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Blaise Cendrars (1887-1961) ritratto da Robert Doisneau a Villefranche-sur-Mer nel 1948 (Robert Doisneau/ Gamma Rapho/ Getty) 

Blaise Cendrars, l'arte della fuga

Mentre torna in libreria uno dei suoi romanzi, ci siamo rimessi sulle tracce del grande scrittore-avventuriero. Che, a più di mezzo secolo dalla scomparsa, resta ancora inafferrabile
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Anche da morto continua a sfuggire alla cattura. Gli studiosi non sanno ancora bene dove alloggiarlo nelle storie della letteratura. Come un meteorite attraversò quel firmamento, assai trafficato di stelle, che fu l’arte europea del primo Novecento. Dai suburbi parigini all’Amazzonia, dalla Russia a Hollywood, visse in perenne combustione. Al secolo Frédéric Sauser, s’era scelto lo pseudonimo di Blaise Cendrars proprio perché dentro ci sentiva il crepitare della “braise”, la brace, sotto le “cendres”, le ceneri della povertà, la guerra, la sciagura dalle quali si rialzò ogni volta con la sua maschera mezzo desolata e mezzo sardonica – il mozzicone di Gitane sempre incastrato tra le labbra.

Si definiva pessimo poeta. Ma, ascoltandolo leggere i suoi primi versi, il peso massimo Guillaume Apollinaire assunse di colpo un’espressione da pugile suonato e crollò al tappeto, ammettendo: &la…
Anche da morto continua a sfuggire alla cattura. Gli studiosi non sanno ancora bene dove alloggiarlo nelle storie della letteratura. Come un meteorite attraversò quel firmamento, assai trafficato di stelle, che fu l’arte europea del primo Novecento. Dai suburbi parigini all’Amazzonia, dalla Russia a Hollywood, visse in perenne combustione. Al secolo Frédéric Sauser, s’era scelto lo pseudonimo di Blaise Cendrars proprio perché dentro ci sentiva il crepitare della “braise”, la brace, sotto le “cendres”, le ceneri della povertà, la guerra, la sciagura dalle quali si rialzò ogni volta con la sua maschera mezzo desolata e mezzo sardonica – il mozzicone di Gitane sempre incastrato tra le labbra.

Si definiva pessimo poeta. Ma, ascoltandolo leggere i suoi primi versi, il peso massimo Guillaume Apollinaire assunse di colpo un’espressione da pugile suonato e crollò al tappeto, ammettendo: «Che valgono i miei libri a confronto?». Dalle macerie del simbolismo Cendrars inventò la poesia moderna, scaraventandoci dentro ghetti, immigrati spettrali, grattacieli, rotaie, whisky, pistole Browning... «Immense navi nere arrivano dagli orizzonti...»; «Il panorama enorme della città intersecata da tenebre...»; «Serpenti smisurati nel fiume in secca...»: era misticamente attratto da tutto ciò che è immane, inclusi il Male, la follia e chi li incarna fino al sacrificio di sé. Tipo Moravagine, «la grande belva umana», l’aristocratico depravato che sventra donne e ragazzine e, in combutta con lo psichiatra che lo ha aiutato a evadere dal manicomio, vediamo rimbalzare da Mosca a New York, dall’America Latina alla Parigi della banda Bonnot, in un’orgia di complotti, peripezie e sangue. In tandem saranno terroristi, compagni di sbronze, balordi in fuga dai terribili indios “vallataoni”: «Per più di tre settimane ci tormentarono con i piccoli proiettili appuntiti delle cerbottane... Fischiavano, pigolavano, stridevano alle nostre spalle, rimbombavano nei canaloni e nelle gole».

Blaise Cendrars ruminò sul romanzo Moravagine – che ora Adelphi riporta in libreria dopo decenni di latitanza (pp. 249, euro 18, traduzione di Leopoldo Carra) – dal 1913 al ‘25. La figura del nobile squartatore sembra appartenere alla genia dei “criminali filosofici” che a partire almeno da Dostoevskij punteggiano tanta letteratura europea tra Otto e Novecento. Ma, con il suo amoralismo nietzschiano in versione parecchio andante, pende di più verso Fantômas o certi cattivoni da feuilleton.

