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Henry Miller (1891-1980) in una foto del 1950 (Getty Images) 

Henry Miller, lo spudorato

Torna in una nuova edizione, con foto del grande Brassaï, Giorni tranquilli a Vichy, in cui lo scrittore americano rievoca gli anni a Parigi e gli incontri con le francesi. Con dettagli scabrosi
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Doveva essere, per contratto, un testo pornografico. Un ricco petroliere dell’Oklahoma commissionava da anni pornografia, tramite un libraio di New York, a scrittori emergenti. Henry Miller, sempre squattrinato, accettò: un dollaro per pagina. Era ancora sconosciuto negli States; il superbo Tropico del cancro – i vagabondaggi picareschi di un americano per la Parigi degli anni Trenta, misera e pulsante di sesso – era stato pubblicato, nel 1934, solo in Francia, e in inglese; così nessuno lo aveva letto. Ma la critica, e scrittori come George Orwell, avevano sentenziato che non esisteva autore anglofono con tale potenza di scrittura, che «riduceva Joyce a una limonata».

Anche Giorni tranquilli a Clichy, scritto nel ’34 e rivisto nel ’56 in vista di quel contratto, inanella gli incontri con le prostitute, la fame e gli amici stravaganti dei nove anni di Miller a Parigi, e sempre con quella scrittura brutale, e insieme frugale e ma…
Doveva essere, per contratto, un testo pornografico. Un ricco petroliere dell’Oklahoma commissionava da anni pornografia, tramite un libraio di New York, a scrittori emergenti. Henry Miller, sempre squattrinato, accettò: un dollaro per pagina. Era ancora sconosciuto negli States; il superbo Tropico del cancro – i vagabondaggi picareschi di un americano per la Parigi degli anni Trenta, misera e pulsante di sesso – era stato pubblicato, nel 1934, solo in Francia, e in inglese; così nessuno lo aveva letto. Ma la critica, e scrittori come George Orwell, avevano sentenziato che non esisteva autore anglofono con tale potenza di scrittura, che «riduceva Joyce a una limonata».

Anche Giorni tranquilli a Clichy, scritto nel ’34 e rivisto nel ’56 in vista di quel contratto, inanella gli incontri con le prostitute, la fame e gli amici stravaganti dei nove anni di Miller a Parigi, e sempre con quella scrittura brutale, e insieme frugale e maestosa. Ci si innamora subito, come lo scrittore, di queste parigine in attesa di clienti al caffè, con la pelliccetta attorno al collo, quasi una divisa, la sigaretta e troppo rossetto – tutto sorpassato ormai o proibito: e l’epoca si staglia subito, struggente (l’odierna edizione Adelphi, che riunisce Clichy e l’altro racconto di prostitute e vari eccentrici Mara-Marignan, nella fresca traduzione di Katia Bagnoli, è accompagnata dagli scatti coevi del grande fotografo Brassaï).

È il 1928; la differenza tra gli Usa e Parigi si colloca nel diaframma, non nel cuore (l’io romantico, Miller lo mette nella categoria “veleno per topi”). Broadway sarà anche vorticosa, luminosissima, mentre Montmartre è pigra, trasandata, mercenaria: ma insidiosa come il vizio. Un giorno scopri, scrive Miller, che la tua vita è trasformata, quello che ti era parso sordido è tenero, bellissimo. «Una francese non distoglie lo sguardo come fanno le inglesi e le americane»; ogni incontro di sesso è palpabile, le ragazze a letto roteano e si aprono, eppure diventano anche, e quasi involontariamente, un ritratto profondo di creature disorientate. Una ha una voce bassa, di gola, e nel suo francese “puro” rotola le parole prima di «cederle al vuoto, dove suono e significato si trasformano così in fretta».

Tra i più eccentrici incontri carnali plurimi, circola nel gramo appartamento una ragazza giovanissima, in carne, che l’amico convivente ha portato in casa («è illegale, vero?»); anche l’amico è uno scrittore, e quando rimane proprio senza soldi impegna la sua macchina da scrivere, da cui trae «400 franchi, che non è poco»; perciò la mantiene sempre oliata e coperta con una fodera. «Levami le calze e le scarpe», gli ingiunge, appoggiandosi alla parete, un’apparente raffinata; «dì al tuo amico di prepararsi»; poi si chiude in bagno a scrivere nuda versi surrealisti sullo specchio, col rossetto. Il sesso, qualche banconota, e rivoltelle letterarie (quella con cui Verlaine ha sparato a Rimbaud, che la poetessa tiene nella borsetta) sono tutto l’armamentario di un universo di emozioni e di istinti, che si colloca fuori dal materialismo e dalla disumanizzazione del progresso. Si capisce perciò che l’America proibisse Miller, e inversamente che il petroliere dell’Oklahoma non trovasse schiettamente pornografiche quelle pagine.

