la cassa, ma molto più agevolmente. «Con il paradosso che i 200 mila bitcoin ritrovati e congelati per l’indagine giudiziaria» nota Soriani, «si sono apprezzati enormemente (1,6 miliardi) facendo guadagnare, anche al netto delle restituzioni, i gestori».
Restano il danno di immagine e la lezione più generale. Per fare un bonifico da 450 milioni in banca ti devono identificare. In un conto online, oltre a username e password, ti serve almeno un pin. Mentre in un exchange se entri in possesso di una chiave privata hai tutto quel che serve per far sgattaiolare metà del Pil della Somalia. O l’equivalente di 200 milioni di dollari in Nano, un’altra criptomoneta, com’è successo tre mesi fa a BitGrail, un cambiavalute fiorentino.
DOVE SI CONSERVANO
E allora capiamo meglio dove si custodiscono i bitcoin. Il contenitore delle vostre monete è il wallet, che viene detto “caldo” quando è accessibile online (più comodità, ma più rischi di attacchi hacker) o “freddo”, quando si tratta di una chiavetta Usb o altro hardware non connesso alla rete (meno comodo, l’unico rischio è quello di perderlo). In verità, più che contenere il denaro, il portamonete è importante perché protegge le chiavi necessarie per spendere i bitcoin.
E qui entriamo nel sottomondo più esoterico, quello della crittografia asimmetrica. La matrice della vostra password è la seed phrase, una lista di dodici parole generate in maniera casuale da un software. Tipo: «Mais matita casco legno mappa bici cactus cornice mouse giornale postino scotch». Potete memorizzarle, scriverle su un taccuino o mandarvele per posta: l’importante è non perderle o farsele copiare. A partire da queste 12 parole, il wallet produce una stringa di 64 caratteri che costituiscono la “chiave privata”, quella che vi servirà per spendere/spedire i soldi.
La chiave privata subisce poi un’ulteriore trasformazione diventando un’altra stringa di lettere e numeri che corrisponde al vostro indirizzo bitcoin, la chiave pubblica che potete dare in giro e che è indispensabile per ricevere denaro. Il motivo per cui potete condividerla è che non c’è modo per risalire dalla chiave pubblica a quella privata, così come non si ricostruisce la seed phrase a partire dalla privata, da qui l’asimmetria nella cifratura. (Ai puristi scandalizzati per la brutalità delle semplificazioni consiglio un bel respirone: il 90 per cento della popolazione non è tenuta a saper niente di tutto questo).
NON È TUTTO ORO…
Intanto il drappello dei critici cresce. Non obiettano tanto l’imprinting criminale dell’essere stati moneta di scambio del deep web. Quanto di essere diventati un investimento tossico. Oltre a Roubini, per cui i bitcoin sono «una truffa», «la più grande bolla di tutti i tempi», la recensione del re degli investitori Warren Buffett è «veleno per topi al quadrato». Tuttavia molte grandi banche, dopo una forte contraerea iniziale, sembrano arrendersi al vecchio adagio if you can’t beat them, buy them, se non puoi batterli, comprali. Jp Morgan ha annunciato di volere aprire un desk di cambio, così come sta per fare Goldman Sachs. E hanno anche ammesso per la prima volta che i bitcoin costituiscono un «rischio» per il loro business, poiché consentono pagamenti senza l’intermediazione di istituti di credito. Una prospettiva che, in tempi di populismo rampante, accende grandi entusiasmi.
La Banca d’Italia, due mesi prima del grande rialzo di dicembre, aveva messo in guardia: «Non investite, troppe incertezze». Il suo direttore generale Salvatore Rossi, in un confronto pubblico col popolare divulgatore informatico Salvatore Aranzulla, ha negato loro anche il nome («Non sono criptovalute, perché non sono veri mezzi di pagamento né riserve di valore, ma criptoasset!»). Come in tutte le speculazioni, però, il verdetto dipende da quando entri e da quando esci. Anche Soriani, che è entrato prestissimo, distingue nettamente: «La maggior parte delle nuove denominazioni sono strumenti speculativi per chi ha perso il treno dei bitcoin. Hanno zero chance e spingono a un trading compulsivo peggiore della ludopatia di certi videopoker».
Concordo. Io controllo occasionalmente il saldo sulla mia app che oggi dice 230 euro, ovvero la metà di quanto valeva tre mesi fa. Ma anche venti volte quanto li avevo pagati nel 2014. Al solito la bellezza è nell’occhio di chi guarda. Per chiudere il cerchio, decido di rientrare almeno dell’investimento iniziale. Vado su Kraken.com, cambio 0,0013 bitcoin in 10 euro e li trasferisco sul mio conto corrente. Funziona! Da virtuali questi soldi che non possiamo chiamare soldi ma piuttosto investimento sono diventati reali.
Faccio anche leggere l’articolo a mia madre a cui resta più di un dubbio. Soprattutto su come i minatori riescano a garantire il funzionamento del sistema (ma di fronte all’insensata complicatezza di queste operazioni matematiche gli stessi protagonisti talvolta alzano le mani. E quanti di noi saprebbero spiegare come funzionano i derivati? Credo quia absurdum). Alla sua domanda «in pratica cosa ci posso comprare» risponderà, pur nel cospicuo décalage tra marketing e realtà, l’articolo successivo. Una certezza le resta: «Mi sembra una cosa troppo rischiosa: non li comprare!». La voce della saggezza.
La nostra disavventura iniziale è finita comunque meglio che all’inglese James Howells che nel 2009, quando i bitcoin non valevano niente, ne aveva comprati 7500 ma la sua chiave privata è rimasta sepolta in un disco esterno finito sventuratamente in una discarica di Newport. Quattro milioni di sterline riposano in pace sotto tonnellate di rifiuti e guano. Il pisano Soriani, invece, si gode la Canossa degli amici che fino a un anno fa lo prendevano in giro per la sua fissazione e ora gli chiedono consigli su dove investire. Se avessero ragione ieri, o se l’abbiano oggi, è presto per dirlo.
Sul Venerdì del 18 maggio