Leggenda vuole che Cendrars avesse incontrato il modello del personaggio mentre, da uditore svogliato, seguiva corsi di psichiatria a Berna. Era nato nel 1887 a La Chaux-de-Fonds, cantone di Neuchâtel. Il padre assomigliava a una delle sue creature letterarie. Commerciante spericolato, nel 1894 pensò di fare bingo esportando birra tedesca a Napoli. La famiglia si trasferisce al Vomero in attesa che il carico di barili venga sbarcato. E arriverà, ma in condizioni oscene: non pastorizzata, sballottata in mare per giorni, la birra è diventata una ciofeca inavvicinabile. Papà Georges è alla bancarotta. Insieme a moglie e prole saranno rimpatriati con disonore.

Lunghi capelli alla Novalis sul grugno da galeotto, il giovane Blaise è un tipetto selvaggio: scappa continuamente di casa. Per provare  a domarlo lo mandano a lavorare a San Pietroburgo come apprendista presso un gioielliere svizzero. Il 9 gennaio 1905 il ragazzo è a bottega mentre la Guardia zarista spara sui manifestanti della “Domenica di sangue”: centinaia di morti. Durante la carneficina, con il principale si barricano dentro la camera blindata del negozio. Nel tempo libero BC si tuffa tra i libri della Biblioteca Imperiale; all’Ermitage si imbambola davanti ai primitivi italiani, e si innamora di Hélène, la figlia di un fornitore. Di ritorno in Svizzera, apprenderà che la ragazza è morta bruciata nel sonno da una lampada a petrolio. Quando gli muore pure la madre Cendrars tronca gli ormeggi e diventa un turbo-vagabondo. Apicoltore nella banlieue parigina, giocoliere a Bruxelles, venditore di dolciumi in costume da turco all’Expo universale, saltimbanco a Londra, dove divide la stanza con un clown in erba che di nome fa Charlie Chaplin. Nella fregola, BC trova il tempo per sposarsi con Féla, una maestrina polacca. Quando la chiameranno a insegnare in una scuola anarco-montessoriana di New York lui la seguirà.

Nei formicai dell’immigrazione la vita è peggio che grama. Blaise s’improvvisa sarto, macellaio nei mattatoi ebraici, pianista nei cinema sulla Bowery. Ma lo cacciano dappertutto. Si sente il più povero figlio di puttana sulla terra. Una notte, è la vigilia di Pasqua del 1912, torna a casa dopo aver vagato tutto il giorno. Si butta sul «letto freddo come una bara». S’addormenta, poi si sveglia di soprassalto e attacca a scrivere, riprende sonno, si risveglia e ricomincia a scrivere. Alla fine avrà partorito i 102 distici di Pasqua a New York, grande inno metropolitano di derelizione e pietà, un salmo moderno. Sarà il pezzo forte del Cendrars poeta insieme a Prosa della Transiberiana, che nel 1913 squinterna tutto, grafica compresa. In forma di pieghevole, è un “poema simultaneo” dove i versi si impastano alle pitture di Sonia Delaunay. Il dépliant si srotola per due metri, che moltiplicati per 150 copie – tante se ne sono stampate – fanno 300 metri, cioè l’altezza della Tour Eiffel. Teneri ghiribizzi d’avanguardia. Nella Parigi d’anteguerra Blaise si lega d’amicizia con Léger, si ubriaca con Modigliani; di Picasso e Braque scriverà che stanno al cubismo come Pascal e Arnauld al giansenismo (Pablo «febbrile, spesso lamentoso», Georges «logico fermo e convinto»); stravede per Chagall, che del primo incontro nell’atelier ricorderà: «Non guardava i miei quadri, li inghiottiva».

Cendrars ha una fame bestia. Fame di tutto. Fino a lasciarsene allucinare, s’inebria dei fumi palingenetici che preparano la Grande guerra contro “le boche”, l’odiato “crucco” tedesco. Svizzero con il mito della Francia, corre ad arruolarsi nella Legione straniera. Ma la sua rabbia si sgretola presto. Il 28 settembre del 1915, durante la tremenda offensiva nella Champagne, una mitragliatrice gli distrugge mezzo braccio destro. Verrà amputato sotto il gomito. Con la guerra ancora in corso, Cendrars si aggira per Parigi di nuovo come un emarginato. Nei bistrot gli mollano pacche sulle spalle, gli pagano da bere. Tramite un’associazione finanziata dall’ultranazionalista Maurice Barrès, ottiene una protesi. Se la applica, poi se la toglie e la scarica al deposito bagagli della Gare Saint-Lazare. Medita di ammazzarsi. Ma poi la rabbia riprende il sopravvento e lo salva. BC impara a scrivere con la sinistra. Diverrà “le manchot magnifique”, il monco strabiliante dei folli anni Venti.

