Speciale Viaggi. All’Obitorio c’è una Roma bella e matta. Da morire
Filippo Ceccarelli , di FILIPPO CECCARELLILe tavolate di marmo, come all’istituto di Medicina legale. Un nome imposto dal popolo, in barba a quello vero. I mitici supplì “al telefono”. E l’umanità che più varia non si può. Viaggio, fino a notte fonda, in uno dei luoghi-simbolo di Trastevere
ROMA. Solo in una città di beffardi sostentamenti e macabre amenità, una trattoria-pizzeria poteva opportunamente chiamarsi, ormai da diversi decenni, L'obitorio. O forse meglio, con la maiuscola e il raddoppio fonetico: l'Obbitorio. E non è nemmeno una denominazione ufficiale, come tante che fanno l'occhietto al lato dark e spiritosetto della ristorazione, Il Brigante, L'Assassino, L'Impiccato o altri battesimi di finto maledettismo gastronomico. No. L'Obitorio è venuto dal basso, spontaneo e corale, vox populi vox Dei, per il semplice e immediatissimo fatto che i sempre numerosi clienti vi consumano i loro pasti su dei tavoli che inesorabilmente richiamano i gelidi banconi anatomici dell'Istituto di Medicina legale, altro luogo fatidico della città eterna, a sua volta dislocato com'è in faccia al camposanto del Verano, nonché da tempo immemorabile gestito da una dinastia di custodi e nel caso anche piet…
ROMA. Solo in una città di beffardi sostentamenti e macabre amenità, una trattoria-pizzeria poteva opportunamente chiamarsi, ormai da diversi decenni, L'obitorio. O forse meglio, con la maiuscola e il raddoppio fonetico: l'Obbitorio. E non è nemmeno una denominazione ufficiale, come tante che fanno l'occhietto al lato dark e spiritosetto della ristorazione, Il Brigante, L'Assassino, L'Impiccato o altri battesimi di finto maledettismo gastronomico. No. L'Obitorio è venuto dal basso, spontaneo e corale, vox populi vox Dei, per il semplice e immediatissimo fatto che i sempre numerosi clienti vi consumano i loro pasti su dei tavoli che inesorabilmente richiamano i gelidi banconi anatomici dell'Istituto di Medicina legale, altro luogo fatidico della città eterna, a sua volta dislocato com'è in faccia al camposanto del Verano, nonché da tempo immemorabile gestito da una dinastia di custodi e nel caso anche pietosi depezzatori di cadaveri, i Signoracci.
E ancora riguardo al nomignolo, tutto lascia pensare che i precedenti proprietari, per quanto consapevoli dell'evocativo allestimento del loro esercizio, non gradissero tanto l'etichetta obitorial. Quindi fin dall'inizio cercarono di depotenziarne l'impatto chiamandolo Ai Marmi, che in verità suona un po' civettuolo e insieme reticente.
Ma fu del tutto inutile. Mentre, su di un piano che esula dall'architettura e della gastronomia, venirsene a mangiare una bella pizza margherita in un posto idealmente dedicato alla Morgue, oltre al gusto tutto romano di scherzare sulle cose ultime, celebra anche l'inevitabile, a suo modo perfino poetica torsione che esiste fra la vita e la morte, oltretutto a vantaggio provvisorio della prima, essendo destinati i cadaveri, per loro natura, a restarsene a digiuno.
E dunque in tal modo e per sempre: l'Obitorio. Riconoscibile sotto gli enormi platani di viale Trastevere, lato sinistro venendo dal fiume, tre vetrine nemmeno troppo grosse che danno su di un ampio marciapiedi. Dalla primavera fino all'autunno, sono anche due o tre file di tavoli allineati all'aperto, non di marmo, bensì di formica gialla, serviti da un battaglione di alacri camerieri in camicia bianca con cravattino, suonatori di passaggio, venditori di rose, nelle ore di punta si nota una inconsueta - per Roma - parvenza di fila, ma si aspetta sempre poco, uno svelto ricambio è nello stile della casa e non si paga il coperto. Il servizio procede secondo ritmi d'insolita rapidità, pochi piatti e tutti gli avventori sanno cosa prendere, il conto è appena una formalità, l'atmosfera di fervida allegria, i decibel all'altezza della situazione, ogni tanto passa sferragliando a pochi metri il tram numero 8, fra i clienti prevale la più diversa umanità, quiriti, turisti, borghesi, popolani, coppiette, seminaristi, comitive scolastiche. Facile incontrare, perciò astenersi adulteri.
