Si fa presto a dire digiuno
Giulia Villoresi , di GIULIA VILLORESIRidurre le calorie, saltare un pasto, bere solo acqua per 36 ore? Guida alle varianti di una pratica antica, ora riscoperta. Perché, dicono i medici, contrasta infiammazioni e malattie
Un tempo era la dieta, oggi è il digiuno. L'astensione totale o parziale dal cibo per 16, 24, 36 ore o, addirittura, per una settimana, è una proposta rivolta sempre più spesso a una popolazione iperalimentata, ma che ancora recherebbe traccia, nei suoi geni, dei lunghi periodi di digiuno vissuti in epoche preistoriche (è la teoria del genotipo frugale: il nostro genoma sarebbe stato selezionato per farci sopravvivere in condizioni estreme). Dai Ceo della Silicon Valley agli atleti, dai pazienti in sovrappeso a quelli perfettamente in forma, dai malati oncologici a quelli con disturbi metabolici, la pratica del digiuno è sempre più diffusa. La si potrebbe definire una moda (negli ultimi anni i titoli pubblicati sul tema superano il centinaio) se non fosse che, da Ippocrate in poi, i medici non hanno mai smesso di teorizzare l'importanza dell'astenersi dal cibo.
Premesse importanti: come qualunque medico sa bene, il cibo non &egrav…
Premesse importanti: come qualunque medico sa bene, il cibo non &egrav…
Un tempo era la dieta, oggi è il digiuno. L'astensione totale o parziale dal cibo per 16, 24, 36 ore o, addirittura, per una settimana, è una proposta rivolta sempre più spesso a una popolazione iperalimentata, ma che ancora recherebbe traccia, nei suoi geni, dei lunghi periodi di digiuno vissuti in epoche preistoriche (è la teoria del genotipo frugale: il nostro genoma sarebbe stato selezionato per farci sopravvivere in condizioni estreme). Dai Ceo della Silicon Valley agli atleti, dai pazienti in sovrappeso a quelli perfettamente in forma, dai malati oncologici a quelli con disturbi metabolici, la pratica del digiuno è sempre più diffusa. La si potrebbe definire una moda (negli ultimi anni i titoli pubblicati sul tema superano il centinaio) se non fosse che, da Ippocrate in poi, i medici non hanno mai smesso di teorizzare l'importanza dell'astenersi dal cibo.
Premesse importanti: come qualunque medico sa bene, il cibo non è un nemico, lo è l'iperalimentazione. E non si digiuna per dimagrire. O meglio, se l'astensione dal cibo è fatta con criterio, ci sono benefici più rilevanti della perdita di peso. Per spiegarli è utile il paradosso dell'albero da frutta: Goethe notò che le piante danno meno frutti quando ricevono nutrimenti in eccesso, mentre producono di più se ne hanno in dosi inferiori a quelle abituali. Concluse perciò che troppi nutrienti obbligano la pianta a compiere uno sforzo esagerato per assimilarli, sprecando energie destinate a fioritura e fruttificazione. Lo stesso sarebbe vero per l'uomo. Quando si digiuna l'organismo consuma ciò che non è indispensabile alla vita, come cellule vecchie o danneggiate che vengono eliminate e sostituite, dando origine a una rigenerazione dei tessuti. Il risultato, secondo un numero crescente di ricerche, sarebbe un rallentamento del processo di invecchiamento e, grazie all'eliminazione di tossine, una riduzione degli stati infiammatori cronici che influenzano l'insorgere di disfunzioni cardiocircolatorie e di malattie come Alzheimer, Parkinson, arteriosclerosi e tumori. Secondo un libro appena uscito per Mondadori, Il potere curativo del digiuno (pp. 150, euro 17), scritto da Raffaele e Michael Morelli, il primo sociologo, il secondo psicologo e fondatore dell'Istituto Riza di medicina psicosomatica, "ogni ciclo naturale consta di una fase di alimentazione e di una fase di non alimentazione. Ecco perché la natura non ha bisogno solo di nutrirsi, ma anche di non nutrirsi".
