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Il più noto dei murales dedicati al calciatore egiziano Mohamed Salah spuntati sui muri del Cairo (Khaled Desouki/ Afp/ Getty Images) 

Pro o contro Al Sisi, con chi sta Mohamed Salah?

Religioso, umile, generoso. L'attaccante del Liverpool è l'eroe dell'Egitto e del mondo islamico. E se il governo del suo Paese e i Fratelli musulmani lo tirano per la maglietta, lui non si schiera. Almeno per ora...
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I muri del Cairo parlano da anni: hanno celebrato la cantante Umm Kulthum, il premio Nobel per la letteratura Naguib Mahfouz, i giovani che nel 2011 cercarono di cambiare il Paese. C'è poco da stupirsi dunque se da mesi agli angoli delle strade del Cairo non fanno che spuntare ritratti di un ragazzo con i ricci scuri, la barba, il sorriso largo e una maglietta rossa. A 26 anni Mohamed Salah ha conquistato l'Egitto a colpi di gol. Dal Cairo alle remote province verso il Sudan, la sua faccia è ovunque. Sui social network, spesso affiancata alla maschera del faraone Tutankhamon. Nei negozi: su magliette, tazze e pupazzi di ogni foggia e dimensione. E, naturalmente, sui muri del Cairo, dove il più famoso dei suoi ritratti, sulla parete dietro a un bar del centro, è già diventato un'attrazione per i (pochi) turisti in città.

"Il giorno in cui ha segnato il gol che ci ha portato ai Mondiali è stato bellissimo, anche per chi …
I muri del Cairo parlano da anni: hanno celebrato la cantante Umm Kulthum, il premio Nobel per la letteratura Naguib Mahfouz, i giovani che nel 2011 cercarono di cambiare il Paese. C'è poco da stupirsi dunque se da mesi agli angoli delle strade del Cairo non fanno che spuntare ritratti di un ragazzo con i ricci scuri, la barba, il sorriso largo e una maglietta rossa. A 26 anni Mohamed Salah ha conquistato l'Egitto a colpi di gol. Dal Cairo alle remote province verso il Sudan, la sua faccia è ovunque. Sui social network, spesso affiancata alla maschera del faraone Tutankhamon. Nei negozi: su magliette, tazze e pupazzi di ogni foggia e dimensione. E, naturalmente, sui muri del Cairo, dove il più famoso dei suoi ritratti, sulla parete dietro a un bar del centro, è già diventato un'attrazione per i (pochi) turisti in città.

"Il giorno in cui ha segnato il gol che ci ha portato ai Mondiali è stato bellissimo, anche per chi come me non è un appassionato di calcio. Ci siamo sentiti come non accadeva da tempo: liberi, orgogliosi, forti" ci dice un attivista egiziano che preferisce rimanere anonimo. Capire il motivo di questa prudenza è anche in parte capire i motivi per cui Salah è tanto popolare nel Paese d'origine: l'attivista ha passato mesi nelle carceri di Al Sisi, testimone di soprusi, torture e maltrattamenti. L'accusa contro di lui era la stessa che hanno sulla testa migliaia di altre persone in Egitto: essere un sostenitore dei Fratelli musulmani, partito politico ma anche organizzazione sociale di stampo islamista messa fuori legge dal governo. "Non sono mai stato uno di loro" spiega: "li frequento, certo, come tutti. Ma qui la questione è che chiunque sia un musulmano devoto e osservante, porti la barba e vada regolarmente in moschea rischia di finire sotto accusa".

Il ritratto che traccia si sposa perfettamente con Salah: un devoto musulmano che non nasconde la sua fede e la rispetta anche quando - vedi domani, con la finale di Champions League tra Liverpool e Real Madrid che arriva in pieno Ramadan - richiede di digiunare nel momento meno opportuno. In un Egitto attanagliato dalla crisi economica, con un tasso di disoccupazione giovanile oltre il 33 per cento e in cui la religione ha ancora un ruolo di primo piano, l'attaccante del Liverpool è il prototipo di milioni di giovani: un ragazzo che viene dalle campagne e ha cercato fortuna nella grande città. All'inizio senza successo.

Nato a Nagrig, un piccolo villaggio del Delta del Nilo, figlio di un negoziante che non poteva permettersi di fargli proseguire gli studi dopo la scuola dell'obbligo, sin da ragazzino Salah si getta anima e corpo nel calcio. Nelle interviste racconta che ogni giorno impiegava più di 4 ore per raggiungere il campo di allenamento alla periferia del Cairo e tornare a casa, e che quando lo Zamalek, una delle squadre della capitale, lo rifiutò, pensò di aver perso l'occasione della vita. Quel rifiuto aprì invece le porte dell'Europa, portandolo in Gran Bretagna, Svizzera e Italia prima di approdare al Liverpool, squadra in cui gioca da un anno e con la quale cercherà domani il trionfo definitivo per coronare una stagione che lo ha visto segnare 43 gol in 50 partite, per poi guidare da metà giugno il suo Egitto in Russia, a quei Mondiali che grazie a lui la Nazionale ha raggiunto dopo 28 anni di assenza.

