Sam Shepard cowboy in un’America assurda
Roberto Festa , di ROBERTO FESTADa Paris, Texas a Quello di dentro (ultimo romanzo, ora in uscita) l'autore scomparso un anno fa ha passato la vita a decostruire il mito. Inseguendo una Frontiera che non c'è più
Sam Shepard ha pubblicato The One Inside negli Stati Uniti poco prima di morire. La sclerosi laterale amiotrofica gli aveva bloccato il corpo e deformato il viso bellissimo, senza però riuscire a intaccarne la vena più profonda. Nel romanzo un vecchio scrittore e attore è visitato da ricordi e allucinazioni. Mentre scorrono gli oggetti che hanno creato il mito letterario di Shepard - motel e roulotte e deserti e tequila e silenzi e coyote e viaggi in macchina e padri violenti e figli assenti e donne che vanno sempre da qualche altra parte - presente e passato si mischiano e la realtà diventa sempre meno decifrabile. Noi lettori immaginiamo che l'uomo sia malato, vicino alla morte. Se non c'è nulla che possa spiegare come sia finito in quella landa di West disperato, non c'è nulla che possa piegare la sua ostinata forza ad andare avanti, fino alla fine.
"È lui, più o meno lui, per niente lui", scrive Patti S…
"È lui, più o meno lui, per niente lui", scrive Patti S…
Sam Shepard ha pubblicato The One Inside negli Stati Uniti poco prima di morire. La sclerosi laterale amiotrofica gli aveva bloccato il corpo e deformato il viso bellissimo, senza però riuscire a intaccarne la vena più profonda. Nel romanzo un vecchio scrittore e attore è visitato da ricordi e allucinazioni. Mentre scorrono gli oggetti che hanno creato il mito letterario di Shepard - motel e roulotte e deserti e tequila e silenzi e coyote e viaggi in macchina e padri violenti e figli assenti e donne che vanno sempre da qualche altra parte - presente e passato si mischiano e la realtà diventa sempre meno decifrabile. Noi lettori immaginiamo che l'uomo sia malato, vicino alla morte. Se non c'è nulla che possa spiegare come sia finito in quella landa di West disperato, non c'è nulla che possa piegare la sua ostinata forza ad andare avanti, fino alla fine.
"È lui, più o meno lui, per niente lui", scrive Patti Smith nell'introduzione alla versione italiana, Quello di dentro, pubblicata ora da La Nave di Teseo con la traduzione di Massimo Bocchiola. La songwriter, che ebbe una storia con Shepard negli anni dell'East Village e che lo conosceva molto bene, ha letto il manoscritto del romanzo nella cucina della casa dello scrittore, in Kentucky, cogliendo l'ambiguo risvolto autobiografico di queste pagine. Il vecchio del romanzo ha in effetti molto del suo creatore: anzitutto, un'identità incerta e spezzata ("per me, avere una forte identità è non credere in molto", disse una volta di sé lo scrittore); una vita sentimentale complicata; la ruvidezza del cowboy e il pulsare dolente di certi personaggi di Tennessee Williams.
Mentre riepiloga la sua vita, il protagonista di Quello di dentro ricorda il Guido di Otto e mezzo - ma senza la pacificazione finale. In altri momenti richiama la Minnie di Giorni Felici: come lei, è conficcato nella terra dura del suo West, incapace di evadere e trovare riscatto. Beckett recitato in abiti da cowboy, insomma. O, alternativamente, un western che si tinge di assurdo. In questo sta la forza dell'arte di Shepard, il drammaturgo, regista, attore, narratore, sceneggiatore che forse più di ogni altro ha raccontato lo sfaldarsi della Frontiera americana.