Il digiuno, del resto, è stato praticato in tutte le religioni e culture, come esercizio di autocontrollo e come rito purificatorio. Digiunavano i filosofi Epimenide e Pitagora e i primi eremiti cristiani. Digiunano buddhisti e induisti, gli islamici e gli ebrei. Caterina da Siena (siamo nel XIV secolo) digiunò per otto anni. Ma qui ovviamente si parla di digiuno parziale. Come fanno ora le diete che mimano il digiuno con una mirata restrizione calorica, così i ricettari medievali consigliavano i piatti da digiuno da sostituire a quelli usuali: un passato di piselli arricchito con brodo di pesce invece della carne, latte di mandorla al posto di quello vaccino, e così via. Un adulto in buone condizioni può dedicare ventiquattro ore a un regime di semi-digiuno (che esclude frutta, cereali e derivati, legumi, alcolici e tutte le fonti proteiche), anche una volta alla settimana. Un'abitudine che, secondo uno studio del Mit appena uscito su Cell Stem Cell, garantirebbe una rigenerazione delle cellule staminali dell'intestino, prevenendo tumori e infezioni.
Si parla molto anche del cosiddetto digiuno intermittente: concentrare i pasti in una finestra di poche ore e rinunciare al cibo almeno per sedici ore (per esempio cena alle 20 e colazione successiva alle 12). Secondo uno studio del National Institute of Aging (Maryland), questa pratica potrebbe avere effetti molto positivi anche sul cervello: un campione di topi, sottoposto a digiuno intermittente, ha registrato un aumento del 50 per cento del fattore neutrofico cerebrale - una sostanza che favorisce la crescita e la sopravvivenza neuronale - stimolato, a quanto pare, dal processo biochimico che si attiva quando l'organismo inizia a consumare le riserve di grasso.
Ma c'è anche chi consiglia digiuni più radicali (assolutamente da evitare senza supervisione medica). Salvatore Simeone, medico esperto di medicina biologica integrata (un orientamento che tende a prescrivere meno farmaci possibile e a lavorare sullo stile di vita), autore di Il digiuno felice (Edizioni LSWR, pp. 224, 16 euro), si occupa di digiunoterapia dal 1986 e sostiene che, per essere davvero terapeutico, "il digiuno dovrebbe essere totale, cioè a base di sola acqua, e non inferiore alle 36 ore. Ai miei pazienti, però, consiglio anche il digiuno totale di una settimana, almeno una volta l'anno. In sette giorni l'organismo può essere addirittura in grado di "mangiare" lipomi, fibromi, placche e ostruzioni alle arterie. Si possono avere effetti sulla psoriasi (perché si depura il tessuto connettivo) e, secondo la mia esperienza, anche sul cancro". Molto meno estrema era la posizione di Umberto Veronesi, che consigliava (e lui stesso osservava) un giorno a settimana di astensione dal cibo a scopo preventivo (La dieta del digiuno, Mondadori, pp. 100, euro 11).
Il digiuno è un tema centrale in Ventuno giorni per rinascere, (Mondadori, pp. 360, euro 20) scritto da Daniel Lumera, esperto di meditazione, David Mariani, allenatore sportivo, e Franco Berrino, epidemiologo che ha diretto il Dipartimento di Medicina preventiva e predittiva dell'Istituto nazionale dei tumori di Milano. "Nel digiuno cala la concentrazione nel sangue dei fattori di crescita, proteine che stimolano la proliferazione cellulare, quindi anche quella sregolata che è alla base dei tumori" spiega Berrino, "inoltre si riduce la glicemia, per cui le cellule tumorali, avide di glucosio, hanno difficoltà a proliferare. Per questo ai miei pazienti in chemioterapia, se il loro stato fisico lo consente, consiglio di iniziare il digiuno due giorni prima del trattamento e poi di protrarlo fino al giorno successivo. Se il tumore è in difficoltà i veleni della chemio lo uccidono più facilmente. Va aggiunto però che questo è stato dimostrato sui topi e non ancora sull'uomo. In generale, le basi scientifiche per raccomandare il digiuno ci sono, ma gli studi seri sono ancora pochi". Tra questi uno del 2016 è uscito su Jama Oncology: su duemila donne che avevano avuto il cancro al seno, quelle che hanno trascorso più tempo a digiuno (oltre tredici ore al giorno) hanno avuto meno recidive mortali.