Gli orari garantiscono una flessibile durata: dall'imbrunire, più o meno l'ora che a Roma accompagna la pizza e prende il nome di "prima sera", le 18-19, con ovvia prevalenza di pupi e nonne, fino ai torvi coattoni della notte fonda, oppure agli scombiccherati ex figli dei fiori, o agli innamorati perduti, ma anche agli operosi lavoratori della notte che smontano tardi, fino alle 2.30.
I famosi tavoli di marmo stanno all'interno. Il pavimento pure di marmo bugnato. Si sta stretti, quasi in coabitazione. Il grande e lungo forno a vista, con pizzaioli talentuosi nella loro danza impastatrice, e l'uso della lunghissima pala ai limiti dell'acrobazia. Hanno bustine bianche in testa e pallori naturalmente farinosi. In concoline a portata di mano pescano e spargono sui dischi bianchi passata di pomodoro, alici, funghi, prosciutto, formaggio, uova sode e sale da una formidabile, generosa saliera. La pizza è romana, sottile e crocchiarella, sui bordi non di rado bruciacchiata, moscia e umida al centro. Conviene consumarla calda, sulla lunga distanza tende a farsi gommosetta. La partita decisiva della digeribilità si gioca sulla quantità e la qualità dei lieviti, di norma poco amichevoli.
Su una parete, in bei caratteri grafici, si legge a caduta: Tutti i giorni (in blu), Filetti di baccalà (rosso), Supplì al telefono (verde), Pizze - bruschetta - fagioli al fiasco - antipasti (blu). Birra Peroni e gazzosa, in bottigliette zigrinate e senza marchio. Il vino della casa, che dio lo perdoni. Un tempo notevoli fagioli con osso di prosciutto e inseparabili cotiche, comunque per stomaci e fegati da adolescenti famelici.
I supplì, detti "al telefono" per il filo di mozzarella che nell'umile Italia anni 40 e 50 evocava quello dei primi telefoni arrivati nelle case, meritano un approfondimento meta-culinario essendo quelli dell'Obitorio da taluni ritenuti i migliori della capitale. Si afferrano con le mani - le "mano" - attraverso il sussidio di sottili e lisci tovagliolini quadrati. All'esterno - la "coccia" - sono levigati e duretti, di colore scuro. All'interno molto saporiti, il ragù ha riflessi di sorprendente apertura e sapienza, forse di antica radice napoletana. Si esauriscono nell'arco di tre quattro morsi - "mozzichi" - e in linea di massima reclamano un bis.
Vale la pena di aggiungere che al partito del supplì obitoriale strenuamente da tempo si contrappone quello del supplì di Venanzio, premiata rosticceria che fiorisce a non più di 250 metri avanti su viale Trastevere, e poi a destra, in via San Francesco a Ripa, lato Conad. Lievemente più grandi e morbidi, ma soprattutto spolverati nel pangrattato, i rice-balls venanziani offrono un sapore più dolce e discreto, prediligendo l'eleganza raffinata al fascino selvaggio dell'Obbitorio. Dove il cuore vivace e l'energico disincanto di Roma si autorappresenta nella sua più lieve e vivace promiscuità. Nel senso che tutti e tutto sempre puoi trovare, lì intorno, con il vantaggio del caso e il soffio del disincanto. Banca della Valtellina, anonima lapide che ricorda nei pressi lo spogliarello di Aiché Nanà e l'inizio della Dolce vita, Sala giochi buia e semideserta, tabaccaio iperfornito, perfino uno storico kebabbaro turco di cui in anni ormai lontani - due o tre gestioni orsono - si venne a sapere che aveva tenuto prigioniero per qualche giorno un afgano nella cella frigorifera. Roma nostra, come si dice, gajarda e tosta, ma per tutti-tutti.
Sul Venerdì del 25 maggio 2018
E ancora riguardo al nomignolo, tutto lascia pensare che i precedenti proprietari, per quanto consapevoli dell'evocativo allestimento del loro esercizio, non gradissero tanto l'etichetta obitorial. Quindi fin dall'inizio cercarono di depotenziarne l'impatto chiamandolo Ai Marmi, che in verità suona un po' civettuolo e insieme reticente.
Ma fu del tutto inutile. Mentre, su di un piano che esula dall'architettura e della gastronomia, venirsene a mangiare una bella pizza margherita in un posto idealmente dedicato alla Morgue, oltre al gusto tutto romano di scherzare sulle cose ultime, celebra anche l'inevitabile, a suo modo perfino poetica torsione che esiste fra la vita e la morte, oltretutto a vantaggio provvisorio della prima, essendo destinati i cadaveri, per loro natura, a restarsene a digiuno.