La sua biografia è un richiamo costante a questa Frontiera sfuggente e mobile. Shepard nasce in Illinois e sin da piccolo viaggia insieme alla famiglia: Utah, Florida, California. La madre è un'insegnante; il padre un ex pilota e coltivatore di avocado, nomade e alcolizzato. Sarà, per Shepard, il modello dei padri delle sue opere: violenti e brutali (lui stesso ha raccontato che suo padre, assistendo a una rappresentazione di Il bambino sepolto, una delle sue opere più famose, cominciò a protestare contro gli attori, fino a essere cacciato dalla sala. Riuscì a rientrare e riprese a lanciare insulti verso il palcoscenico).
È questo mondo che il giovane Shepard, dopo aver tosato capre e raccolto arance ed essersi iscritto ad Agraria in Texas, fugge. Nel 1962 arriva a New York, spinto dal suo amore per Beckett e per il jazz. Comincia a lavorare come cameriere: "Portavo sempre il ghiaccio a Nina Simone", racconta in uno splendido piccolo racconto di Motel Chronicles. Mette in scena le sue prime commedie nei teatri Off-Off Broadway. Di quel periodo a New York scrive: "Eri in mezzo alle cose, soprattutto nel Lower East Side. La MaMa, Theater, Genesis, Caffe Cino, tutti quei teatri erano all'inizio. Avevo dei posti dove andare e mettere in scena le mie cose senza dover passare per un produttore o per una rete commerciale".
L'esperienza della Frontiera non lo abbandona. "Ho sempre sentito di non appartenere a nessun posto" dirà poi, ricordando i viaggi da bambino in treno, per villaggi e pianure sconfinate. Quei viaggi - "mi sentivo solo. Molto solo, perso nel mezzo delle terre indiane" - diventano il materiale delle sue opere, in una scena teatrale americana che in quegli anni appare piatta e asfittica. Con Patti Smith scrive una commedia autobiografica, Cowboy Mouth. Si lega ai Rolling Stones e a Bob Dylan, con cui va in tournée nella Rolling Thunder Revue. A Londra, dove si trasferisce con la moglie attrice O-Lan Jones per sfuggire le complicazioni della relazione con Patti Smith, incontra il regista Peter Brook, che lo inizia ai lavori di George Gurdjieff: qui trova conferma alle sue intuizioni sulla vita come "veglia prossima al sonno". Si avvicina anche al cinema. Insieme ad Allen Ginsberg scrive Me and My Brother di Robert Frank. Michelangelo Antonioni lo coinvolge in Zabriskie Point, che non si rivela una gran esperienza. "Antonioni voleva esprimere un giudizio politico sulla gioventù contemporanea, scrivere con un sacco di gergo marxista e discorsi da Black Panther" ha raccontato Shepard. "Non potevo farlo. Semplicemente, non ero interessato".
Quello che lo interessa, ancora, è scavare nella mitologia del West americano. Shepard non prende però la strada di John Ford, Aaron Copland o Frederic Remington. Non gli interessa raccontare il mito, bensì decostruirlo, smantellare l'iconografia classica, esplorare la distanza tra passato e presente, tra padri e figli. Se la grande arte americana è, spesso, il racconto della caduta del Sogno americano, Shepard va un passo più in là. Non racconta la caduta, la delusione per il Sogno che si dissolve. Questo perché, molto semplicemente, quel Sogno non esiste più: l'unica realtà è il miraggio e il mondo è dominato dalle ombre. La Turista, una sua opera del 1967, mette in scena un ragazzo che passa attraverso i muri. In Il bambino sepolto un infante morto riappare in scena tra le braccia del presunto padre. True West è il racconto di due fratelli diversissimi che assumono l'uno la personalità dell'altro. E il protagonista di Paris, Texas, scritto insieme a Wim Wenders, resta muto per tutta la prima ora del film. Non resta più nulla, suggerisce Shepard, se non il silenzio. "Il West è un discorso finito, morto", disse in un'intervista al Guardian. Ciò che resta, al massimo, è "la colpa per aver cancellato i nativi".
