Ron Arad, l’arte del sedere
Marco Romani , dal nostro inviato MARCO ROMANIMentre il Vitra Museum gli dedica una grande mostra, il designer israeliano si racconta nella sua factory londinese: "Tutto cominciò con sei poltrone vendute a Gaultier..."
LONDRA. Siri è irremovibile: "La destinazione è stata raggiunta". Quartiere di Camden, in posizione defilata rispetto al caos del mercato. Cerchiamo lo studio di Ron Arad, tra i designer più celebri dell'ultimo trentennio, ma sulla strada troviamo un discount, una bottega di vestiti usati, una gelateria italiana. Della factory nessuna traccia. Un negoziante ci dice di suonare al cancello arrugginito lì accanto, che dà su un cortiletto sconnesso. Entrati nello studio una collaboratrice del designer ci avverte: "Attento a dove mette i piedi. Piove dal soffitto e può scivolare". Già nella prima stanza ci sono le opere più celebri del designer israeliano, prototipi e pezzi unici che sul mercato valgono parecchie migliaia di euro.
A Ron Arad il Vitra Design Museum di Weil am Rhein dedica la mostra Yes to the Uncommon! (fino al 14 ottobre) che raccoglie opere readymade, come la poltrona Rover Chair costruita co…
A Ron Arad il Vitra Design Museum di Weil am Rhein dedica la mostra Yes to the Uncommon! (fino al 14 ottobre) che raccoglie opere readymade, come la poltrona Rover Chair costruita co…
LONDRA. Siri è irremovibile: "La destinazione è stata raggiunta". Quartiere di Camden, in posizione defilata rispetto al caos del mercato. Cerchiamo lo studio di Ron Arad, tra i designer più celebri dell'ultimo trentennio, ma sulla strada troviamo un discount, una bottega di vestiti usati, una gelateria italiana. Della factory nessuna traccia. Un negoziante ci dice di suonare al cancello arrugginito lì accanto, che dà su un cortiletto sconnesso. Entrati nello studio una collaboratrice del designer ci avverte: "Attento a dove mette i piedi. Piove dal soffitto e può scivolare". Già nella prima stanza ci sono le opere più celebri del designer israeliano, prototipi e pezzi unici che sul mercato valgono parecchie migliaia di euro.
A Ron Arad il Vitra Design Museum di Weil am Rhein dedica la mostra Yes to the Uncommon! (fino al 14 ottobre) che raccoglie opere readymade, come la poltrona Rover Chair costruita con sedili di vecchie auto, progetti in fibra di carbonio, mobili in acciaio fatti a mano, sculture e i primi disegni degli anni Ottanta.
Che impressione le fa vedere i suoi arredi, intoccabili, nei musei?
"Conosce Prière de toucher di Marcel Duchamp? È un seno femminile in silicone che l'artista realizzò nel 1947. La gente è sempre incerta se palparlo, come dice il titolo, o no. Recentemente durante una mia mostra in Russia era esposto il tavolo da ping pong in acciaio specchiato e ho invitato tutti a giocarci. Ma è stato un errore perché io, che non perdo mai, sono stato sconfitto dal gallerista. Quando faccio una mostra non mi piace mettere le cose su un piedistallo e vorrei che la gente le provasse".
Ma non sempre è possibile.
"Nel 2006 per una grande esposizione al Centre Pompidou di Parigi portai da casa mia la prima poltrona che ho realizzato, la Rover Chair. Mentre la spostavo qualcuno mi disse: 'Non la tocchi senza i guanti bianchi'. Non ho avuto il coraggio di dirgli che la notte ci dormivano i gatti".
Quando nel '73 lasciò Israele perché scelse Londra e non Milano o New York?
"La verità è che non ho mai pianificato di andar via da Tel Aviv portando via i libri o i dischi. Ero un turista e mi sono fermato. Di Londra avevo una visione romantica che forse esisteva solo nella mia testa. Da ragazzino odiavo il cinema hollywoodiano mentre amavo il realismo in bianco e nero britannico. Tutto quello che arrivava dall'Inghilterra mi appariva vicinissimo a Shakespeare. E poi credevo di parlare inglese perché lo avevo imparato dalle canzoni di Bob Dylan. Naturalmente mi sbagliavo: sapevo l'americano e non l'inglese".
È vero che uno dei suoi primi clienti fu Jean-Paul Gaultier?
