Con Alisson Becker stavolta o Brasil para tedesco
Emanuela Audisio , di EMANUELA AUDISIONel 2014 la sua Seleção fu umiliata dalla Germania. Alisson Becker la vide in tv. Ora toccherà a lui, il portiere della Roma, difenderne i pali. Intervista a un verdeoro molto poco carioca
ROMA. Sta tutto lì, tra i suoi pali. L'immensità di un popolo e della sua terra. Onore, identità, orgoglio. E richiesta di riscatto. È un uomo solo, ma vive in una porta affollata, con 213 milioni di brasiliani che chiedono vendetta. Non importa che lui quattro anni fa non ci fosse, ma che quella porta sia stata sfregiata e che ora ci siano le sue mani a proteggerla.
Alisson Ramsés Becker aveva due anni nel '94 quando il Brasile vinse il Mondiale nel nome di Ayrton Senna, ne aveva dieci quando Ronaldo con due gol regalò al suo Paese il quinto titolo, ne aveva 22 (non ancora compiuti) quando seduto davanti alla tv vide l'invasione tedesca cancellare una speranza, una squadra, una religione a cui anche il pallone aveva giurato fedeltà. Brasile-Germania 1-7 per il popolo verdeoro fu una notte da Titanic, un nubifragio sulla terra, ma senza sopravvissuti. L'umiliazione che da 64 anni si chiamava Maracanazo (sconfitta 2-1 co…
Alisson Ramsés Becker aveva due anni nel '94 quando il Brasile vinse il Mondiale nel nome di Ayrton Senna, ne aveva dieci quando Ronaldo con due gol regalò al suo Paese il quinto titolo, ne aveva 22 (non ancora compiuti) quando seduto davanti alla tv vide l'invasione tedesca cancellare una speranza, una squadra, una religione a cui anche il pallone aveva giurato fedeltà. Brasile-Germania 1-7 per il popolo verdeoro fu una notte da Titanic, un nubifragio sulla terra, ma senza sopravvissuti. L'umiliazione che da 64 anni si chiamava Maracanazo (sconfitta 2-1 co…
ROMA. Sta tutto lì, tra i suoi pali. L'immensità di un popolo e della sua terra. Onore, identità, orgoglio. E richiesta di riscatto. È un uomo solo, ma vive in una porta affollata, con 213 milioni di brasiliani che chiedono vendetta. Non importa che lui quattro anni fa non ci fosse, ma che quella porta sia stata sfregiata e che ora ci siano le sue mani a proteggerla.
Alisson Ramsés Becker aveva due anni nel '94 quando il Brasile vinse il Mondiale nel nome di Ayrton Senna, ne aveva dieci quando Ronaldo con due gol regalò al suo Paese il quinto titolo, ne aveva 22 (non ancora compiuti) quando seduto davanti alla tv vide l'invasione tedesca cancellare una speranza, una squadra, una religione a cui anche il pallone aveva giurato fedeltà. Brasile-Germania 1-7 per il popolo verdeoro fu una notte da Titanic, un nubifragio sulla terra, ma senza sopravvissuti. L'umiliazione che da 64 anni si chiamava Maracanazo (sconfitta 2-1 con l'Uruguay al Maracanã nella finale mondiale del '50) si trasformò in un nuovo orrore e nome, Mineirazo, dal nome dello stadio di Belo Horizonte, il Mineirão, dove il portiere Júlio César venne trafitto sette volte.
Cinque schiaffi in venti minuti, più il resto, un'agonia in diretta mondiale, un samba suicida in patria. Dilma Rousseff, allora presidente del Brasile, che twitta: "Brasile, rialzati, togliti di dosso la polvere e torna in alto". Alisson era a casa, con gli amici: "Me la sono vista tutta, non è mai solo una partita, un Paese non scorda quella ferita, non il Brasile, non si tratta di vanità ma di identità, e se non ti ritrovi nella tua immagine ti restano solo vergogna e rabbia. Un calciatore può prendere batoste tremende, ma ha sempre un'altra partita per sfogarsi e riconciliarsi, un popolo no, nella sua memoria non esce mai dai novanta minuti che lo hanno spezzato".