Il silenzio è stato anche il muro contrapposto al mondo da Shepard personaggio. Un silenzio fatto di rare prese di posizione pubbliche. Un silenzio calato sulle sue relazioni, soprattutto quella di quasi trent'anni con Jessica Lange (l'amore tra un uomo e una donna, ha detto Shepard, è qualcosa di "terribile e impossibile"). Un silenzio che ha nutrito le sue tarde apparizioni cinematografiche, in cui la bellezza mozzafiato della giovinezza si stemperava in una stanchezza discreta e rassegnata. Un silenzio che Shepard ha usato quando si è trattato di affrontare la malattia e la morte.
Il silenzio - inteso come sospensione del giudizio, come esplorazione del mistero che sta tra le parole - è ciò che in fondo rende così preziosa la lettura di questo figlio della Frontiera americana. C'è un punto verso la fine di Quello di dentro in cui il protagonista parla del suo senso di "esilio", di "appartatezza come stile di vita". "Tutta la mia vita era un preludio" continua, prima di spegnersi ancora nel ricordo del padre e degli anni della giovinezza. Tutta l'opera di Shepard è stata il preludio affettuoso e pieno di pietà a qualcosa che non c'è più. E che i suoi personaggi continuano a cercare.
Sul Venerdì del 25 maggio 2018
"È lui, più o meno lui, per niente lui", scrive Patti Smith nell'introduzione alla versione italiana, Quello di dentro, pubblicata ora da La Nave di Teseo con la traduzione di Massimo Bocchiola. La songwriter, che ebbe una storia con Shepard negli anni dell'East Village e che lo conosceva molto bene, ha letto il manoscritto del romanzo nella cucina della casa dello scrittore, in Kentucky, cogliendo l'ambiguo risvolto autobiografico di queste pagine. Il vecchio del romanzo ha in effetti molto del suo creatore: anzitutto, un'identità incerta e spezzata ("per me, avere una forte identità è non credere in molto", disse una volta di sé lo scrittore); una vita sentimentale complicata; la ruvidezza del cowboy e il pulsare dolente di certi personaggi di Tennessee Williams.
Mentre riepiloga la sua vita, il protagonista di Quello di dentro ricorda il Guido di Otto e mezzo - ma senza la pacificazione finale. In altri momenti richiama la Minnie di Giorni Felici: come lei, è conficcato nella terra dura del suo West, incapace di evadere e trovare riscatto. Beckett recitato in abiti da cowboy, insomma. O, alternativamente, un western che si tinge di assurdo. In questo sta la forza dell'arte di Shepard, il drammaturgo, regista, attore, narratore, sceneggiatore che forse più di ogni altro ha raccontato lo sfaldarsi della Frontiera americana.
La sua biografia è un richiamo costante a questa Frontiera sfuggente e mobile. Shepard nasce in Illinois e sin da piccolo viaggia insieme alla famiglia: Utah, Florida, California. La madre è un'insegnante; il padre un ex pilota e coltivatore di avocado, nomade e alcolizzato. Sarà, per Shepard, il modello dei padri delle sue opere: violenti e brutali (lui stesso ha raccontato che suo padre, assistendo a una rappresentazione di Il bambino sepolto, una delle sue opere più famose, cominciò a protestare contro gli attori, fino a essere cacciato dalla sala. Riuscì a rientrare e riprese a lanciare insulti verso il palcoscenico).
È questo mondo che il giovane Shepard, dopo aver tosato capre e raccolto arance ed essersi iscritto ad Agraria in Texas, fugge. Nel 1962 arriva a New York, spinto dal suo amore per Beckett e per il jazz. Comincia a lavorare come cameriere: "Portavo sempre il ghiaccio a Nina Simone", racconta in uno splendido piccolo racconto di Motel Chronicles. Mette in scena le sue prime commedie nei teatri Off-Off Broadway. Di quel periodo a New York scrive: "Eri in mezzo alle cose, soprattutto nel Lower East Side. La MaMa, Theater, Genesis, Caffe Cino, tutti quei teatri erano all'inizio. Avevo dei posti dove andare e mettere in scena le mie cose senza dover passare per un produttore o per una rete commerciale".