Poi ci sono le sperimentazioni fatte da Valter Longo (University of Southern California) e Luigi Fontana (Università di Brescia e di Washington, St. Louis), secondo le quali il digiuno intermittente ridurrebbe il rischio di diabete, cancro, ictus e infarto. Chissà, dunque, che la ricerca non confermi a breve quello che medicina antica e religioni sostengono da sempre. Almeno sul digiuno, scriveva Alano di Lilla, XII secolo, "la filosofia terrena e quella divina concordano": fa bene.
Sul Venerdì dell'8 giugno
Premesse importanti: come qualunque medico sa bene, il cibo non è un nemico, lo è l'iperalimentazione. E non si digiuna per dimagrire. O meglio, se l'astensione dal cibo è fatta con criterio, ci sono benefici più rilevanti della perdita di peso. Per spiegarli è utile il paradosso dell'albero da frutta: Goethe notò che le piante danno meno frutti quando ricevono nutrimenti in eccesso, mentre producono di più se ne hanno in dosi inferiori a quelle abituali. Concluse perciò che troppi nutrienti obbligano la pianta a compiere uno sforzo esagerato per assimilarli, sprecando energie destinate a fioritura e fruttificazione. Lo stesso sarebbe vero per l'uomo. Quando si digiuna l'organismo consuma ciò che non è indispensabile alla vita, come cellule vecchie o danneggiate che vengono eliminate e sostituite, dando origine a una rigenerazione dei tessuti. Il risultato, secondo un numero crescente di ricerche, sarebbe un rallentamento del processo di invecchiamento e, grazie all'eliminazione di tossine, una riduzione degli stati infiammatori cronici che influenzano l'insorgere di disfunzioni cardiocircolatorie e di malattie come Alzheimer, Parkinson, arteriosclerosi e tumori. Secondo un libro appena uscito per Mondadori, Il potere curativo del digiuno (pp. 150, euro 17), scritto da Raffaele e Michael Morelli, il primo sociologo, il secondo psicologo e fondatore dell'Istituto Riza di medicina psicosomatica, "ogni ciclo naturale consta di una fase di alimentazione e di una fase di non alimentazione. Ecco perché la natura non ha bisogno solo di nutrirsi, ma anche di non nutrirsi".
Il digiuno, del resto, è stato praticato in tutte le religioni e culture, come esercizio di autocontrollo e come rito purificatorio. Digiunavano i filosofi Epimenide e Pitagora e i primi eremiti cristiani. Digiunano buddhisti e induisti, gli islamici e gli ebrei. Caterina da Siena (siamo nel XIV secolo) digiunò per otto anni. Ma qui ovviamente si parla di digiuno parziale. Come fanno ora le diete che mimano il digiuno con una mirata restrizione calorica, così i ricettari medievali consigliavano i piatti da digiuno da sostituire a quelli usuali: un passato di piselli arricchito con brodo di pesce invece della carne, latte di mandorla al posto di quello vaccino, e così via. Un adulto in buone condizioni può dedicare ventiquattro ore a un regime di semi-digiuno (che esclude frutta, cereali e derivati, legumi, alcolici e tutte le fonti proteiche), anche una volta alla settimana. Un'abitudine che, secondo uno studio del Mit appena uscito su Cell Stem Cell, garantirebbe una rigenerazione delle cellule staminali dell'intestino, prevenendo tumori e infezioni.