Nella città dei Beatles così come prima al Basilea, al Chelsea, alla Fiorentina e alla Roma, Salah non ha mai dimenticato chi è e da dove viene: prega prima di ogni partita, si inginocchia per ringraziare Allah quando segna, non beve, rispetta il digiuno. E ancora: ha sposato una donna, Magi, che alle nozze si è presentata velata come prevede la tradizione, non appare in pubblico e di cui Salah preferisce non vengano diffuse immagini, come accade in tante famiglie musulmane conservatrici. Nella pagina web del Liverpool a lui dedicata ci sono le foto della figlia Mecca, così chiamata in onore della città più sacra dell'Islam, ma non della moglie. Inoltre nel pieno rispetto della zakat, l'obbligo di fare beneficenza, ha finanziato la scuola e l'ospedale del suo villaggio di origine, acquistato un'ambulanza e pagato un sistema di irrigazione per le campagne circostanti: solo quest'ultimo è costato 450 mila dollari.

"Mohamed ama tornare qui e trovare intorno a sé la gente con cui ha sempre vissuto" ha raccontato alla France Presse Maher Shtayeh, sindaco di Nagrig. Tanta devozione gli è costata l'accusa, sussurrata da più parti, di essere vicino ai Fratelli musulmani. Una vicinanza di cui si parlò molto soprattutto nel 2013, quando nel Basilea si rifiutò di stringere la mano ai calciatori israeliani del Maccabi Tel Aviv. "Giocherò in Palestina, non in Israele" disse allora, e la controversia mise in apprensione la comunità ebraica romana quando passò alla Roma. Oggi però la sua fama è tale che persino il duro ministro della Difesa israeliano, Avigdor Lieberman, dopo averlo visto giocare può twittare: "Ingaggiamolo nel nostro esercito".

In realtà, Salah ci tiene a mostrarsi assolutamente lontano dalla politica: alle domande in materia non risponde mai, ha più volte incontrato e stretto la mano al presidente Al Sisi (di cui il padre di Salah dice di essere sostenitore) e se è entrato in polemica con le autorità lo ha fatto solo per motivi commerciali, come quando la Federazione calcio egiziana ha usato il suo volto per la pubblicità di un operatore di telefonia concorrente di uno dei suoi (tanti) sponsor. Ma il fatto che dopo le elezioni di marzo, che hanno confermato Al Sisi al potere, si sia potuta spargere la voce che su un milione di schede gli elettori abbiano scritto il suo nome - notizia in realtà non provata - dimostra che per tanti Salah è molto più di un calciatore.

"Rappresenta tutto quello che l'Egitto non è oggi" ragiona ancora l'attivista: "La rivoluzione del 2011 aveva liberato i sogni dei giovani. Tutti noi abbiamo sperato di potere finalmente essere noi stessi, realizzarci al di là delle nostre origini e della nostra condizione economica. Poi è arrivato Al Sisi e ha di nuovo chiuso i sogni in gabbia. Ed ecco che spunta Mohamed Salah, un ragazzo di un villaggio che da solo raggiunge il tetto del mondo, e resta umile e semplice. Incarna tutto quello che i giovani egiziani sognano nelle loro vite ma non possono raggiungere". A gennaio Salah è diventato il primo egiziano a vincere il titolo di calciatore africano dell'anno dal 1983, premio che ha dedicato a tutti i bambini egiziani e africani: "Non smettete mai di sognare, di crederci. Potete farcela anche voi" ha detto. Al Cairo quella sera in più di una famiglia sono scese le lacrime, mentre Al Sisi saliva sul carro del vincitore dichiarandosi "orgoglioso di questo figlio dell'Egitto".

Il silenzio con cui Salah blinda le sue idee è comunque più che motivato. Nel maggio del 2015 il giocatore egiziano più famoso prima di lui, Mohamed Aboutrika, meglio noto come "il Mago", si vide sequestrati beni e conti in banca dopo essere stato accusato di finanziare i Fratelli musulmani. Aboutrika ha sempre negato ogni coinvolgimento, ma è stato inserito nella lista dei ricercati: solo l'esilio auto-imposto in Qatar gli ha finora evitato l'arresto.

"Mohamed Salah non è solo il sogno di un futuro diverso" sostiene Marina Ottaway, analista del Wilson Center di Washington, "ma anche il modo di aggrapparsi all'ultima pagliuzza che indica che l'Egitto è ancora un grande Paese come lo era in passato. E non solo un Paese disperatamente povero che vive di prestiti internazionali". Non sarà Muhammad Ali che rifiutò di andare a combattere in Vietnam o Tommie Smith e John Carlos che ai Giochi del '68 alzarono il pugno dal podio contro la discriminazione dei neri negli Stati Uniti: eppure per molti oggi in Egitto Mohamed Salah è l'ultima speranza cui aggrapparsi per sognare ancora.

Sul Venerdì del 25 maggio 2018