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L'Orchestra Mozart (Marco Caselli Nirmal) 

Che copione quel genio di Amadeo Mozart

All'Accademia Filarmonica di Bologna, dove si conserva la prova d'esame (truccata) del grande compositore austriaco. E dove l'Orchestra creata da Claudio Abbado è tornata a riunirsi. E a suonare
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BOLOGNA. La Sala Mozart è preziosa e incantevole, un'ottocentesca bomboniera da concerto per centoquaranta persone con un'acustica perfetta. Sabato di tarda primavera, la città sonnecchia, la Regia Accademia Filarmonica di Bologna, dove il gioiello è incastonato, ha l'aria di un tesoro abbandonato e miracolosamente conservato, il che rende la visita più evocativa e romantica. "Questo è il primo nucleo dell'Accademia", spiega solennemente il presidente Loris Azzaroni. "Quando il Conte Vincenzo Maria Carrati, proprietario dell'intero palazzo, decise di fondare nel 1666 una società di musicisti professionisti, donò agli accademici questa sala che probabilmente in origine era un deposito, poiché il Carrati era un famoso fabbricante di carta e questa strada, che oggi si chiama Via Guerrazzi, un tempo era Via Cartoleria Nuova".

All'inizio non c'erano né il palcoscenico né i…
BOLOGNA. La Sala Mozart è preziosa e incantevole, un'ottocentesca bomboniera da concerto per centoquaranta persone con un'acustica perfetta. Sabato di tarda primavera, la città sonnecchia, la Regia Accademia Filarmonica di Bologna, dove il gioiello è incastonato, ha l'aria di un tesoro abbandonato e miracolosamente conservato, il che rende la visita più evocativa e romantica. "Questo è il primo nucleo dell'Accademia", spiega solennemente il presidente Loris Azzaroni. "Quando il Conte Vincenzo Maria Carrati, proprietario dell'intero palazzo, decise di fondare nel 1666 una società di musicisti professionisti, donò agli accademici questa sala che probabilmente in origine era un deposito, poiché il Carrati era un famoso fabbricante di carta e questa strada, che oggi si chiama Via Guerrazzi, un tempo era Via Cartoleria Nuova".

All'inizio non c'erano né il palcoscenico né il grande organo, ma solo il piccolo, preziosissimo organo Traeri, donato nel 1673 dal conte e che ora, splendente dopo un costosissimo restauro, si trova in una delle sale del secondo piano. Migliaia di documenti qui conservati testimoniano che i primi accademici furono artisti di gran fama, come Giuseppe Torelli e Arcangelo Corelli, e che in questa sala era stato ricavato un piccolo spazio dedicato agli esami di composizione che si svolgevano in clausura (l'allievo veniva chiuso a chiave per tutta la durata del compito). E qui la storia prende una piega obliqua, anche se i fatti, almeno quelli ufficiali, sono minuziosamente documentati. Nel 1770 Wolfgang Amadeus Mozart, allora quattordicenne, varcò la porta dell'Accademia accompagnato dal padre Leopold per sostenervi l'esame di ammissione. È emozionante pensare che in quell'angolo che Azzaroni indica con millimetrica precisione sedeva l'enfant prodige impegnato nel suo esame, più ancora immaginarlo curvo sul Traeri, che suonato da cotanto genio è ormai più sacro di un tabernacolo.

"Fu Padre Giovanni Battista Martini, cui è intitolato il Conservatorio della nostra città, a intuire il genio di Mozart e adoperarsi affinché il ragazzo fosse ammesso in Accademia" racconta Azzaroni.

Fin qui tutto nella norma, poiché all'epoca solo Santa Cecilia a Roma e l'Accademia di Bologna erano autorizzate a rilasciare quei diplomi di composizione che erano una sorta di patente per diventare maestri di cappella nelle chiese o nelle corti europei. Ma c'è un giallo, un imbroglio tipicamente italiano, che rende il breve soggiorno bolognese di Amadeus più intrigante. Padre Martini aveva paura che il suo pupillo, abituato più alle regole di Salisburgo che alle nostre, avrebbe rischiato di essere respinto. "Si dice che egli avesse violato la clausura e avesse passato al ragazzo uno spartito bell'e pronto" spiega Azzaroni. "Fu così che Mozart diventò, con un compito copiato e uno stentatissimo sei, accademico filarmonico. Un dispetto all'indirizzo di Martini che l'aveva raccomandato evidentemente". Il compito "sbagliato" di Mozart ora si trova al Museo della musica, a due passi da qui, in Strada Maggiore, mentre il verbale d'esame con la sufficienza stiracchiata e il compito copiato sono conservati al primo piano della Filarmonica.