Alto (1,91), occhi azzurri, mani sottili, dita lunghe. E infatti suona piano e chitarra. Il Brasile riparte da Alisson per rimettere a posto il mondo. Ma la musica è cambiata: niente Bahia, né saudade, né filastrocche di frutta come abacaxi, acerola, maracujá, cacau, caju, bacuri, cupuaçu, laranja, mangaba, goiaba, uva, morango, mango, graviola, cajá. E niente Brasile da cartolina con le telenovelas lunghe come il Rio delle Amazzoni, con il tabaco natural, con le ricette dell'anatra al tucupi, del vatapá, della feijoada, dei codornos, le quaglie arrostite, con le grida delle scimmie sulle piante di mango. Alisson di cognome fa Becker, come Boris l'ex tennista (ma nessuna parentela) e viene da Novo Hamburgo, la capitale delle calzature, nello Stato del Rio Grande do Sul, dove l'inverno può anche nevicare, non distante da Porto Alegre, la città di Falcão.
"La mia famiglia è immigrata dalla Germania, nonna parlava tedesco, papà anche, mia madre, portoghese, è una donna che non piange, lo fa di nascosto, non facile a mostrare sentimenti. Da lei ho preso la freddezza, da mio padre la pazienza. Non avessi fatto il portiere, avrei scelto la carriera militare, a scuola non ero un fenomeno, più miglioravo nello sport, più mi staccavo dallo studio. Ad un certo punto l'industria della scarpe è andata in crisi, papà ha perso il lavoro, mia madre ha avuto problemi di salute, mio fratello aveva appena avuto un figlio, ci siamo trovati in difficoltà economiche, per fortuna con i miei primi stipendi ho potuto rimediare".
Alisson non è uno stereotipo, non è Ronaldinho di cui hanno scritto che si sarebbe sposato con due donne nella stessa cerimonia (lui ha smentito), non è Romario, detto Bbb, Baixinho bom de bola, mille gol, basso ma svelto, che nello spogliatoio del Maracanã faceva entrare di tutto. Anche croci, rosari, Bibbie, immagini di santa Anastasia, whisky, sigari, sesso di coppia e di gruppo: "Ogni volta che la mia ragazza ne aveva voglia e pure insieme ad altri". E non è nemmeno Mané Garrincha, l'angelo dalle gambe storte, meravigliosa follia in campo, ma "bradisismo" esistenziale, quattordici figli sparsi per il mondo, molti dribbling nelle osterie, e tante notti sui marciapiedi. Vogliamo dirlo? Alisson sembra tedesco: solidità, razionalità, freddezza. In più equilibrio e maturità.
"E non mi piacciono nemmeno gli idoli. Non subisco il potere della fama, mi piacciono le persone, quello che hanno dentro, non quello che mostrano fuori. Per questo stimo Claudio Taffarel, portiere campione del mondo nel '94, che ha adottato 15 bambini, questo voglio fare anch'io con una fondazione: dare possibilità a chi non ne ha. Per questo ho detto che come moglie preferivo una dottoressa ad un'attrice, la mia Natália è pediatra, senza offesa, ma a casa è più utile avere qualcuno che conosce la medicina. Per questo se piaccio a donne e uomini non mi preoccupo, la bellezza aiuta, il corpo è un potere. I gay mi adorano? Nessun problema, ma quando le ragazze mi toccano il sedere c'è mia moglie che toglie loro le mani, la gelosia non ha genere. Per questo ho amato la biografia di Guga Kuerten, nostro campione di tennis, ma anche di umanità, nel suo modo di stare vicino al fratellino Guilherme, che soffriva di una paralisi cerebrale. Per questo mi piacciono i gospel, i canti religiosi, Jack Johnson, la musica sertaneja di Jorge & Mateus, folk brasiliano, sono anche un grande fan degli Hillsong, gruppo rock cristiano originario di Sydney, che fa parte di una chiesa evangelica pentecostale australiana e gira il mondo per concerti. Ho fede, leggo la Bibbia, a mia figlia Helena con la chitarra suono canzoni ogni volta che posso. Ma prima della partita, per darmi la carica, ascolto i Metallica".
La fede gli è servita. A fare nel 2016 un anno di campionato in panchina alla Roma, con obbedienza religiosa, dietro al polacco Szczesny, a far fuori suo fratello Muriel, cinque anni più di lui, anche lui portiere, a far terminare la carriera brasiliana di Dida. "È vero, nel 2013 io e mio fratello eravamo entrambi all'Internacional di Porto Alegre. Muriel era titolare, ma s'infortunò, Dunga mi fece esordire, e il posto restò mio, e ora mio fratello gioca in Portogallo. Nessun senso di colpa, ci vogliamo bene, siamo uno padrino del figlio dell'altro, ma è vero che quando entro in campo non esco più, forse Dio ha voluto così". Senza forse, ha contato anche la volontà di Walter Sabatini, ex ds della Roma, che lo acquistò per 7,5 milioni di euro. Ora vale almeno dieci volte di più, in tanti lo vogliono, Real in testa.