E dunque in tal modo e per sempre: l'Obitorio. Riconoscibile sotto gli enormi platani di viale Trastevere, lato sinistro venendo dal fiume, tre vetrine nemmeno troppo grosse che danno su di un ampio marciapiedi. Dalla primavera fino all'autunno, sono anche due o tre file di tavoli allineati all'aperto, non di marmo, bensì di formica gialla, serviti da un battaglione di alacri camerieri in camicia bianca con cravattino, suonatori di passaggio, venditori di rose, nelle ore di punta si nota una inconsueta - per Roma - parvenza di fila, ma si aspetta sempre poco, uno svelto ricambio è nello stile della casa e non si paga il coperto. Il servizio procede secondo ritmi d'insolita rapidità, pochi piatti e tutti gli avventori sanno cosa prendere, il conto è appena una formalità, l'atmosfera di fervida allegria, i decibel all'altezza della situazione, ogni tanto passa sferragliando a pochi metri il tram numero 8, fra i clienti prevale la più diversa umanità, quiriti, turisti, borghesi, popolani, coppiette, seminaristi, comitive scolastiche. Facile incontrare, perciò astenersi adulteri.
Gli orari garantiscono una flessibile durata: dall'imbrunire, più o meno l'ora che a Roma accompagna la pizza e prende il nome di "prima sera", le 18-19, con ovvia prevalenza di pupi e nonne, fino ai torvi coattoni della notte fonda, oppure agli scombiccherati ex figli dei fiori, o agli innamorati perduti, ma anche agli operosi lavoratori della notte che smontano tardi, fino alle 2.30.
I famosi tavoli di marmo stanno all'interno. Il pavimento pure di marmo bugnato. Si sta stretti, quasi in coabitazione. Il grande e lungo forno a vista, con pizzaioli talentuosi nella loro danza impastatrice, e l'uso della lunghissima pala ai limiti dell'acrobazia. Hanno bustine bianche in testa e pallori naturalmente farinosi. In concoline a portata di mano pescano e spargono sui dischi bianchi passata di pomodoro, alici, funghi, prosciutto, formaggio, uova sode e sale da una formidabile, generosa saliera. La pizza è romana, sottile e crocchiarella, sui bordi non di rado bruciacchiata, moscia e umida al centro. Conviene consumarla calda, sulla lunga distanza tende a farsi gommosetta. La partita decisiva della digeribilità si gioca sulla quantità e la qualità dei lieviti, di norma poco amichevoli.
Su una parete, in bei caratteri grafici, si legge a caduta: Tutti i giorni (in blu), Filetti di baccalà (rosso), Supplì al telefono (verde), Pizze - bruschetta - fagioli al fiasco - antipasti (blu). Birra Peroni e gazzosa, in bottigliette zigrinate e senza marchio. Il vino della casa, che dio lo perdoni. Un tempo notevoli fagioli con osso di prosciutto e inseparabili cotiche, comunque per stomaci e fegati da adolescenti famelici.
I supplì, detti "al telefono" per il filo di mozzarella che nell'umile Italia anni 40 e 50 evocava quello dei primi telefoni arrivati nelle case, meritano un approfondimento meta-culinario essendo quelli dell'Obitorio da taluni ritenuti i migliori della capitale. Si afferrano con le mani - le "mano" - attraverso il sussidio di sottili e lisci tovagliolini quadrati. All'esterno - la "coccia" - sono levigati e duretti, di colore scuro. All'interno molto saporiti, il ragù ha riflessi di sorprendente apertura e sapienza, forse di antica radice napoletana. Si esauriscono nell'arco di tre quattro morsi - "mozzichi" - e in linea di massima reclamano un bis.
Vale la pena di aggiungere che al partito del supplì obitoriale strenuamente da tempo si contrappone quello del supplì di Venanzio, premiata rosticceria che fiorisce a non più di 250 metri avanti su viale Trastevere, e poi a destra, in via San Francesco a Ripa, lato Conad. Lievemente più grandi e morbidi, ma soprattutto spolverati nel pangrattato, i rice-balls venanziani offrono un sapore più dolce e discreto, prediligendo l'eleganza raffinata al fascino selvaggio dell'Obbitorio. Dove il cuore vivace e l'energico disincanto di Roma si autorappresenta nella sua più lieve e vivace promiscuità. Nel senso che tutti e tutto sempre puoi trovare, lì intorno, con il vantaggio del caso e il soffio del disincanto. Banca della Valtellina, anonima lapide che ricorda nei pressi lo spogliarello di Aiché Nanà e l'inizio della Dolce vita, Sala giochi buia e semideserta, tabaccaio iperfornito, perfino uno storico kebabbaro turco di cui in anni ormai lontani - due o tre gestioni orsono - si venne a sapere che aveva tenuto prigioniero per qualche giorno un afgano nella cella frigorifera. Roma nostra, come si dice, gajarda e tosta, ma per tutti-tutti.
Sul Venerdì del 25 maggio 2018