Romano Vittori, l'archivista che ha accesso ai preziosi documenti, indossa i guanti bianchi di cotone prima di estrarre dal cassetto le carte ingiallite che sono il "Compito 134" che reca sul retro la firma italianizzata di Amadeo Wolfgango Mozart. "Ma qui ci sono anche altri tesori" dice Vittori mostrando in sequenza schizzi di Beethoven e spartiti autografi di Rossini e Puccini, compresi venti fogli con appunti di composizione per una variante della Madama Butterfly datati 17 settembre 1904. In un angolo, vergato con la calligrafia di Puccini, si legge "governo ladro". Già allora l'arte e le istituzioni si guardavano di traverso.

Al secondo piano, in una delle sale dei Carrati che custodiscono cimeli dall'inestimabile valore (compreso il sacro Traeri), facciamo la conoscenza col tesoro meno polveroso e più vibrante custodito nel palazzo, due musicisti della prestigiosa Orchestra Mozart, l'ultima creatura di Claudio Abbado che ha cessato l'attività nel 2014 dopo la morte del maestro e l'anno scorso ha ripreso a far concerti con la direzione di Bernard Haitink, la partecipazione della grande violinista Isabelle Faust e l'incondizionato supporto della Filarmonica di Bologna. L'Accademia è tornata a essere la casa dell'Orchestra che pur tra mille difficoltà gestionali tutto il mondo ci invidia. 

"L'incontro con Claudio Abbado fu ... non ho parole... boom!" ricorda il violinista 34enne Giacomo Tesini. "Feci l'audizione nella stanza qui accanto, una formazione incredibile, stare di fronte ad Abbado è stata l'esperienza più importante della mia carriera. Lui era il divino, avere la possibilità di stargli anche solo a dieci metri era un privilegio". Gli fa eco il flautista Mattia Petrilli, anche lui trentaquattrenne, in orchestra dal 2004: "Abbado non spiegò nulla, non si sprecava in parole, ma le intenzioni erano chiare, si pretendeva un livello altissimo, tecnico e artistico. Neanche dopo dieci anni abbiamo avuto la certezza di essere stabili o che ci fosse con lui un rapporto tale da non aver nulla da temere. Se si faceva un errore, non c'era la possibilità di correggerlo. Eri fuori. È successo a molti".

Per dieci anni i due artisti hanno fatto parte di una realtà d'eccellenza, "e abbiamo dovuto meritarcelo ogni giorno. Abbado pretendeva entusiasmo e vicinanza al progetto, richiedeva una partecipazione speciale dove tra istinto, musicalità e condivisione non c'era confine. Il famoso sguardo di cui tanto si è parlato era il suo modo di comunicare con noialtri. Disciplina? Piuttosto dedizione totale e un impegno a rimanere speciali" aggiunge Tesini. Sapevano, loro due e gli altri trenta che ruotavano intorno alla Mozart, che la morte del maestro sarebbe stata un problema, che gli sponsor si sarebbero tirati indietro e le istituzioni avrebbero latitato. Così, per non restare paralizzati da nostalgia e riconoscenza, si sono rimboccati le maniche e hanno deciso di far tesoro della straordinaria eredità che hanno avuto in dono. "L'assenza si sta trasformando in arricchimento per il futuro", dicono quasi in coro.

La Mozart ha realizzato quella globalizzazione virtuosa che Abbado già promuoveva quarant'anni fa adoperandosi a creare occasioni d'incontro per le eccellenze europee. "Siamo un'orchestra sui generis, c'incontriamo un paio di volte all'anno" precisa Petrilli. "Non viviamo come un'orchestra stabile. Ritagliarsi del tempo per la Mozart vuol dire fare sacrifici inauditi sia per far quadrare i conti che per trovare un equilibrio con gli altri impegni. Ma sappiamo che suonare qui è tutta un'altra cosa. Siamo un'orchestra autogestita che sopravvive grazie all'Accademia Filarmonica, che è la nostra sede e lavora per noi, e a Lugano Musica che ogni anno ospita i nostri concerti. Finché ci saranno il desiderio, la forza e la voglia di creare l'Orchestra non morirà, anche senza sovvenzioni".

Mentre ripensiamo alle parole che Puccini scribacchiò a margine di un suo spartito ("governo ladro") e ci avviamo verso l'uscita, il presidente Azzaroni torna a incuriosirci col giallo del compito di Mozart. "In realtà sono in corso degli studi per appurare quella che sembra un'altra verità" aggiunge enigmatico. "Pare esista un altro compito scritto con inchiostro rosso, che in Accademia non è mai stato usato; esisteva solo in San Francesco, dove Padre Martini impartiva lezioni al giovane". Vuol dire che quando il ragazzo arrivò qui quella mattina aveva già in tasca il compito da copiare? E siccome il basso gregoriano sul quale lavorare veniva sorteggiato, vorrebbe dire che erano fin dall'inizio tutti d'accordo, Padre Martini e accademici. Oppure l'ingegnoso papà Leopold aveva sborsato una congrua sommetta pur di avere l'indispensabile "patentino" a stretto giro di posta? Insomma, un concorso truccato. All'italiana. E meno male, altrimenti la storia ci avrebbe sbeffeggiato in eterno.

Sul Venerdì del 1° giugno 2018