Uno studioso di letteratura erotica combinò allora in extremis un incontro tra Miller e l’emissario del petroliere. Miller non si presentò, e in sua vece andò la sua amante, la deliziosa Anaïs Nin, che cominciò in quell’occasione a scrivere letteratura pornografica su commissione. La passione tra il quarantenne Henry Miller e Anaïs Nin era scoppiata furibonda nel 1932, e nutrì per vent’anni tra i due una corrispondenza forsennata – ma a tratti sentimentale e sensata, da parte di Henry: «Nel momento in cui mi scrivi tu hai trent’anni e sei piena di passione sfrenata e disinteressata, oggi a una donna della tua età se le proponi di andare a letto ti risponde acidamente che la desideri solo per il sesso, e ti domanda prima se la ami. Se non la ami, niente, se la ami peggio ancora, ti scarica addosso tutti i problemi dei precedenti uomini, come se fosse colpa tua. Insomma, io e te l’abbiamo sempre pensata così: prima scopiamo, poi vediamo se ci amiamo, no?».

«E come mi sussulta nella bocca, Henry», scriveva lei. Anaïs Nin in realtà era pazza bensì di Miller, ma ancor più di sua moglie, la seconda, la ballerina June Mansfield – una prima volta Miller si era coniugato per evitare il servizio militare; e comunque si sposò sette volte. Anaïs aveva un visino piccante; June era bellezza intensa, e scompariva e ricompariva nella vita (e negli scritti) di Henry, destabilizzando il suo caotico mondo centrato sulla scrittura e il plesso solare. June aveva convinto Miller a lasciare qualsiasi lavoro e dedicarsi alla scrittura; per mantenerlo, non esitava a prostituirsi. Poi lo aveva lasciato, nutrendo le passeggiate notturne attraverso Parigi dello scrittore, pieno di risentimento, ed estatico davanti a quel «traffico esplicito di sesso».

Fu dunque nel ’56 – sedici anni dopo aver lasciato Parigi prossima alla guerra – che Miller riprende in mano (su commissione, si illude) quelle pagine. Si trovava allora a Big Sur in California, in una baita sommaria e fuori dal mondo, a trentacinque miglia dai negozi – e Miller era senza macchina; per mangiare, dipendeva dal postino, che bussava due volte a settimana. Gli amici, che lo avevano sempre sostentato – a Parigi, con inviti a pranzo e a cena; Anaïs con prestiti assidui – cercavano di procurargli una donna; le candidate fuggivano da quella vita rurale e spartana. Parigi era perciò ancora più vivida nella memoria di Miller, e naturalmente una spina di nostalgia lo pungeva.

Le foto di Brassaï, che accompagnano il testo come e meglio di un saggio critico, ne sono un commovente controcanto. Brassaï, il fotografo della Transilvania, dal 1924 viveva a Parigi; aveva imparato il francese su Proust e Prévert, e di Prévert, e di Miller, era diventato amico. Nel ’39 il suo Parigi di notte raffigurava la città con un realismo trasognato. I fanali rendono vaporosa e malinconica la prostituta che sorride invogliante, le orchestrine animano per sempre bals musette scomparsi, e allegrie dilatate dalla giovinezza, dal vino, dal sesso. Due innamorati su una panchina, e sul retro del sedile il sonno di un barbone. «Vi ho già ripetuto cento volte che non c’è niente di sbagliato al  mondo; quel che è sbagliato è il nostro modo di guardarlo», diceva Miller, che chiamò Brassaï «l’occhio di Parigi».

Quelle foto ritraggono lo stesso mondo che aveva emancipato Miller dalle sue radici “luterane”. Nel 1961, Tropico del cancro – che, introdotto clandestinamente in America, aveva ispirato la Beat Generation e in specie Jack Kerouac – fu processato per oscenità, con più di sessanta procedimenti legali; vendeva un milione di copie, ma a Chicago la polizia le requisiva nelle librerie. Miller era infastidito dal successo e dalle tasse. Nel 1964 la Corte suprema degli Stati Uniti proprio per il Tropico di Miller corresse la censura: si poteva negare a un’opera la tutela del Primo Emendamento (la libertà di stampa) solo se era «scevra di ogni valore di riscatto sociale».

Sul Venerdì dell'8 giugno