Si parla molto anche del cosiddetto digiuno intermittente: concentrare i pasti in una finestra di poche ore e rinunciare al cibo almeno per sedici ore (per esempio cena alle 20 e colazione successiva alle 12). Secondo uno studio del National Institute of Aging (Maryland), questa pratica potrebbe avere effetti molto positivi anche sul cervello: un campione di topi, sottoposto a digiuno intermittente, ha registrato un aumento del 50 per cento del fattore neutrofico cerebrale - una sostanza che favorisce la crescita e la sopravvivenza neuronale - stimolato, a quanto pare, dal processo biochimico che si attiva quando l'organismo inizia a consumare le riserve di grasso.
Ma c'è anche chi consiglia digiuni più radicali (assolutamente da evitare senza supervisione medica). Salvatore Simeone, medico esperto di medicina biologica integrata (un orientamento che tende a prescrivere meno farmaci possibile e a lavorare sullo stile di vita), autore di Il digiuno felice (Edizioni LSWR, pp. 224, 16 euro), si occupa di digiunoterapia dal 1986 e sostiene che, per essere davvero terapeutico, "il digiuno dovrebbe essere totale, cioè a base di sola acqua, e non inferiore alle 36 ore. Ai miei pazienti, però, consiglio anche il digiuno totale di una settimana, almeno una volta l'anno. In sette giorni l'organismo può essere addirittura in grado di "mangiare" lipomi, fibromi, placche e ostruzioni alle arterie. Si possono avere effetti sulla psoriasi (perché si depura il tessuto connettivo) e, secondo la mia esperienza, anche sul cancro". Molto meno estrema era la posizione di Umberto Veronesi, che consigliava (e lui stesso osservava) un giorno a settimana di astensione dal cibo a scopo preventivo (La dieta del digiuno, Mondadori, pp. 100, euro 11).
Il digiuno è un tema centrale in Ventuno giorni per rinascere, (Mondadori, pp. 360, euro 20) scritto da Daniel Lumera, esperto di meditazione, David Mariani, allenatore sportivo, e Franco Berrino, epidemiologo che ha diretto il Dipartimento di Medicina preventiva e predittiva dell'Istituto nazionale dei tumori di Milano. "Nel digiuno cala la concentrazione nel sangue dei fattori di crescita, proteine che stimolano la proliferazione cellulare, quindi anche quella sregolata che è alla base dei tumori" spiega Berrino, "inoltre si riduce la glicemia, per cui le cellule tumorali, avide di glucosio, hanno difficoltà a proliferare. Per questo ai miei pazienti in chemioterapia, se il loro stato fisico lo consente, consiglio di iniziare il digiuno due giorni prima del trattamento e poi di protrarlo fino al giorno successivo. Se il tumore è in difficoltà i veleni della chemio lo uccidono più facilmente. Va aggiunto però che questo è stato dimostrato sui topi e non ancora sull'uomo. In generale, le basi scientifiche per raccomandare il digiuno ci sono, ma gli studi seri sono ancora pochi". Tra questi uno del 2016 è uscito su Jama Oncology: su duemila donne che avevano avuto il cancro al seno, quelle che hanno trascorso più tempo a digiuno (oltre tredici ore al giorno) hanno avuto meno recidive mortali.
Poi ci sono le sperimentazioni fatte da Valter Longo (University of Southern California) e Luigi Fontana (Università di Brescia e di Washington, St. Louis), secondo le quali il digiuno intermittente ridurrebbe il rischio di diabete, cancro, ictus e infarto. Chissà, dunque, che la ricerca non confermi a breve quello che medicina antica e religioni sostengono da sempre. Almeno sul digiuno, scriveva Alano di Lilla, XII secolo, "la filosofia terrena e quella divina concordano": fa bene.
Sul Venerdì dell'8 giugno