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Theodore Roosevelt durante una spedizione in Brasile nel 1913 (Library of Congress/ Corbis/ VCG via Getty Images) 

Da Roosevelt a Obama, quant’è bella la "second life" dei presidenti

Non solo beneficenza e bei discorsi: c'è chi dipinge, chi sbarca su Netflix e chi rischia la pelle in Amazzonia. La vita degli ex Presidenti è ricca di sorprese (e soldi). Come sarà quella di Trump?
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NEW YORK. Ora abbiamo Bill Clinton nei panni del romanziere, co-autore di un thriller ambientato alla Casa Bianca. Ovvero: come non annoiarsi in pensione. Ma non è l'unico caso di un ex PPresidente americano che cambia mestiere, s'inventa una seconda vita, resiste al pericolo di essere "mummificato" da vivo. C'è un luogo comune secondo cui i Presidenti degli Stati Uniti una volta concluso il mandato si ritirano in un ruolo defilato, quasi super partes, si tengono lontani dalla mischia politica quotidiana, evitano d'interferire coi loro successori. Ora il ciclone Trump tende a sconvolgere ogni regola e vale anche per questa: Barack Obama ha fatto già qualche intervento per denunciare i danni dell'attuale Presidenza (oltre a firmare con Netflix per la produzione di show televisivi insieme alla moglie Michelle, che a sua volta a novembre pubblicherà in contemporanea mondiale la propria autobiografia). Ma anche in passato le vite d…
NEW YORK. Ora abbiamo Bill Clinton nei panni del romanziere, co-autore di un thriller ambientato alla Casa Bianca. Ovvero: come non annoiarsi in pensione. Ma non è l'unico caso di un ex PPresidente americano che cambia mestiere, s'inventa una seconda vita, resiste al pericolo di essere "mummificato" da vivo. C'è un luogo comune secondo cui i Presidenti degli Stati Uniti una volta concluso il mandato si ritirano in un ruolo defilato, quasi super partes, si tengono lontani dalla mischia politica quotidiana, evitano d'interferire coi loro successori. Ora il ciclone Trump tende a sconvolgere ogni regola e vale anche per questa: Barack Obama ha fatto già qualche intervento per denunciare i danni dell'attuale Presidenza (oltre a firmare con Netflix per la produzione di show televisivi insieme alla moglie Michelle, che a sua volta a novembre pubblicherà in contemporanea mondiale la propria autobiografia). Ma anche in passato le vite degli ex Presidenti furono a volte movimentate e sorprendenti, più di quanto si creda.

Senza risalire indietro fino ai Padri fondatori, nella memoria di noi contemporanei spicca il caso di Richard Nixon. Travolto nel 1974 dallo scandalo Watergate, costretto a dimettersi per non essere stritolato da un impeachment quasi certo, il Presidente repubblicano sembrò condannato a sparire, a nascondersi per la vergogna. Ebbe pure problemi di salute, un embolo che lo ridusse su una sedia a rotelle. Ma si reinventò come scrittore. Niente fiction, a differenza di Clinton. Nixon si mise a scrivere le sue memorie, con un taglio particolare: l'analisi della politica estera. Protagonista del disgelo con la Cina, dello storico incontro con Mao Zedong, oltre che del ritiro americano dal Vietnam (anche se questo lo concluse Gerald Ford), di cose da raccontare ne aveva parecchie. Ma i suoi libri da ex Presidente non erano solo un elenco di ricordi, erano vasti affreschi della politica estera Usa, ne usciva il lato migliore di Nixon, analista lucido dei rapporti di forze internazionali. Pur senza arrivare ai livelli di sapienza del suo ex segretario di Stato Henry Kissinger, la saggistica di Nixon si legge ancora oggi con interesse. Il suo lavoro da pensionato gli valse un lento riscatto, almeno nell'establishment americano: molti Presidenti in seguito andarono a consultare Nixon sulla politica estera.

George W. Bush da pensionato fa il pittore. È uno dei più discreti fra gli ex Presidenti. Anche se quando era in carica fu odiato dalla sinistra e da mezzo mondo (per l'invasione dell'Iraq nel 2003, Abu Ghraib, Guantanamo), lui non ha bisogno di lavorare al proprio riscatto. Ci pensa Donald Trump. Uno degli effetti collaterali di questa presidenza è proprio una rivalutazione ex post di Bush Junior, che oggi appare come un repubblicano moderato. Perfino a sinistra c'è chi lo rimpiange. In ogni caso la sua scelta di mantenere un profilo basso gli sta giovando, almeno fra i suoi contemporanei.

Anche Clinton ebbe un serio problema di reputazione da aggiustare. Uscì dalla Casa Bianca lasciandosi alle spalle un "mezzo impeachment" per le bugie che aveva detto sotto giuramento sul caso Monica Lewinsky. Altri scandali lo inseguirono fino all'ultimo, come il perdono presidenziale concesso a un suo ricco finanziatore condannato dalla giustizia. Per rifarsi l'immagine, Clinton inizialmente sembrò ispirarsi al suo predecessore in campo democratico: Jimmy Carter, che si era dato alla filantropia. Più, occasionalmente, qualche missione umanitaria di alto profilo, concordata col Presidente in carica: abbiamo visto sia Carter che Clinton adoperarsi per la liberazione di ostaggi americani. Ben presto però il pensionato Clinton ha gettato la maschera. La sua attività post-presidenziale ha assunto tutt'altra fisionomia rispetto a quella di Carter.