Fa l’assistente e la comparsa nei film di Abel Gance. Guida un’Alfa Romeo ridisegnata da Braque scalando le marce col moncherino. Viaggia cinque volte in Brasile restandone ipnotizzato. Nel ‘24 abbandona la poesia, ma per continuare a praticarla in romanzi pirotecnici, meravigliosamente scombiccherati quali L’oro, Le confessioni di Dan Yack o lo stesso Moravagine. Gira alla larga da dadaisti e surrealisti, conventicole che gli puzzano troppo di setta, di obbedienza camuffata da eresia. Mentre a Parigi ci si lambiccava in sperimentalismi, Cendrars «avait déjà tout vu» scrisse Paul Morand. Aveva già visto tutto: «Il colera asiatico e i freddi siberiani, la primavera alle Fiji e le prigioni di Marsiglia». Anche grazie al giornalismo, che lo fa rifiatare economicamente. Da inviato racconta la malavita parigina, le corride in Spagna, l’industria hollywoodiana dei sogni. Durante il viaggio inaugurale – Le Havre-New York – del transatlantico Normandie inaugura il format del reportage radiofonico. A bordo, Colette conversa con i passeggeri di prima classe; lui intervista macchinisti, facchini, camerieri. Però l’Europa è come quegl’incubi che ne nascondono sempre un altro. Allo scoppio della Seconda guerra mondiale Cendrars si incorpora da cronista embedded tra le forze inglesi. E all’invasione nazista della Francia balbetta incredulo: «Ce n’est pas possible...». Di nuovo “le boche”, il crucco armato fino ai denti.

BC trascorre gli anni dell’occupazione ad Aix-en-Provence in isolata povertà da stilita. Legge, annota, sotto una coperta di cammello fa la fila al mercato per un po’ di porri, di patate: «Sono pronto per la Trappa» dice. Prepara un libro su san Giuseppe da Copertino, il pugliese che levitava: «Ah, i santi, questi enfants terribles della Chiesa! Per non maledire la vita non restano che loro, i bambini, i fiori e gli uccelli». All’inizio degli anni Trenta, reduce mutilato, aveva un po’ ammiccato a destra, ma durante il periodo pétainista non si compromette con il regime filo-hitleriano e nel dopoguerra può ricominciare a pubblicare senza ostracismi. Alle esperienze in trincea aveva dedicato a caldo un testo breve e crudissimo, Ho ucciso. Adesso ci torna su con un romanzo dove affronta il trauma dell’amputazione: La mano mozza. Scrive pure quattro volumi di memorie. In che misura affabulate è questione priva del benché minimo interesse. Quando gli chiedevano se sulla Transiberiana ci fosse stato davvero, rispondeva: «Che ve ne frega, visto che ve l’ho fatta prendere a tutti?». Anche la sua robusta mitomania non fu esente da sorprese. BC sosteneva di aver pubblicato il primo poema in russo a 21 anni: La Leggenda di Novgorod. Del testo però non rimaneva traccia e nessuno ci credeva più finché, nel ‘95, un bibliofilo bulgaro non ne stanò una copia su una bancarella di Sofia.

Cendrars curava poco la pagina – ma lo dicevano anche di Balzac – e non ebbe mai il culto della Littérature, gliene mancava il tempo, aveva troppo da fare, aggregarsi a una carovana di zingari, filmare elefanti nell’Alto Sudan... «Prima che scritta, la poesia va vissuta. Scrivere è superfluo» disse a un attonito Philippe Soupault. Sotto la scorza della Modernità inseguiva sempre l’arcaico, ogni sua riga è una reinvenzione del racconto orale. A dispetto del vissuto extralarge, era del tutto assente in lui la dimensione elegiaca, nostalgica. «È l’unico che abbia proclamato a gran voce la profondità e la bellezza dell’oggi...»;  «non so immaginare scrittore che ci abbia reso più caro le bel aujourd’hui» riteneva Henry Miller, suo grande fan.

Assistito dalla seconda moglie, l’attrice Raymone Duchâteau, BC muore nel gennaio 1961: per contrappasso, l’uomo ultracinetico era rimasto paralizzato da un attacco cerebrale. Malraux, che nel ’58 l’aveva decorato con la Legion d’onore, disse: «Né il nome né l’opera di Cendrars sono ignorati, ma sono distrattamente riconosciuti». È ancora così. Eppure non c’è praticamente sua pagina che non continui a trasmetterti urgenza, ilarità o spavento, che non ti spinga a prendere un appunto sulla tovaglia di carta di una trattoria, ad andare avanti nella lettura e in tutto quanto il resto.

Sul Venerdì del 18 maggio 2018