"Lui veniva a Londra per trovare ispirazione dalla moda di strada di allora, che era dominata dal punk. Una sera della vigilia di Natale del 1981 sento bussare alla porta dello studio: 'Siamo chiusi', gli rispondo. Dall'altra parte del vetro un signore mi dice: 'Vorrei comprare quelle poltrone'. 'Prego entri, siamo aperti'. Lui mi chiese sei Rover Chair ma io ne avevo realizzate solamente due. Mi staccò un assegno da 594 sterline, 99 sterline a poltrona, mi lasciò l'indirizzo e se ne andò. La mia segretaria mi disse: 'Ma è Gaultier, lo stilista'. Io allora non sapevo neanche chi fosse".
Fu il suo trampolino di lancio.
"Non proprio. Le poltrone erano per casa sua, non le espose mai in boutique. Però mi portò fortuna. La Rover Chair fu un successo e avevo due persone che facevano avanti e indietro per il Paese a cercare i sedili della macchine rottamate".
Quando capì di essere diventato un designer celebre?
"Ci sto ancora lavorando".
Al di là della battuta?
"Nel 1981, sfogliando il magazine Blueprint lessi un'intervista al proprietario di Vitra che, fotografato accanto a una mia sedia, diceva: "Ron Arad è il più interessante designer di Londra". Dopo quell'articolo mi chiese di disegnare una poltrona per la sua azienda e nel 1986 nacque la Well Tempered Chair. La gavetta era finita".
Lei è architetto. Perché invece di costruire edifici ha preferito progettare arredi?
"Quando studi architettura ti immagini che finita l'università costruirai il teatro dell'opera più innovativo o il grattacielo più incredibile. Invece, se sei fortunato, entri in uno studio dove progetti soluzioni per non fare entrare l'acqua dal tetto. Cose importanti per carità, ma che non ti riempiono il cuore di soddisfazione. Ho provato a lavorare per altri ma ho capito subito che non faceva per me. Un giorno, finito di mangiare, non tornai più allo studio e iniziai la mia attività. Solo dopo essere diventato celebre come designer qualcuno mi ha chiesto di disegnare un museo".
Quello di Holon, vicino a Tel Aviv.
"Erano gelosi del Guggenheim di Bilbao e mi chiesero di progettare un museo che fosse talmente bello da poter finire su un francobollo... Da allora il mio studio ha realizzato parecchi progetti architettonici importanti. Proprio ora stiamo finendo un grattacielo a Tel Aviv e un ospedale nel Nord di Israele ma anche il progetto di un memoriale per il Parlamento britannico a Londra. Insomma, sono arrivato agli edifici passando dalle poltrone".
Artista? Designer? Architetto?
"Lo so che i giornalisti hanno bisogno di definizioni. Ma io non so dargliela. Per questo ho chiamato una mia mostra al Centre Pompidou No Discipline. "Disciplina" sia nel senso di rispetto delle regole sia nel senso della divisione tra le aree della creatività. Se domani dipingessi una Gioconda molto meglio di Leonardo, sui giornali scriverebbero che non è un'opera d'arte ma un oggetto di design di Ron Arad. Ma questo è un problema che non mi pongo: non sono disciplinato".
Nei suoi progetti la forma sembra prevalere sulla funzione. Dica la verità: non le interessa granché che un divano sia comodo e una libreria contenga libri.
"No, no, si sbaglia. Forma e funzione non sono inconciliabili. Lavorano insieme e sono grandi amici. Poi, certo, alcune volte può prevalere l'aspetto estetico, altre quello utilitaristico, ma il mio lavoro sta proprio nel cercare continuamente il punto d'incontro tra questi due aspetti".
Nelle sue opere traspare una forte tensione erotica, come se quegli oggetti parlassero più alla pancia che alla testa. È così?
"Innanzitutto mi scuso se le ho provocato un tubamento erotico. Una volta che finisco un lavoro, non è più mio. E ogni interpretazione è lecita e indiscutibile. Da parte mia non c'è l'intenzionalità di creare oggetti desideranti, ironici o ludici, ma ben venga ogni lettura critica".
I suoi progetti "indisciplinati" parlano di libertà, ma arredano le case dei super ricchi, gli alberghi di lusso, le banche. Una contraddizione?
"Ha provato a fare la stessa domanda a Michelangelo? Io realizzo i progetti che riescono a rompere la mia noia, che è la madre della creatività. Faccio cose che mi interessano, ma se piacessero solo a me alla fine sarei costretto a smettere. Quindi sono grato del fatto che ci sia qualcuno che ama e compra queste cose e che ci sia qualcuno che viva parlando del mio lavoro. Sono consapevole che non sto salvando il mondo, ma la cultura, da sempre, va oltre la pura sopravvivenza. Se ho fame non penso ai cibi raffinati dei grandi chef ma solo a mettere qualcosa sotto ai denti. Se vivo per strada voglio un tetto sulla testa e non sto certo a guardare se è stato costruito da un buon architetto. Non ho l'arroganza di dire che faccio delle cose di primaria necessità, ma l'arte, la musica, il design sono forme di espressione che rendono più interessante e piena l'esistenza umana. Comunque una volta ho fatto causa a una banca francese che ha utilizzato per una pubblicità l'immagine di una mia poltrona. Mi hanno dovuto dare dei soldi ed è stata una grande soddisfazione".