Le mani, ma anche i piedi (fortissimi) e la faccia di Alisson per la rinascita del Brasile. Ma un Paese che nel calcio si è sempre messo la corona può risedersi sul trono, dopo essere stato ghigliottinato? "Tite, il nuovo ct, è una persona capace di stare vicino ai giocatori. Questo conta molto, infatti la squadra lo ripaga. Lo so perché quando ho avuto un problema di famiglia mi ha dato il permesso di allontanarmi. Noi non siamo perfetti, la consapevolezza è questa, siamo il grande Brasile, ma non vinciamo da sedici anni, dobbiamo cercare di fare un buon Mondiale. Io con la Roma, quando ho preso 5 gol dal Liverpool, non ho dormito per tre notti. Se il mio Paese è insonne da quattro anni ha tutti i motivi. Ma anche tutte le ragioni per chiedere politici e governi che non siano corrotti. Vincere è bello, ma anche avere una moralità. Il mio salmo preferito? "Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano"". Parate questo, amen.
Sul Venerdì dell'8 giugno 2018
Alisson Ramsés Becker aveva due anni nel '94 quando il Brasile vinse il Mondiale nel nome di Ayrton Senna, ne aveva dieci quando Ronaldo con due gol regalò al suo Paese il quinto titolo, ne aveva 22 (non ancora compiuti) quando seduto davanti alla tv vide l'invasione tedesca cancellare una speranza, una squadra, una religione a cui anche il pallone aveva giurato fedeltà. Brasile-Germania 1-7 per il popolo verdeoro fu una notte da Titanic, un nubifragio sulla terra, ma senza sopravvissuti. L'umiliazione che da 64 anni si chiamava Maracanazo (sconfitta 2-1 con l'Uruguay al Maracanã nella finale mondiale del '50) si trasformò in un nuovo orrore e nome, Mineirazo, dal nome dello stadio di Belo Horizonte, il Mineirão, dove il portiere Júlio César venne trafitto sette volte.
Cinque schiaffi in venti minuti, più il resto, un'agonia in diretta mondiale, un samba suicida in patria. Dilma Rousseff, allora presidente del Brasile, che twitta: "Brasile, rialzati, togliti di dosso la polvere e torna in alto". Alisson era a casa, con gli amici: "Me la sono vista tutta, non è mai solo una partita, un Paese non scorda quella ferita, non il Brasile, non si tratta di vanità ma di identità, e se non ti ritrovi nella tua immagine ti restano solo vergogna e rabbia. Un calciatore può prendere batoste tremende, ma ha sempre un'altra partita per sfogarsi e riconciliarsi, un popolo no, nella sua memoria non esce mai dai novanta minuti che lo hanno spezzato".
Alto (1,91), occhi azzurri, mani sottili, dita lunghe. E infatti suona piano e chitarra. Il Brasile riparte da Alisson per rimettere a posto il mondo. Ma la musica è cambiata: niente Bahia, né saudade, né filastrocche di frutta come abacaxi, acerola, maracujá, cacau, caju, bacuri, cupuaçu, laranja, mangaba, goiaba, uva, morango, mango, graviola, cajá. E niente Brasile da cartolina con le telenovelas lunghe come il Rio delle Amazzoni, con il tabaco natural, con le ricette dell'anatra al tucupi, del vatapá, della feijoada, dei codornos, le quaglie arrostite, con le grida delle scimmie sulle piante di mango. Alisson di cognome fa Becker, come Boris l'ex tennista (ma nessuna parentela) e viene da Novo Hamburgo, la capitale delle calzature, nello Stato del Rio Grande do Sul, dove l'inverno può anche nevicare, non distante da Porto Alegre, la città di Falcão.
"La mia famiglia è immigrata dalla Germania, nonna parlava tedesco, papà anche, mia madre, portoghese, è una donna che non piange, lo fa di nascosto, non facile a mostrare sentimenti. Da lei ho preso la freddezza, da mio padre la pazienza. Non avessi fatto il portiere, avrei scelto la carriera militare, a scuola non ero un fenomeno, più miglioravo nello sport, più mi staccavo dallo studio. Ad un certo punto l'industria della scarpe è andata in crisi, papà ha perso il lavoro, mia madre ha avuto problemi di salute, mio fratello aveva appena avuto un figlio, ci siamo trovati in difficoltà economiche, per fortuna con i miei primi stipendi ho potuto rimediare".