L'esperienza della Frontiera non lo abbandona. "Ho sempre sentito di non appartenere a nessun posto" dirà poi, ricordando i viaggi da bambino in treno, per villaggi e pianure sconfinate. Quei viaggi - "mi sentivo solo. Molto solo, perso nel mezzo delle terre indiane" - diventano il materiale delle sue opere, in una scena teatrale americana che in quegli anni appare piatta e asfittica. Con Patti Smith scrive una commedia autobiografica, Cowboy Mouth. Si lega ai Rolling Stones e a Bob Dylan, con cui va in tournée nella Rolling Thunder Revue. A Londra, dove si trasferisce con la moglie attrice O-Lan Jones per sfuggire le complicazioni della relazione con Patti Smith, incontra il regista Peter Brook, che lo inizia ai lavori di George Gurdjieff: qui trova conferma alle sue intuizioni sulla vita come "veglia prossima al sonno". Si avvicina anche al cinema. Insieme ad Allen Ginsberg scrive Me and My Brother di Robert Frank. Michelangelo Antonioni lo coinvolge in Zabriskie Point, che non si rivela una gran esperienza. "Antonioni voleva esprimere un giudizio politico sulla gioventù contemporanea, scrivere con un sacco di gergo marxista e discorsi da Black Panther" ha raccontato Shepard. "Non potevo farlo. Semplicemente, non ero interessato".
Quello che lo interessa, ancora, è scavare nella mitologia del West americano. Shepard non prende però la strada di John Ford, Aaron Copland o Frederic Remington. Non gli interessa raccontare il mito, bensì decostruirlo, smantellare l'iconografia classica, esplorare la distanza tra passato e presente, tra padri e figli. Se la grande arte americana è, spesso, il racconto della caduta del Sogno americano, Shepard va un passo più in là. Non racconta la caduta, la delusione per il Sogno che si dissolve. Questo perché, molto semplicemente, quel Sogno non esiste più: l'unica realtà è il miraggio e il mondo è dominato dalle ombre. La Turista, una sua opera del 1967, mette in scena un ragazzo che passa attraverso i muri. In Il bambino sepolto un infante morto riappare in scena tra le braccia del presunto padre. True West è il racconto di due fratelli diversissimi che assumono l'uno la personalità dell'altro. E il protagonista di Paris, Texas, scritto insieme a Wim Wenders, resta muto per tutta la prima ora del film. Non resta più nulla, suggerisce Shepard, se non il silenzio. "Il West è un discorso finito, morto", disse in un'intervista al Guardian. Ciò che resta, al massimo, è "la colpa per aver cancellato i nativi".
Il silenzio è stato anche il muro contrapposto al mondo da Shepard personaggio. Un silenzio fatto di rare prese di posizione pubbliche. Un silenzio calato sulle sue relazioni, soprattutto quella di quasi trent'anni con Jessica Lange (l'amore tra un uomo e una donna, ha detto Shepard, è qualcosa di "terribile e impossibile"). Un silenzio che ha nutrito le sue tarde apparizioni cinematografiche, in cui la bellezza mozzafiato della giovinezza si stemperava in una stanchezza discreta e rassegnata. Un silenzio che Shepard ha usato quando si è trattato di affrontare la malattia e la morte.
Il silenzio - inteso come sospensione del giudizio, come esplorazione del mistero che sta tra le parole - è ciò che in fondo rende così preziosa la lettura di questo figlio della Frontiera americana. C'è un punto verso la fine di Quello di dentro in cui il protagonista parla del suo senso di "esilio", di "appartatezza come stile di vita". "Tutta la mia vita era un preludio" continua, prima di spegnersi ancora nel ricordo del padre e degli anni della giovinezza. Tutta l'opera di Shepard è stata il preludio affettuoso e pieno di pietà a qualcosa che non c'è più. E che i suoi personaggi continuano a cercare.
Sul Venerdì del 25 maggio 2018