Ha mai vissuto un periodo a basso tasso di creatività?
"Sto aspettando quel momento, sarei più rilassato. Il problema è piuttosto capire quale progetto deve avere la priorità e quale può aspettare".
Nella sua casa vive circondato solamente da oggetti disegnati da lei?
"Ci sono anche cose realizzate da altri. Ho ad esempio il lampadario Porca miseria! del mio amico Ingo Maurer. È capitato spesso che chi viene a trovarmi per la prima volta mi dica: Ron, tra le opere che hai fatto questa è quella che preferisco".
(Ha collaborato Lorenzo Ormando)
Sul Venerdì dell'8 giugno 2018
A Ron Arad il Vitra Design Museum di Weil am Rhein dedica la mostra Yes to the Uncommon! (fino al 14 ottobre) che raccoglie opere readymade, come la poltrona Rover Chair costruita con sedili di vecchie auto, progetti in fibra di carbonio, mobili in acciaio fatti a mano, sculture e i primi disegni degli anni Ottanta.
Che impressione le fa vedere i suoi arredi, intoccabili, nei musei?
"Conosce Prière de toucher di Marcel Duchamp? È un seno femminile in silicone che l'artista realizzò nel 1947. La gente è sempre incerta se palparlo, come dice il titolo, o no. Recentemente durante una mia mostra in Russia era esposto il tavolo da ping pong in acciaio specchiato e ho invitato tutti a giocarci. Ma è stato un errore perché io, che non perdo mai, sono stato sconfitto dal gallerista. Quando faccio una mostra non mi piace mettere le cose su un piedistallo e vorrei che la gente le provasse".
Ma non sempre è possibile.
"Nel 2006 per una grande esposizione al Centre Pompidou di Parigi portai da casa mia la prima poltrona che ho realizzato, la Rover Chair. Mentre la spostavo qualcuno mi disse: 'Non la tocchi senza i guanti bianchi'. Non ho avuto il coraggio di dirgli che la notte ci dormivano i gatti".
Quando nel '73 lasciò Israele perché scelse Londra e non Milano o New York?
"La verità è che non ho mai pianificato di andar via da Tel Aviv portando via i libri o i dischi. Ero un turista e mi sono fermato. Di Londra avevo una visione romantica che forse esisteva solo nella mia testa. Da ragazzino odiavo il cinema hollywoodiano mentre amavo il realismo in bianco e nero britannico. Tutto quello che arrivava dall'Inghilterra mi appariva vicinissimo a Shakespeare. E poi credevo di parlare inglese perché lo avevo imparato dalle canzoni di Bob Dylan. Naturalmente mi sbagliavo: sapevo l'americano e non l'inglese".
È vero che uno dei suoi primi clienti fu Jean-Paul Gaultier?
"Lui veniva a Londra per trovare ispirazione dalla moda di strada di allora, che era dominata dal punk. Una sera della vigilia di Natale del 1981 sento bussare alla porta dello studio: 'Siamo chiusi', gli rispondo. Dall'altra parte del vetro un signore mi dice: 'Vorrei comprare quelle poltrone'. 'Prego entri, siamo aperti'. Lui mi chiese sei Rover Chair ma io ne avevo realizzate solamente due. Mi staccò un assegno da 594 sterline, 99 sterline a poltrona, mi lasciò l'indirizzo e se ne andò. La mia segretaria mi disse: 'Ma è Gaultier, lo stilista'. Io allora non sapevo neanche chi fosse".
Fu il suo trampolino di lancio.
"Non proprio. Le poltrone erano per casa sua, non le espose mai in boutique. Però mi portò fortuna. La Rover Chair fu un successo e avevo due persone che facevano avanti e indietro per il Paese a cercare i sedili della macchine rottamate".
Quando capì di essere diventato un designer celebre?
"Ci sto ancora lavorando".
Al di là della battuta?
"Nel 1981, sfogliando il magazine Blueprint lessi un'intervista al proprietario di Vitra che, fotografato accanto a una mia sedia, diceva: "Ron Arad è il più interessante designer di Londra". Dopo quell'articolo mi chiese di disegnare una poltrona per la sua azienda e nel 1986 nacque la Well Tempered Chair. La gavetta era finita".