La filantropia, pur benefica e lodevole, è diventata l'occasione per costruire una gigantesca macchina di relazioni pubbliche su scala planetaria. La Clinton Initiative ogni anno alla vigilia dell'assemblea generale dell'Onu riunisce a New York i potenti del mondo intero. Quella piattaforma e quel network è poi diventato anche uno strumento della candidatura presidenziale di Hillary. Questo ha creato nell'attività post-presidenziale di Bill un coacervo di conflitti d'interesse, condivisi con la moglie. I finanziamenti concessi da governi stranieri alla Fondazione Clinton non sono meno imbarazzanti del Russiagate. Già quando Hillary era segretario di Stato ci furono molte obiezioni al fatto che la sua fondazione ricevesse donazioni estere; se fosse diventata Presidente nel 2016, il problema si sarebbe riproposto su scala gigante. Nel caso di Bill un profilo un po' più basso non sarebbe stata una cattiva idea. Da pensionato illustre e popolare, ha creduto di tirare la volata alla moglie e di ritornare alla Casa Bianca nel ruolo senza precedenti di "primo marito". Chissà che non ci riprovi con la figlia Chelsea e abbia la speranza di riciclarsi come "primo padre".

Ma il caso più interessante e divertente di un Presidente che non si rassegnava alla pensione fu senza dubbio quello di Theodore Roosevelt. È considerato come uno dei più importanti nella storia degli Stati Uniti. Si ritirò lasciando la Casa Bianca nel 1909 a un suo pupillo, William Taft. Ben presto però l'azione di governo del suo allievo lo deluse e lui cominciò a criticarlo. Alla scadenza del mandato di Taft, Teddy decise di ricandidarsi, e non riuscendo a conquistare la nomination repubblicana creò un nuovo partito, il Progressive Party. Perse le elezioni e le fece perdere anche ai repubblicani. Allora si lanciò in una leggendaria e avventurosa spedizione di esplorazione del bacino dell'Amazzonia, dove rischiò la vita prendendosi una malattia tropicale. Allo scoppio della Prima guerra mondiale attaccò duramente il Presidente democratico Woodrow Wilson per la scelta iniziale di tenerne fuori gli Stati Uniti, e si candidò a guidare in Europa un corpo di spedizione di volontari americani. La vita di Teddy basterebbe a riempire non uno ma cento romanzi. Ne ho voluto ricordare alcuni dettagli, perché un pensionamento così battagliero e spettacolare potrebbe dare delle idee a qualcuno...

Trump, visti i precedenti, non sarà un pensionato tranquillo. Di certo non andrà a combattere all'estero essendo un noto imboscato (si fece riformare come tanti figli di papà per non andare in Vietnam). Niente spedizioni avventurose per uno che pratica solo il golf. Però combatterà in patria. Accetto scommesse sul fatto che Trump "resterà in mezzo a noi" molto più a lungo di quanto è costume per gli ex Presidenti. Che duri un mandato o addirittura due (improbabile ma non impossibile), o che venga cacciato con l'impeachment (ancora: improbabile ma non impossibile), è chiaro che ci ha preso gusto a essere il protagonista della vita pubblica americana. Finché campa vorrà essere al centro dell'attenzione, e per riuscirci ne combinerà di tutti i colori. Se gli dovesse succedere un democratico (o una democratica) lui vorrà trasformarsi nel capo dell'opposizione. Sarà un incubo soprattutto per i repubblicani: dopo la "droga Trump", è difficile immaginare un ritorno nei binari della normalità, un riposizionamento moderato del partito che fu di Lincoln e Eisenhower. Trump può continuare ad essere il leader del neopopulismo anche da ex Presidente.

Questo ci riporta all'altra figura chiave, Obama. Il quale sta facendo di tutto per essere un pensionato normale, in ossequio alla tradizione. Ha creato la sua fondazione, che non pretende certo di essere una macchina da guerra per la propaganda politica, né tantomeno spianare la strada a una candidatura di Michelle. Ha firmato un contratto (multimilionario) per scrivere un libro. Ha passato molto tempo in vacanza e con la famiglia. Ma l'attualità lo risucchia, la base democratica lo adora e vorrebbe sentirlo ancora pronunciarsi sui temi roventi del momento. Lui ha fatto qualche uscita, pacata ma dura, per condannare la xenofobia di Trump, la demonizzazione degli immigrati, soprattutto la cancellazione delle corsie preferenziali per regolarizzare gli stranieri che arrivarono in America da bambini. Molti si chiedono se non stia preparando qualche azione più visibile e incisiva, con l'avvicinarsi delle elezioni legislative di midterm (a novembre) e poi delle primarie per le presidenziali del 2020. Il partito democratico ha ancora bisogno di risollevarsi dallo shock del novembre 2016, non ha selezionato una nuova classe dirigente, non è chiara la sua strategia.

L'elezione di Trump ha messo in luce un problema grave, dei democratici Usa e di tutta la sinistra in Occidente: la perdita di contatto con la classe operaia. Sia sui contenuti per il rilancio della sinistra, sia sulla selezione di nuove leve di candidati, è possibile che anche il pensionato Obama sia costretto a fare gli straordinari. Del resto questa è un po' una cifra generazionale, che accomuna Obama a Clinton: ambedue appartengono alla generazione dei baby boomer, anche se uno si colloca nella fascia dei più anziani e l'altro in quella dei più giovani. I baby boomer (nati fra il 1945 e il 1965) sono la prima classe di età che deve affrontare "in massa", su una scala numerica senza precedenti, l'invecchiamento demografico unito all'allungamento della longevità. Gli ex Presidenti diventano un po' dei modelli per una generazione in cerca di una Terza Età molto diversa dal passato.

Sul Venerdì del 1° giugno 2018