Alisson non è uno stereotipo, non è Ronaldinho di cui hanno scritto che si sarebbe sposato con due donne nella stessa cerimonia (lui ha smentito), non è Romario, detto Bbb, Baixinho bom de bola, mille gol, basso ma svelto, che nello spogliatoio del Maracanã faceva entrare di tutto. Anche croci, rosari, Bibbie, immagini di santa Anastasia, whisky, sigari, sesso di coppia e di gruppo: "Ogni volta che la mia ragazza ne aveva voglia e pure insieme ad altri". E non è nemmeno Mané Garrincha, l'angelo dalle gambe storte, meravigliosa follia in campo, ma "bradisismo" esistenziale, quattordici figli sparsi per il mondo, molti dribbling nelle osterie, e tante notti sui marciapiedi. Vogliamo dirlo? Alisson sembra tedesco: solidità, razionalità, freddezza. In più equilibrio e maturità.
"E non mi piacciono nemmeno gli idoli. Non subisco il potere della fama, mi piacciono le persone, quello che hanno dentro, non quello che mostrano fuori. Per questo stimo Claudio Taffarel, portiere campione del mondo nel '94, che ha adottato 15 bambini, questo voglio fare anch'io con una fondazione: dare possibilità a chi non ne ha. Per questo ho detto che come moglie preferivo una dottoressa ad un'attrice, la mia Natália è pediatra, senza offesa, ma a casa è più utile avere qualcuno che conosce la medicina. Per questo se piaccio a donne e uomini non mi preoccupo, la bellezza aiuta, il corpo è un potere. I gay mi adorano? Nessun problema, ma quando le ragazze mi toccano il sedere c'è mia moglie che toglie loro le mani, la gelosia non ha genere. Per questo ho amato la biografia di Guga Kuerten, nostro campione di tennis, ma anche di umanità, nel suo modo di stare vicino al fratellino Guilherme, che soffriva di una paralisi cerebrale. Per questo mi piacciono i gospel, i canti religiosi, Jack Johnson, la musica sertaneja di Jorge & Mateus, folk brasiliano, sono anche un grande fan degli Hillsong, gruppo rock cristiano originario di Sydney, che fa parte di una chiesa evangelica pentecostale australiana e gira il mondo per concerti. Ho fede, leggo la Bibbia, a mia figlia Helena con la chitarra suono canzoni ogni volta che posso. Ma prima della partita, per darmi la carica, ascolto i Metallica".
La fede gli è servita. A fare nel 2016 un anno di campionato in panchina alla Roma, con obbedienza religiosa, dietro al polacco Szczesny, a far fuori suo fratello Muriel, cinque anni più di lui, anche lui portiere, a far terminare la carriera brasiliana di Dida. "È vero, nel 2013 io e mio fratello eravamo entrambi all'Internacional di Porto Alegre. Muriel era titolare, ma s'infortunò, Dunga mi fece esordire, e il posto restò mio, e ora mio fratello gioca in Portogallo. Nessun senso di colpa, ci vogliamo bene, siamo uno padrino del figlio dell'altro, ma è vero che quando entro in campo non esco più, forse Dio ha voluto così". Senza forse, ha contato anche la volontà di Walter Sabatini, ex ds della Roma, che lo acquistò per 7,5 milioni di euro. Ora vale almeno dieci volte di più, in tanti lo vogliono, Real in testa.
Le mani, ma anche i piedi (fortissimi) e la faccia di Alisson per la rinascita del Brasile. Ma un Paese che nel calcio si è sempre messo la corona può risedersi sul trono, dopo essere stato ghigliottinato? "Tite, il nuovo ct, è una persona capace di stare vicino ai giocatori. Questo conta molto, infatti la squadra lo ripaga. Lo so perché quando ho avuto un problema di famiglia mi ha dato il permesso di allontanarmi. Noi non siamo perfetti, la consapevolezza è questa, siamo il grande Brasile, ma non vinciamo da sedici anni, dobbiamo cercare di fare un buon Mondiale. Io con la Roma, quando ho preso 5 gol dal Liverpool, non ho dormito per tre notti. Se il mio Paese è insonne da quattro anni ha tutti i motivi. Ma anche tutte le ragioni per chiedere politici e governi che non siano corrotti. Vincere è bello, ma anche avere una moralità. Il mio salmo preferito? "Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano"". Parate questo, amen.
Sul Venerdì dell'8 giugno 2018