Lei è architetto. Perché invece di costruire edifici ha preferito progettare arredi?
"Quando studi architettura ti immagini che finita l'università costruirai il teatro dell'opera più innovativo o il grattacielo più incredibile. Invece, se sei fortunato, entri in uno studio dove progetti soluzioni per non fare entrare l'acqua dal tetto. Cose importanti per carità, ma che non ti riempiono il cuore di soddisfazione. Ho provato a lavorare per altri ma ho capito subito che non faceva per me. Un giorno, finito di mangiare, non tornai più allo studio e iniziai la mia attività. Solo dopo essere diventato celebre come designer qualcuno mi ha chiesto di disegnare un museo".
Quello di Holon, vicino a Tel Aviv.
"Erano gelosi del Guggenheim di Bilbao e mi chiesero di progettare un museo che fosse talmente bello da poter finire su un francobollo... Da allora il mio studio ha realizzato parecchi progetti architettonici importanti. Proprio ora stiamo finendo un grattacielo a Tel Aviv e un ospedale nel Nord di Israele ma anche il progetto di un memoriale per il Parlamento britannico a Londra. Insomma, sono arrivato agli edifici passando dalle poltrone".
Artista? Designer? Architetto?
"Lo so che i giornalisti hanno bisogno di definizioni. Ma io non so dargliela. Per questo ho chiamato una mia mostra al Centre Pompidou No Discipline. "Disciplina" sia nel senso di rispetto delle regole sia nel senso della divisione tra le aree della creatività. Se domani dipingessi una Gioconda molto meglio di Leonardo, sui giornali scriverebbero che non è un'opera d'arte ma un oggetto di design di Ron Arad. Ma questo è un problema che non mi pongo: non sono disciplinato".
Nei suoi progetti la forma sembra prevalere sulla funzione. Dica la verità: non le interessa granché che un divano sia comodo e una libreria contenga libri.
"No, no, si sbaglia. Forma e funzione non sono inconciliabili. Lavorano insieme e sono grandi amici. Poi, certo, alcune volte può prevalere l'aspetto estetico, altre quello utilitaristico, ma il mio lavoro sta proprio nel cercare continuamente il punto d'incontro tra questi due aspetti".
Nelle sue opere traspare una forte tensione erotica, come se quegli oggetti parlassero più alla pancia che alla testa. È così?
"Innanzitutto mi scuso se le ho provocato un tubamento erotico. Una volta che finisco un lavoro, non è più mio. E ogni interpretazione è lecita e indiscutibile. Da parte mia non c'è l'intenzionalità di creare oggetti desideranti, ironici o ludici, ma ben venga ogni lettura critica".
I suoi progetti "indisciplinati" parlano di libertà, ma arredano le case dei super ricchi, gli alberghi di lusso, le banche. Una contraddizione?
"Ha provato a fare la stessa domanda a Michelangelo? Io realizzo i progetti che riescono a rompere la mia noia, che è la madre della creatività. Faccio cose che mi interessano, ma se piacessero solo a me alla fine sarei costretto a smettere. Quindi sono grato del fatto che ci sia qualcuno che ama e compra queste cose e che ci sia qualcuno che viva parlando del mio lavoro. Sono consapevole che non sto salvando il mondo, ma la cultura, da sempre, va oltre la pura sopravvivenza. Se ho fame non penso ai cibi raffinati dei grandi chef ma solo a mettere qualcosa sotto ai denti. Se vivo per strada voglio un tetto sulla testa e non sto certo a guardare se è stato costruito da un buon architetto. Non ho l'arroganza di dire che faccio delle cose di primaria necessità, ma l'arte, la musica, il design sono forme di espressione che rendono più interessante e piena l'esistenza umana. Comunque una volta ho fatto causa a una banca francese che ha utilizzato per una pubblicità l'immagine di una mia poltrona. Mi hanno dovuto dare dei soldi ed è stata una grande soddisfazione".
Ha mai vissuto un periodo a basso tasso di creatività?
"Sto aspettando quel momento, sarei più rilassato. Il problema è piuttosto capire quale progetto deve avere la priorità e quale può aspettare".
Nella sua casa vive circondato solamente da oggetti disegnati da lei?
"Ci sono anche cose realizzate da altri. Ho ad esempio il lampadario Porca miseria! del mio amico Ingo Maurer. È capitato spesso che chi viene a trovarmi per la prima volta mi dica: Ron, tra le opere che hai fatto questa è quella che preferisco".
(Ha collaborato Lorenzo Ormando)
Sul Venerdì dell'8 giugno 2018